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4 giugno 2012

Sun Kil Moon: Among the leaves [Caldo Verde, 2012]

Kozelek è uno che faccio fatica a capire, il che è un bene, ci mancherebbe.
È strano lui, è strana la sua faccia burbera che non c'entra niente con la musica che fa e con quello che canta. È strano pure quello che canta, che strappa un po' il cuore un po' i sorrisi. E sono strane le scelte che fa. Nel senso, inizi una carriera solista con un disco di cover degli AC/DC, poi torni al sound familiare della band che hai di fatto appena sciolto, poi ti concentri su canzoni intime come un dolore al petto accompagnate dalla sola chitarra classica (ah, e grazie per avermici fatto fare pace, già che ci siamo). Insomma, io ti tengo d'occhio, Kozelek, che spunti a buffo anche in film completamente improbabili, ed essendo stato la colonna sonora di infiniti struggimenti, ti voglio pure quasi bene.
Quindi quando il buon Donalisio mi ha detto che era uscito il nuovo Sun Kil Moon, e dopo aver rosicato perché non ne sapevo niente, mi sono precipitato ad ascoltarlo e ho pensato Ah ecco un altro disco solipsista di tessiture di chitarra classica, che però non sembra essere così complesso come l'ultimo che invece era molto pensato, molto articolato, fatto di canzoni scritte quasi in maniera classica tema-sviluppo-variazione, i pezzi sono più corti, più diretti, quasi delle istantanee, un approccio un po' più snello. Dai, non è male, ho pensato.
Esatto, non è male.
Per carità, Kozelek continua ad essere trasparente come una sorgente di acqua amara, canta di luoghi e sensazioni in maniera immediata, sognante più che appassionata, ma urgente come una fitta. Eppure questo disco sembra mancare della visione d'insieme degli altri. Non è del tutto acustico (qua e là, come nella title track, appaiono una chitarra elettrica e una batteria che ultimamente latitavano), non è del tutto continuo. È bello e morbido come tutte le cose che fa, e la sua voce sembra sempre uscire da una testa pressata da un post-sbronza solitario, ma ecco, nonostante gli ingredienti ci siano tutti e siano anche ben dosati e un po' più variegati di quanto fossero finora beh, ecco, io se dovessi iniziare a sentire Kozelek beh io ecco io mi sa che inizierei da un altro disco.

Verdetto: 6

20 febbraio 2012

vestirsi al buio

Io la fissa e l'attesa per il disco nuovo di Peter Broderick l'ho capita e l'ho condivisa. Lui è uno dei pochi che quando parla vale la pena di fermarsi ad ascoltare. Ha talento, sa dove andare e soprattutto ha un gusto per il sobrio che me l'hanno fatto apprezzare. Quando ho saputo che c'era un suo disco nuovo in streaming ero contento, e ho fermato addirittura Billie Holiday.
Poi vabbé, l'ho ascoltato.
E per carità, non è che il disco non mi sia piaciuto, sebbene anche nelle sue parti migliori non è niente per cui strapparsi i capelli, ma mi ha un pochetto deluso. Deluso nel senso Peter-da-te-non-me-l'aspettavo.
Ora: non ho né voglia né intenzione di parlare del disco di Peter Broderick: esce per Bella Union che è la cocca della stampa indipendente (e vorrei pure vedere), pitchfork ha il cazzo duro da settimane, insomma tra qualche giorno di questo disco ne parlerà anche Cronaca Vera.
Piuttosto, ciò che mi viene in mente è l'epidemia dalla quale sembra che anche il bimbo prodigio più amato dalle donne sembra non sia riuscito a salvarsi, e cioè quella della luccicanza. Mo' mi spiego meglio.

Nel suo ultimo pezzo, il cuoco stava riflettendo sul fatto che pochi dischi usciti ultimamente sono stati in grado di emozionarlo. Ora, lui ha una regione di osservazione radicalmente differente dalla mia, ma entrambi siamo così rompicoglioni proprio perché aspettiamo sempre qualcosa che cambi la vita, o almeno il battito cardiaco: devo dire che negli ultimi anni qualcosa in grado di farlo l'ho anche ascoltato - mo' insomma non è che sono diventato uno zombie come Assante che ancora va dicendo che il rock è morto: a me i Fleet Foxes mi hanno commosso, e A.A. Bondy e gli Arcade Fire e i Band of Horses e certe cose dei Bombay Bicycle Club pure, però devo dire che rispetto alla quantità STERMINATA di materiale che esce ogni giorno, sono pochissime le cose che mi colpiscono veramente, le cose per le quali farei spazio nella mia stanza,spenderei dei soldi. Non credo, infine, che si tratti semplicemente di un fatto statistico: siamo tutti d'accordo che in 70 anni di discografia la robaccia ha sempre battuto almeno 50 a 1 la roba buona, almeno quantitativamente. Credo piuttosto che sia un discorso di zeitgeist, e qui finalmente arriviamo a bomba.

Io che a quanto pare ho un MUCCHIO di tempo da perdere, ascolto praticamente qualsiasi cosa esca che non sia techno, reggae, poetastri italiani o RAC. Se esce qualcosa, è abbastanza verosimile che almeno un minuto di attenzione gliela dedicherò. A me la musica piace, è inutile che faccio il vago, e in lei ci credo e ci SPERO. Eppure ci sono periodi in cui la musica mi sembra mediamente peggiore, come se il plateau su cui poi svettano i picchi fosse più basso. E questo, signori, è uno di quelli.

Vedi, cuoco, a me non stupisce che la musica del 2012 (quel tipo di musica del 2012 che da ora in poi chiameremo musicadel2012) non ti emozioni, perché salta fuori che non sia questa la sua missione.
Pensala così: in un contesto artistico-musicale in cui il dibattito più ricco è quello sul revival - o meglio, su quanto il revival sia la matrice dell'atto musicale odierno -, la musica è affannata nel cercare di assomigliare il più possibile a qualcosa di già occorso nel passato. Ci mancherebbe: gli stessi Fleet Foxes marcano 1971, e solo in un periodo come questo hanno senso il Wall of sound 2.0 o un'intera etichetta come la Daptone. Ne parlavamo l'altra sera, ricordi? Tu eri un po' ubriaco ma io no. Tralasciamo pure il fatto che una musica che cerchi così disperatamente una legittimazione nel suono del passato ha dei seri problemi di autostima e pure qualche contrattempo edipico. Piuttosto:
Ricordi cosa diceva Adorno? La categoria principale di ascoltatori attinge nel serbatoio dei consumatori di cultura: la musica, come il cinema, i film, e anche i libri - ahimé - è un orpello da indossare come un cappotto nuovo, e il paragone con l'abbigliamento non è tirato per i capelli, mo' ti dico, porta pazienzae seguimi.

