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13 febbraio 2012

Una nota da diario

Per evitare che pensiate che mi mobilito solo per eventi riguardanti Springsteen e affini torno sul blog per parlare d’altro.
Tra l'altro, il nuovo album di Springsteen s’appresta, il singolo non mi è piaciuto e prima di venire colto dall’ennesimo travaso di bile per lo svuotamento che ha subìto la sua scrittura nell’ultimo decennio ho preferito tornare a scrivere per moventi diversi.
In questi giorni - dopo più di un anno di garage - la mia collezione di dischi è finalmente rientrata a casa nella sua totalità.
Immaginate di aver dovuto passare un periodo consistente di tempo lontano dalla vostra collezione; immaginate di aver avuto solo il computer e un lettore mp3 come enti eroganti musica per circa un anno e mezzo/due. E, infine, immaginate di tornare finalmente alle vostre cose, ai vostri dischi e di trovare la situazione cambiata. La storia che quelle pile e pile di dischi raccontano di voi, il valore, il significato di ogni singolo pezzo sono diventati un’altra cosa.
Più di quanto incida sul vostro mutevole gusto il normale scorrere del tempo, la “vacanza” forzata appena conclusasi – portatrice anch’essa di nuovi stimoli e visioni – decide dello status quo del momento attuale. La “vacanza”, come distanza - distanza evidentemente emotiva oltre che fisica – ha modificato il vostro punto di osservazione e, con esso, la vostra visione. Rimirate i titoli uno dopo l’altro; magari vi scappa un sorriso per aver ritrovato un vecchio amico, cioè un disco cui siete legati o magari vi chiedete, vedendone un altro: “e tu che cazzo ci fai qui?”.
Ora, voi potete pure imputarmi di scoprire l’acqua calda ma vi giuro che costruire un’epica di se stessi è un lavoraccio e la musica può aiutare molto da questo punto di vista: insomma non è un’esperienza piana e di ordinaria leggibilità ritrovarsi a quasi 40 anni con dischi che oggi, suscitando dubbi su se stessi, suscitano, transitivamente, dubbi su VOI stessi.
Non è tutto.

Ravviso, da un po’ di tempo, una cortocircuitazione emotiva rispetto all’esperienza dell’ascolto e mi faccio domande: il fatto che non mi ingrifo più come un dì all’ascolto di un album è imputabile ad una vita in cui la lotta tra squali e dinosauri piuttosto che il destino di Capitan Uncino hanno preso il sopravvento sul godimento della scritttura di Holland & Dozier o degli arrangiamenti di Timber Timbre oppure è che stiamo storicamente attraversando un periodo di riflusso delle urgenze?
Consumando come è mio uso la stampa musicale, mi ritrovo orfano di quell’entusiasmo che trasuda dalle recensioni e che invece non trasuda più da ME. A fronte di segnalazioni di dischi di pregio la mia risposta emotiva è sovente disillusa; sempre più di rado leggo dietro il pregio delle forme quella SOSTANZA che muove le umane cose, le umane genti e sovrintende all’accoppiamento alla copula e ai grandi mutamenti della civiltà.
Scorrono allora dinanzi a me i titoli degli album in cui anche per una sola settimana mi sono riconosciuto: dischi che ho deciso di esibire sui miei scaffali perchè una collezione di dischi è anche questo, esibizione, pisellometria.
Scorrono quelli che ho deciso di serbare dentro un hard disk in attesa di acquisto o masterizzazione.
Scorrono un po’ troppo, scorrono in troppi.
I primi a causa del cortocircuito storico, del tempo che passa, dell’acqua passata che non macina più. I secondi a causa del cortocircuito del presente, dell’indifferenza dell’orecchio dell’ascoltatore. La vita che cambia e ti cambia? Il sovraccarico d’informazione? L’inizio dello spegnimento? Eccesso di consapevolezza della serie “beati i poveri di spirito”? Voglio credere di no. E non per credere ancora un po’ nella mia transitoria esistenza o nel suo significato ma per credere ancora nella musica e nel suo secolare contributo.

