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2 aprile 2012

Prega per noi picchiatori

Il picchiatore giunse una sera a casa di sua madre. Erano anni che non vi tornava. Portava con sé solo i suoi vestiti sgualciti e gli acciacchi di una vita di botte. Stava fermo dietro la porta di casa di sua madre come un conoscente qualsiasi che, passando da quelle parti, si fosse fermato a vedere se la vecchia era in casa ma poi, raggiunto da mille scrupoli, si fosse fermato là, sulla soglia, davanti al campanello. Per salutarla, avrebbe dovuto bussare ma data l’ora avrebbe disturbato – temeva – e così restava fermo là, sulla soglia, davanti al campanello. Con un contegno che forse non si addiceva ad un figlio.

Quando venne dato alle stampe Devils And Dust (2005) la critica spese tutti gli elogi che aveva per il singolo omonimo, canzone sulla notte di guardia nel deserto iracheno dal punto di vista di un soldato, cioè di un figlio di mamma americano, ma non notò nemmeno la presenza di suo fratello cattivo, arruolatosi perchè il lavoro era poco e la vita già cara all’epoca: assolutamente per necessità. Un picchiatore anzi, il, picchiatore.

Bruce Springsteen non ha praticamente mai celebrato personaggi negativi o neutri. I suoi perdenti sono stati schiacciati dall’immobilità sociale che è la cifra della provincia e del sobborgo statunitense ma nel loro complesso sono personaggi che, almeno interiormente, ricercano una qualche forma di purezza.
Quando sbuca fuori il picchiatore ci troviamo in un campo parecchio diverso. E nuovo.

The Hitter è una delle più belle canzoni in assoluto dell’ uomo del New Jersey ed è invisibile: è il suo più grande pregio e il segreto del suo fascino incommensurabile.

Bruce Springsteen primo attore, protagonista, è un figlio, per l’ennesima volta nella sua carriera.
Il teatrale vocione dell’incipit è già un inedito: “Come to the door ma and unlock the chain”, il tono grosso di un omone un po’ stanco un po’ fatto scemo dalle mazzate; “I was just passing through and get caught in the rain”: si scusa, sta piovendo, ha bisogno di un posto e casa della madre è da quelle parti.
Si scusa. Non deve esserci un gran rapporto tra i due, lui è un picchiatore, un pugile troppo avanti con gli anni che ha fatto la sua vita e se ne è fregato di molto ma non di tutto. Eppure si scusa perchè – e questo è da Bruce – vuole bene alla sua vecchia. La madre, come concetto, in Springsteen è sempre una cosa positiva, ma questa volta c’è qualcosa di diverso: “I was no more than a kid when you put on the Southern Queen, with the police on my back I fled to New Orleans”.
Per sottrarlo agli sbirri la mamma lo carica su un battello diretto a New Orleans. In questo modo lo salva, è vero, ma decide anche il suo destino: il ragazzino combatterà negli incontri clandestini che si tenevano presso i moli del porto – fight was my home and blood was my trade – dice il picchiatore: sua casa è il combattimento, il sangue il suo commercio.
La mamma non se lo accolla il picchiatore. Non è una cattiva madre, probabilmente, e il figlio le vuole bene, ma l’unica cosa che ha saputo fare è levarselo dai coglioni. E lui dovrà cavarsela da solo, come può.

A questo genere di disperato manca la finalità riscattatoria dei personaggi di The Ghost of Tom Joad
oppressi dalla grande depressione, dal capitalismo e dai padroni; d’altra parte è un soggetto troppo “antico” per poter appartenere al pantheon degli anti eroi di Nebraska che sono tutti più o meno calati in contesti suburbani fatti di auto usate, disoccupati sbroccati e amori alienanti vissuti con gli spiccioli che Mamma America dimentica di raccogliere dagli stabilimenti industriali in liquidazione.
The Hitter è un disperato a sé e allo stesso tempo uno sfigato tout court, uno che non ha mai avuto la possibilità di essere altro da ciò che è stato.
Al fondo il picchiatore non è un criminale, un delinquentello da strada, ma un rozzo povero di spirito che non si aspetta nessuna redenzione. Per lui è un problema che non esiste.

