24 ottobre 2009

The Jim Jones Revue: The Jim Jones Revue (Punk Rock Blues Records - 2008)


Non mi frega un cazzo se stavolta arrivo tardi e c’è già la fila di fissati a strillare al miracolo; non mi frega un cazzo se Alessandro RNR del blog “Addicted to roll” ha già scritto la recensione definitiva di questo disco; non mi frega un cazzo se non l'ho scoperto prima (e, beh, che volete, è un disco uscito a settembre 2008, de ’sti tempi è abbastanza un miracolo che ci sia arrivato in ogni caso); non mi frega, come è mia abitudine, di un cazzo di niente.
Voi adesso aprite il vostro porcellino-riserva segreta di pecunia, quella che sfugge ai consuntivi fatti di bollette, assicurazioni, bolli, rate del mutuo, regalo alla donna e buffi vari, vi recate in un negozio di dischi come si deve e ordinate THE JIM JONES REVUE.Perché? Vi starete chiedendo. La risposta è semplice: perché lo dico io.
Perché, vi aggiungo, se un giorno Ben Folds dovesse svegliarsi e capire che Elton John in fondo è una pippa e si mettesse a suonare come gli Oblivians; se un giorno il reverendo Richard Penniman (che poi sarebbe Little Richard) desiderasse essere, che ne so, gli Stooges; se i Sonics tornassero adolescenti e, magari, negri; se mio nonno potesse avere le famose tre palle che farebbero di lui un flipper e non, appunto, mio nonno: beh, allora tutti quanti ballerebbero, urlerebbero liberati e si accoppierebbero sul pianerottolo, incuranti della signora Alojsi e di tutte le rompicoglioni di turno sul pianerottolo stesso.
Sentire quest’album è piacevole come il vedere lo sbirro che ti pigliava a manganellate finire sotto il defender dei colleghi che con una canna appena requisita accesa tra le dita, giocano all’auto-scontro tra di loro: c’è un che del gusto forte della vendetta.
E già, perché gli anni ’50 finalmente tornano a tutto tondo a riscuotere il guiderdone da troppo tempo versato già agli “intramontabili” ’60 o agli “irripetibili” ’70.
Qui non si tratta di rockabilly revival, nossignori, qui è come se avessero dato fuoco ai Blasters dopo averli impasticcati e li avessero fatti salire su un palco, oggi, col mandato di fare il verso ai Motörhead. Veloci, incazzati, burini all’inverosimile e con abbastanza musica dentro da poterne persino parlare.
Ecco finalmente una di quelle cose che, non dico vi debba piacere per forza, ma se non vi viene da ballare e rompere bicchieri almeno un po’ potete dire in giro che avete capito un cazzo della vita.
Vendete la vostra collezione di album di Bonnie ‘Prince’ Billy, tagliatevi quelle cazzo di frangette e quei baffoni da romanzocriminalelaserietv, fateve ’na risata ch’è s’è fatta ora e, invece di andare a eleggere il prossimo segretario della DC... ehm, del PD, andate a comprarvi questo disco.

Verdetto: Un cazzo di disco. ****

3 ottobre 2009

Sergio Flamigni: Trame atlantiche

sapete? io sono stupito da questa faccenda della p2, ma nemmeno troppo. sono stupito perché dopotutto mi sa che sono un ingenuo e non avrei mai pensato che TUTTI gli ambienti di potere italiano (politico, militare, amministrativo, economico, criminale, spirituale o quel cazzo che è) fossero collusi e in continua fase di scambio reciproco. sono meno stupito perché in qualche modo sono convinto, forse per un becero italico qualunquismo o forse perché sono un nichilista, che è praticamente inevitabile che (almeno in Italia, che è il posto che so) chiunque detenga una qualche forma di potere non finisca per abusarne, seppure in maniera minuscola. pare che l'italia sia nella sua maggioranza troppo abituata ai capi carismatici, alle eccezioni alla correttezza, ai paraculi un po' ammicconi, e al paternalismo da parte del potere per non permettere a chiunque di sentire suo ciò che è di tutti.
forse non tutto è stato chiarito, relativamente alla p2: se davvero fosse dietro allo stragismo e perfino dietro a elementi del terrorismo di sinistra come strategia anticomunista, dietro tangentopoli e dietro la revanche neofascista, dietro il crac dell'ambrosiano e dietro i rapporti tra mafia e stato; se davvero come alcuni sostengono gelli non fosse altro che il referente di una struttura internazionale come quella che poi s'è scoperta essere gladio (che sono sicuro non sia stata smantellata almeno quanto sono sicuro che un materassaio di Arezzo con la quinta elementare non sia poi così pericoloso in sé). tuttavia quello che so è che l'italia non è mai stata se stessa. poco me ne importa, per quanto mi riguarda: io per me ho già deciso da tempo che l'italia è una pagliacciata.
però per esempio ci rimango male per mia madre quando si incazza e si indigna e quando ci sono le elezioni sveglia alle sei per non trovare coda alle urne, e davvero non ho il coraggio di dirle come stanno le cose.

14 settembre 2009

e noi je dimo e noi je famo C'hai messo l'acqua e nun te pagamo.

Vedi cuoco, tu c’hai ragione a lanciare madonne contro gli Afterhours e la malafede e tutto il parlare di emergenti e ‘ste stronzate qua, c’hai ragione pure a pretendere in qualche modo (e facci pace, la pretesa è proprio incorporata nella tua protesta) che in Italia si faccia musica migliore.
Già per esempio tocca fare la superflua (ma manco tanto) distinzione tra la musica che in un posto si fa e la musica che in posto viene fatta circolare: in mezzo ci stanno i SOLDI e quindi ogni saggezza va a fare in culo, no? In TV te e io non ci andremo mai, perché non siamo belli, e alla radio nemmeno, perché non siamo accessibili. La nostra musica - o buona parte della musica che ci piace - ha bisogno di troppa attenzione e di un minimo di predisposizione culturale perché possa essere veicolata dai media generalisti moderni che di fatto sono mezzi di DISTRAZIONE. Le masse non c’hanno voglia di pensare, caro cuoco, e di noi – o della nostra collezione di 5000 dischi – non sanno che minchia farsene. Anzi, siamo noi quelli fuori posto quando non abbiamo voglia di suonare Falco a metà al falò o quando ci teniamo a precisare che Zucchero NON è un bluesman, Bo Diddley sì.
Io allora – anzi no: io e la mia spocchia, sono mesi che ci pensiamo. Da quando hai scritto questo pezzo e da quando m’è capitato di mettere le mani su dei pezzi di questi gruppetti rock italiani propostimi da gente. Io ho voluto SAPERE e CAPIRE a che punto stiamo, soprattutto perché ho una tesi, ma mo’ non facciamo casino come al solito.

L’altro pomeriggio mi sono messo di buzzo buono su Youtube e inghiottendo amaro mi sono fatto un po’ di giri per capire chi siano in realtà questi personaggi che popolano il sottobosco italiano, che spopolano al primo maggio, che riempiono i palinsesti di radio di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza e che vanno su MTV di sera tardi quando la pubblicità costa meno.
Onestamente, non mi sono accollato di andare a scavare nelle zone punk o metal o elettronica, sia perché son discorsi a parte, sia perché il panorama è troppo vasto e onestamente non mi regge, sia – infine – perché il pop, proprio perché essendo tutto e niente può essere che cavolo je pare, è uno degli indici più evidenti dello stato di salute culturale di una nazione.
Mo’, non è solo per pregiudizio che se parliamo di pop italiano ci vengono in mente Michele Zarrillo e Gianna Nannini, e se parliamo di rock i Negrita: in effetti il pop italiano è sempre stato in mano a dei faciloni e il rock in mano a scimmiette - o nella peggiore delle ipotesi: a INTELLETTUALI. E qua ti volevo.
Se ci fai caso, praticamente tutto il pop e il rock italiano sfuggiti alle scimmiette o affrancatisi dal mos maiorum è stato fatto preda di rompicoglioni tronfi e tromboni (bella la rima e bella la metrica, dai) che li hanno accoppiati ai canti di lotta o al cantautorato poetico del peggior Dylan sfasciacazzi (quello che non rideva, mai) oppure che si sono buttati sull’ermetismo o sull’ermeneutica tout court (sì, mi sto riferendo a Franco “Trombone” Battiato). È stato così per i beat (il che fa ridere, visto che i Beatles erano VISIBILMENTE un gruppo che se la faceva prendere un sacco a bene), è stato così pure per i mods (nonostante le versioni originali fossero dei burloni attaccabrighe) e così è stato a maggior ragione per i fanatici del progressive rock, che almeno rimangono coerenti coi loro padrini che madonnasanta una cazzo di risata aoh: mai.
Un esempio? Ti ricordi uno di quei pallosi che leggevo qualche estate fa? Lui parlava di Springsteen e diceva che sfronda sfronda le tematiche di Springsteen (almeno del primo e del secondo) erano tre: la notte, la donna e la MACCHINA. E siamo d’accordo che in Italia non abbiamo mai avuto il retroterra culturale: ben difficilmente il New Jersey Turnpike è assimilabile alla Tangenziale Est; ben difficilmente le Harley Davidson alle Moto Guzzi e le giunoniche Buick alle Lancia Fulvia, caste e spigolose come vedove dell’Aspromonte.
Ciononostante manca ed è sempre mancata la STRADA, nel rock italiano, che invece è nato e cresciuto nei salotti di pischelli borghesi (gli stessi con cui si incazzò Pasolini, cuoco; gli stessi che fecero BUUH a Lama, cuoco: sempre loro), e solo ultimamente è stata elegizzata (si dice così) sotto forma di bretella autostradale da boh, Ligabue, che però non prendo in considerazione perché tutto sommato lui ha sempre voluto essere popolare, cuoco: su questo concorderai anche tu.
In Italia, al contrario, laddove non sono state politiche (e lo sono state in una lauta minoranza dei casi) le tematiche sono sempre state poetiche. La Canzone Italia o la Rock Song Italiana hanno sempre parlato o di stati d’animo ermetici, indiscutibili e dunque assiomatici (io sento la notte come palmi d’acciaio nel mio cuore di velluto con doppia sottiletta, e se non mi capisci t’attacchi al cazzo) oppure le care e vecchie CANZONI D’AMORE, gli spasimi adolescenziali gettati in pasto al grande pubblico, un enorme vocabolario di disagi di coppia, cotte improvvise, passioni travolgenti, quello che è. Insomma, Baglionismi colle chitarre elettriche, poca roba, poca roba.
Ma qual è la cosa che più ci fa cacare dei poeti, esimio dott. Zibibbo? La SPOCCHIA.
Figlia naturale dei percorsi di studio fatti, dell’aver capito Baudelaire (o Joyce o Sartre negli ultimi 20 anni) e dell’avere comunque un seguito seppure limitato al cortile di casa, il Rocker italiano se la sente calda da morire, e versa tutta la sua trance creativa (quasi sempre serissima, piena di afflato, contenuti e ipertesti letterati – o cinematografici, ma solo ultimamente) in qualcosa che boh: sarà magari proprio l’assenza dell’elemento stradale, sarà la giustificazione letteraria, o politica, ma finisce sempre con un risultato che come costante, preciso, agghiacciante: NO FUN. Dài, cuoco, fai mente locale. Quand’è l’ultima volta che hai sentito una canzone italiana DIVERTENTE? Divertente come Rosalita, divertente come This old heart of mine, divertente come Whole lotta Rosie? Che ne dici di “MAI”? Ci si avvicina?
Questi dinosauri hanno celebrato una liturgia, hanno contemplato degli idoli con la completa a-dialetticità del cattolicesimo (se sento un’altra volta parlare Red Ronnie di Hendrix mi do fuoco. Anzi no: do fuoco a lui), questi burocrati hanno scelto il rock come affrancamento dalle masse e ELEVAZIONE.
In più, noi niente blues. Noi, Giuseppe Verdi. Capirai…