La tendenza principale del revivalismo del 2012 - che è solo DIVERSO da quello per esempio del 2002: abbiamo revival da quando abbiamo dischi, non prendiamoci per il culo - è il ripescaggio degli atteggiamenti musicali della prima metà degli anni 80. Hai letto bene, ho scritto atteggiamenti musicali e non musica. Il periodo di osservazione privilegiato in questo momento è infatti un periodo in cui la diffusione della tecnologia ha generato un pop sintetico (e ok) ma fatto di giustapposizioni più dettate dalla curiosità e dal capriccio che da una visione d'insieme (come gli agghiaccianti abbinamenti rosa/marrone/celeste che vedi addosso alla gente al Fanfulla).
La neo-eccitazione per la disponibilità di gadget musicali sposta l'attenzione dal cosa mettere nelle canzoni a come metterci sopra: proprio come sono pochi quelli che resistono alla tentazione di provare tutti gli effetti della pedaliera appena comprata, la musicadel2012 è distratta dal dimostrare quanto può essere ESATTAMENTE fedele ai suoi bruttissimi modelli di 30 anni prima. Pazienza, insomma, che le Superga puzzano: noi ce le mettiamo uguale perché è vintage.
Certo, tu mi dirai Anche il punk e il garage sono partiti dal desiderio di emulazione e dalla tecnologia a basso costo, ma qui non parliamo di disagiati che rimediano alla rabbia col volume, quanto di persone che - almeno a sentire ciò che fanno - si ANNOIANO e, nella fretta di arrivare a conclusioni che è la primogenita del terzo millennio, decidono che è ennui e la mettono nella musica. Oltre a non sentire il cazzo (non c'è soul, cuoco, nemmeno un po'), nella maggioranza della musicadel2012 non sento nemmeno urgenza, bisogno.
L'intenzione, per come si sta riproponendo, è stupire e - presuntuosamente - fondare nuovamente un'estetica del kitsch che, alla continua ricerca di un nuovo e più nauseante accostamento, non ha tempo per approfondire il contenuto. Veloce e feroce come un uragano di detriti, la musicadel2012 è una musica che devi avere il coraggio di portare per strada come i tirabaci, una musica con cui essere d'accordo più che in sintonia, e che riflette la necessità dei 20enni di questa generazione di apparire più vecchi (dai cazzo, la PERMANENTE?!?) e più ricchi; in culo alla precarietà e all'insicurezza planetarie, la  totale, orizzontale e inorganizzata musicadel2012 fa ballare di nuovo come macchine, manifestando la testa che vince sul cuore, la volontà che vince sulla necessità, ed elitarismo: proprio come i Rayban da una piotta e mezza per leggere meglio le notizie che arrivano da piazza Syntagma.
Esattamente come nella prima metà degli anni 80, la musica di questi ultimissimi anni è la musica più BIANCA e borghese che ho sentito da un po', fredda ed esatta come i Casio che hanno marcato zimbello per tutta la nostra infanzia.

È per questo che ho rosicato quando ANCHE nel disco nuovo di Broderick sono apparsi i coretti all'unisono o il tema cantato dalla voce tenorile (l'equivalente musicale insomma del mocassino, degli accessori kitsch): ho rosicato perché anche lui che ricordavo orientato a una certa sobrietà un po' romantica non ha saputo evitare di indulgere al patinare per bene la superficie, trascurando che i pezzi sì, insomma, ma alla fine vi dirò. Anche questo suo http://www.itstartshear.com/ si inserisce nel filone della musicadel2012 che è revivalista nel linguaggio, nel modo di essere concepita, sulle orme del rococo à la Bon Iver (la traduzione musicale di Instagram, praticamente) che se avremo pazienza - e se ci dirà culo - sarà però seguito da una nuova ondata integralista, che a questo punto non potrà fare altro che spogliare la musica di questi cosmetici vivaci e di questi pizzi che la rendono un po' svampita un po' mignotta, e riporti all'attenzione la sua essenza - il cazzo di songwriting, insomma, quello che se non ce l'hai ti attacchi al cazzo e BASTA.
E basta, appunto.

13 febbraio 2012

Una nota da diario

Per evitare che pensiate che mi mobilito solo per eventi riguardanti Springsteen e affini torno sul blog per parlare d’altro.
Tra l'altro, il nuovo album di Springsteen s’appresta, il singolo non mi è piaciuto e prima di venire colto dall’ennesimo travaso di bile per lo svuotamento che ha subìto la sua scrittura nell’ultimo decennio ho preferito tornare a scrivere per moventi diversi.
In questi giorni - dopo più di un anno di garage - la mia collezione di dischi è finalmente rientrata a casa nella sua totalità.
Immaginate di aver dovuto passare un periodo consistente di tempo lontano dalla vostra collezione; immaginate di aver avuto solo il computer e un lettore mp3 come enti eroganti musica per circa un anno e mezzo/due. E, infine, immaginate di tornare finalmente alle vostre cose, ai vostri dischi e di trovare la situazione cambiata. La storia che quelle pile e pile di dischi raccontano di voi, il valore, il significato di ogni singolo pezzo sono diventati un’altra cosa.
Più di quanto incida sul vostro mutevole gusto il normale scorrere del tempo, la “vacanza” forzata appena conclusasi – portatrice anch’essa di nuovi stimoli e visioni – decide dello status quo del momento attuale. La “vacanza”, come distanza - distanza evidentemente emotiva oltre che fisica – ha modificato il vostro punto di osservazione e, con esso, la vostra visione. Rimirate i titoli uno dopo l’altro; magari vi scappa un sorriso per aver ritrovato un vecchio amico, cioè un disco cui siete legati o magari vi chiedete, vedendone un altro: “e tu che cazzo ci fai qui?”.
Ora, voi potete pure imputarmi di scoprire l’acqua calda ma vi giuro che costruire un’epica di se stessi è un lavoraccio e la musica può aiutare molto da questo punto di vista: insomma non è un’esperienza piana e di ordinaria leggibilità ritrovarsi a quasi 40 anni con dischi che oggi, suscitando dubbi su se stessi, suscitano, transitivamente, dubbi su VOI stessi.
Non è tutto.

Ravviso, da un po’ di tempo, una cortocircuitazione emotiva rispetto all’esperienza dell’ascolto e mi faccio domande: il fatto che non mi ingrifo più come un dì all’ascolto di un album è imputabile ad una vita in cui la lotta tra squali e dinosauri piuttosto che il destino di Capitan Uncino hanno preso il sopravvento sul godimento della scritttura di Holland & Dozier o degli arrangiamenti di Timber Timbre oppure è che stiamo storicamente attraversando un periodo di riflusso delle urgenze?
Consumando come è mio uso la stampa musicale, mi ritrovo orfano di quell’entusiasmo che trasuda dalle recensioni e che invece non trasuda più da ME. A fronte di segnalazioni di dischi di pregio la mia risposta emotiva è sovente disillusa; sempre più di rado leggo dietro il pregio delle forme quella SOSTANZA che muove le umane cose, le umane genti e sovrintende all’accoppiamento alla copula e ai grandi mutamenti della civiltà.
Scorrono allora dinanzi a me i titoli degli album in cui anche per una sola settimana mi sono riconosciuto: dischi che ho deciso di esibire sui miei scaffali perchè una collezione di dischi è anche questo, esibizione, pisellometria.
Scorrono quelli che ho deciso di serbare dentro un hard disk in attesa di acquisto o masterizzazione.
Scorrono un po’ troppo, scorrono in troppi.
I primi a causa del cortocircuito storico, del tempo che passa, dell’acqua passata che non macina più. I secondi a causa del cortocircuito del presente, dell’indifferenza dell’orecchio dell’ascoltatore. La vita che cambia e ti cambia? Il sovraccarico d’informazione? L’inizio dello spegnimento? Eccesso di consapevolezza della serie “beati i poveri di spirito”? Voglio credere di no. E non per credere ancora un po’ nella mia transitoria esistenza o nel suo significato ma per credere ancora nella musica e nel suo secolare contributo.

Richard Middleton nel suo Studiare la popular music fa riferimento ai meccanismi (industriali, mediatici, socio-politici) che sussumono il disagio giovanile per metterlo a sistema nonché a bilancio. Riletta così la storia dell rock’n’roll diventa una storia di venduti talmente strafatti da non accorgersi nemmeno di esserlo e di venduti talmente contenti da non preoccuparsene affatto. E dunque quello che ci è arrivato è solo quello che è stato permesso arrivasse alle nostre orecchie, cuori, anime, lombi.
Non solo: sembra che nel confezionare un suono che fosse “Spirito del tempo”, considerando la variabile “Tempo” come soggetta alle compressioni più efferate e dunque inducendo a repentini cambiamenti di indirizzo la massa ascoltante, possiamo ritenere possibile che a forza di confezionare ci si sia fatti prendere la mano proprio dalla confezione.
Lo dissero i Clash, dopotutto:” You think it’s funny turning rebellion into money?”. A onor del vero a loro successe esattamente questo ma, comunque... it ain’t funny.