Richard Middleton nel suo Studiare la popular music fa riferimento ai meccanismi (industriali, mediatici, socio-politici) che sussumono il disagio giovanile per metterlo a sistema nonché a bilancio. Riletta così la storia dell rock’n’roll diventa una storia di venduti talmente strafatti da non accorgersi nemmeno di esserlo e di venduti talmente contenti da non preoccuparsene affatto. E dunque quello che ci è arrivato è solo quello che è stato permesso arrivasse alle nostre orecchie, cuori, anime, lombi.
Non solo: sembra che nel confezionare un suono che fosse “Spirito del tempo”, considerando la variabile “Tempo” come soggetta alle compressioni più efferate e dunque inducendo a repentini cambiamenti di indirizzo la massa ascoltante, possiamo ritenere possibile che a forza di confezionare ci si sia fatti prendere la mano proprio dalla confezione.
Lo dissero i Clash, dopotutto:” You think it’s funny turning rebellion into money?”. A onor del vero a loro successe esattamente questo ma, comunque... it ain’t funny.

Facciamo qualche esempio
Liz Green è una scoperta recente, il suo disco O’ devotion (2012) si presenta nelle dismesse vesti di un impianto pre-war, con la strumentazione ridotta ad una chitarra pizzicata sempre più o meno allo stesso modo e una sezione di ottoni che entra sempre più o meno allo stesso modo a commento o sostegno delle composizioni. La dinamica tra gli strumenti in gioco diventa nota al quarto pezzo e le sorprese finiscono. Il disco è ritenuto buono, le recensioni ne dicono bene e in effetti possiede tutti i clichè di un disco buono.
Chain & the Gang sono in giro penso da un po’ più di tempo, hanno adottato un’attitudine garage con sporcature black (potremmo definirla un formula detroit style degli anni zero), si pregiano di un cantato ubriaco alternato ad uno spoken abbastanza stonato e personale da non indugiare in tardi “Loureedismi” deprecabili per definizione. Formalmente si presentano al meglio per scelta dei suoni ed informalità superficiale. Roba da giacchetto di pelle nera con maglietta bianca sotto al concerto.
Pete Molinari lo diremmo uno che tramanda, uno che ha scelto le vie della tradizione. L’impianto della sua musica è diurno senza romperti necessariamente il cazzo col fatto che il sole splende in cielo. Può essere giorno fatto ok, ma il cielo può essere velato, il vento può darti noia, e la mamma può essere lontana. Chitarre pulite, “cristalline” direbbero quelli del Buscadero, scrittura lucida e di basso profilo, una versione meno timida ma anche meno complessa e affascinante di M. Ward. Buonino.
Ognuno dei prodotti summenzionati è fatto ad arte ma sembra pensato per giocarsi tutto al primo, secondo ascolto. Messi alla prova sulla lunga distanza sono solo intrattenimento ben confezionato ma sul mio scaffale forse non ce li metterò. E come loro tanti altri, di oggi e di ieri.
Questo scisma tra musica e autobiografia si nutre male per scarsità di sostanza ed io languisco. Utilizzare ad arte inflessioni stilistiche, citazioni eleganti, scenari rassicuranti in cui potersi accomodare senza il benchè minimo sussulto non mi restituirà l’anima che la musica anni fa mi ha rubato. Non è poi difficile parlare con la panza e nessuno ti rimprovera se non sei riuscito a scrivere Darkness on the edge of town, il punto è che CI DEVI ALMENO PROVARE!
Perché tutto sembra rinviare ad un melange di epoche passate nella musica che incontro oggi ma niente mi aiuta a vivere in questa. E allora eccolo, l’intrattenimento. Intrattenuti in attesa del prossimo momento storico. Giungeremo sguarniti per carenza di sostanza del momento storico precedente?
No, voglio ripropormi il bisogno di ritrovare urgenze autentiche, voglio esigere da chi fa musica che si giochi qualcosina in più delle lezioncine sui propri ascolti e su come li ha assorbiti bene.
Voglio che ci provi, che ci stia dentro. Ed io voglio rituffarmi in quel magnifico gioco che è “Pizzicare l’impostore” incontrando le mille difficoltà di chi ha di fronte un’impostura ben pensata e giubilando di fronte a qualcosa di VERO.
E voglio riconquistare il mio diritto ad illudermi perchè ultimamente la musica mi sembra venga fatta solo per farmi viaggiare comodamente sbracato su un divano davanti a due casse.