’Sta marmaglia italiota che ho voluto ascoltare (in ordine sparso, Baustelle, Bugo, Moltheni, Amari, Ministri, Marta sui tubi, Le luci della centrale elettrica – non ti scatta il Mecojoni Automatico™ al solo leggere questi nomi?) ha restituito un quadro che persiste negli stessi schemi: la musica italiana è densa, è scritta più o meno bene come mille altre musiche, è profonda, è dotta, è un sacco di cose, ma oltre e prima di questo insieme, è una ROTTURA DI COGLIONI da primato.
Anzi, una bis-rottura, poiché chi apparentemente non vuole prendersi sul serio lo fa introducendo un’arguzia che rientra invece nell’aura di sintomatico mistero un po’ fumoso un po’ fragile un po’ maladive che l’Artista italiano desidera pazzamente come accessorio del proprio linguaggio: l’Artista italiano è un sofisticatissimo dandy che si vede da lontano che boh, c’avrà i cazzi sua perché è l’unica alternativa allo scorbuto che mi viene in mente come soluzione al fatto che non sorride, aoh, non sorride. Te lo giuro, cuoco, i video italiani sono pieni di gente con l’espressione intensa o sognante ma di quella sognantezza (se non si dice così sticazzi) che nemmeno possiamo perdonare perché si capisce che non stiamo pensando alla SORCA come – che ne so – chiunque si stia divertendo con una chitarra in mano.
E qui ci siamo nuovamente, perché il rock italiano (anzi il Rock Italiano) appare assolutamente asessuato, ha dei pruriti come quelli di un’educanda o di uno studente brufoloso che si caga sotto e preferisce di fatto Rimbaud alla birra. L’Artista Italiano sogna ma soffre perché pensa alla Tua Pelle, alle Tue Mani e ai Tuoi Occhi ma mai al Tuo Culo o (altro) e questo perché l’Artista Italiano vuole essere ACCESSIBILE.
Che voglio dire: in un posto dove esiste il concetto di “emergente” – e dove devi letteralmente SPIEGARE a gente esterrefatta che ESISTE un panorama musicale fatto di concerti e non di videoclip – è plausibile l’ambizione di arrivare al maggior pubblico possibile, e se parli di scopare (anche se lo faceva Big Mama 50 anni fa, ma dubito che questi innocenti efebi sappiano chi sia) non ti passano per radio o tantomeno in TV. Ma non è un problema, per l’Artista Italiano: lui vuole piacere anche a tua madre, cuoco (e anche alla mia), lui non vuole essere controverso, e dunque gli sta bene parlare di cose sane che non portano i giovani sulla cattiva strada come quei capelloni con i jeans tutti strappati.
O peggio: forse la fisicità e l’animalità del rock’n’roll sono uno dei cliché che l’Artista Italiano vuole rompere, anche se a quanto pare non se l’è mai filato, sto cliché: non negli anni 50 dei mutandoni, non nei 60 delle canzoni dell’estate, non negli anni 70 dei canti di lotta, non negli anni 80 in fissa con i robot, e così via.
Insomma: se rock era quello che parlava delle scarpe scamosciate blu e della cadillac nuova di zecca e rock è Stringimi senza farmi male mi sa che non stiamo parlando della stessa cosa. C’è una componente di esibizionismo e di spavalderia che nel rock’n’roll italiano è sempre mancato, forse proprio a causa della FOGA dei rocker italiani ad essere considerati tali. Qui la gente che prende una chitarra in mano vuole essere guardata con RISPETTO, altro che il DISPETTO che accompagnava i reietti e sciamannati con le mutande in fiamme oltreoceano.
E quindi grazie al cazzo che il Rock Italiano oltre ad essere sciapo e pseudo-adolescenziale (Morgan è in età da pensione) SUONA, anche, male, con la batteria compita e la voce avantissimo e la chitarra indietrissimo che non si capisce che dischi abbia preso questa gente a parametro di riferimento e niente fragore e niente casino e niente mortacci e (aridaje) ’ste cazzo di chitarre acustiche ovunque ma accolte come aureole dai giornalisti (altra bella gente) che parlano di maturazione artistica ogni qualvolta qualcuno abbassa il volume e si proietta in una dimensione intimista, come se abbandonare il rock’n’roll fosse una cosa da adulti (chiedete a Bob Dylan cosa ne pensa) benché repressi e sfigati – in senso STRETTO.

Allora la domanda delle domande, mio compagno di lotte e di viaggi, è: ma noi ne abbiamo BISOGNO? Noi abbiamo necessità che il rock italiano video/radiofonico, il rock che occupa le copertine di XL o che mandano di sera tardi su MTV o su Radio Rock Italia, recuperi la sua dimensione compagnona, festaiola, scopereccia, belushiana? Non sarebbe al contrario uno snaturamento della sua indole, tenuto conto del suo percorso e della sua storia?
Ma ancora, noi che abbiamo l’underground (quello che emergere non può ma dopotutto manco VUOLE), noi che siamo liberi dai vincoli del mercato, dai discografici pallemosce che puntano sulle casalinghe presenti o future, noi che il volume lo consideriamo a intere decine e sappiamo che Miserlou non è solo “la colonna sonora di palpficscion”, perché dobbiamo andare a rompere il cazzo ai Baustelle? Non ha forse ancora una volta ragione Robertò? Non possiamo semplicemente spegnere la radio o la TV e ascoltare uno dei nostri 5000 dischi e rispondere No quando ti chiedono Sai suonare la chitarra a un falò?
L’Italia che si legge sui giornali, quella che si ascolta per radio o legge in televisione, l’Italia lontana dai locali affumicati o di chi la musica la VIVE (e non la FA e basta come un mestiere), non è mai stata un paese rock’n’roll, mi hanno fatto notare con candore: nemmeno all’inizio, quando sui 45 giri c’era scritto che Pregherò era di Celentano-Gianco. Ma del resto, non è affatto l’unica occasione in cui l’Italia ufficiale e rassicurante non assomiglia per niente a quella che poi ti ritrovi in giro per strada.
Quindi sticazzi, cuo’, lasciamoli fare i rocker ma non troppo, a ’sti chiacchieroni, con le loro chitarre distorte ma non troppo, i loro capelli lunghi ma non troppo, con i loro testi impegnati o ribelli o bohemien ma non troppo, e con il loro pubblico fedele ma non troppo.
Noi abbiamo altro e questo altro è meglio e lo sappiamo: e allora, come facciamo con 5000 dischi dentro casa a prendercela ancora con la TV?

13 settembre 2009

una nota

giusto per fare presente che se voi mi fate notare che i Beatles oggi avrebbero fatto roba tipo gli Animal Collective, ci sta che io vi posso rispondere che i Beatles oggi mi farebbero CACARE.
Buona domenica.

20 agosto 2009

Kurt Vonnegut: Mattatoio n. 5

bro trasuda grandezza quella grandezza che tipo percepisci nei resoconti delle battaglie campali decisive la grandezza degli eroi che mettono armi e bagagli da parte e tornano a casa stanchi e impolverati per poter finalmente tirare un respiro di sollievo e dimenticare anche solo per un secondo gli orrori che hanno visto e il fatto che rimarranno impresse nelle loro retine come una retroimpressione non so se si chiamano così ma insomma l'immagine che rimane impressa negli occhi dopo aver guardato qualcosa di abbagliante di insostenibile qualcosa che brucia insomma avete capi
ncamente non sono troppo d'accordo con la visione fatalista e determinista un po' mistica un po' cattolicoide del libro nel senso che alla fine praticamente tutto va come deve andare e così è e così sarà sempre cioè insomma io posso capire che un uomo che la guerra l'ha fatta e l'ha vista sia talmente depresso da essere convinto della sua inevitabilità se devo essere del tutto sincero ne sono convinto perfino io che la guerra mai vista e mai fatta e piuttosto mi do alla macchia come hemingway o er zio de n'amico mio e posso anche capire che l'eternità della guerra risieda direttamente nel corpo di chi l'ha testimoniata la guerra 'sto povero cristo non se la scollerà mai di dosso gli sballerà la prospettiva temporale in qualsiasi momento e poi grazie al cazzo che lo rapiscono gli alieni e lo tengono sotto osservazione tutto nudo gli alieni siamo noi poveri nani che siamo venuti dopo e abbiamo bisogno di capire e tutto ciò che possiamo capire della guerra una volta che gli ammiragli hanno smesso di parlare e i soldati di caricare i corpi e le ruspe di scavare tra le macerie è guardare questa gente negli occhi e cercare di capire che cazzo di vita potranno mai fare ades

10 agosto 2009

Arthur Conan Doyle: Uno studio in rosso

he ce frega ma che ce 'mporta se sherlock holmes è uno stronzo alla fine lui sa tutto perché vorrei vedere voi a vivere il primo periodo di splendore della scienza e dell'industria e della chimica e della medicina e non avere tanta fiducia nell'intelletto umano al servizio del prossimo nella mente che risolve i problemi è tutta superficie piatta non è ancora arrivato er sor freud a rovinare tutto con l'inconscio le cose sono ciò che sono e il mondo è tutto leggibile come un sussidiario quindi povero sherlock geniale sherlock che da buon autistico non fa altro che mettere insieme i pezzi di un mondo di cui non è in grado di capire un caz