Facciamo qualche esempio
Liz Green è una scoperta recente, il suo disco O’ devotion (2012) si presenta nelle dismesse vesti di un impianto pre-war, con la strumentazione ridotta ad una chitarra pizzicata sempre più o meno allo stesso modo e una sezione di ottoni che entra sempre più o meno allo stesso modo a commento o sostegno delle composizioni. La dinamica tra gli strumenti in gioco diventa nota al quarto pezzo e le sorprese finiscono. Il disco è ritenuto buono, le recensioni ne dicono bene e in effetti possiede tutti i clichè di un disco buono.
Chain & the Gang sono in giro penso da un po’ più di tempo, hanno adottato un’attitudine garage con sporcature black (potremmo definirla un formula detroit style degli anni zero), si pregiano di un cantato ubriaco alternato ad uno spoken abbastanza stonato e personale da non indugiare in tardi “Loureedismi” deprecabili per definizione. Formalmente si presentano al meglio per scelta dei suoni ed informalità superficiale. Roba da giacchetto di pelle nera con maglietta bianca sotto al concerto.
Pete Molinari lo diremmo uno che tramanda, uno che ha scelto le vie della tradizione. L’impianto della sua musica è diurno senza romperti necessariamente il cazzo col fatto che il sole splende in cielo. Può essere giorno fatto ok, ma il cielo può essere velato, il vento può darti noia, e la mamma può essere lontana. Chitarre pulite, “cristalline” direbbero quelli del Buscadero, scrittura lucida e di basso profilo, una versione meno timida ma anche meno complessa e affascinante di M. Ward. Buonino.
Ognuno dei prodotti summenzionati è fatto ad arte ma sembra pensato per giocarsi tutto al primo, secondo ascolto. Messi alla prova sulla lunga distanza sono solo intrattenimento ben confezionato ma sul mio scaffale forse non ce li metterò. E come loro tanti altri, di oggi e di ieri.
Questo scisma tra musica e autobiografia si nutre male per scarsità di sostanza ed io languisco. Utilizzare ad arte inflessioni stilistiche, citazioni eleganti, scenari rassicuranti in cui potersi accomodare senza il benchè minimo sussulto non mi restituirà l’anima che la musica anni fa mi ha rubato. Non è poi difficile parlare con la panza e nessuno ti rimprovera se non sei riuscito a scrivere Darkness on the edge of town, il punto è che CI DEVI ALMENO PROVARE!
Perché tutto sembra rinviare ad un melange di epoche passate nella musica che incontro oggi ma niente mi aiuta a vivere in questa. E allora eccolo, l’intrattenimento. Intrattenuti in attesa del prossimo momento storico. Giungeremo sguarniti per carenza di sostanza del momento storico precedente?
No, voglio ripropormi il bisogno di ritrovare urgenze autentiche, voglio esigere da chi fa musica che si giochi qualcosina in più delle lezioncine sui propri ascolti e su come li ha assorbiti bene.
Voglio che ci provi, che ci stia dentro. Ed io voglio rituffarmi in quel magnifico gioco che è “Pizzicare l’impostore” incontrando le mille difficoltà di chi ha di fronte un’impostura ben pensata e giubilando di fronte a qualcosa di VERO.
E voglio riconquistare il mio diritto ad illudermi perchè ultimamente la musica mi sembra venga fatta solo per farmi viaggiare comodamente sbracato su un divano davanti a due casse.

Mi passa per le mani Dog in the sand di Frank Black & the catholics, quel disco l’ho adorato e ora non mi fa più niente; Gentleman Blues dei Cracker con cui ho elaborato una separazione: ne vedo tutti i difetti; Elvis Costello, Delivery man, cui ho nobilitato la masterizzazione contraffacendone copertina e custodia e facendolo sembrare un disco originale è finito in una bustina trasparente di plastica recando con sé la copertina scannerizzata a memoria imperitura di quando bastava AVERLI i dischi per essere felici, anche se non erano originali.
Ripercorro la mia storia e mi sorprendo commosso stringendo tra le mani Smoking in the fields dei Del Fuegos (per fortuna su vinile) e tornando a quante salvate mi ha fornito questo bolso album di rock FM da strada con una bar-band prodotta come se dovesse suonare a San Siro.
Sono anch’essi, senza dubbio, contributi a quello scenario dipinto ad arte dall’industria dell’intrattenimento: oggi languiscono nelle loro carenze ma a suo tempo sono serviti a qualcosa.
Sono la mia storia, le mie glorie e vittorie, i miei sbagli.In attesa di collezionarne di ulteriori, rimiro questi qua.

La prossima volta parleremo invece di chi aggira tutte le mie pastoie esistenziali facendo le cose e basta e facendole come si deve.
Ma questa è un’altra storia.

9 febbraio 2012

Gonjasufi: MU.ZZ.LE [Warp - 2012]

Io non ho motivi di ascoltare Gonjasufi. Non ne ho motivi per milioni di motivi. Buona parte di questi hanno naturalmente a che fare con i suoi ascoltatori medi, ma non volendo sembrare il solito snob pieno di pregiudizi (i miei splendidi cuccioli), mi fermerò al fatto che ho smesso di interessarmi di elettronica pastiche un po' di tempo fa, grazie soprattutto al mio rinnovato amore per il uanciutrifò-daje, e che la musica che mi fa ballare solo il cervello, dopo anni di Zappa, Autechre e Bouez mi ha, come dire, un po' rotto il cazzo.
Ciononostante ho ascoltato, invece, MU.ZZ.LE per due motivi principali: il primo è che Simon Reynolds fa diversi cenni a questo Gonjasufi in Retromania, che è un libro eccellente e io mi fido di lui - mi fiderei di chiunque sostiene che gli hipsters siano avvoltoi; il secondo è che diversi critici (allmusic.com, popmatters.com, chiunque che CONTI, insomma) l'hanno incluso nella propria lista dei dischi più attesi del 2012. E poiché io credo ANCORA nella critica professionale, e fortunatamente procurarselo è pure gratis, ho pensato Ma sì, ma sticazzi, ed ecco qua.
Fa bene Reynolds a buttare Gonjasufi nel calderone dell'hauntology o comunque della post-post-modernità: la giustapposizione e sovrapposizione puntillistica di contesti sonori, sorgenti e rimandi di significato è continua, frenetica, caotica, proprio come se fosse possibile ascoltare ciò che passa su tutti gli iPod e le stazioni radio del mondo, contemporaneamente. Un incubo, insomma.
I due riferimenti immediati sono psichedelia e dub: ben lontani dalla forma canzone e da strutture con elementi ricorrenti, i 10 pezzi procedono linearmente come un viaggio (materiale o immateriale fate voi, io per me sono del parere che questo è un disco del tutto impensabile senza psicotropi), un percorso che procede sempre e solo avanti, nonostante lo sguardo sia sempre rivolto all'indietro. Le basi rallentate e corrose digitalmente sono il terreno su cui il disco rotola, tra delay a manetta e voci distorte e, insomma, beh, tutti i plugin disponibili su pro-tools. Poi vabbé, sta a te decidere se seguire questo viaggio, partecipare, sonnecchiare di tanto in tanto o concentrarti sui fatti tuoi finché non sei arrivato a destinazione e poi limitarti a scendere e arrivederci e grazie.
Come pressoché tutta la musica sperimentale, infatti, anche quella di Gonjasufi - ma dirò meglio: anche MU.ZZ.LE (non ho ascoltato altro e non credo che lo farò) è una musica più utile che bella, più necessaria a portare avanti la (necessaria) riflessione su come stiano cambiando le nostre orecchie e il modo di pensare la musica, che a goderne e rimanerne coinvolti, ed avendolo interpretato come un disco con cui essere d'accordo non significa esserne amico, non nascondo che ne ho apprezzato la brevità - del resto, poiché i pezzi si basano soprattutto sullo stesso principio di giustapposizione, invecchiamento precoce e lugubr... lugub... insomma sull'essere lugubre e affascinante al tempo stesso, è facile annoiarsi presto, cosa che infatti è accaduta a me, che ho pensato che quando di un disco apprezzi la fine è come quando leggi che il migliore in campo è stato il portiere: tutto il resto è andato storto.
Insomma MU.ZZ.LE è un disco che incuriosisce, senz'altro, che merita di essere ascoltato se vi importa della musica, e se siete disposti a sorvolare sulla sua necessità di essere BRUTTO (altrimenti come per tutta l'avanguardia, il messaggio non arriva col giusto impatto).
Quindi se mi dite che l'avete trovato interessante, vi credo e vi apprezzo pure. Ma se mi dite che vi è piaciuto, beh...