Nel corso dell’intero brano si ripercorre la storia di quest’uomo, dalla sua fuga a New Orleans fino al momento in cui la canzone avviene e cioè quella particolare sera di pioggia mentre si trova a passare dalle parti di casa di sua madre.
Madre che non fiata nemmeno: a lei viene chiesto solo di lasciarlo riposare un attimo prima di riprendere la strada.
Strada che stavolta è la Storia.
Normalmente in Bruce avviene l’esatto contrario: è la storia che è la strada perchè è solo in strada che possono svolgersi le storie. Diceva il boss di qualche anno prima: “Out in the street i just feel alright”, solo in strada mi sento bene. Ed è in strada che avviene la redenzione di Mary e del suo lui in Thunder Road; in strada si gira il musical di Jungleland, per strada muore The Angel, sono le strade dei bassifondi, Badlands, la scenografia di tutto Darkness on the edge of Town.
In The Hitter avviene questa inversione tematica e così l’universo springsteeniano raggiunge una dimensione storiografica. È il racconto di un reietto, di un non protagonista e avviene NELLA storia. Non ci sono strade in questa canzone; solo esterni, al limite.

La storia si insinua con riferimenti a cose, la Southern Queen è esistita, anzi, credo esista tutt’ora e a persone, pugili, come Champion Jack Thompson ovvero Cecil Lewis “Jack” Thompson (1904-1946) campione dei pesi welter nel 1928 che The Hitter pare abbia sbattuto al tappeto in un imprecisato campo infangato.
I combattimenti clandestini, il porto, i battelli, i campioni di boxe sono fotogrammi in seppia dell’immaginario americano, sono un passato tanto più remoto quanto più elevata è stata la velocità della storia degli U.S.A. nel secolo scorso. E dunque The Hitter ci mostra un Bruce Sprigsteen alle prese con qualcosa di diverso dalle semplici “radici”, si fa antichità lui stesso.
Ancora, la convivenza tra il passato del flashback narrativo del pugile che rivede la sua vita e il presente di questo soliloquio in presenza di sua madre rimanda ad un risvolto credo trascurato dai più.
Chi ascolta la canzone dà per scontato che la madre del picchiatore abbia aperto la porta e, fattolo entrare, si sia sorbita tutta ’sta storia senza fiatare. In realtà, nela variazione armonica (il bridge), che pur contiene l’unico dettaglio fisico della madre – i dark eyes che lo fissano mentre lei ascolta - non ci danno certezze.
I asked you for nothing not a kiss, not a smile...” sembra il genere di frase che dice uno che sta perorando la sua causa, non uno che sta sbracato su una poltrona a sorseggiare quel qualcosa di caldo che una madre dovrebbe preparargli in queste occasioni. Suona un po’ come: “...e forza mà, fammi entrare..”
Perciò sono giunto alla conclusione che a The Hitter la madre NEMMENO GLI APRE. E i dark eyes il picchiatore può vederli solo attraverso lo spiraglio che lei gli concede:quello di una porta tenuta da un catenaccio, tra lo stipite e la porta stessa.

Non è un caso che la canzone termini con il nostro che, lasciata la madre, recupera l’unica dimensione a lui nota con l’ennesima scazzottata, l’unico luogo in cui torna ad essere uomo, l’unico uomo che è riuscito ad essere.