9 agosto 2009

Sergio Zavoli: La notte della Repubblica

uuuuuuh aaaaaaah ommioddio la democrazia in pericolo uuuuuuuh santo cielo aaaaaah lo stato sotto assedio iiiiiiiih l'abiezione della violenza ideologica che cosa orrenda e ripugnante santo cielo zavoli non ti facevo così bacchettone cioè aspetta vabbé, siamo d'accordo che è morta tanta gente e questo è male a prescindere non è giustificabile da niente cioè oggi queste persone potevano essere vive per vedere quest'italia di merda e invece sono saltati all'aria o sono stati freddati in un'altra italia di merda trentacinque anni fa questa cosa è un male assoluto ma andiamo questa bava di cattolicesimo Ma lei davanti al tribunale di Dio che cosa je andrebbe a ricconta' ma ti pare Zavoli una domanda da fare a Fioravanti ma ti pare che a Fioravanti je ne sbatte qualcosa o anche solo ci crede cioè ho capito lanciare alti i guaiti di cordoglio ma asciugati un attimo gli occhi zavoli e parliamone un attimo con calma mannaggia ai cattolici un'altra vol

ndamentale se si vuole almeno un'introduzione preliminare a ciò che sono stati gli anni di piombo col suo prologo a milano (strage neofascista) e il suo epilogo a bologna (oh, un'altra strage neofascista, guardampo') e non tanto per i giudizi storici di zavoli che insomma è un GIORNALISTA e non uno storico e questo libro è la trascrizione di uno speciale andato in onda sulla RAI quindi va preso tutto con un pizzico di sale ma per i documenti sarebbe a dire le interviste alla gente che i colpi li ha sparati o li ha fatti sparare o ha piazzato le bombe o le ha fatte piazzare nel senso che insomma leggere franceschini (mi pare) che dice Ammesso che l'etica debba guidare la politica è una cosa che vale da sola l'intera lett

tto un po' incazzare se devo essere onesto capire che il libro si inquadra bene nella strategia del disimpegno nel senso va bene abbiamo capito che l'ideologia arriva a straniare le persone e a travalicare ogni umanità ma non sono del tutto sicuro che la tesi di fondo sia un avallare l'uscita delle masse e dell'iniziativa popolare dalla scena politica che poi è stata l'impronta caratteristica di tutto il periodo dalla metà degli anni 60 al - boh - craxismo cioè siamo anche tutti d'accordo nell'individuare negli eccessi della lotta armata e la sua reazione le ragioni per l'abbandono della partecipazione politica da parte della gente comune però vado un po' in puzza se capisco che zavoli sta in realtà sostenendo che la politica è una cosa da lasciar fare ai politici altrimenti va a finire che ci scappa il morto nel senso che alla fine l'approfondimento delle cause nei confronti dei singoli personaggi fornisce esclusivamente un appiglio di carattere etico o forse peggio e cioè morale zavoli non fa altro che tirare fuori domande del tipo Voi sparavate in nome dell'ideologia ma eravate esseri umani Che direste ai familiari delle vittime Come vive con la sua coscienza cioè sì zavoli tu c'hai ragione da vendere ma dove stanno gli approfondimenti delle motivazioni politiche sarebbe a dire non è che uno je gira storto una mattina e dice Io credo nel comunismo e tanto ci credo che adesso stendo qualcuno cioè c'è gente che ha vissuto nascosta per dieci anni che non poteva uscire per strada che ha tagliato i ponti con chiunque mamme zii segretari di sezione cioè c'è gente che ha sparato dei colpi dentro altra gente e poi è finita in carcere altro che partite di calciotto il martedì sera queste sono cose serie e ho capito che sono sempre delle PERSONE a tirare il grilletto ma insomma non è che erano scemi questi c'erano dei motivi e allora zavoli quando parliamo di questi motivi invece di mettersi a fare il pianto greco aaaaaaaah la violenza cieca eeeeeeeeh i lutti e il sangue versato oooooh il tremendo dolore uuuuuuh la rivoluzione senza popolo così è troppo facile senza contare il fatto che sono tutti buoni a parlare di attacco al cuore dello stato povero stato come se lo stato si fosse posto invece lo scrupolo di non far sparare i celerini sui manifestanti allora io la processione alla lapide dei caduti di via fani perfetto ci mancherebbe siamo d'accordo senza dubbio ma una processione alla lapide per giorgiana masi a ponte garibaldi per esempio io ancora non l'ho vista mai e invece ho visto un sacco di uuuuuh lo stato ooooooh il quotidiano squarciato dalla violenza aaaaaaah ommioddio la democ

31 luglio 2009

Etica (S)ragionata del consumatore di musica Ovvero: Panini con l’affettato e kilobyte per second

Niente.
succede che mentre sto qui ad aspettare che il disco dei Rancid mi si materializzi nel pc, inciampo nelle peggiori paranoie post-moderne
Cioè.
Mi trovo in uno di quei rari momenti nella vita in cui non ho la coscienza annebbiata e sono molto ma molto combattuta: scaricare o non scaricare, questo è il problema.
In questi sporadici momenti di onestà intellettuale sono realmente e profondamente dispiaciuta di sottrarre senza permesso la proprietà intellettuale di altri. Davvero. Più volte nella vita sono stata seriamente tentata di scrivere una lettera di scuse a tutti i presenti nella mia playlist. E magari l’avrei anche fatto se un successivo sprazzo di lucidità non m’avesse detto che poi avrebbero bussato alla porta per arrestarmi.
La verità vera e soggiacente è, sì, che sono profondamente tirchia e troppo pigra nell’animo per andare a comprarmeli, i dischi. Ma al di là delle mie piccolezze di spirito c‘è dell’altro.

Per quanto sia difficile starne lontano, il mainstream mi fa venire la colite. E più di tutto mi innervosisce la gente che si arricchisce con l’arte. Che poi, se uno pensa bene anche questa balla dei diritti d’autore, è evidente: può interessare a Madonna, ma che ci frega a noialtri poveracci?
Ora vi dico una cosa, gente. L’arte non esiste. E’ una stronzata della modernità, inventata per tirarvelo in saccoccia. Pensateci. Cos’ha Michael Bolton che l’idraulico che vi ha raccomodato la lavastoviglie non ha? La risposta è GNENTE, se non giusto la folta chioma bionda. E di sicuro l’idraulico ha saputo rendervi la vita migliore di Michael Bolton, ci butto quello che vi pare.
Non vi fate prendere per il culo, mi raccomando.
L’artigianato è positivismo, l’arte è bugia.
Tutte quelle cose che si dice siano arte, non sono arte ma manco per nulla. Sono robe fatte per vendervi lo scovolino del cesso con sopra i girasoli di Van Gogh, se non ci arrivate da soli ve lo dico io.
E guardate che non lo dico per dire. Prendete l’arte moderna, che è un termine auto esplicativo; un termine tirato fuori dal cilindro per descrivere un ammasso di roba informe della quale dare un giudizio di valore aprioristico è semplicemente improponibile.
Perché l’arte N O N E S I S T E, date retta.
Qualche volta è creatività, altre opera d’ingegno o di studio sofferto. Altre è solamente culo e/o tempismo oppure mera passione. Se non è il caso in cui quella cosa ci riesce meglio che alla media e stop.
E a me di dare soldi a della gente che si spaccia per artista, no, non voglio proprio correre il rischio.
Sicché scarico.

Che poi gente priva di scrupoli e danari come me, in giro ce n’è sempre di più. E allora forse NOI saremo i cavalieri dell’apocalisse, i crisantemi appassiti sulla pietra tombale della musica come la conosciamo.
L’inutilità delle case discografiche. I cd da usare ormai solo come sottobicchieri.
Niente più concept album, tanto l’umanità può sopravvivere in eterno con tutti quelli di Jan Anderson. Finalmente lampante l’inutilità degli sparagiudizi imbucati in riviste pseudo-musicali. Perché tanto ognuno fa quello che gli pare.
Solo e soltanto absolute beginners. Basta artisti, basta gloria terrena o postuma. Solo un sacco di gente che fa qualcosa che gli piace. Che secondo me, quando le cose non le fai per nessun altro motivo se non perché lo vuoi non c’è storia, ti vengono meglio. Fosse per me, estenderei questo sistema al 99 per cento delle cose di questo mondo, tipo che quando chiederesti a una persona chi sei , la seconda cosa che ti direbbe non sarebbe più il lavoro che fa. Però mi rendo conto che questo modo di ragionare è molto mio, ma anche molto naif.
So solo che domenica sera è finita un’era: ho interrotto il mio lungo digiuno da acquirente di musica e devo trovare un senso alle 15 euro che ho speso senza pensarci neanche tanto. E’ stato un attimo: ho ascoltato il concertino di un gruppo e poi ho comprato il disco. Un disco sostanzioso e rustico come un panino alla capaccia, fatto da gente che ce la mette tutta a fare le cose per bene, con criterio e modestia. Fatto sta che il consumo, l’acquisto dico, a volte mi sembrano l’unico gesto politico che veramente ci rimane a questo mondo.
E io lo voglio usare bene, éccheccaàzzo.