7 febbraio 2012

Cloud Nothings: Attack on memory [Carpark - 2012]

Allora io di questi Cloud Nothings non sospettavo nemmeno l'esistenza e me li sono procurati praticamente solo perché a un certo punto ha iniziato a parlarne CHIUNQUE e io ho detto Beh, sentiamo chi sono.
Allora mi sono documentato e ho scoperto tre cose: 1. sono americani, 2. sono al terzo disco (bada!), 3. il disco gliel'ha fatto Steve Albini.
Non solo: ho PERFINO ascoltato un paio di pezzi e ho pensato Dopotutto niente male, il che de 'sti tempi è grasso che cola: post-punk in QUALSIASI senso vi venga in mente. Fugazi, Seattle, Berlino (ma i quartieri elettrici, non quelli elettronici), At the drive-in del periodo chi-siamo-cosa-vogliamo, poca produzione, momenti di prolissità mantro-kraut-edelica (Blowup nun te temo!). In più il cantante certe volte assomiglia a Jake Burns degli Stiff Little Fingers e quindi giustamente mi sono pure intenerito.
 
Eppure Attack on memory ascoltato dall'inizio alla fine m'ha dipinto in volto il dubbio. Mezz'ora abbondante di dubbio
Tipo: il disco inizia con del malessere e prosegue invece con del malessere, ma spiegato in maniera DETTAGLIATISSIMA (nove minuti di malessere, intendo: almeno sei dei quali di improvvisazione strumentale accogliente calorosa come un pezzo degli Wire). Poi a un certo punto BASTA malessere, anzi quasi California (cioè, posizionata dov'è, la riapertura "Fall in" pare un pezzo dei NOFX dopo un'ora di Silver Apples) e poi invece alla fine nevrosi. Mah. Mi son dovuto fermare e controllare che il lettore non m'avesse incasinato la tracklist perché proprio non ne venivo a capo.
Nel senso: magari ci sta che il disco sostenga un discorso, segua un percorso non spezzettato, abbia una sua coerenza interna, sennò è come vedere un film in cui primo e secondo atto siano invertiti: il dramma subito e il prologo dopo. E io Pulp Fiction proprio NO - ché non sono sicuro che c'entri ma perché sprecare un'occasione per sottolinearlo?
Ed è un peccato perché singolarmente i brani di Attack on memory funzionano: al di là del modo un po' improbabile in cui sono stati giustapposti, sono ben scritti e ben eseguiti (ma del resto se c'è Albini in giro è raro che arrivi la sola) e suonano pure sinceri, che non è una cosa molto diffusa nei gruppi con le chitarre pulite, ultimamente.
Non so, forse dovremo aspettare un pochetto: i ragazzi devono ancora trovare una dimensione più coesa nonostante siano al terzo disco; forse la maturità arriva in un secondo momento, forse non hanno ancora deciso che strada prendere a livello espressivo o formale, dato che essendo dei giovanotti magari ancora non hanno voglia di fare le cose dritte. Forse invece anche sticazzi, ché dopotutto non stiamo parlando di chissà chi e se sti Cloud Nothings non li conoscevo fino a ieri un motivo dev'esserci, no?

1 febbraio 2012

Tennis: Young & Old [Fat Possum - 2011]

Uuuuh carini i Tennis. I Tennis sono marito e moglie, lo sapevate? E lo sapevate che il primo disco loro è una specie di concept su un loro viaggio a Cape Dory, che poi è il titolo dell'album? Carini. E lo sapevate che è appena uscito - no, tecnicamente non ancora, quindi correggo. E lo sapevate che si può già ascoltare il disco nuovo loro? Ecco.

Io avrei tutti i motivi per odiare i Tennis. Di fatto sono due hipsters (ricci, jeans rossi, tutto), la copertina del loro primo disco è un intero festival del cattivo gusto che pare copincollato direttamente da worstalbumcovers.org, e in sintesi non mostravano di essere diversi dai cinque milioni di gruppi spuntati negli ultimi 2 anni che fanno surf pop che più che grato direi che è appecoronato al wall of sound.
Ora: alcuni di loro non valgono un cazzo e lo sappiamo alla fine del primo pezzo. Altri sono buoni finché è estate e poi sono deprimenti come le infradito in Siberia, altri invece danno l'impressione che occorra essere giusto un pochetto pazienti. I Tennis sono tra questi, e lo dimostra il fatto che non ho pensato Aridaje sti stronzi, quando ho saputo che era disponibile. E poi escono per Fat Possum: almeno un minuto di attenzione gli va dato.
Proprio come Cape Dory, Young & Old funziona perché è un disco di canzoni: cose pensate, scritte, insomma, che si possono ascoltare e apprezzare anche senza conoscere i riferimenti storici o gli ammiccamenti ai generi di riferimento. Non un disco tenuto in piedi dal riverbero a molle o dal Farfisa, insomma, ma qualcosa che osserva la regola d'oro di Santo Keith per la quale una canzone è buona quando puoi suonarla solo con una chitarra acustica.
Non solo, Young & Old è un disco di canzoni pure meglio, e non solo un Cape Dory pt. II: c'è una crescita, insomma, da parte dei due sposini di Denver: non la prevedibile compilation di sorridenti twist canditi da spiaggia, ma approcci diversi (come quello della mia preferita, che è My better self, una canzone DIVERSA da loro, appunto), che li inseriscono nella categoria dei gruppi da tenere d'occhio sul serio, adesso. Certo, dovranno sempre liberarsi dell'essere giovani, ma fatto questo andrà tutto a gonfie vele, sono sicuro.
(By the way, ho scoperto solo DOPO che è stato prodotto da Patrick Carney dei Black Keys, quindi sono del tutto in buona fede).
E basta, tutto qui. Alla fine stamo a parla' dei Tennis, mica...

26 gennaio 2012

Thee Oh Sees: Carrion Crawler/The Dream EP [In The Red - 2011]

Siete mai stati alle prove di un gruppo? Io sì.
Se andate alle prove di un gruppo avete la possibilità di sentire i musicisti esplorare il loro materiale, trovare nuove strade, i tessuti, gli arrangiamenti. È figo, se vi capita provate, però non vi presentate a mani vuote che pare brutto. E a maggior ragione se andate alle prove di un gruppo tipo gli Oh Sees, che se siete sobri vi divertono la metà.
Nel senso: un gruppo che frulla tutto Nuggets (pure il secondo, quello inglese), i krauti ? & the Mysterians, i krauti (altri krauti), la psichedelia SoCal e la puzza (tanta puzza ma è il minimo perché escono per In the red) non si può non ascoltarlo senza almeno un giramento di testa.
Il disco appare proprio così, insomma: un’elaborazione di idee che piano piano vengono esplorate e messe alla prova, per accumulazione (qualche volta) o iterazione (molto, più spesso), e più di qualche momento ludico con le manopoline dei pedali.
Intendiamoci, il disco è pure divertente: certo, è un’operazione di revival sfacciato (ma esiste un disco che NON lo sia, uscito negli ultimi 5 anni?), che però almeno è fatta su materiale digerito e ricombinato, invece che rivomitato paro paro: insomma ‘sto Carrion Crawler sarebbe effettivamente potuto uscire nel 1971, ed è già qualcosa, in confronto a dischi che sarebbero potuti uscire in qualsiasi punto di un intero decennio, e quindi in nessun momento.
Ma:
Siete mai stati alle prove di un gruppo? Io sì. Se andate alle prove di un gruppo ci può anche stare che per stanchezza o mancanza di idee i musicisti a un certo punto inizino a cazzeggiare e si chiudano nell’autismo masturbatorio in cui l’ascoltatore diventa una presenza accessoria. E allora non ci sono birra o canne che tengano, alla prima occasione buona si saluta e si ringrazia e si va via.
E ecco, se gli Oh Sees mi invitano a sentire loro prove io dico Ragazzi grazie mille, magari però ci vediamo direttamente al release party.
Non so se mi sono spiegato.