The Hitter, molto più di Devils and Dust è una parabola sul militare americano.
Molto più elegantemente accede alla Bellezza con la maiuscola per la scelta di impattare sull’ascoltatore esclusivamente con la narrazione.
Non a caso il tessuto sonoro – di matrice profondissimamente folk – è scarnissimo, sommesso più che intimo, elegiaco, definitivo.
È la consapevolezza della maledizione che una guerra ti lascia dentro.
Il commercio di sangue del picchiatore è il commercio di sangue del soldato americano-tipo. Un ragazzino mediamente testa di cazzo, poco istruito, poco sensibile, spedito ad uccidere con la consapevolezza di andare a farlo unicamente perchè a casa non c’era altro da fare. L’esportazione della democrazia non è affar suo e lui lo ha capito. E sua madre, impotente perché non ha potuto salvarlo da questo (o non ha voluto), perché non ha potuto preservarlo dall’arruolamento, non può neanche condividere le vergogne del figlio – che avrà ucciso forse per non essere ucciso – perché la vergogna che lei stessa porta dentro è troppo grande.
E così non apre l’uscio.

Il silenzio di The Hitter è desolante, è un colpo di genio, il modo migliore per far passare il brano inosservato. Stavolta non ci si rifà a Steinbeck, stavolta lo si diventa.

Nell’incuria più totale The Hitter è e sarà sempre uno dei capolavori assoluti di Bruce Springsteen, una di quelle canzoni per le quali varrebbe la pena perdonargli qualunque disco di merda lui abbia fatto, e che in questi anni non ha certo lesinato.
In seguito, molto più risalto è stato dato ad un altro pezzo su un combattente, “The Wrestler”, diventato colonna sonora dell’omonimo film di Darren Aronofsky ma, come il mondo del wrestling è fatuo e inautentico, così il pugilato, la nobile arte, è reale e ben più adatto a farsi metafora di un’attualità ancora attuale e che forse Bruce Sprigsteen depreca più di quanto la sua funzione di autoelettosi “Cantore degli americani” (ma d’altra parte se non lo fa lui, chi lo dovrebbe fare?) gli permette di mostrare.

Qui io ho visto ancora una volta il grande artista.
Nel picchiatore non ho trovato me stesso come altre volte, eppure ho sentito così vicino il vocione un po’ scazzato, da giuggiolone, che Sprigsteen sfodera per cantare questo pezzo che, alla fine, non ho potuto far altro che dare seguito al finale della storia.
Mi sono commosso.
E ho cominciato a pensare di iscrivermi a pre-pugilistica.

28 giugno 2011

La morte, la vita e l'assolo di Jungleland

La vita è un mozzico, Big Man, lo diceva sempre l'amico mio, diceva: “La vita è un mozzico”. Nel mio dialetto significa più o meno che tanto vale godersi quel che viene senza tenersi ceci in bocca, senza censurare i propri istinti, bassi o elevati che siano, e senza amareggiarsi troppo quando le cose non vanno: la vita è un mozzico, Big Man.
Così mentre tu un paio di sabati fa, ti facevi venire un ictus e te ne andavi trasportato da una brass band di angeli tutti neri di pelle e bianchi di veste, io venivo travolto da un lutto personale, familiare, di quelli che resti impietrito per mesi con la paranoia che possa succedere QUALUNQUE cosa a CHIUNQUE sia solo minimamente legato a te.
Così, mentre lo tsunami emotivo mi travolgeva venivo a conoscenza della tua dipartita e, francamente – spero non te abbia a male – là per là ho pensato: “È morto PURE Clarence Clemons... vabbè, ’sti cazzi”.
I dispiaceri personali incidono la nostra scorza più degli eventi storici: vediamo di capirci Big Man.
Alla persona che ho perduto si è spezzato il cuore, letteralmente. Nella vita non ha goduto di uno solo degli agi e della gloria nei quali invece hai meritatamente sguazzato tu grazie ai tuoi talenti: dovrei essere dispiaciuto per te?