27 luglio 2009

dalla nigrizia con stupore

Guardate, forse è ‘sto caldo siculo che praticamente ti spacca il culo anche se ti rinchiudi nel frigo, forse è una vicinanza geografica a terre più radicalmente calde di questa, forse sto invecchiando peggio di quanto credessi ma il disco di questi tuareg sahariani provenienti dal Mali che si fanno chiamare Tinariwen ha timidamente fatto breccia tra i miei stronzissimi padiglioni auricolari. Parliamo di una band che ha, in parte (nel senso di “per alcuni dei suoi componenti”), fatto la gavetta nei campi di addestramento per guerriglieri finanziati da quel matto di Gheddafi invece che nei club turistici del Maghreb, roba da chiodi! Ad ogni modo, non è che ora, come tutti gli ultra-trentenni con un chiassoso background alle spalle, mi sono messo a scoprire l’etnico e ho cominciato a frequentare ascolti radical-chic a base di percussioni, kore e ghironde varie, anche perché di etnico, per la verità, qui ce n’è meno di quanto si dica. Fondamentalmente i Tinariwen sono, come qualcuno ha molto acutamente sintetizzato, una blues band africana. Ora, a voi il blues africano potrà anche scassarvi i coglioni e per lo più condivido con voi tale pelvica devastazione ma questa band è buona. Disegna paesaggi sonori che anche se ci restituiscono l’ardente deserto nordafricano piuttosto che l’umido e asfissiante caldo della Louisiana o il desolato, boccheggiante stato del Mississipi, resta comunque sul pezzo. Il sound è, nella sua normalità, giusto: aspro quanto serve, assennatamente movimentato, aderente con originalità all’iterazione boogie di gente come John Lee Hooker, Junior Kimbrough o. per restare nel Mali, la buon anima di Ali Farka Toure. Le canzoni ti scorrono sotto e ti si palesano come sorprese, all’improvviso; il secondo prima il tuo sacrosanto scetticismo pianta paletti intorno alla tua voglia di farti conquistare ma il secondo dopo, occhio, potresti essere conquistato. A modo suo è un disco che può colpirvi e se riuscite a superare il limite culturale che inficia l’apprezzamento di liriche cantate in una lingua alla quale non siete abituati e con una modalità eterodossa rispetto al canonico accento del sud degli states, credo che potreste apprezzarlo. Giusto per darvi qualche riferimento attinente e mostrarvi ancora una volta quanto sapiente sia nonostante mi ostini ad apparire un meticciato improbabile tra il rustico, il noir e la resistenza Jugoslava, vi aggiungo che il sound è meno elegante del melange jazzato Afrofunkblues – l’asse America-Caraibi-Africa – che è la cifra stilistica di Olu Dara e meno roots – sia nel senso Blues che nel senso africano della parola – del suono di Ali Farka Toure. Si ritaglia un’identità definita all’interno di un contesto in cui è il Nulla (con la maiuscola) a farla da padrone e questa desolazione, questo spazio di solitudine risolve il problema dell’appartenenza al linguaggio del Blues. Per una volta, il riferimento non è totalmente campato in aria: deo (Elvis) gratias! Unica pecca, è troppo lungo. Ma suona piuttosto bene. Non vi cambierà la vita ma vi renderà il caldo meno insopportabile. Allah Akhbar. Sentenza: *** 1\2

18 luglio 2009

Parallelismo socio-musicale protofemminista che si risolve in retta sghemba (Sottotitolo: Femminismo e Fastidio)

Dunque. Il punto è questo.
La musica, ad ogni suo livello, è una delle tante cose di questo mondo che chi comanda sono i maschi e non mi venite a dire che no perché tanto non vi prendo in considerazione.

In particolare, la donna che nel buio della sua stanzetta ascolta le robe più svariate, difficilmente trova il suo posto nel mondo. O, in ogni caso, un posto popolato da gente disposta a scambiare opinioni con lei in merito.
Fondamentalmente, l’essere umano cromosomicamente XX si pone all’ultimo gradino della piramide alimentare in fatto di musica: non è preda ne’ predatore, semplicemente micelio.
Che si tratti di produttore o di consumatore, il risultato non cambia.In ambito di fruitore finale, alla base della piramide stanno i maschi alfa-dominante; quelli che s’intendono di musica e appena possono si lanciano in estenuanti discussioni su di essa (o sulla loro opinione in merito, non l’ho ancora capito). Si aggirano in branchi più o meno numerosi formando occasionali capannelli con l’aria che ce l’hanno solo loro. E sto parlando della discografia completa dei R.E.M. (ogni riferimento a fatti e persone ecc ecc). In tali circostanze l’essere umano di genere femminile avrebbe scarsa possibilità di essere preso in considerazione anche se si mettesse a ballare la lapdance. In ogni caso, la ragione etologica di tale comportamento non è da attribuirsi alla completa estraneità della femmina della specie rispetto all’argomento anche se c’è da dire che, a livello evolutivo, la sua del tutto superflua opinione fa la fine della primordiale coda. Praticamente ce ne rimane appena un mozzicone.
È quando si parla di mondo della musica al femminile, invece, che la lapdance sembra ormai essere diventata un aspetto cruciale.
Ora. Vorrei davvero continuare col piglio serio e scientifico di cui sopra sulla francamente fastidiosa quantità di testosterone che si respira nell’ambiente di chi fa musica, ma non credo di avere sufficienti dati empirici a riprova, quanto piuttosto un prurito a fior di pelle tipo herpes. Volendo essere ragionevoli può essere che la storia della musica sia stata piena di uomini rompicoglioni come Phil Spector che, per ragionar in punta d’uccello, non si son fatti un problema a rovinar cose meravigliose. Può essere. Solo che mi sfugge quel passaggio per cui la musica pop fatta dalle donne è diventata una questione di chiappe e cazzutaggine. Nel senso che per fare musica oggi devi apparire A) stronzissima fino alla ripugnanza e B) più ignuda possibile.
No, perché ora vi dico la verità.
Ho scritto tutto ‘sto affare perché mi rode il sedere d’aver perso un mese a scaricare l’album nuovo di PJ Harvey. E non è che me l’aveva ordinato il dottore, solo che avevo voglia di ascoltare una donna bravina, originale sopra la media e della cui biancheria intima ignoravo la marca. Ma soprattutto donna. E nemmeno mi rode perché mi ci è voluto un mese. Mi rode perché l’ho ascoltato, il disco, e subito dopo m’è venuta voglia di morire. Anzi no, d’essere già morta e sepolta. C’è chi la chiamerebbe capacità evocativa dell’artista. Io le chiamo du’ palle.
Donne, parliamone.
La vita nostra non può essere solo mostrare agli uomini B) le chiappe che sballonzolano, A) che siamo brave, cazzutissime e che il prossimo passo dell’evoluzione della specie sarà che ci spunta il pisello pure a noi.
E, attenzione donne, l’esperienza di PJ parla chiaro: la Terza Via non è non lavarsi i capelli per sei mesi e nemmeno scrivere un diario sulle proprie sfighe (nel suo caso, una discografia completa). Guardate, donne, ché son 50 anni e passa che i maschi fanno della musica quello che vogliono e senza neppure tanti scrupoli. C’è persino un cretino che ha scritto una canzone su un paio di scarpe di camoscio blu… oh, però almeno lì ti diverti! È che ci sottovalutiamo, donne. Se il mondo si aspetta da voi abbastanza creatività da non-far-bruciare-il-sugo-mentre-stirate-nel-frattempo-che-minacciate-di-morte-chi-non-toglie-i-fazzoletti-di-carta-dalle-tasche-prima-del-bucato, perché mai non dovreste riuscire a fare un bel disco come lo volete voi. E soprattutto: se il mondo si aspetta da voi tutto questo, secondo me l’ultima cosa che vi ci vuole sono i guaiti (ma anche grugniti, perché no) di PJ.
La morale terra terra di questo post, comunque, è che se mi ricresce la coda a breve (e se non dovrò passare sul cadavere di cane del il cuoco) saprò presto blaterare sul nuovo disco dei Rancid.

15 luglio 2009

Troppo martini a stomaco vuoto (dove ci si loda e ci s’imbroda perché ce n’era la voglia)