12 gennaio 2012

Blues Explosion: Damage [Sanctuary - 2004]

Annoiato e probabilmente assordato dalla sua stessa esplosione, Jon Spencer va su Pitchfork, chiama chiunque sia nominato più di quattro volte (Martina Topley Bird, DJ Shadow, Dan The Automator) e li sfida a battaglia navale.
Su Pro-Tools.

Sentenza: 5 (su 10, eh)

22 luglio 2011

Appunti per un dylanismo contemporaneo

Ricordo di aver letto su “Chronicles, vol. 1”, l'autobiografia del giovane Bob Dylan, di come, una sera, il Vate, seduto in macchina con Robbie Robertson di The Band si sentì porre la seguente domanda: “Dove hai intenzione di portarla?” (o era qualcosa del genere... n.d.a.). Di primo acchitto le ipotesi che lo sventurato Bob dovette prendere in esame erano due: A) la domanda riguardava l'itinerario che i due stavano seguendo in auto (domanda: dove hai intenzione di portarla?, risposta possibile: a Fregene.)
B) la domanda era inerente a qualcosa di recondito nella mente di Robbie Robertson e dunque, l'unica scappatoia era rispondere con un'altra domanda e così fece Bob; Bob guardò Robbie e disse: “Cosa?”. Risposta di Robbie Robertson: “Come cosa? La scena musicale! La musica!”... e il povero Bob cadde in depressione per la milionesima volta.

Una cosa che emerge chiaramente dall'autobiografia di Bob Dylan è il fatto che rispetto alla notorietà e all'importanza che TUTTI gli attribuivano, lui nutriva di sé un'opinione ben più sobria, e di tutto quel casino che si faceva intorno alla sua icona ne avrebbe fatto volentieri a meno.
Adesso, noi potremmo anche malignare sul fatto che è tipica delle grandi star questa distaccata versione di se stessi: umilmente Immortali. E però resta la sensazione che al fondo di Bob Dylan tutta 'sta storia rompesse genuinamente il cazzo.
La manfrina appena conclusasi serve ad introdurre una band su cui l'ombra lunga di Dylan si estende come la luce della luna in una limpida notte nella valle della morte. La band: i Felice Brothers.
Come al solito arrivo tardi e sempre con versioni parziali della realtà, rivedibili in secondo grado e perfino ribaltabili in cassazione. Le mie sentenze si fanno via via più approssimative e più che a questioni di tempo credo le ragioni profonde dell'attenuarsi della mia lapidarietà siano da ascrivere all'anagrafe. Con l'età, cioè, sto perdendo la tendenza alla santificazione e conservo solo una sana intolleranza verso ciò che non potremmo definire in altro modo se non come: MERDA.
Dunque, per chiarire, sto parlando qui di UN SOLO DISCO, che può o meno definire interamente il carattere di una band.
Nel mio caso The Felice Brothers sono per me una piacevole sorpresa, soprattutto se letti con la lente che ho cercato di fornirvi nell'introduzione.

La letteratura, il gossip, la critica musicale e una consistente parte del sentire popolare mondiale hanno sempre preso Bob Dylan molto sul serio. I Dylaniani sono spesso persone pesanti e monocorde che in ossequio ad una ortodossia tutta “Dylaniana” fraintendono grossolanamente il messaggio che da sempre il loro menestrello diletto cerca di comunicare. Non dico tutti ma una buona parte di essi è così.
Ma, per fortuna, mentre ancora si dibatte sulla presunta o meno valenza politica di Mozambique, sulle strade mai abbastanza affollate d'America, gli americani fanno del loro patrimonio culturale il cazzo che gli pare. E, aggiungo di mio pugno: MENO MALE!
Dalla culla del dylanismo fricchettone e spiritualista, da quella stessa Woodstock dove Dylan andò ad abitare per ritrovarsi con gli hippies dentro casa che gli chiedevano “L'illuminazione” mentre lui doveva andare a pisciare (pessima idea Bob n.d.a) ecco che escono fuori The Felice Brothers: una versione possibile di un Dylanismo contemporaneo.

La voce del cantante, Ian Felice, che del nostro Bob ricalca senza vergogna toni, inflessioni, e financo la vena ritmica-strofica, insieme con un sound PENSATO e SENTITO e, ovviamente, costruito su Highway 61 piuttosto che Blood on the tracks, The Felice Brothers suonano DIVERTENDOSI. Il che, lasciatemelo dire, è TUTTO!
Siamo lontani da quella che su un Tom Petty possiamo definire come “influenza fondante”, o su di un Elliot Murphy “Vorrei ma non posso”; siamo lontani dalla ricerca di un novello Dylan (portata avanti da un mercato musicale che, ad un certo punto, per pararsi il culo, prende per morto un'artista ancora vivo e attivo e sforna prodotti variamente buoni o scadenti tutto purché abbiano il marchio “Dylan” impresso addosso...) che produsse figure di buona caratura come Willie Nile, buona caratura sì ma imparagonabile con quella della fonte primaria.
Qui, in casa Felice, Bob Dylan lo si è mangiato a merenda come, a suo tempo, Dylan stesso avrà mangiato, che ne so, Pete Seeger (quello che voleva staccargli la corrente a Newport quando si presentò con le chitarre elettriche, per intenderci).
E dunque, la versione che The Felice Brothers propongono oggi di quel sound è fresca e attuale come lo sono i Fleet Foxes per altre cose.
Ho trovato, nell'album ascoltato – il terzo in ordine d'uscita, omonimo, datato 2008 – una scrittura saggia, intrigante e disinibita. Viene riletta la bibbia elettrica del menestrello di Duluth senza timori reverenziali, con modernità e intelligenza; con accostamenti di vecchio e nuovo – penso al finale della quarta traccia in cui si profilano sonorità che definirò per mio comodo “drones dal sapore folk” – con soluzioni valide a prescindere dal fatto che la band si definisca attraverso l'INFLUENZA per eccellenza di un bianco americano di provincia.
L'ho detto già, lo ripeto: ciò che conforta è che nel suonare sotto l'influenza di Bob Dylan, The Felice Brothers si divertono. Come pure è lampante che si divertano a SCRIVERE sotto detta influenza.
La materia è diventata plasmabile; oggi, finalmente, ho trovato una rilettura dell'ebreo sonante che vada oltre l'adorazione incondizionata e la trasfigurazione; oggi, ho capito che mentre da qualche parte ancora si dibatte su Dylan con l'impostazione che avevano le riunioni di Lotta Continua, da qualche altra parte si ASCOLTA attentamente e, cosa più essenziale, si TRAMANDA.
Il linguaggio Dylaniano, questo immutabile leviatano dai molti tentacoli, sta diventando, nel nostro tempo, un giocattolo come un altro: digerito nelle regole di funzionamento, compreso nelle dinamiche e nelle varianti di gioco, finalmente dilettevole.
Situato nel bel mezzo della loro produzione, “The Felice Brothers” (nome della banda e del disco, in questione) porta con se una buona notizia e tramanda con gusto l'immortale e splendido messaggio del nostro Bob: “Suona e fa’ quello che ti pare”.
Prestategli orecchio.