Non fraintendermi, lo so che la tua scomparsa si misura su una scala di valori differente. So riconoscere con facilità l'importanza del tuo contributo alla storia del rock’n’roll – lo so che col tuo stile hai definito uno standard impensabile. Il linguaggio del sax, nel rock, ha fatto storcere la bocca a tanti, dal derisorio purista jazzofilo al rockettaro tutto ortodossia e chitarroni ma tu sei riuscito a rendere credibile e gagliardo un vocabolario che nella maggior parte dei casi (Sonics esclusi) smosciava la pompa selvaggia del combo rockarolla o, peggio, imbarocchiva a dismisura lo spartano frasario che il genere richiede. Lo so che sei stato un grande.
E devo anche constatare che, in culo ai fichetti mezze seghe che non hanno mai compreso il tuo “Roboante artigianato” sei comunque riuscito ad infilarti nel gotha dei sassofonisti no-jazz insieme a, che ne so, James Chance (infinitamente più geniale di te, ammettilo...) che invece LORO apprezzano assai. Bel dispetto Big Man, bella mossa.
Che lo si voglia o no sei nella storia e il fatto di non essere mai stato un genio ma semplicemente un bravo suonatore con un gran cuore e un orecchio attento alle direttive del tuo Boss ti rende, agli occhi miei, anche più simpatico.

Dell'importanza della tua figura nell'estetica della E Street Band e del tuo essenziale apporto al sound di una delle migliori e più celebrate band di tutti i tempi penso abbiano scritto e scriveranno abbastanza altri, meglio informati e fomentati di me al momento.
Quanto a me, invece, ti giunga il sentito ringraziamento per aver composto la colonna sonora dei miei romantici sogni di giovane uomo, sull'assolo di Jungleland, prima del epilogo esistenzialista di questa saga urbana in 4 tempi, quando in quella lunga nota d'attacco precipitavo in uno squarcio dello spazio-tempo e danzavo con la mia bella (che spesso era immaginaria) in un'improbabile notte stellata di New York City.
In quel mozzico che è la MIA vita, ci sei stato e ci sarai anche te.

24 febbraio 2011

M'hanno rimasto solo, 'sti cinque c-c-c-cornuti !