Allora, io questa sera avevo tutt’altre intenzioni: avevo messo a letto l’erede e con sommo disprezzo del pericolo avevo intessuto un lungo di rituale di accoppiamento col martini – che non è come una bella signora ma dà le sue soddisfazioni – e stavo per arrivare, in ascetico digiuno, a guardarmi Totò e Carolina, solo per il gusto di vedere un film che fu censurato dalla commissione presieduta da Andreotti, a stomaco vuoto che, strano a dirsi, non c’ho fame per un cazzo.
Come spesso avviene, il mio ditino clicca inopinatamente sul tasto sinistro del mouse quando la freccetta è in sosta sul link del sito di Repubblica.
Scorrendo con tedio le varie stronzate che costituiscono il bagaglio di una testata talmente desiderosa di farsi “voce democratica” da essere noiosa come il sabato fascista, finisco sul link di XL – estensione musicale e di costume della suddetta testata – che in copertina presenta una sparata agiografica per Manuel Agnelli e gli Afterhours presentati al lettore come esempio della “valida scena indipendente italiana più o meno ostracizzata dalle major ma che spigne all’estero...”. E giù via con una sfilza di nomi che vanno da Cesare Basile e passano per i Baustelle o i Subsonica o altri ameni musicanti di questa nostra sventurata nazione.
E poi giù un’altra volta, questa volta per voce di Manuel Agnelli, con una sparata sulla cecità delle major e delle testate giornalistiche che prima di pronunciarsi su qualcosa consultano i numeri, le cifre e poi scrivono. E ancora giù co’ ‘ste cazzate del “fare informazione piuttosto che del fare cultura” e di quanto l’italia sia un paese sottosviluppato per cultura musicale e per tutto e blah blah blah blah...
Ad avvalorare il tutto v’erano poi altri link parecchio irritanti in cui, udite udite, vasco rossi e ligabove (si notino le minuscole) quasi quasi si scusavano per il fatto di onorare un contratto ancora valido e da loro non rescisso (e volevo pure vede...) e sparavano a zero sulle etichette, tutti pronti a tirare fuori i Radiohead come esempio fulgido di indipendenza e di lungimiranza comunicativa, e pontificavano sul fatto che la crisi è nel supporto e non nella musica.
Non pago della tortura già ricevuta e sempre per un beneficio del dubbio forse più benevolo del solito a causa del martini, me ne vo per la rete alla ricerca di tracce degli Afterhours, di cui trovo un brano intitolato “il paese è reale” che credo abbia concorso a sanremo e poi incappo in tale The Niro il quale è di Roma come me e come me o cane o altri diecimila scrive in albionico ma ha successo, lui.
Che devo dire, non so, mi sono detto che ero dentro un paradosso e nel dubbio – come ogni volta che ho un dubbio – ho iniziato a bestemmiare sommessamente, come un sisma che sta arrivando.
Ma che vogliono questi? Ma che dicono?
Quando erano indipendenti si cacavano addosso dalla voglia di essere presi da una major e poi, dopo che questa gli ha insegnato come essere dei maledetti, dei ribelli VENDIBILI, sparano sul quartier generale come se glielo avesse detto il presidente Mao in persona.
Ma che vogliono? Ma, soprattutto, chi si credono di essere?
A me sembrano, a me sembrano, come dire... Ecco! A me sembrano il PD!
Pieno di alternativi ma col buon senso, pieno di ribelli ma senza rabbia vera, pieno di democrazia da rivistine benpensanti. Mi fanno impazzire questi che, arrivati alla soglia dei quaranta, dei cinquanta, dei cinquanta e rotti scoprono il “sistema” e scoprono che gli sta sul cazzo: bella mossa, davvero, originale, cioè ovviamente fare queste affermazioni su un inserto a tiratura nazionale non ha nulla a che spartire con una cosa come, che ne so, la PROMOZIONE o la PUBBLICITÀ vero, avanguardie rivoluzionarie dei miei genitali sudati nel torrido meriggio siculo?
Voglio dire, la crisi dei quaranta o, che ne so, la prostata, non costituiscono il sostrato emotivo delle vostre esternazioni libertarie e ribellistiche, VERO?
Io, nel dubbio, lo dico: ANNATEVENE AFFANCULO!!!
No: mica per altro, semplicemente perché il sottoscritto, cane, valerione, nanni e altri splendidi eroi e compagni di sbronze mentre voi vi appisolavate nel bus da paura affittato per il tour statunitense respiravano merda nelle loro automobili a gpl e, se la serata era di quelle buone, ascelle e fiati etilici sul palco, vicino al palco, nel backstage (quando c’era) e fuori dal locale-spazio-posto dove avevano suonato. E quindi com’è la storia? Voi siete gli indipendenti e noi gli sfigati ?
ANNATEVENE AFFANCULO!!! Voi sputate in faccia alle major e noi rosichiamo? Non è così, dunque, ANNATEVENE AFFANCULO !!!
Con quello che di veramente indipendente, indipendente nel senso che non gliene frega una sega delle major, dei grandi canali di informazione e di tutto il resto, solo a Roma ci si può riempire un elenco telefonico, ci si fa le pagine utili. E molti di noi ci sono stati lo stesso in America, in Russia, in U.R.S.S., in Germania, nella perfida Albione senza tutte ’ste pippe, quindi Manuel Agnelli, Vasco Rossi e compari ANNATEVENE AFFANCULO!!!
Agli indipendenti, ai, perché no, autonomi (licenza poetica) ’ste storie non hanno mai interessato, sono rimasti a stomaco vuoto e hanno continuato a mantenere i loro impieghi perché la musica non ingrassa né loro né i loro figli e tutta la vita è un combattimento contro amplificazioni di merda, locali semideserti, esercenti rottinculo, strumenti di quart’ordine, bollette, multe, affitti, conflitti d’interesse con le consorti, i fidanzati, le fidanzate, i suoceri, le madri, i padri, i rimorsi per aver mollato l’università, il rimorso per aver desiderato e per desiderare ancora la stessa cosa: SUONARE !
E con questo rimorso, ammesso che sia tale, ci si vive da paura, ci si sente liberi, ci si sente uomini e quando arriva uno di voi santarellini col naso zozzo di coca a fare la predica l’unica risposta è ANNATEVENE AFFANCULO, quindi, di grazia, fatelo.
Perché poi, alla fine della fiera, me la sono sentita la roba degli Afterhours e di The Niro, bravi bravi ma, per parafrasare Sam Phillips quando Johnny Cash andò alla Sun per registrare brani gospel: ”NON VI CREDO”. Johnny Cash, lì per lì, riuscì a tirare fuori Folsom prison blues, voi cosa tirerete fuori, il 740?
Bravi bravi, mentre scimmiottate la star inglese o il cantautore scandinavo ma in finale io vi leggo dentro: voi avete il culo ampiamente coperto e forse lo avevate anche prima della notorietà. Come dire? Ancora co’ ’sta solfa veterocomunista del figlio di papà?
Sìììììììììììììì!!!
Adoro quella roba. Tra l’altro, spesso, è più vera di quanto ci si aspetti e dunque, bravi, bravi, belle le chitarre, l’immagine, il trucco, il sound, bello tutto ma non serve. Un giorno sarete passati e niente, ripeto, NIENTE, nessun trucco, nessuna nostalgia, nessuna retrospettiva vi resusciterà. Inutili come fotografie del vostro presente; inutili come digestivo tradizionale ad un indigeribile futuro.
La musica non ha bisogno di supporti, né del mercato, né di voi, fondamentalmente è tradizione orale, tramandata nei modi più strani, passata di mano in mano, attraverso canzoni insegnate, sessions consumate in casa sui resti della gricia, concerti incontrati per sbaglio e sogni, infiniti sogni ad occhi aperti, fatti mentre Sam Cooke smuove i culi dell’empireo tutto. A tutti piace entrare in “un mercato”, per carità, semplicemente, l’indipendente, se non ci riesce, continua a suonare lo stesso, perché non ne può fare a meno.
E poi, in finale, a Manuè, sempre Agnelli fai de cognome, vedi d’annàttene...

Bone cose.



Playlist>
Quincy Jones: You’ve got it bad, girl (***)
Talk Talk: Spirit of eden (****) (hanx dog)
The Human Beinz: Nobody but me (****)
Various Artists: The best of Loma records (****)

14 luglio 2009

Ramones: Road to ruin (Sire - 1978)

Si sente che gli anni 70 o meglio la fine degli anni 70, insomma: si vede che il 77 sta finendo come l'estate che quando finisce uno è un po' triste un po' no come quando finisce una lunghissima festa o come quando per esempio finiscono i vent'anni: sai che forse il meglio è passato, ma almeno si inizia a fare sul serio. E insomma le chitarre elettriche per incominciare per una volta possiamo anche metterle un po' più dietro e dichiarare in maniera anche sonora l'amore per gli anni 50 e per le melodie teenyboppers e doowop e chewinggum e tutte queste cose di serie Z; anzi sapete cosa farebbe veramente RIDERE? Che a questo punto noi questi cazzo di anni 50 ABBRACCIAMO una volta per TUTTE, finiamo per tuffarcici DENTRO. Tipo farci produrre il disco prossimo da che ne so, Phil Spector. Ha. Hahaha. Gabba gabba hey. Ha ha. Ha ha. Che gag.
Sentenza: ****

9 luglio 2009

Ben Kweller: Sha sha (ATO - 2002)

Grazie Ben Kweller, enfant prodige dell'alt-pop ammeregàno, per avermi scritto e registrato a ventun anni un bignami dell'alt-pop ammeregano condito di Ben Folds, Weezer e una spruzzatina di Gomez. Il tuo disco è godibile per chi ancora non è addentrato all'idea che il pop non è sempre melenso e non è sempre scontato e non è per forza scritto in maniera sciatta su hook ripetitivi e trite accessibilità ed è un ottimo biglietto da visita per un'Americana scanzonata e non per forza bifolca. Grazie Ben Kweller ma io ho GIA' ascoltato Ben Folds e Weezer e Gomez e di conseguenza il tuo riassuntino mi risulta un po' superfluo, quindi due stellette per te, e la prossima volta, se vuoi un consiglio, non iniziare a scrivere subito dopo aver sentito un disco che ti piace, che di fessi come me il mondo è già pieno e onestamente rosichiamo un po' tutti se a te ti pubblicano il disco e a noi no.
Sentenza: **

8 luglio 2009

Giuseppe Berto: Il male oscuro

ice pure berto nella postfazione lui non sapeva proprio niente quando ha scritto questo libro ha portato una bozza da un suo amico critico perché aveva sentito dire che c'era joyce che poteva incombere e non è così perché nonostante questo libro abbia come spina dorsale l'asse freud-svevo-joyce è qualcosa di profondamente diver 

mpre il pericolo che un libro scritto praticamente senza punteggiatura sia un libro in cui l'autore non fa altro che parlarsi addosso e quindi pensi la sua storia nel raccontarla e dopo aver letto un milione di questi stronzi giovani scrittori italiani e non che pensano che basta scrivere scrivere e basta probabilmente facendo affidamento sul fatto che un editore guarda 500 pagine e pensa che devono essere belle per forza anche perché non ha voglia di leggerle dopo aver letto un milione di questi stronzi è stato sorprendente leggere un libro scritto a questo modo in cui l'autore sa SEMPRE ESATTAMENTE cosa ti sta dicendo e perché e non si dilunghi in derive manieris 

re male lui sta male non capisce che cos'è che lo prende quando sta male nella postfazione parla di un conflitto interiore mal placato e aggravato da "madornali errori clini" dice una cosa del genere ma a stare male è evidente che non sta male solo lui ed è per QUESTO che questo libro è geniale sono tutti a stare male perché l'italia è uscita distrutta dalla guerra eppure ha motivi di sperare che le cose possano andare meglio ha alle spalle un dramma e davanti il mondo moderno che anche attraverso la cultura dei nuovi colonizzatori è un mondo di nevrosi e mali oscuri ed è questo che berto non capisce come fa lui a stare male se ha fatto la guerra se aveva il padre carabiniere suo padre non aveva motivi di stare male non aveva tempo di stare male la depressione la nevrosi sono roba per ricchi borghesi completamente sconosciuta al mondo contadino o rurale o paesano da cui proviene e da cui fondamentalmente proviene tutta l'ita 

vorare a fondo per trovare una spiegazione e alla fine la spiegazione la trova tanto che per farci pace deve ritirarsi in solitudine e riprendere il contatto con suo padre e con il mondo che lo rappresentava e in cui agiva bisogna fare pace col passato per poter affrontare il futuro questo è il messaggio di berto e questo è il messaggio del libro che checché ne dica lui E' un romanzo neorealista però scritto col piglio dei minimalisti che però sarebbero venuti troppo più tardi e troppo più numero

27 giugno 2009

Joe Lansdale: Rumble Tumble

nanni che è l'Uomo coi Piedi per Terra avrà pure avuto ragione ad avermi regalato questo libro con dentro un biglietto che diceva Carver Vaffanculoooooo perché dal suo punto di vista in questo libro c'è un fottio di cose e sempre dal suo punto di vista in quelli per esempio di Carver no tanto che se tiri una media aritmetica famo livello, dice nanni, o lo direbbe se ci pensasse cosa che non penso abbia voglia di fare, maledetto nanni.
però è pure vero che per quante cose ci siano in questo libro alla fine l'ho chiuso e il libro era finito al contrario di molti libri - e mo' non voglio tirare in ballo di nuovo carver per forza - che invece li chiudi e per un po' continuano per non parlare di altri che li chiudi e iniziano proprio questo invece è un libro d'intrattenimento di genere di grande suggestione cinematografica quello che ti pare ma dopo averlo finito sì ecco dunque insomma io ho voglia di leggere un altro libro per un momento avevo addirittura pensato a Guerra e Pace per rimettere un attimo in media le cose poi Vabbé non esageriamo mi sono detto poi ma fatto sta che vedete adesso non so cosa leggere è come se non avessi letto nulla devo cominciare da zero e non sono bravo e di conseguenza sto cercando su internet un programma che mi tiri fuori un libro random da una lista. poi vi faccio sapere.