Mi passa per le mani Dog in the sand di Frank Black & the catholics, quel disco l’ho adorato e ora non mi fa più niente; Gentleman Blues dei Cracker con cui ho elaborato una separazione: ne vedo tutti i difetti; Elvis Costello, Delivery man, cui ho nobilitato la masterizzazione contraffacendone copertina e custodia e facendolo sembrare un disco originale è finito in una bustina trasparente di plastica recando con sé la copertina scannerizzata a memoria imperitura di quando bastava AVERLI i dischi per essere felici, anche se non erano originali.
Ripercorro la mia storia e mi sorprendo commosso stringendo tra le mani Smoking in the fields dei Del Fuegos (per fortuna su vinile) e tornando a quante salvate mi ha fornito questo bolso album di rock FM da strada con una bar-band prodotta come se dovesse suonare a San Siro.
Sono anch’essi, senza dubbio, contributi a quello scenario dipinto ad arte dall’industria dell’intrattenimento: oggi languiscono nelle loro carenze ma a suo tempo sono serviti a qualcosa.
Sono la mia storia, le mie glorie e vittorie, i miei sbagli.In attesa di collezionarne di ulteriori, rimiro questi qua.

La prossima volta parleremo invece di chi aggira tutte le mie pastoie esistenziali facendo le cose e basta e facendole come si deve.
Ma questa è un’altra storia.

6 giugno 2007

cosa sono i milioni quando in cambio ti danno le scarpe

Perciò salta fuori che nella sventura (anche se non è stato del tutto così) il Cuoco è stato fortunato. La sventura si intende: avere il computer sfondato, l’accesso a internet limitato, e la musica dentro bloccata.
Un paio di giorni fare ho dovuto deframmentare l’hard disk dove metto i miei mp3 (per le forze dell’ordine: non vi allarmate, sono tutti tratti da copie originali che custodisco gelosamente in una botola segreta di casa mia), e dato che dei suoi 70 Gigabyte avevo risparmiato solo il 2%, ho dovuto fare spazio, altrimenti la deframmentazione non avrebbe potuto svolgersi correttamente (il che a rigor di logica potrebbe non essere la solita stronzata che mi dice Windows, dato che effettivamente lo spazio fisico dove mettere la roba serve), e di conseguenza avrei poi provveduto io a frammentare il mio computer, magari con una pesante sedia o con altri oggetti contundenti (ho iniziato a un certo punto a guardare con la brama negli occhi la Tartaruga Ninja che troneggia accanto al monitor). Insomma, la morale della favola è che ho dovuto liberare circa 8 giga di mp3, e vi assicuro che non è stato facile.

Già perché una delle più grandi piaghe dell’era dell’informazione e di internet veloce è proprio il motivo per cui internet veloce è nato, cioè avere a disposizione il MAGGIOR NUMERO di dati nel MINOR TEMPO possibile.
Quando avevo il 56k a casa dei miei genitori, avevo WinMX. Il primo pezzo che scaricai fu Staralfur, dei Sigur Ros. Lo scaricai perché non ne potevo più di sentir parlare bene di questi Sigur Ros e io ero ansioso di unirmi al coro o di distaccarmene (uno dei miei sport preferiti tra l’altro). Se avete familiarità con questo brano (e se non ce l’avete non continuate a leggere questo post: piuttosto, andate a guardarvi le sise sul sito del Corriere) ricorderete che è piuttosto lungo, almeno rispetto alla media delle canzoni pop. Il risultato è che ci misi circa una settimana per tirarlo giù da internet (per le forze dell’ordine: era uno sfizio, avevo naturalmente il disco originale), e quando fu finalmente completo godetti come un maiale selvatico – non solo per la qualità del brano, che è eccelsa, ma anche per la portata dell’impresa, a quei tempi per me inedita e titanica.
Ma è arrivato il momento del disclaimer.

Questo non è un post revivalista. Sono d’accordo con Frank Zappa per cui “il mondo non dovrà necessariamente finire con una catastrofe. Ci sono altre possibilità, come la burocrazia, o il revival”.
Ieri preparavo la peggiore carbonara della storia e ascoltavo due tizi su Radio 105 (cucinare è l’unico modo possibile per ascoltare la radio, ma ne parliamo un’altra volta) che intessevano le lodi del Commodore 64 e del suo fascino e delle quantità di tempo oceaniche che servivano a caricare un gioco con la cassettina (gioco che spesso e volentieri NON si caricava sprecando un pomeriggio intero).
Allora ve lo spiego con calma. Ok, vorremmo tutti tornare bambini, vorremmo tutti ritrovare l’età dell’innocenza (o l’innocenza stessa), siamo tutti affascinati dai ricordi e dal passato MA il Commodore 64 faceva cagare perché era un cassonetto color nocciola a cui era perfettamente IMPOSSIBILE impartire dei comandi e di conseguenza era INUTILE al divertimento che prometteva. Certo, ha insegnato lo stoicismo e mostrato la dura faccia della vita a molti di noi quando ancora eravamo illusi e nani, ma fondamentalmente parlando era veramente una merda. L’Amiga 500, ecco: quello spaccava il culo. Inserivi il dischetto e funzionava. Il Commodore 64 no. Mettevi la cassetta e non funzionava: roba da chiedere indietro i soldi.
DI CONSEGUENZA: il 56k era una merda – per lo stesso motivo – e l’ADSL è bello, perché serve allo scopo per cui è stato inventato. Non ho nessuna intenzione di piangere di nostalgia sui modem a forma di cornetta, non ho nessuna intenzione di piangere sui dischetti morbidi, non ho nessuna intenzione di glorificare cose che facevano oggettivamente rate solo perché si situano nella mia infanzia-protoadolescenza.