Devo essere onesto: non sono stato a contare i giorni che mi separavano dall'uscita del nuovo disco dei Radiohead come era capitato per In rainbows. Sarà che prima ero più attento e meno sommerso dai sensi di colpa per aver trascurato gente come Neil Young o Mississippi Fred McDowell o i New Bomb Turks. Sarà che effettivamente anche sulla stampa non particolarmente specializzata se n'era parlato molto di più, magari in virtù del fatto che stavano per dare un bel calcione nel culo dell'industria discografica, cosa di cui sono sempre stato e sempre sarò fan (del calcione nel culo, ovviamente). Anzi, se devo essere del tutto onesto, che stesse per uscire un disco nuovo dei Radiohead non ne sapevo direttamente un cazzo. Questo insomma era il clima.
Tuttavia a un certo punto quando ho letto che The king of limbs era fuori da un momento all'altro ero contento. Noi trentenni del 2010 non possiamo contare su chissà quanta gente per regalarci un sogno, e pure quelli che sono sopravvissuti dall'epoca d'oro iniziano a scricchiolare: Bruce Springsteen sta rimediando una toppa dopo l'altra e forse c'è bisogno di mettersi a fare i sit-in davanti a casa sua per fargli capire che è arrivato il momento di dedicarsi all'intimismo e soprattutto (perdio) LASCIAR PERDERE le canzoni basate sugli obbligati, che c'hanno rotto il cazzo. Del resto forse l'ha pure capito, dato che la cosa migliore che ha messo fuori negli ultimi due o tre anni è stato un cofanetto di outtakes che non fa altro che dimostrare che 1. il boss aveva buon gusto e capacità di selezione, almeno nel 1975, 2. deve smetterla di scrivere canzoni basate sugli obbligati. L'avevo già detto. Lo ridico; Dylan ormai s'è rintanato nella sua Nashville celeste come una specie di Sant'Agostino cauntri e tutto sommato sta facendo dischi gradevoli ma gradevole non basta; Neil Young ha fatto un disco sicuramente interessante sicuramente pieno di spunti di riflessione e sicuramente sorprendente data la veneranda età che non farebbe presupporre ancora questa voglia di sperimentare; Tom Waits non ne parliamo, Glitter and doom è stata una pugnalata al cuore, pare un bootleg ripreso con un iphone cinese. Su chi ci si butta? Su Costello? Su Joe Jackson (che quasi quasi pure pure)? Mark Hollis era il 1998 quando ha detto Contenti ora beh adesso andate a cagare. Non ci rimane molto.
Ci rimangono giusto i Radiohead, ecco, che comunque finora non hanno sbagliato un colpo (tranne il primo, beh, perché adesso venitemi a dire che Pablo Honey è un bel disco e vi schiaffeggio con una trota), e oltre a fare dei dischi belli hanno anche fatto dischi interessanti e seminali. Insomma diciamocelo, a loro non gli si può dire un cazzo.
Poi un bel giorno ti ascolti questo The king of limbs e c'è qualcosa che non quadra: otto tracce, meno di quaranta minuti, protools a tutta callara fin dal primo minuto. Beh, pensi, anche In rainbows iniziava così e poi però regalava belle perle, magari si riprende subito dopo. E invece no: il disco prosegue con un miscuglio di songwriting ipnotico tipicamente loro e minimal techno o quel cazzo che è (ammetto la mia praticamente totale ignoranza in fatto di sottogeneri elettronici) che però alla lunga ecco, insomma, noi vorremo sentire i radiohead, e anche quando i radiohead appaiono lo fanno in maniera un po' stanca, ricalcando idee che sembrano aver già sfruttato nei dischi precedenti - perché diciamocelo, pezzi come codex o give up the ghost sembrano un po' reckoner o videotape alla moviola.
Il risultato complessivo è che sembra di aver ascoltato una sorta di compilation di outtakes di The eraser, il disco elettroparanoide che Thom Yorke aveva fatto uscire qualche anno fa, tinto di impressioni e nevrosi che i coraggiosi che hanno sentito le colonne sonore di Jonny Greenwood hanno percepito nettamente (e sì, sono un coraggioso ma vi giuro: mai più). Beninteso, che i radiohead ben difficilmente riuscisserò a farsi una cazzo di risata bene o male l'avevamo capito già da anni, ma non finora non li avevo mai visti come un gruppo serioso, cioè un gruppo che più che accompagnarti nella loro nazione di cervelli (per cui hanno anche scritto un inno una decina di anni fa) ha iniziato a spintonarti, chiaro e semplice.
E insomma io non lo so se ci voglio andare, con loro, portato a forza in questi territori, e non solo perché ultimamente voglio più bene a Greg Cartwright che a Brian Eno: sono piuttosto sostenitore del teorema del teorema del bastone e della carota, e nel corollario per cui meglio prima la carota.

Ora: dice che l'ultima canzone si chiami Separator perché in realtà dovrebbe essere una specie di entr'acte per un nuovo disco che sarebbe anche questo in uscita da un momento all'altro, un po' come fecero con Kid a e Amnesiac. Io spero sia vero, io spero che non ci lascino così, deludendo un'intera generazione sperduta, ecco. Cattivi.

17 ottobre 2007

bruce, tu quoque.

È piuttosto difficile riportare tutto a casa” (come Dylan) quando quel che ti precede è una trattazione rigorosa, un manifesto programmatico, una chiamata alla lotta armata (sia pur armata diversamente). Tuttavia è prerogativa di un cuoco decente far seguire ad un momento di alta intensità verbale, un rilassante e rincuorante pasto, sì che le voci si plachino e subentri un più “morbido” intrattenimento: il pasto, appunto. Alla fin fine, dei due, il più pop non è (cane), perché sa troppe cose, il più pop, di noi due, è il sottoscritto. Rozzo quanto basta ma non abbastanza.
Per questo motivo dunque, invece di inserirmi nello specifico del precedente post, vengo con questa mia a cantarvi della mia ira funesta verso Bruce Springsteen, e di come quest’ira si sia placata ma ne siano rimaste le stimmate.