26 giugno 2009

un post frettoloso che però non potevo certo risparmiarmi

La mejo cosa l'ha fatta allmusic.com che ha detto Per un attimo mettiamo da parte tutte le fregnacce che hanno fatto diventare Michael Jackson una specie di cugino pazzo di cui ci siamo vergognati più o meno tutti. per mettere a tacere le accuse di pedofilia sistemate con accordi extragiudiziali e il fatto che fosse diventato una specie di presina meliconi mezza squajata, fate una cosa semplicissima: mettete su nemmeno l'osannatissimo e puttanissimo thriller che ha segnato il passaggio dalla qualità alla popolarità, il passaggio devastante che ha trasformato la sua necessità di dire qualcosa di buono all'opportunità di dirlo semplicemente a più gente possibile. lasciate perdere le marchette pop con paul "titanic" mccartney (un altro che dopo lo splendore con cui era partito è stato consegnato alla storia solo dopo che il danno era fatto), lasciate perdere le fisse etnopop scadute il 1° gennaio 1991, lasciate perdere tutto, le batterie elettroniche e gli ammiccamenti a MTV e quella stronzata dell'assolo di Eddie Van Halen con la sua cristo di chitarra scordata. Mettete su il primo disco, Off the wall, quello in cui Quincy Jones è letale e colorato come un gangster degli anni 30 strafatto di coca, quello in cui il gioco di luci e ombre tra pop e funk e disco è calibrato al limite dell'equilibrismo, quello in cui jacko era ancora una cosa nuova e positiva, un punto di riferimento musicale e anche umano, con la sua parabola (ancora parzialmente sconosciuta) ripetutamente sognata e ripercorsa da decine di next big things, un eroe come si deve partito a cinghiate dalla cintura proletaria di east chicago, prima di diventare una specie di imbecille con più soldi della federal reserve e meno accortezza di un ragazzino materano su youtube.
vedete, io volevo scrivere un pezzo sul fatto che avevo finalmente capito che cos'è che non va nella musica italiana, ma poi chi se l'immaginava che questo pezzo di merda impicciato col cervello mi andava a tirare le cuoia proprio mo'? io ci sono praticamente cresciuto insieme ci ho cambiato i denti se non arrivava mark knopfler probabilmente stavo ancora in fissa non so cosa sarebbe successo è come la prima pischella non ci pensi più però poi in realtà avoja che ci pensi e mo' quello è morto e io boh, onestamente ho proprio rosicato perché che cazzo. tutte lui, oh.
vabbé.



PLAYLIST>
Rachel's: Last things last
Aphex Twin: Avril 14th
Neil Young: After the gold rush
Michael Hedges: The magic farmer
Tom Waits: Soldier's things
Carter Burwell: View from the tower
Harold Budd / Brian Eno: An arc of doves

20 giugno 2009

Massimo Fini: Sudditi - Manifesto contro la democrazia

ortante nemmeno più chiedersi il come e il perché dato che la situazione è arrivata così grazie a una serie di concause che sono storiche economiche e politiche e diciamolo io non sono per forza un determinista ma sono convinto che una concatenazione di eventi causa una e una sola conseguenza che è poi l'unica che ci possiamo vivere di conseguenza dicevo non è nemmeno più importante chiedersi come e perché siamo arrivati fin qua perché la ragione è semplice e cioè che alla fine la moderna democrazia rappresentativa era un'idea interessante che non ha NESSUN riscontro nella società naturale o predemocratica o preindustriale quello che vi pare e viene inventata di sana pianta da un'élite di ricchi maschi bianchi che nel 1787 scrivono la dichiarazione d'indipendenza e di fatto presentano al popolo una faccia del potere finalmente accettabile e sorridente con l'unica conseguenza che il popolo almeno il popolo compiacente e in qualche modo vicino all'élite di cui sopra smette di preoccuparsi del potere e della sua gestione e dell'amministrazione dello stato si concentra solo sul far soldi e piano piano perde la partita e tirando dritto per questa linea arrivi dritto alla bicamer 

upisce più di tutto è il fatto che a leggere i testi dei politologi o degli storici o insomma della gente che sta a contatto con le FONTI non ce n'è uno a meno che non sia irrimediabilmente cattolico o irrimediabilmente comunista che poi è la stessa cosa o irrimediabilmente compromesso con l'establishment che non contesti il funzionamento della democrazia o la sua gestione o il suo impossessarsene da parte di quelle che poi fini finisce per chiamare oligarchie il che non va lontano dalla realtà ma non solo il dubbio arriva più in fondo perché a pensare al percorso storico bisogna essere fessi o farlo per non capire che la democrazia in quanto tale non ha nessuna legittimazione così come qualsiasi forma di potere su di un altro e non sta in piedi nemmeno la tesi per la quale la democrazia sia l'unica forma di governo che permette il benessere del maggiori numero di persone poiché difficilmente nella storia si sono verificate delle disparità sociali ed economiche come quelle evidenti negli stati occidentali dalla metà del XX secolo in poi senza parlare dell'illusione della partecipazione alle decisioni che in una democrazia rappresentativa è completamente tolta dalle mani del cittadino che in realtà non fa altro che indicare qualcuno scelto da altri senza il suo controllo che prenda decisioni senza il suo controllo e senza nemmeno il suo consenso spesso e volentieri cioè fini fa l'esempio dell'attacco alla bosnia e all'iraq questi se ne sono sbattuti riccamente della contrarietà dell'opinione pubblica di tutto quanto e hanno tirato dritto e allora direte voi come hanno fatto a convincerci del contrario l'hanno fatto tramite l'informazione è che è per forza di cose collusa col potere laddove per raggiungere la gente ci vogliono i SOLDI e soldi e potere si attraggono e siamo daccapo a dodici e allora come si risolve questo problema richiederete voi e io non lo risponderò mica posso sapere tut 

ndacalista dell'azienda dove lavoro stamattina alle nove ha pensato di non avere niente di meglio di chiedermi Ma allora voi che progetto avete sulla lunga distanza e io ho risposto Nessun progetto un anarchico è frustrato a priori perché non c'è nessun posto dove non ha uno stato tra le palle ed è per questo che mediamente se la fa prendere così a bene il progetto a lunga distanza non esiste perché una strategia è una cosa ferma e se stai fermo devi difendere la posizione e per difendere la posizione ci vuole o la forza o l'intransigenza e sono solo le nove e io voglio prendere un caffé le ho detto tutt'al più possiamo avere una serie di microprogetti che consistono nella controinformazione e nella sensibilizzazione a non credere ALLO stato prima ancora che NELLO stato perché è chiaro che il primo interesse del potere è difendere se stesso e insomma fare le cassandre tanto poi alla fine a dire c'avevo ragione ho capito che uno non se ne fa niente ma vogliamo mettere la sodd

14 giugno 2009

Back to the bar again

Vedete, l’esilio è uno stato d’assenza... presente. L’esiliato, quale che sia il motivo del suo particolare “status”, paga un’estrema conseguenza in ragione del suo agire; è presente nell’altro in pensieri e parole (per citare l’ufficio sacro) ma (sempre per citare l’ufficio sacro) è assente nelle opere e nelle omissioni. L’agire passato è ciò che ravviva la memoria in chi l’esilio non vive ma l’esiliato conosce. Questo è tramandare, eccone il modo ed il motivo.
Fin qui tutto chiaro, quanto a me giuro che ora la smetto di parlare come il maestro Yoda con la febbre spagnola.
L’incipit è il frutto maturo di una serata passata a festeggiare il genetliaco della moglie, guardare “Il villaggio dei dannati” di Carpenter, consumare sostanze scarsamente psichedeliche e rileggere l’ultimo post del (cane).
Lo stato di esilio subitaneamente mi ha proiettato nella prospettiva di aprire la mia cassa – tanto più che c’è una bella luna in queste sere – e disseppellirmi per un’oretta, giusto il tempo per un salto al bar.
Avrei voluto parlar d’altro, inizialmente; avrei voluto gettare un sasso per litigare con (cane) qui sopra e poi farci grasse risate durante una delle sagre del porco che talora si tengono sulle nostre tavole ma poi ho colto al balzo una frase del succitato quadrupede, buttata in mezzo alla risposta ad uno dei sempre più radi commenti che il blogghe colleziona – anche se il commento era alquanto lusinghiero, nevvero – e mi sono ispirato.
Grazie (cane), grazie Marta, dio benedica Elvis anzi, Elvis benedica dio, che ne ha bisogno...

Quanto segue, privo di qualunque censura è un estratto da bar di un anno abbondante di ascolti dall’esilio; la lettura è sconsigliata ad un pubblico adulto.

Interno. Seduti ad un tavolino di plastica bianca da festa de’ noantri, due soggetti. Sul tavolino una birra da 66 e un amaro.
- Insomma ’sti Fleet Foxes che dici?
- Fricchettoni di merda, sì belli l’ arrangiamenti, belle armonie bello, bello tutto ma mi sa che non mi durano dentro, o magari, che ne so, sono io... mi sa che mi rompono i cojoni.
- Però sono un sacco colorati...
- Vero... ma mi sa che mi rompono i cojoni lo stesso. L’altro giorno mi sono imbattuto in una cover di Solitary man fatta da Crooked Finger ed era pure fica, mi sono cercato il resto e non è mica male.
- Mai coverto...
- Sì ma in finale ti dico, gnente de che. All’inizio stai in fissa ma dopo un po’ pensi che madonna mia n’antro gruppo folk n’ po’ depresso un po’ ’ntelletuale che va mo’... tipo Devendra Banhart ma senza il flower power, Marc Bolan e le canne buone.
Insomma te la fanno prendere un po’ a male...
- Me sa de sì.
- C’era uno, un cantautore americano, Chris Eckam, lì per lì m’aveva preso, sai un po’ Leonard Cohen, co’ ’sto vocione; desertico, sconsolato ma co’ le palle, più tradizionale meno indie...
- Mbè?
- Boh, dopo un po’ l’ho abbandonato, niente di nuovo, e in questo non c’è nulla di male ma un po’ ingessato, un linguaggio cristallizzato...