Detto questo, di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando del fatto che la possibilità di accesso che internet permette è un assedio, una spinta costante dall’esterno. Ci sono milioni di motivi per cui procurarsi (per le forze dell’ordine: procurarsi e non scaricarsi, eh? Io sto attento al linguaggio) un disco, e qui torna in ballo il santo e santo e santo Calvino. Se avete presente Se una notte d’inverno un viaggiatore (se non ce l’avete presente vale sempre l’invito di cui sopra) sapete che ci sono tanti tanti motivi per cui un lettore legge un libro. L’ascoltatore non fa affatto differenza, ma al contrario: è persino aiutato dal fatto che ascoltare un disco è meno impegnativo, richiede meno tempo – e spesso anche meno impegno intellettivo – che leggere un libro. Di conseguenza, l’ascoltatore (ma attenzione: non quello casuale, ma quello cosciente, l’ascoltatore che fa dell’ascoltare praticamente un lavoro a tempo pieno) tende ad essere ossessivo-compulsivo, e ad essere animato da un certo delirio di onnipotenza, per cui Bisogna ascoltare TUTTO. Bene. Grazie Calvino, ancora una volta.
Io sono ossessivo-compulsivo, lo ammetto, ma c’è da ammettere anche che sono in buona compagnia. E di conseguenza sposo su tutta la linea la serie di motivi che spingono qualcuno (me) a procurarsi un disco. Ci sono i dischi che non puoi non aver ascoltato, ci sono i dischi di cui hai sentito parlare, ci sono i dischi di cui hai letto e sei curioso, ci sono i dischi che ti piovono semplicemente addosso, i dischi che ti consiglia un amico che a dritta o a storta qualcosa che tu non hai ce l’ha, ci sono i dischi che ti sono sempre piaciuti, ci sono i dischi in cui suona qualcuno che suonava in un disco che ti piaceva (perché poi bisogna anche dire che questi stronzi musicisti non è che si stanno mai con le mani in mano, no: loro migrano, sciamano, e noi dobbiamo seguirli, cazzo, altrimenti che ascoltatori siamo?), ci sono i dischi che hanno fatto la storia, ci sono i dischi che spaccano, i dischi importanti, i dischi seminali, i dischi di quell’etichetta che finora non ne ha sbagliata una, i dischi di cui adesso stanno parlando tutti, i dischi che la stampa sostiene che, e poi ci sono i dischi che piacciono alla tua pischella e vuoi capire perché, i dischi che ascoltavi quando eri pischello e i dischi – perché no? – che ascoltava TUO PADRE quando era pischello (se era di buoni gusti, altrimenti cazzi amari).
Sono centinaia, sono migliaia, di dischi. E non va trascurato che ognuno di questi dischi è stato influenzato, provocato, generato da altri dischi, fino a racchiudere in un enorme rete la discografia totale globale. E attenzione: sto tralasciando un milione di categorie, almeno (tipo i dischi dei gruppi che girano nella tua scena, i dischi dei gruppi che vogliono suonare con te, e poi i dischi che ascolta il tuo vicino su last.fm. (E ancora, questa gente fonda etichette, collabora, pubblica compilation o selezioni che VANNO ascoltate, c’è da diventare scemi, credetemi).
Internet permette questo accesso, che è potenzialmente infinito e continuamente rinnovabile. Puoi prendere tutto quello che vuoi, ascoltarlo, soppesarlo, giudicarlo e inserirlo in una griglia qualsiasi – secondo il momento storico, il filone, il genere, il gusto e così via. Noi siamo IMPOTENTI davanti a quest’assedio, tant’è che la banda è sempre occupata e lo spazio non basta mai e le bestemmie volano come schegge. Noi ci documentiamo, noi vogliamo sapere, noi vogliamo aver ascoltato, valutato, appreso. Curioso che questa fame non si plachi mai, curioso che vada di pari passo e si amplifichi con il sempre crescente mercato e la sempre più vasta proposta discografica (mai visti tanti gruppi SCONOSCIUTI nelle collezioni della gente prima di Myspace, e mai visti tanti gruppi fare un disco solo e poi levarsi dal cazzo, com’era del resto programmato).
Curioso, almeno quanto è curioso sentirsi dire dopo tutto questo Aoh, ma non ti piace proprio un cazzo, quando si ascolta RadioRock in macchina con qualche amico/a, ma questo è un altro discorso.