Io di Bruce Springsteen ci capisco, sul serio!
Non sono di quegli Springsteeniani da operetta che mettono camicioni di flanella, o peggio, BANDANE, né di quelli più compassati e impostati, amanti dell’American rock tout court per i quali il Boss è comunque un discorso a parte.
Ho sempre considerato Springsteen all’interno del suo contesto storico e artistico; l’ho sempre confrontato col patrimonio a cui liberamente (e giustamente) ha attinto, a come HA INCISO su questo patrimonio, alla traccia da lui lasciata ed è per questo che l’ho amato e lo amo così tanto.
L’umanità è forse il suo più grande pregio, dirò di più, la fallibilità.
Bruce Springsteen da molti anni sforna BUONI DISCHI, non capolavori. Dai gloriosi giorni di Ghost of Tom Joad il Boss non tira più fuori un intero disco da mandare a memoria. Chi dissente da questo, non ha bisogno di continuare a leggere (e forse porta una BANDANA!), per gli altri vi avviso che vi attende una sega senza fine su quest’individuo nato nel New Jersey quasi sessant’anni fa.

Pensate a The river, o a Darkness on the edge of town; fate mente locale, avete presente lo stesso Born in the U.S.A.? Produzione merdosa, anni ’80 che fioccano, ma canzoni coi controcazzi: non ce ne era una che non ti restasse in testa. Stiamo parlando di un musicista che quando ci vai in fissa ti riempie di robba. Ti da contenuti, orecchiabilità, epica, cortometraggi, ritratti, ti fa ballare, divertire e ti fa pensare. Ti racconta il mito, da qui la sua grandezza.
Ora invece pensate a The Rising, a Devils and Dust (contenitore sottovalutato di alcune perle) o al più recente, ultimo lavoro: MAGIC.
Già a sentire il titolo vi confesso che mi ero cacato sotto. “Che cazzo di titolo è MAGIC?”.
Sarà un disco dedicato all’omonimo playmaker dei Los Angeles Lakers di qualche decennio fa?
Sarà un omaggio ai Queen? “Che cazzo di titolo è MAGIC” pensavo tra me...
E infatti MAGIC è un titolo del cazzo!
Ora passiamo al disco. Il singolo mi ha fatto venire i geloni: per un momento ho persino pensato che Bruce Springsteen credesse di essersi trasformato in Bryan Adams. Ho fatto incubi per due giorni. Radio Nowhere, un altro titolo del cazzo, non era per nulla buona, era una canzone che poteva scrivere qualunque imitatore di Springsteen dei tardi ’80. Il primo incontro con l’album era stato annichilente. Sembrava, in più di un brano, che il Boss volesse suonare come “quelli che volevano suonare come il Boss”. Così incontravo rock’n’soul alla Graham Parker, acusticismi non particolarmente riusciti, leggi Dan Bern et similia, gente valida mai uscita dalla lunga ombra del “...bel brano Springsteeniano...”, come Southside Johnny. Il problema risiedeva nel fatto che tutta questa pur ottima marmaglia di rockettari NON ERANO LUI. Perché a lui gli anni ’50 mancavano sul serio, non come a Bryan Adams; perchè lui la bandana se l’era messa perché suda come un suino, non per tenere i capelli come Bon Jovi; perché il soul, la Stax, la Motown per Bruce Springsteen sono cose sacre da prima che scoprisse Dio e la famiglia; perché SENZA ESSERE DYLAN ha saputo fornire una versione plausibile del folk bianco classico di matrice sindacale, rurale e, udite udite, socialistoide - alla fine sarà pure macho ma avete fatto caso che il pubblico del Boss è prevalentemente di sinistra? (Bertinotti dovrebbe ringraziarlo visto che simpatizzo stalinismo perché ascolto Atlantic City...). E comunque Pete Seeger é stato iscritto al partito comunista americano fino alla prima metà degli anni ’50.