Tavolino accanto. Tavolino in fòrmica verdino ospedaliero. Tre soggetti. Tre bicchieri di vino. Due rossi, uno bianco, con le bollicine Uno parla. Gli altri ascoltano.

- ...Perché tutto ’sto parlare, ’sto scrivere su cose fatte 30 anni fa, questa fretta di storicizzare, di categorizzare, ’sta voglia di farci subito accademia... voglio dire, in finale... pure con le BR è la stessa cosa, mica se ne può parlare adesso che ancora stiamo a scontà l’anni de’ piombo... se non lo puoi fare con le BR non lo fai manco coi Kinks o coi Beatles che ne so...

Al tavolino di prima. Ora ci sono un bitter campari e un secondo amaro.
- Io mi sono rimesso a sentire le Supremes.....
- E TE CREDO!!!! DA PAURA.
- Ma ’nfatti sì. Fai tutto ’sto casino per sentire cose nuove, per conoscere più robba ma non ti serve a un cazzo. Gira e rigira torni sempre alle Supremes, ai Creedence, ai New york Dolls....
- ’Na cosa bona sentita st’anno: Joe Lally, l’ex bassista dei Fugazi
- Madonna che cojoni i Fugazi
- No, no, aspetta. Questo è bbono, per davvero. Tipo Morphine ma meno robboso, sexy uguale, il disco suona da paura e lui ha una bella voce... è musica fatta con grande maturità...
- Vabbè però i Black Flag.
- E vabbè allora i Dead Kennedys.
- Ecco!
- Insomma mi stai dicendo pure te che in finale non stai in fissa per nessuno.
- Non solo, ma ’sta cosa mi causa un’ansia assurda. Riescono a confortarmi solo cose già mangiate e digerite: pare che gira un sacco di roba nuova ma in finale è sempre la stessa vecchia roba fatta peggio.
- È più o meno così pure per me.
- Alla Negrità.
- Alla Negrità.

Dal tavolino in formica si leva uno sguardo di curiosità e disapprovazione.

- A proposito di Negrità ho scoperto Blind Boy Fuller.
- Aaaaaaaaaaaaaaaaaah, meraviglia...
- Modernissimo, troppo avanti!
- Cercati Furry Lewis, meno funambolo ma bello roots...
- ...E poi sto in fissa con la roba fatta a Londra dagli immigrati di Trinitad negli anni ’50
- Da paura!
- È un disco bellissimo, divertente...
- Oh, devi cercarti O.V. Wright.
- Alla Negrità.
- Alla Negrità.
- Poiché il nostro è un percorso a ritroso, come i gamberi: spalle al futuro, faccia al passato...
- E ’sti gran cazzi
- Elvis!
- Elvis.
- Salute!
Si beve. Dal tavolino in fòrmica si alzano i tre bevitori di vino (due rossi ed un bianco). Se ne vanno.

I nostri due sboccati interlocutori c’ hanno tempo da perdere, in questo lasso di tempo perso, citeranno un sacco di nomi e un sacco di dubbi, in ordine sparso: Hard, sweet & candy - The Bellrays: (’na cacata); Live at Shea Stadium - The Clash: (a me è piaciuto un botto-Boh, sì, insomma); Joan as Policewoman; Gravenhurst; Micah P. Hinson; David Grubbs; Regina Spektor; Andrew Bird; The Raconteurs; The Pyramids; DollHouse; Bambi Molesters; Fifty Foot Combo; Mad3; Ron Sexsmith.
Alla fine tra apprezzamenti e stroncature converranno che tra le cose migliori dell’ultimo anno ci sono Bob Dylan e Rambling Jack Elliot, che i Blitz erano un grande gruppo, e che segretamente nutrono tutti e due una smodata ammirazione per Mark Knopfler...
Tra quanto di nuovo hanno ascoltato nulla, nulla gli ha veramente cambiato la vita fuorché quello che gliel’aveva già cambiata una volta.
Sgomenti per questa strana astenia musicale si dichiareranno vecchi e incarogniti e giureranno eterno amore a Big Mama Thornton e a Tina Turner, brinderanno a Candi Staton e berranno un bicchiere anche alla memoria di Bo Diddley, James Brown e Isaac Hayes.
Oramai volgarmente sbronzi si avvieranno fuori dal bar, tronfi per le loro ottime scelte passate, resistenti alla prova del tempo e sempre pronte in caso di emergenza, fregandosene allegramente che l’ultimo anno sia stato così difficile ascoltare musica, innamorarsene e trovarne di sinceramente buona, dopotutto avevano già da parte ciò che li avrebbe salvati.

Esterno. Sera.
- Vabbè, andiamo a bere?
- Te credo!

Interno. Automobile. Autoradio accesa. AC/DC.

Ad majora
il cuoco

P.S. Lo so che non sono un grande scrittore di dialoghi. Chi cazzo credevate che fossi, Carver?

7 giugno 2009

non bisogna saper fare NULLA

Sì, ho iniziato a mettere i voti agli ultimi ascolti che ho fatto. Che – intendiamoci – non sono solo quei 10 che vedete nella lista qui accanto. Per rendervi un’idea direi che le mie mensole iniziano a scricchiolare, e che devo seriamente trovare il modo per rendere commestibili i polimeri con cui sono fabbricati i cd, dato che so’ tempi cupi.Ho iniziato a mettere i voti agli ultimi ascolti che ho fatto perché, e di questo penso che ce ne siamo accorti più o meno tutti, sta diventando un po’ complicato parlare di musica. Vuoi perché onestamente tranne pochissime cose (i Fleet Foxes, non mi viene in mente praticamente nessun altro), gli ultimi mesi sono stati un po’ avari di soddisfazioni a livello musicale, e abbiamo dovuto aspettare che Neil Young e Bob Dylan tirassero qualche coniglio dal cappello (e scoprire che erano pure conigli parlanti) perché si potesse parlare di qualcosa.Beninteso: non ho la MINIMA voglia di mettermi a parlare degli ultimi dischi di Dylan o di Nello Giovane. Sarebbe come se mi mettessi a commentare Platone: non ne ho gli strumenti, non ne ho le palle, non ne ho la voglia. CHIUNQUE ha scritto su Platone (e su Dylan e su blah), quindi leggete i loro giudizi più autorevoli e ponderati.Va detto pure che ho smesso di leggere di musica, e per il momento, dopo il tempo speso (mi verrebbe da dire Sprecato, ma non lo farò) a leggere libri di cui francamente mi fregava poco (nell’ordine: mi frega poco di sapere qual è stato l’impatto del concerto dei Clash a Bologna sulla vita di tale Luca Frazzi che poi manco un gruppo decente è riuscito a mettere in piedi; mi frega poco di leggere 360 pagine di semiotica della popular music in cui si dimostra da OGNI ANGOLAZIONE che è impossibile fare una semiotica della popular music; mi frega ancora meno di tirare in ballo Aristotele per giustificare il fatto che la gente sta in fissa coi dischi) penso che passerà del tempo prima che riprenda in mano un libro di critica musicale: non mi servirà – se le cose staranno così – a godermi meglio un disco dei Ramones o di Tom Waits o di Zappa, non mi servirà a scrivere musica migliore, non mi servirà nemmeno a inquadrare in un contesto più ricco e più chiaro la musica che ascolto. Questo, soprattutto, a causa del fatto che trattandosi di musica popular, distaccata dalla tradizione colta e dai suoi torrenti sotterranei di autoconsapevolezza e autogiustificazione, non è – se non a posteriori – alimentata da intenzioni estetiche necessariamente consacrate dal raffronto con il passato.Che cazzo sto dicendo? Sto dicendo che probabilmente il modo migliore per capire John Lee Hooker o Elvis o Thom Yorke non è confrontando gli elementi tematici, retorici o metrici della loro musica con Shakespeare o le ballate finniche del 700, ma avviando semmai un’analisi storica e sociale. La musica di questa gente rispecchia direttamente i tempi in cui sono vissuti, ciccia fuori come un brufolo dall’abbuffata di informazioni, musica e cultura – superficiale o non – dei loro giorni. In altre parole: per capire la Motown è molto più utile capire in che modo vivevano i neri nella Detroit degli anni ‘60 piuttosto che decostruire le strutture dei loro brani. Sempre se è CAPIRE, quello che noi vogliamo, che dopotutto fa caldo e io voglio sentire gli SLAYER. O boh, Booker T.
Alla fine quando il discorso musicale si fa specialistico, sfugge alla diffusione, come tutti. Ieri chiacchieravo con (persona X) di questa cosa – sempre perpetuando la mia tradizione di essere una persona intimamente PALLOSA o forse punendola per non voler diventare mia moglie – e cioè del fatto che ogni approfondimento sfoltisce interlocutori come una cesoiata. Cioè, io posso sempre perdere tempo a spiegarvi il perché il raccordo tra le due strofe di I’ll be back dei Beatles è una delle cose più geniali di sempre, ma il mettermi a fare un paradigma strofico mi sembra eccessivo, anche perché io sono sempre convinto che, come una gigantesca spada di Damocle, un improvviso E STICAZZI? possa ragionevolmente delegittimare qualsiasi tentativo di mettersi a fare i tromboni.E quindi? E quindi voti. Anzi, stellette; da una a cinque, come i peggio stronzi. E quindi: cinque stellette a Everybody knows this is nowhere perché sì, perché è come dare cinque stelle a una cacio e pepe fatta come cristo comanda, quattro ai Fleet Foxes perché si capisce che sono pallosi come una partita di fine campionato ma non sentivo un disco di Americana così pieno di tessiture probabilmente da quando Stephen Stills sapeva ancora fare il suo mestiere. Quattro stelle pure all’ultimo Napalm Death non foss’altro perché dopo venticinque anni già scrivere 15 pezzi nuovi che non siano IDENTICI a nient’altro nella loro discografia è un miracolo, e una stelletta (equivalente a DISCO DI MERDA) a Patrick Watson perché Jeff Buckley è morto da 12 anni 12, siori, e ogni tentativo di vestire i suoi panni è macabro e inutile e insomma fatevi una vita vostra e questo è TUTTO ciò che ho da dire per il momento.