15 luglio 2011

Fucked Up: David comes to life [Matador - 2011]

Mannaggia ai Green Day e a quando gli è venuto in mente di sturare questo tombino del concept album punk rock. Mo' giustamente figuriamoci se non venivano tutti giù a valanga. Tipo 'sti Fucked up, che sono un gruppo punk rock canadese ambiziosissimo, che ha scritto un concept album su un tizio che per scappare dalla monotonia della sua cittadina di provincia si fa le storie con una rivoluzionaria. Fin qui non c'è niente di sbagliato, ma se vi dico che il disco dura SETTANTOTTO MINUTI ci credo che vi viene la sudarella.
Perché ho capito che la storia va seguita e sviscerata e raccontata per bene, però perdio, ragazzi: diciotto pezzi poco arrangiati (nel senso che un occasionale intervento di chitarre acustiche SMETTE di essere una variazione sorprendente già la seconda volta) e cantati sostanzialmente in screaming fatta eccezione per qualche coretto unisono-indie di quelli che tanto piacciono al popolo degli skinny jeans, ma giusto per fare brodo, cioè onestamente, raga', ma che cazzo pensavate di fare?

Sentenza: 4

4 luglio 2011

The Smithereens: 2011 (eOne - 2011)

Uno dei pochi lati negativi dell'ascoltare SOLO bluesmen morti da un paio di secoli può essere essersi persi gente come gli Smithereens, che stanno in giro da 25 anni almeno e vallo a sape'.
Per rimediare, mi sono ascoltato questo disco loro nuovo che si chiama 2011, ed è uscito nel 2011, e fin qui direi che ci siamo.
Gli Smithereens sono del New Jersey e ci avrei scommesso un pochetto perché sono ruspanti e le influenze si sentono. A differenza di New York, dove tutta la musica del mondo si vede che si percepisca SIMULTANEAMENTE (e poi collassa in gente come i Sonic Youth), il Garden State dev'essere un posto dove non essendoci poi un po' un cazzo da fare, c'è ancora tempo per mettere un disco dopo l'altro e assorbirlo per bene.
ECCO perché gli Smithereens riescono a suonare come i Jam che suonano cover degli Who con Elvis Costello alla voce. E ciò nonostante non sembrare i manichini dell'Upim con il giradischi dentro. Il disco è buono, non ha troppi momenti di adrenalina ma cala solo raramente.
Insomma va bene, va bene: niente per cui strapparsi i capelli ma co' 'sti chiari di luna ditemi voi se già non è qualcosa.

Sentenza: 3,5/5

30 giugno 2011

Mean Jeans: Are you serious? (Dirtnap - 2009), ovvero: Da grande voglio essere qualcun altro.

Allora esattamente come Mark Chapman aveva sparato a John Lennon perché gliel’aveva detto Gesù, o Satana, adesso non ricordo ma dopotutto credo sia uguale, io mi sono procurato il disco dei Mean Jeans perché me l’ha detto Ratboy69. Ora voi potreste chiedermi chi è Ratboy69 ma son sicuro che Google ve lo dirà meglio di me, cosa più o meno valida per qualsiasi cosa tranne – forse – quello che sto per dirvi.
Io sono contento, quasi sempre, di ascoltare musica che si rifà direttamente ai capostipiti, nel senso: dopo aver ascoltato per anni roba derivativa che si rifaceva a una sola città o a una sola etichetta o addirittura a un solo LOCALE, perdio, avere tra le mani un gruppo che pota la fuffa (bella ‘sta frase) e salta a pié pari al centro della questione è rinfrescante, corroborante, e pure incoraggiante: scoprire che nonostante i decenni passati gli eroi della tua infanzia continuano ad essere eroi dell’infanzia di qualcun altro ti fa sentire meno solo, e detto tra noi ti autorizza pure a tirartela perché li hai scoperti prima tu e queste mezze seghe ti possono soltanto che offrire da bere. Ma la polemica dopo. Per una volta.
Insomma ’sti Mean Jeans sono tre manici di scopa di Portland, non ci metterei la mano sul fuoco che siano maggiorenni, ed escono per un’etichetta piccolissima e coraggiosa. Non c’è assolutamente motivo per NON dargli una chance, tanto più che il disco dura 25 minuti e io se c’è una cosa che premio a prescindere è il dono della sintesi, tanto più da quando sono diventato vecchio e impaziente (in opposizione a quando ero giovane e impaziente, ma lasciamo perdere).
I Mean Jeans, detto questo, se chiudete gli occhi – o se state camminando sotto il sole giaguaro delle quattro di pomeriggio di un fine giugno qualsiasi che non è qualsiasi ma QUESTO, che già ci stanno dicendo sarà il fine giugno dell’estate più calda da parecchio – ve li vedete, tutti e tre, con le magliette attillatissime (il batterista no, il batterista non ce l’ha, la maglietta) a suonare dentro un club scuro scuro, pieno di gente con i giacchetti di pelle e le Converse, e rigorosamente senza palco (e fin qui va bene), e magicamente sarà la musica sarà il caldo bestia sarà l’asfalto che evapora e chissà che visioni provoca, il locale si trasforma nel CBGB, è il 1976 e i tre manici di scopa in realtà sono quattro e noi sappiamo benissimo tutti i loro nomi, e anche il loro cognome che poi è la cosa più importante.
Insomma che i Mean Jeans non solo si ispirino, non solo paghino tributo ma vogliano senza troppe chiacchiere ESSERE i Ramones è chiaro come il sole di questo fine giugno tanto che proprio come questo sole di fine giugno non si può guardare.

Cosa voglio dire con questo:
Mi stanno simpatici e suscitano tenerezza i gruppi che coronano senza timore i loro anni di studio, soprattutto in ambito punk rock, ma il punk rock è un campo minato, la sua inclinazione alla semplicità, unita al suo calendario pieno zeppo di santi e semidei da venerare è cosa da prendere con la massima delicatezza.
Già perché se ascoltando i Mean Jeans mi viene voglia di ascoltare i Ramones è un conto, ma se ascoltando i Mean Jeans mi rendo conto che TANTO VALE ascoltare i Ramones, allora abbiamo un problema. Che poi per carità, io pure sto ancora rosicando che sia morto Joey e che Marky vada in giro con un suo manichino a fare tournée patetiche come un parrucchino, e a ben pensarci rosico che i Ramones non abbiano saputo quando tirare giù la saracinesca e che non abbiano saputo gestire tutta la seconda metà degli anni 80, io rosico per un botto di cose e anche io vorrei tanto svegliarmi una mattina e sapere che oggi esce Leave Home ma non è così: ma con questa cosa tocca farci PACE, non i DISCHI.
Quindi in definitiva io personalmente non sono sicuro che i Mean Jeans abbiano fatto un buon lavoro, nel senso: Are you serious è cariiiiiiino cariiiiiino, ve la farà prendere a bene e per l’estate è una mano santa ma se esce un'altra cosa loro io penserò Ah da paura i Mean Jeans me li ricordo no non me li ricordo, no, me li ricordo benissimo ma non erano loro: erano i Ramones.
Ecco perché i Mean Jeans mi hanno divertito tanto e ve li consiglierei pure.
Ascoltateveli, ascoltateveli voi, così almeno qualcuno se li ascolta, perché io, veramente: non credo che mai più.