Insomma avevo il cuore spezzato. Il mio eroe si era rincoglionito, aveva fatto un disco piacevole e pensava di cavarsela così, solo perché quel disco sarebbe comunque piaciuto ad un sacco di gente.
E a noi? A noi poveri stronzi che l’avevamo difeso dai sinistroidi rompicazzo che gli davano addosso per Born in the U.S.A. perché non ne avevano letto il testo? A noi che prestavamo Wild, innocent e compagnia bella per far capire al critico superficiale che il Boss era uno serio e intelligente, non un rockettaro tutto muscoli, palle e niente cervello? Bruce Springsteen mica era i Kiss, non si truccava, non sparava laser sulle folle oceaniche accorse a vederlo con la E street band come facevano i Pink Floyd, dal vivo non faceva lo stronzo come Bob Dylan, e non frequentava i soliti giri di sessodrogaerockenrolle dei vecchi dinosauri del rock. Non faceva yoga come Sting o come Peter Gabriel, non si chiamava Claudio Baglioni. Noi lo sapevamo questo, e lo difendevamo.
Adesso non dobbiamo più difenderlo, dobbiamo capirlo, e in questo caso specifico, criticarlo.
Dobbiamo capirlo, perché non possiamo più sentirci eterni ragazzetti, se lui si sente più vecchio.
Dobbiamo capirlo perché il suo più grade pregio è l’umanità e, come ogni uomo, oggi sta facendo i conti con se stesso. Per questo fa i dischi a-là Springteen ma non fa i dischi DI Springsteen.
Per questo il suo senso critico verso se stesso vacilla e non vede con chiarezza quello che sta scrivendo. In lui alberga una pace, un appagamento, una soddisfazione negata a molti, anzi, ai più.
Non possiamo e forse neanche dobbiamo aspettarci quell’urgenza, quel desiderio di stare bene, di stare bene insieme che in qualche modo è riuscito a creare nella sua carriera. Non possiamo chiedergli di darci speranza anche dentro MAGIC. Ci serve speranza? Di corsa ad ascoltare Born to run, marsch!!!!
Bruce Springsteen sta diventando vecchio ma deve ancora diventare saggio. È con un braccio nel vestito da guitto sensuale ed inarrestabile del rock’n’roll e con un braccio nella spartana blusa di tranquillo lavoratore-cantastorie che torna alle sue radici.
Sarà con la chitarra acustica, registrato dentro la cucina di casa sua che sferrerà ancora i fendenti indimenticabili che sa sferrare, non alla corte di Brendan O’Brien dove riesce solo a riprodurre se stesso, a dissimulare la nostalgia con il manierismo, a far sentire la mancanza dei suoni e dei colori di Born to run o di Born in the U.S.A..
Sarà con un combo di chitarre elettriche vecchie come lui, registrato nel soggiorno della casa di campagna (che possiede...), che riuscirà ancora a fare rock’n’roll. Perché, signore e signori, Bruce Springsteen non vuole più suonare per gli stadi ma ancora non l’ha capito e dunque non ha capito che non ha più bisogno di scrivere canzoni per gli stadi ma, al massimo, per un club.
Riuscirà il nostro eroe ad aggirare la demenza senile con la saggezza? O verrà forse trascinato come un’immensa, solidissima quercia dal fiume del business, delle superproduzioni e dei ritorni dal passato (leggi reunion)?
Da Springsteeniano quale sono e fui, non posso, non voglio, rinunciare a fidarmi anche stavolta, nonostante MAGIC, di lui e del suo cuore ma oggi, mio caro Boss, come amano chiamarti più di quanto tu ami farti chiamare, ti becchi una BOCCIATURA.
Perché, sinceramente, le cover di Bruce Springsteen, piuttosto, le suono io, non te.
Cordialmente vostro devoto
il cuoco