PLAYLIST>
The Complete Stax-Volt Singles 1959-1968 vol. 1

30 maggio 2009

Edoardo Fassio: Blues

blema della divulgazione è che ovviamente non si può mai entrare nello specifico però non è che questo sia sempre un male alla fine fassio è uno che dimostra di sapere benissimo ciò di cui sta parlando e dimostra anche di saper organizzare il suo discorso dato che non ha intenzione né di essere enciclopedico o altrimenti si sarebbe addenrato in considerazioni più approfondite di natura sociologica musicologica o blah o comunque insomma un minimo di analisi testuale l'avrebbe condotta ma non era questo appunto il suo intento che invece è stato ricostruire il blues come un umore uno stato d'animo un atteggiamento insomma come dice del resto fin dall'inizio e alla luce di questo stato d'animo passare in carrellata le tematiche le macroaree espressive del blues le tendenze e i tratti in comune senza però costruirne una storia o una geografia e passando così avanti e indietro tra il delta e chicago e tra gli anni del blues elettrico e quelli delle incisioni prewar dei Lomax e della loro PESANTISSIMA macchina per incisione fonografica e insomma in fin dei conti ci riesce a far arrivare la tesi per la quale il blues è una corrente che attraversa in maniera trasversale tutta la musica e più o meno tutte le musiche del novecento indipendentemente o comunque in maniera non vincolata dal suo percorso storico ci sono degli elementi che cicciano fuori continuamente e fin qui ci siamo il libro è curatissimo e divertente mette in mezzo un sacco di gente narrandone gesta eroiche e aneddoti che di eroico hanno ben poco date e nomi sono impeccabili ma perdio le traduzioni possibile che le traduzioni dei testi siano così approssimative io avrei pensato che insomma per consegnare lo spirito del blues ai lettori italiani che se dici blues pensano a zucchero un minimo più di precisione ci voleva ho capito che magari io posso essere fissato con queste cose però insomma è un peccato un neo abbastanza grossol

28 maggio 2009

Franco Fabbri: Il suono in cui viviamo

allora va bene io sono sicuro e so che franco fabbri è uno dei più autorevoli critici musicali italiani se non probabilmente l'unico dato che non possiamo certo azzardarci a definire critici gente come castaldo bertoncelli o coso assante io apprezzo il lavoro di franco fabbri e ho infatti studiato il lavoro di franco fabbri quando ancora l'università mi diceva cosa dovevo leggere e cosa invece potevo anche tralasciare ma mo' infatti il problema non è questo è un altro il problema è che verso metà libro mi sono chiesto quanto mi fosse utile a me a me come musicista o presunto tale a me come individuo e a me come ascoltatore di musica seguire tutto il dibattito sulla demarcazione dei generi nella popular music che come definizione è l'unica cosa che mi trova d'accordo nel senso che sono d'accordo col fatto che in italia parlare di musica popolare è fuorviante perché immediatamente viene in mente la cosa sbagliata e sarebbe a dire i fricchettoni quindi ok ci siamo e grazie mille franco fabbri però la domanda che mi faccio adesso è come facciamo e soprattutto a che cosa ci serve dissezionare tutti i pezzi dei beatles o seguire e tracciare i percorsi di complessità della musica dal 1955 al 1970 per sentire meglio la musica o capire meglio la differenza che ci possa essere tra dylan e gli stooges o booker t. & the MG's o finalmente dare un nome a che cazzo di musica faccia quel santo di tom waits del resto lo dice anche franco fabbri che un pischello qualsiasi che segue le novità o il proprietario di un negozio di dischi è più informato delle variazioni stilistiche di qualsiasi critico che sta ancora ancorato - hi hi hi - alle strutture critiche tradizionali nel senso hai ragione franco fabbri a dire questa cosa ma così facendo ti dai la zappa sui piedi perché non fai altro che dirmi che il tuo lavoro in questo momento non può essere altro che una cartografia temporanea e approssimativa che tra l'altro può subire improvvise e insindacabili interpretazione a seconda del punto di vista nel senso la critica tradizionale si rifaceva a un concetto di forma che fino all'inizio del 900 poteva anche avere senso perché la diffusione dei mezzi e degli strumenti permetteva di fare musica praticamente quasi solo a gente che la musica già la conosceva e sapeva in che posizione collocarsi mo' no è tutto un casino e ognuno fa che cazzo gli pare e grazie al cielo perché altrimenti niente coltrane e niente monk ma anche niente boh niente nulla quindi sapete che vi dico io torno a risentirmi i ramones e quando tra 300 anni i generi o le forme si saranno irrigidite o almeno codificate in qualcosa che possiamo giudicare in una prospettiva storica allora ne riparliamo.
che poi se vogliamo è lo stesso ragionamento che faccio a E. io le dico E. amica mia guarda che io tutta questa cosa degli studi culturali non so se la condivido nel senso a me piace la storia e la storiografia e per fare la storia o la storiografia dobbiamo aspettare quindi aspettiamo a mettere le etichette ai generi che questi se non sono appena nati ancora stanno prendendo forma e del resto sono fatti per essere manipolati perché qua non c'è forma ci sono i dischi e i dischi possono anche essere sentiti a cazzo di cane sia in maniera sequenziale nel senso che per esempio a me oggi l'itunes m'ha fatto sentire i tragedy E POI i pig destroyer E POI james taylor - senza senso - che in maniera trasversale nel senso che io posso ascoltare i clash e soffermarmi sugli assoli di mick jones nonostante siano tre o quattro messi in croce e pure ridicoli cioè in alternativa se non sappiamo esattamente di cosa stiamo parlando che cazzo ne parliamo a fa'? Sona, cristo, sonaaa.

26 maggio 2009

una recensione imprecisa


Luca Frazzi: The Clash. I wanna riot

aveva ragione valerio quando m'aveva detto che lui le ultime pagine le aveva saltate perché onestamente gliene fregava poco io poi ho iniziato a leggere il libro e quando in un soffio mi sono trovato a quel punto me n'ero pure dimenticato ma trovandomi nei suoi panni cioè panni di persona che vuole leggere dei clash mi sono anche immedesimato nella decisione di accannare quell'ultima parte che invece i clash li usa solo a pretesto per raccontarmi i fatti dignitosissimi ci mancherebbe ma onestamente pure poco interessanti dell'autore e allora ho pensato Ecco vedi questa è colpa di Hornby adesso questi qua si sentono autorizzati a prendere la musica di cui dovrebbero parlare come uno spunto narrativo per non parlarmene trascurando che solo in pochi saprebbero dirmi qualcosa che aggiunga un minimo alla mia vita Valerio lui sta in fissa con Hornby strano che non ci abbia pensato
quindi io dico Frazzi va bene abbiamo capito se vogliamo per un momento stavi andando benissimo perché io posso passare sopra al fatto che mi scrivi un libro sui testi commentati dei clash e i testi dei clash non sono riportati integralmente perché tutto sommato il tuo discorso critico è più ampio mi stai facendo un percorso a doppio senso tra l'inghilterra e l'italia, mi contestualizzi nella storia e nella cronaca ogni pezzo dal suo concepimento alla sua pubblicazione quindi in ogni caso mi metti in prospettiva delle nozioni sparse che potrei anche non saper mettere insieme nel senso che se leggo una delle diverse biografie dei clash come ho fatto potrei anche non sapere chi diavolo era janie jones o potrei anche non sapere leggere tra le righe di un determinato pezzo però eccolo che sorge di nuovo il dubbio e cioé Non sarebbe stato utile chiarire un po' tutto e non fare semplicemente da lieve approfondimento a cose che tra l'altro c'è scritto nella premessa e cioè che tutto sommato i testi dei clash non è che sono i testi di tom waits o di dylan non è che c'è tutto un ipertesto letterario da codificare e penetrare dopotutto stiamo parlando di ragazzotti cresciuti per strada e arricchitisi con immagini cinematografiche che parlavano a un pubblico estratto da una classe operaia all'interno di un'ottica di semplicità e di antiretorica quindi diciamo che è giustamente dichiarato l'intento un po' contraddittorio di commentare i testi dei clash e allora il dubbio sale maggiormente e cioè A luca fra' ma non è che hai approfittato semplicemente dei testi dei clash per dirti come ti facevano sentire l'invidia per una situazione e una terra in cui le cose succedevano invece di questa italietta sempre così mediocre no perché una cosa del genere davanti a una birra o due è un ottimo argomento di conversazione ma come tema di un libro che in tutto questo mi vuole anche parlare delle dinamiche interne alla band della mimesi storica e blah blah ma senza addentrarsi specificamente in nessuna di queste tematiche beh allora io non lo so non sono sicuro.

Playlist>
Captain Beefheart & his Magic Band: Big black baby shoes
Neil Young: Don't be denied
Boozoo Chavis: Dog hill
Suffocation: Thrones of blood
The Black Crowes: 99 lbs.
Gil Scott-Heron: Or down you fall

19 maggio 2009

John Dickie: Cosa nostra

rliamoci chiaro mo' quando uno parla di mafia tocca stare attenti perché non capirci nulla è un attimo e non solo quando si cita gente come andreotti e berlusconi nel senso che insomma apparte che le querele saltano fuori come popcorn e poi statti a dimostrare che insomma era un teorema una supposizione uno scenario i mafiosi sono gente suscettibile ma poi perché insomma alla fine non si capisce mai dove finisca la mafia e dove inizi il condizionamento mafioso che magari spinge la gente qualunque a fiancheggiare a favorire o a farsi gli affari propri e basta per paura di finire a dar da mangiare ai vermi quindi soprattutto nella seconda parte questo libro è molto prudente e si appiattisce per forza di cose sulle sentenze della magistratura che è stata considerata collusa ogni volta che è stata chiamata in causa ma alla fine no e un po' perché questo libro è anche un atto d'amore nei confronti di giovanni falcone e del suo lavoro un po' perché insomma l'ho gia detto prima basta fare un po' di attenz 

rtante che sia stato un inglese a scrivere una storia della mafia non foss'altro perché ormai è diventato troppo facile mettere in mezzo questa pippa della sicilianità e del pensiero mafioso come parte più o meno latente di un certo genius loci stronzate basta troppo facile perdio siamo nel 2009 la televisione ha demolito quasi ogni forma di localismo spontaneo quindi figuriamoci se espressioni del genere possano ancora essere così del tutto spontanee e incontrollabili senza parlare del fatto che da almeno mezzo secolo la mafia ha fatto affari in tutto il paese il continente e il globo quindi che parliamo a fare di sicilianità quando di sicuro i metodi si sono evoluti a contatto con le realtà che sono state via via incontrate e comunque è normale che ci sia voluto un inglese a ricordare che ci si può sottrarre al desiderio irresistibile alla chiamata della natura dell'essere mafiosi questa è una scusa bella e buona per non confermare una colpevolezza che è evidente altro che le cazz