27 giugno 2007

il povero diavolo nascosto nei dettagli

Rob Lind: saxophone. Fine. Punto.
Questo è tutto quello che la storiografia ha da offrirci su uno dei più grandi ed improbabili sassofonisti di rockarolla. Erano i “meravigliosi anni ’60”, quelli che magari la mamma ricorda con una lucina commossa negli occhi (la vostra mamma forse, che la mia era già grandicella e c’aveva troppo da fa’ pe’ anna’ alle contestazioni e alle fumate consapevoli de gruppo) – dicevamo: erano ’sti benedetti anni ’60 e mentre buona parte delle band, pur attenendosi a condotte licenziose e deprecabili, spacciava di sé un’immagine tipo “Giovani, carini e perdigiorno” e pensava a suonini carucci e a canzoncine orecchiabili, qualchedun altro, con adolescenziale incoscienza, sfasciava i coni dell’amplificatore per chitarra (come insegna nonno Link Wray), si dotava di cantante strepito-munito e andava ad allietare le feste che brulicavano negli Stati Uniti in pieno boom economico. I Sonics facevano questo mestiere e lo facevano meglio di tutti. Ora, a me interessa poco darvi altre dritte su un gruppo che ha dovuto aspettare un trentennio per essere preso in considerazione. Tanto ormai, tutte le riviste specializzate, anche quelle che con la rockarolla fanno a pugni, si inchineranno al nome The Sonics, si genufletteranno e inizieranno a sbrodolare lodi sperticate allo “Spirto primigenio del rock ’n’ roll”. Non si sa come, i Sonics, che nessuno si era inculato per trent’anni sono diventati influenti per CHIUNQUE. Oggi se non hai un disco dei Sonics non capisci un cazzo, prima non capivi un cazzo se ce lo avevi: misteri della critica musicale e del popolo consumatore.

Dunque: Rob Lind. “Perché?” vi domanderete voi. Perché si è parlato di critica musicale, nel blog; perché si parla di gusti, nel blog; perché tre righe analitiche su Rob Lind, splendido chiama-quardriglie del secolo scorso, non le fa nessuno e qui dentro si fa giustizia, non par condicio.

(cane), un po’ di tempo fa aveva giustamente affermato la scarsa digeribilità del solo di sax nel contesto del rock ’n’ roll. Senonché viene da prendere in considerazione il fatto che molti combo del suddetto genere, prendendo le mosse dalle formazioni nere di rhythm ’n’ blues, portavano il sax all’interno come elemento connaturato al genere. Secondariamente ma neanche troppo, la chitarra elettrica stava ancora sviluppando ed evolvendo il suo linguaggio e dunque un buon sax era una scappatoia efficace per sparare assoli in mezzo alle canzoni. In questo contesto Rob Lind si inserisce in modo calligrafico e non avanguardista. Non cede alle tentazioni free (non sempre riuscitissime) che caratterizzeranno la performance di Steven Mackay nelle sessions di Fun House degli Stooges; non indugia nel “Sax da entertainement” che rende Bobby Keys il sassofonista dei Rolling Stones da quarant’anni; non incede nelle accoratissime divagazioni a metà tra la bar-band e il musical di Broadway che, alle volte, sono la cifra stilistica di Clarence Clemons.
Di più: Rob Lind è un bianco. Nonostante trasudi formazione ed ascolti black (e stiamo parlando del black dell’epeca), il suo “Sassofonismo” ci parla di attitudine più che di tecnica, e di un contesto socialmente riconoscibile: il rock ’n’ roll, musica tendenzialmente bianca con elementi tendenzialmente neri. Per questo non trovi traccia delle narrazioni saltellanti che furono del sax di King Curtis o dello stesso Maceo Parker anche se gli ascolti di Rob Lind magari non differivano più di tanto da quelli degli altri due; per questo, nonostante il Nostro spezzi il soffio mille e una volta, noi abbiamo la certezza di stare ascoltando qualcosa d’altro. Cosa? La risposta è: l’attitudine.
L’attitudine è tutto per noi che vogliamo fare i punk a trent’anni passati. L’attitudine è la risposta alla scarsezza tecnica; è il mezzo attraverso cui convogliare un’urgenza espressiva che altrimenti non avrebbe vie d’uscita. E veniamo alla pietra angolare. L’attitudine era dei Sonics, non del solo Rob Lind, e così si profila il miracolo: un sassofonista non autoreferenziale che consolida il suono di un gruppo; un solista distante un anno-luce dal concetto di infiorettatura; un ulteriore strumento ritmico, insomma: uno della band. Rob Lind forse è l’unico vero sassofonista punk della storia.