Sentenza: 2/5

28 giugno 2011

La morte, la vita e l'assolo di Jungleland

La vita è un mozzico, Big Man, lo diceva sempre l'amico mio, diceva: “La vita è un mozzico”. Nel mio dialetto significa più o meno che tanto vale godersi quel che viene senza tenersi ceci in bocca, senza censurare i propri istinti, bassi o elevati che siano, e senza amareggiarsi troppo quando le cose non vanno: la vita è un mozzico, Big Man.
Così mentre tu un paio di sabati fa, ti facevi venire un ictus e te ne andavi trasportato da una brass band di angeli tutti neri di pelle e bianchi di veste, io venivo travolto da un lutto personale, familiare, di quelli che resti impietrito per mesi con la paranoia che possa succedere QUALUNQUE cosa a CHIUNQUE sia solo minimamente legato a te.
Così, mentre lo tsunami emotivo mi travolgeva venivo a conoscenza della tua dipartita e, francamente – spero non te abbia a male – là per là ho pensato: “È morto PURE Clarence Clemons... vabbè, ’sti cazzi”.
I dispiaceri personali incidono la nostra scorza più degli eventi storici: vediamo di capirci Big Man.
Alla persona che ho perduto si è spezzato il cuore, letteralmente. Nella vita non ha goduto di uno solo degli agi e della gloria nei quali invece hai meritatamente sguazzato tu grazie ai tuoi talenti: dovrei essere dispiaciuto per te?

Non fraintendermi, lo so che la tua scomparsa si misura su una scala di valori differente. So riconoscere con facilità l'importanza del tuo contributo alla storia del rock’n’roll – lo so che col tuo stile hai definito uno standard impensabile. Il linguaggio del sax, nel rock, ha fatto storcere la bocca a tanti, dal derisorio purista jazzofilo al rockettaro tutto ortodossia e chitarroni ma tu sei riuscito a rendere credibile e gagliardo un vocabolario che nella maggior parte dei casi (Sonics esclusi) smosciava la pompa selvaggia del combo rockarolla o, peggio, imbarocchiva a dismisura lo spartano frasario che il genere richiede. Lo so che sei stato un grande.
E devo anche constatare che, in culo ai fichetti mezze seghe che non hanno mai compreso il tuo “Roboante artigianato” sei comunque riuscito ad infilarti nel gotha dei sassofonisti no-jazz insieme a, che ne so, James Chance (infinitamente più geniale di te, ammettilo...) che invece LORO apprezzano assai. Bel dispetto Big Man, bella mossa.
Che lo si voglia o no sei nella storia e il fatto di non essere mai stato un genio ma semplicemente un bravo suonatore con un gran cuore e un orecchio attento alle direttive del tuo Boss ti rende, agli occhi miei, anche più simpatico.

Dell'importanza della tua figura nell'estetica della E Street Band e del tuo essenziale apporto al sound di una delle migliori e più celebrate band di tutti i tempi penso abbiano scritto e scriveranno abbastanza altri, meglio informati e fomentati di me al momento.
Quanto a me, invece, ti giunga il sentito ringraziamento per aver composto la colonna sonora dei miei romantici sogni di giovane uomo, sull'assolo di Jungleland, prima del epilogo esistenzialista di questa saga urbana in 4 tempi, quando in quella lunga nota d'attacco precipitavo in uno squarcio dello spazio-tempo e danzavo con la mia bella (che spesso era immaginaria) in un'improbabile notte stellata di New York City.
In quel mozzico che è la MIA vita, ci sei stato e ci sarai anche te.

25 giugno 2011

Dr. Dog: Easy beat [Park the van, 2005]

Ci sono due possibili recensioni di questo disco. Sono entrambe pessime.
Ad ogni modo: questa è una.

Ah i Dr. Dog dov'è che ne avevo sentito parlare non mi ricordo mettiamoli su vediamo ah ecco c'è dell'americana e poi ci stanno i kinks e tutto è condito di una certa bislacca angolosità alla pavement e poi c'è il post-rock e il kraut-rock tante tantissime cose loro si vede che sono intellettuali che prendono tutto poco sul serio anche se stessi talmente poco sul serio che poi fanno il giro e prendono un sacco sul serio il loro non prendersi sul serio e poi c'è bowie e tutto suona come se fosse registrato con un Nagra dell'OSS e le canzoni serpeggiano e deviano come fiumiciattoli ma non vanno da nessuna parte sono degli sketch di ispirazione che però non si incollano una all'altra c'è tutto un filone di indie rock che va avanti così si vedere che la forma canzone gli sta sul cazzo ma a me non mi sta sul cazzo e a me questi mi sembrano dei tizi che non si capiva bene cosa volevano fare e nel frattempo hanno fatto tutto e dev'essere per questo che m'è venuta un'improvvisa voglia di ascoltarmi i Meters.

Questa è un'altra:
Madonna che palle ma quando finisce sto disco oddio sto ancora a metà non ci posso credere mamma mia che palle che palle chppll non è possibile ma come mi è venuto in mente ma perché pitchfork non si fa i cazzi suoi ma perché mi fido ma perché ma perché non ascolto solo i Meters?

20 giugno 2011

Tedeschi Trucks Band: Revelator (Columbia Legacy - 2011)

Derek io ti voglio bene e pure tanto, Derek tu sei una delle poche persone per cui metterei in dubbio alcune certezze sessuali mie che mo' non ti sto a dire. Ti stimo e non perdo una cosa di quello che fai. Roadsongs non era un granché ma non ti sono stato a cacare il cazzo, però adesso due o tre cose te le devo dire.
Sta bene che tua moglie è una bella fiòla e je vòi tantobbène e c'ha pure una bella voce però guarda che solo con l'amore non ce li alzi 61 minuti di disco, nel senso: teoricamente è un bel disco, c'è il soul, c'è il blues - tanto - c'è l'r&b e c'è pure un bel po' di sudore NOLAno, e ci sono dei pezzi anche carini che io insomma al volante di una macchina su un'autostrada mi ci sono anche immaginato e mentre spolveravo ho pensato Questa canzone (che poi è Midnight in Harlem, se non ricordo male) starebbe bene in una playlist da viaggio notturno se mai ne avessi una ma prima o poi ce l'avrò. Però ecco, ci sono dei momenti che l'occhietto sul timer della traccia un paio di volte m'è cascato e mi sono chiesto se per qualche motivo stessi viaggiando indietro nel tempo. Quindi meno cose, Derek, che io ho capito che essere cresciuti con gli Allman Brothers, per te la stringatezza questa sconosciuta, però ecco, meno cose uguale, che alcuni pezzi m'hanno fatto l'effetto del petto di pollo appena tolto dal frigo e senza manco un filo di maionese.
E poi un'altra cosa, Derek, tua moglie abbiamo detto sì bella brava bella voce interpreta bene siamo d'accordo, ma come solista non è mai stata 'sto che, e non mi venire a dire Però è brava per essere una donna, perché non attacca. Quindi fai una cosa buona, Derek: fai il maschio di casa e IMPEDISCI a tua moglie di fare gli assoli, tanto basti tu. È semplice, vai da tua moglie e le fai Susan, se fai un assolo ti spezzo le dita. Credimi, funziona. Così poi magari che ne sai, funziona anche il disco prossimo.
Ah, e già che ci siamo, cacci 'sto cantante de mmerda che te ritrovi che è l'unico nero al mondo che fa l'imitazione di Joe Cocker? Sii bono, su.

