7 giugno 2009

non bisogna saper fare NULLA

Sì, ho iniziato a mettere i voti agli ultimi ascolti che ho fatto. Che – intendiamoci – non sono solo quei 10 che vedete nella lista qui accanto. Per rendervi un’idea direi che le mie mensole iniziano a scricchiolare, e che devo seriamente trovare il modo per rendere commestibili i polimeri con cui sono fabbricati i cd, dato che so’ tempi cupi.Ho iniziato a mettere i voti agli ultimi ascolti che ho fatto perché, e di questo penso che ce ne siamo accorti più o meno tutti, sta diventando un po’ complicato parlare di musica. Vuoi perché onestamente tranne pochissime cose (i Fleet Foxes, non mi viene in mente praticamente nessun altro), gli ultimi mesi sono stati un po’ avari di soddisfazioni a livello musicale, e abbiamo dovuto aspettare che Neil Young e Bob Dylan tirassero qualche coniglio dal cappello (e scoprire che erano pure conigli parlanti) perché si potesse parlare di qualcosa.Beninteso: non ho la MINIMA voglia di mettermi a parlare degli ultimi dischi di Dylan o di Nello Giovane. Sarebbe come se mi mettessi a commentare Platone: non ne ho gli strumenti, non ne ho le palle, non ne ho la voglia. CHIUNQUE ha scritto su Platone (e su Dylan e su blah), quindi leggete i loro giudizi più autorevoli e ponderati.Va detto pure che ho smesso di leggere di musica, e per il momento, dopo il tempo speso (mi verrebbe da dire Sprecato, ma non lo farò) a leggere libri di cui francamente mi fregava poco (nell’ordine: mi frega poco di sapere qual è stato l’impatto del concerto dei Clash a Bologna sulla vita di tale Luca Frazzi che poi manco un gruppo decente è riuscito a mettere in piedi; mi frega poco di leggere 360 pagine di semiotica della popular music in cui si dimostra da OGNI ANGOLAZIONE che è impossibile fare una semiotica della popular music; mi frega ancora meno di tirare in ballo Aristotele per giustificare il fatto che la gente sta in fissa coi dischi) penso che passerà del tempo prima che riprenda in mano un libro di critica musicale: non mi servirà – se le cose staranno così – a godermi meglio un disco dei Ramones o di Tom Waits o di Zappa, non mi servirà a scrivere musica migliore, non mi servirà nemmeno a inquadrare in un contesto più ricco e più chiaro la musica che ascolto. Questo, soprattutto, a causa del fatto che trattandosi di musica popular, distaccata dalla tradizione colta e dai suoi torrenti sotterranei di autoconsapevolezza e autogiustificazione, non è – se non a posteriori – alimentata da intenzioni estetiche necessariamente consacrate dal raffronto con il passato.Che cazzo sto dicendo? Sto dicendo che probabilmente il modo migliore per capire John Lee Hooker o Elvis o Thom Yorke non è confrontando gli elementi tematici, retorici o metrici della loro musica con Shakespeare o le ballate finniche del 700, ma avviando semmai un’analisi storica e sociale. La musica di questa gente rispecchia direttamente i tempi in cui sono vissuti, ciccia fuori come un brufolo dall’abbuffata di informazioni, musica e cultura – superficiale o non – dei loro giorni. In altre parole: per capire la Motown è molto più utile capire in che modo vivevano i neri nella Detroit degli anni ‘60 piuttosto che decostruire le strutture dei loro brani. Sempre se è CAPIRE, quello che noi vogliamo, che dopotutto fa caldo e io voglio sentire gli SLAYER. O boh, Booker T.
Alla fine quando il discorso musicale si fa specialistico, sfugge alla diffusione, come tutti. Ieri chiacchieravo con (persona X) di questa cosa – sempre perpetuando la mia tradizione di essere una persona intimamente PALLOSA o forse punendola per non voler diventare mia moglie – e cioè del fatto che ogni approfondimento sfoltisce interlocutori come una cesoiata. Cioè, io posso sempre perdere tempo a spiegarvi il perché il raccordo tra le due strofe di I’ll be back dei Beatles è una delle cose più geniali di sempre, ma il mettermi a fare un paradigma strofico mi sembra eccessivo, anche perché io sono sempre convinto che, come una gigantesca spada di Damocle, un improvviso E STICAZZI? possa ragionevolmente delegittimare qualsiasi tentativo di mettersi a fare i tromboni.E quindi? E quindi voti. Anzi, stellette; da una a cinque, come i peggio stronzi. E quindi: cinque stellette a Everybody knows this is nowhere perché sì, perché è come dare cinque stelle a una cacio e pepe fatta come cristo comanda, quattro ai Fleet Foxes perché si capisce che sono pallosi come una partita di fine campionato ma non sentivo un disco di Americana così pieno di tessiture probabilmente da quando Stephen Stills sapeva ancora fare il suo mestiere. Quattro stelle pure all’ultimo Napalm Death non foss’altro perché dopo venticinque anni già scrivere 15 pezzi nuovi che non siano IDENTICI a nient’altro nella loro discografia è un miracolo, e una stelletta (equivalente a DISCO DI MERDA) a Patrick Watson perché Jeff Buckley è morto da 12 anni 12, siori, e ogni tentativo di vestire i suoi panni è macabro e inutile e insomma fatevi una vita vostra e questo è TUTTO ciò che ho da dire per il momento.



PLAYLIST>
The Complete Stax-Volt Singles 1959-1968 vol. 1

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