Andate a risentirvi i barriti, gli strepiti, quelle pernacchie da bassofondo che ERANO IL SUONO DEI SONICS. Andate a risentire come l’approccio del sax ricalca la voce del cantante Gerry Roslie (e come, forse, la voce del cantante si ispiri al suono delle chitarre e dello stesso sax, in culo ai cantanti primedonne e agli spingitori del “Bel canto”). Andate a rigustarvi quegli assoli puzzolenti, fatti di fretta, con foga, con rabbia persino, la rabbia di non avere un amplificatore rotto che “fuzza” il suono, tutto per sé. Provate ad indugiare dieci secondi (tanto durano i suoi interventi) sulle note spezzate, sulla estrema “ballabilità” dei momenti da lui contrassegnati, sul fatto che QUEL SAX, con QUELLA ATTITUDINE, in QUEL CONTESTO esprima chiaramente un semplice realtà: c’è una festa: BALLATE, STRONZI!!!
Per chi ha bisogno di sondare le profondità dell’umano ci sono Coltrane, Eric Dolphy, Cannonball Adderley e chi più ne vuole più ne metta.
Per andare a fare una rissa c’è ROB LIND. È semplice.

Ho provato a rintracciare in rete informazioni in più in merito a detto personaggio. Sarà stata l’imperizia nel cercare ma a parte la menzione in allmusic guide e in wikipedia alla pagina biografica sui Sonics, su Rob Lind giace una coltre di buia insipienza. Chissà, forse è diventato venditore di automobili a Tacoma WA, la città della band, forse si è buttato nel ramo assicurazioni, forse è morto tossico o intossicato dalla vita, forse ha cambiato sesso e si fa chiamare Lorna qualcosa o Jennifer qualcos’altro... BOH?!?
Rob Lind: saxophone. Fine. Punto.

Qui dentro (nel blog, intendo) si creano leggende con sfigati desaparecidos della musica e si sfatano miti decennali perché, diciamocelo, non si può ricondurre tutto al rispetto politicamente corretto per TUTTI e dico TUTTI i gusti. Ci sono gusti e gusti. Domandatevi come mai, nella vita, non avete mai avuto amici che facessero venti ore di fila sotto il sole per vedere Michele Zarrillo; chiedetevi perché preferite il pischello in fissa coi Converge piuttosto che con le Vibrazioni o la pischella che sente Nick Cave invece di Gigi D’Alessio. Parliamoci chiaro: certi gusti non sono tali, sono solo crasso, inconsapevole consumar passivo di quanto passa il convento (o I CONVENTI, giusto per non risparmiare un lancio della cacca al mercato indipendente, che indipendentemente dalla sua indipendenza, dipende pure lui da qualcuno e si danna per inventare/creare nuove dipendenze che però abbiano l’etichetta “INDIPENDENTE” sopra così da potersi sentire duri puri e indipendenti...).
Certi gusti disgustano, tutto qua. Ma la bruttura non è questa, ’ché coi gusti di merda del lumpenproletariat musicale (mi perdoni Karl per l’abuso del termine) ci si può anche campare; no, il fatto è che se scrivi un pezzo su Rob Lind per parlare del “sassofonismo” nel rock ’n’ roll sei un segaiolo mentale, un turpe monatto, un riesumatore di cadaveri decomposti, una persona di pessimo gusto perché “...non frega niente a nessuno di questo qua...”; “...ahò, ma questi qui li conosci solo te...”; “...emmò chi ssei annato a pescà...” e così via.
E magari, giusto per fare una chiosa, MUZ, che a me non faceva impazzire come rivista ma era un bene che ci fosse IN OGNI CASO perché tentava di fare informazione (che è come dire Science-fiction), ha chiuso proprio per questo. Da una parte il bolso qualunquismo corrente, abbuffato di MTV-RDS-FESTIVALBAR e sodali; dall’altra la “puzzettosa” competenza incompetente di chi, perché ha mille dischi, pensa di capirci qualcosa, ne hanno decretato il fallimento. I dischi non solo vanno ascoltati ma anche SAPUTI ascoltare, che è un surplus non sempre scontato e va da sé che di gente piena di titoli che non capisce una minchia comunque ne abbiamo esperienza giornaliera: avete presente Radio-Rock? Non vi fanno incazzare anche più del signor Vincenzo Mollica (che, in fondo, è solo un fedele dipendente RAI e non s’atteggia da messia) quelli che pontificano da sopra la loro costosa collezione di vinile?
Sarà per questo che del povero Rob Lind non frega un cazzo a nessuno.
Se il diavolo è davvero nei dettagli come dicono, Rob Lind, un dettaglio trascurato (e forse trascurabile), della storia della rockarolla, ha il pregio sicuro di aver soffiato quanto di diabolico ci fosse da soffiare in quella cazzo di ancia e in quella cazzo di storia e tanto basta per provare a ricordarlo.
Il resto è oblio. Giustizia è fatta. Ora avete un altro nome da ricordare che non serve a un cazzo se non ad arricchire il vostro scrauso bagaglio critico e ad indicarvi una strada in cui il dettaglio è, sì, patrimonio del maligno, ma terribilmente attraente.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Grazie Cuoco e ben tornato.
N.