Sentenza: 3/5

2 giugno 2011

Broken Social Scene: Bee hives (Arts & Crafts, 2004)

Sarà che me la vado pure a cercare ad ascoltare un disco di B-sides dei Broken Social Scene i cui A-sides già non brillano in quanto ad amichevolezza, però metti che un giorno tra un tot di anni in un domani post-atomico qualcuno dovesse trovare questo disco tra i rifiuti tra le macerie, io lo faccio per i posteri di ascoltare tutto e allora questo è un messaggio per i nostri discendenti, un memento scagliato dritto nel futuro:
A regà, lasciate perdere questo disco, dura cinquanta minuti scarsi e non succede NIENTE, o peggio: a un certo punto PARE che stia succedendo qualcosa perché in mezzo a questa specie di silenzio molliccio che fa da brodo di cottura a tutto il disco, parte un accenno un microtema un abbozzo di canzone qualcosa e voi penserete Beh meno male, e invece NIENTE, non succede NIENTE e se succede qualcosa poi lo RIPETONO finché non dite Aò. Lasciate perdere, posteri. Piuttosto, continuate a scavare nelle macerie che magari trovate un cofanetto di Sanford & Sons.
Verdetto: ** (ma solo per Lover's spit che ci voleva Feist per fargliene imbroccare una, a 'sti pallosi)

23 maggio 2011

Connan Mockasin: Please turn me into the snat (Phantasy Sound, 2010)

In permesso dalla clinica psichiatrica, i Radiohead fanno una festa sotto un lago con David Bowie e a un certo punto saltano fuori una valigia piena di pillole e un Harmonizer settato sul detune. Voi volete sentire questa musica, voi dovete sentire questa musica nonostante sia OVVIO che non è per tutti.

Sentenza: ****

19 aprile 2011

fidarsi è bene, non fidarsi è meglio ma in questo caso fidarsi, fidatevi.

Cuoco, Cuoco, io lo so che non ti sfugge niente e che probabilmente segnalandoti questa chicca ti sto parlando dell'acqua calda ma tu devi, tu devi, tu devi ascoltare Anna Calvi.
Io la prima volta che mi hanno detto Ah Anna Calvi mi sono pure mezzo stranito ma questo è un altro discorso che poi ti farò con una grappa in mano, io la prima volta che mi hanno detto Ah Anna Calvi mi hanno detto E' una che l'ha scoperta Nick Cave è una cantantessa mica male tiè ascolta e il pezzo che mi hanno fatto ascoltare è un singolo che si chiama Desire che io la prima volta che l'ho ascoltato la prima volta che mi hanno detto Ah Anna Calvi ho pensato Ah allora vedi che il collegamento tra l'indie rock e Springsteen non è una cosa che avevano capito solo gli Arcade Fire? E' possibile mettere d'accordo il folk erudito e quello di strada, tra il New Jersey ormai epico e il Canada che dopo gli anni 90 c'ha pure ragione ad averci la puzza sotto il naso.
Ma andiamo con ordine: Ah Anna Calvi, non si capisce quanti anni ha ma di sicuro meno di 30 e se ce la vogliamo azzardare è addirittura possibile che ne abbia meno di 25, insomma lei è inglese e non si direbbe anche se sì, e il suo lancio - lo leggi ovunque - è che Brian Eno ha detto che è la mejo cosa dopo Patti Smith. Oh, Brian Eno, non Vincenzo Mollica: Brian Eno il principe dell'understatement, uno che una cosa del genere probabilmente non la direbbe nemmeno a Patti Smith.
Dice che suo padre stava in fissa coi dischi e perdio se questa cosa si sente. Già, caro cuoco, perché alla signorina Calvi si sente che non solo i riferimenti non mancano, ma li ha interiorizzati in maniera talmente radicale che non può aprire bocca o muovere le mani senza farli schizzare come scintille. Ma andiamo - di nuovo - con ordine.
Insomma mi dicono Ah Anna Calvi andiamo a sentircela al Circolo degli Artisti e io Va bene, che dopotutto ero in una delle migliori settimane della mia vita e avrei detto Sì anche agli Inti Illimani alla basilica di Massenzio (non è vero e lo sai, ma è per farti capire) e quello che vedo è una minuscola bionda boccoluta con una tele sunburst già mezza magnata che quasi la nasconde (essendo appunto minuscola, già detto). Insieme a lei una pischella che a giudicare dall'impalcatura dietro la quale si va a posizionare suona tutti gli strumenti e le loro nonne, e un batterista. Ma attenzione: non uno di questi emaciati mingherlini; uno con due spalle così, con i MUSCOLI che infatti quando suona il colpo è secco, non occorre lavorare troppo di expander e io che ho avuto la fortuna di stare per un pezzettino dietro il fonico vedevo questi VU che saltavano come cocainomani, una bellezza, una bellezza, non me l'aspettavo. E tra l'altro questa cosa è un bene, dato che come bene sai, al Circolo ti tocca suonare per forza più forte del locale altrimenti la sua rinomata acustica di merda ti castiga. E qui succede il miracolo.
Quando questa gnappetta bionda coi pantaloni a vita alta che pare una Marlene torera inizia a cantare, si spegne la luce, anzi: la luce s'è già spenta perché prima di cantare ha iniziato a suonare e io non ho mai sentito una donna suonare così bene l'elettrica. Nel senso, avere questa sintesi tra tocco, suono (hai presente quella zona dorata in cui se spingi un po' più sulle corde l'ampli inizia a frignare, hai presente) e scioltezza: la regazzetta si permette pure degli svolazzi niente male che più di una volta m'è toccato di dire Woah. Lo stesso approccio, cuoco, lei ce l'ha anche vocalmente: tutto, tutto, viene guidato sulla sottilissima linea che separa la quiete dal fragore, e la musica è dinamica, dinamicissima, oltre che, e questa è la cosa notevolissima, scritta da paura.

Le canzoni di Anna Calvi sono una prova di cultura singolarissima. Lei si sente proprio che deve aver passato tutta la sua adolescenza ad ascoltare dischi con attenzione religiosa (il che mi fa strano perché è pure una discreta sventola, vuol dire che c'è giustizia a questo mondo) perché non solo la scrittura è articolatissima e coraggiosa, in grado di ridere e piangere, di colpire e di accarezzare, ma è nei dettagli che nasconde le grazie migliori. A differenza dei e delle indie rockers contemporanee, il suo approccio è tutt'altro che minimale: dal suono alle progressioni spesso mira al sontuoso, al prezioso (benché per fortuna mai al preziosismo), e aggiunge senza mai nemmeno avvicinarsi ad essere stucchevole.
Insomma un incrocio tra Buckley figlio, Patti, il miglior indie folk odierno (leggi Arcade Fire, appunto) e un continuo incrociare rotte percorse e intrecciare discorsi già presi: la severità wave, la forza d'urto di uno stadium rock innico (il prossimo che dice anthemico gli taglio i pollici), e il baroque pop più caloroso e avvolgente. Il tutto con dentro una tele suonata benissimo e riverbero-a-mollata al punto da strizzare un occhio al surf So-Cal e uno a Ribot nel deserto; colori e strati di suono e una batteria che pare prodotta da Steve Albini, ma non lo è perché per fortuna è più tiepida.
E questo solo il suono, perché la sua voce, impietosa, approfondisce e scava: sia dentro il tuo petto che dentro decenni di musica buona: Patti, la Callas, Yma (in basso), Jeff e Ian pure, più tanta chanson noir. Mai punk, eh, zero punk: limpida e diaframmatica come poche ne ho sentite: però che botte, perdio.
Io, cuoco, quando sono uscito dal Circolo ho pensato Oh Anna Calvi, e questo è quello che dico da allora, dato che tra l'altro è la cosa migliore che ho sentito da un bel po' di tempo a questa parte, che di cose ne sto sentendo a nastro che sembra che non ho mai tempo e invece il disco suo l'ho già sentito tre volte in una settimana
Cioè, quando mai.

30 marzo 2011

Dakota Suite: The end of trying (Karaoke Kalk, 2009)

Tristi e intensi come poche altre cose al mondo, i Dakota Suite sono un trio chamber ambient postrock (ammesso che significhi qualcosa) ampiamente debitori dell'approccio elettro-orchestrale di gente come Rachel's (di cui ricordano lo struggimento) e della levità ambient di gente come Harold Budd (di cui ricordano la scrittura). The end of trying è un disco che vi strappa il cuore dal petto, tenetelo a mente, ma almeno oltre al cuore tira fuori il poeta che è in voi. Avercene, insomma.
5/5