Ma cosa succede, allora, quando invece di incamerare materiale occorre liberarsene? Cosa succede quando il tuo pc si è trasformato in un catorcio e non hai UN file UNO integro nel disco rigido? Tocca cancellare.
Ho pianto per ognuno dei dischi che ho eliminato dalla mia collezione di iTunes. Perfino quelli degli emofroci a cui volevo dare una seconda (o terza o quarta: sono magnanimo) possibilità, perfino quelli di gruppi metalcore talmente derivativi che possono essere apprezzati solo se commercializzati come outtakes di Slaughter of the soul, perfino quelli di questi nuovi gruppi stronzi con i nomi da festa che hanno più righe nell’armadio che capelli in testa – a proposito, appena possibile facciamo due chiacchiere anche sui death from above 1979 –, perfino quelli di questi matti giapponesi che fanno musica distorcendo i suoni dei giocattoli fino a farli diventare rantoli del pianeta che va a puttane (e su questo non ci piove). Ho cancellato i dischi che so che non avrei ascoltato mai, i dischi che proprio non facevano per me (ho scoperto di avere ben quattro dischi di Elton John in playlist, e adesso SO cosa significa essere inaffidabili a se stessi), i dischi che tanto mi basta allungare una mano e infilarli nel lettore e vaffanculo. È stato difficile ma ce l’ho fatta.

E curiosamente, ho scoperto che lavorare di cesoie è bello. Soprattutto quando si inizia a pensare che i propri ascolti stiano diventando indifferenziati e che l’unica cosa che basti a un disco per finire nella propria collezione sia la sua disponibilità o meno in un dato momento. È stato bello cancellare la musica che effettivamente non volevo, operare una selezione, sentire di concedersi solo il meglio o quello che più faceva al caso mio.
Per dirne una, e sfiorare l’argomento al volo, è stato bello sbarazzarsi di Death From Above 1979, o Panic! At The Disco, o The Horrors, o Blood Brothers, perché è stato – e io ci credo a queste cose – il mio NO personale ai gruppi che vendono solo sulla scia dell’hype che è stato creato intorno a loro (e se mi venite a dire che i Blood Brothers sono un gruppo valido poi mi dovrete DIMOSTRARE il perché, e in tal caso state pronti che vi rompo il culo). Niente mi toglie dalla testa che molti di questi gruppi in realtà non piacciono a nessuno, ma sono tanti carini e sono vestiti tanto bene e poi guarda che bei video.
Vedete? Brian Eno ci aveva visto giusto più di dieci anni fa (altro che Myspace, allora): alcuni gruppi sono come la pubblicità delle macchine. Non vedrete più pubblicità di macchine che pubblicizzano le prestazioni o le cose che una macchina FA. Lo sappiamo benissimo che una macchina serve a spostarcisi dentro: quello che la massa vuole quando sceglie un prodotto è uno stile di vita, è un sentirsi i più fighi del bigonzo all’interno di un determinato contesto socio-culturale che li riconosce e giustifica.
E allora siccome ci tengo, io, alla musica, di questi fantocci non so proprio che farmene. Quindi via, cancellare. Tanto le righine mi ingrassano.



playlist>
rapoon: cerulean
kristin hersh: sugar baby
ensemble modern (frank zappa): uncle meat
tom waits: jesus gonna be here
johnny mathis: an open fire
thee silver mt. zion memorial orchestra and tra-la-la band: ring them bells (freedom has come and gone)
napalm death: moral crusade
the hold steady: most people are djs
the beatles: ask me why
bob dylan: absolutely sweet marie
the clash: the right profile
the (international) noise conspiracy: armed love
mastodon: blood and thunder
billie holiday: i loves you porgy