15 dicembre 2007

Il Punk e l'attitudine "Faccio quello che voglio"

I Disco Drive sono un gruppo che mi piace. Li ho anche visti dal vivo qualche tempo fa, e non sono male. Li ho recensiti molto bene perché mi hanno fatto divertire. Però, hanno questo problema di fondo, che è il classico fraintendimento sull'attitudine punk.

Riporto da RockIt Mag:

Domanda: ”Continuate a definirvi un gruppo punk…”
Risposta: “Un gruppo punk nel 2007 non può suonare come I Ramones [è un punto di vista opinabile, ma ci può stare], il gruppo punk del 2007 sono i Deerhunter [avrei qualcosa da ridire, ma non è di questo che voglio parlare]. Il punk sono (…) quei gruppi che tendenzialmente fanno quello che vogliono. Questo è punk.”


La mia risposta: “MA NO!!! Non è vero, sarebbe un attimino troppo facile...”

Il peggio non sta nella castroneria in sé, né nell'ignoranza di fondo, ma nel pretendere di essere Punk rifilandoci i soliti stereotipi adolescenziali. Questo tipo di attitudine che viene spacciata per punk è in realtà il prodotto della commercializzazione del genere. Sul libro American Hardcore, Steven Blush fa un interessante osservazione. Dice: il punk negli anni '70 ha iniziato a vendere parecchio (pensate ai Crass che vendono 5000 copie di un disco totalmente autoprodotto); le case discografiche, fiutando l'affare, decidono allora di prendere questo genere e rimodellarlo per renderlo più commerciabile. Ecco allora che compaiono gli occhialoni ed i cravattini per dargli un aspetto più presentabile. Ovviamente gli si dà un altro nome, perchè punk è troppo brutto. New Wave!

Il Steven Blush pensiero: ora, partiamo dal presupposto che se vuoi vendere tante unità di un certo prodotto per un periodo di tempo che sia il più lungo possibile, bisogna fare in modo che questo prodotto diventi moda, non bisogna semplicemente buttarlo sul mercato lasciando che finiscano le scorte. Le mode sono durature perchè qualche cretino trova una propria identità nel trend e, giustamente, non si può vivere senza un'identità. L'identità è un bene primario, e i venditori (di qualsiasi genere essi siano) lo sanno bene. Il punk però è sempre stato una faccenda complicata e piena di sfaccettature: c'erano i vegetariani, i pacifisti, i militanti, gli anarchici e quant'altro, insomma ne incarnava parecchie di idee – o se vogliamo valori (ma forse questa parola è meglio non usarla). Un'altra legge del mercato è che se vuoi vendere tante unità di un certo prodotto, questo prodotto deve avere un target che sia il più ampio possibile. Il punk così com'era, così come si è sviluppato nella sua indipendenza, era troppo complicato. Soprattutto un mondo nel quale se vai al bar a chiedere un panino vegetariano ti rifilano un panino tonno pomodoro e maionese.

Quindi, come si fa a semplificare il tutto nel modo più becero e commerciabile possibile? Basta ridurre al minimo comun denominatore l'attitudine “combattiamo contro tutti coloro che non ci permettono di vivere la nostra vita dignitosamente” riducendola al molto più semplice e meno attivistico “Facciamo quello che ci pare”.

Questo modo di fare mi ricorda un concerto al Traffic che mi è stato raccontato.
Situazione: Concerto di un gruppo “panc adolescenziale”
Intreccio: uno dei membri di cotal gruppo rompe non mi ricordo che cosa della strumentazione del Traffic giustificandosi con un semplice: “aò io so panc”
Colpo di scena: er Teg gli urla: “No, te sei 'n cojone!”
Questo, è il punk di cui parlano I Disco Drive.

Io sono sicuro che il gruppo torinese in questione non le faccia ’ste cazzate da ragazzini, e sono anche sicuro che magari con quella frase abbiano voluto semplicemente riassumere la faccenda. Ma io sono sempre dell'opinione che certe cose o vanno dette bene o non vanno dette, perché dirle male può portare a tristi conseguenze come quelle del sopracitato adolescente panc.

Potrei stare qui a scrivere cartelle intere su quessto argomento, ma non lo farò perché è una bella giornata e voglio farmi un giro in bici, quindi mi appresto a concludere elencando un paio di cose che mi fanno rodere il culo a riguardo.

Il fatto che queste cazzate le dicano gruppi underground di cui, in teoria, ci si dovrebbe fidare.
Il fatto che oramai si definisce punk qualsiasi stronzo senta musica mid-tempo.
Il fatto che queste stronzate i Disco Drive le abbiano dette ad un intervistatore che non ha battuto ciglio.
Il fatto che in Italia il giornalismo musicale lo faccia chi di musica non ci capisce un cazzo.
Il fatto che i giornalisti musicali pensano sia scortese fare domande provocanti ai musicisti.
Il fatto che la gente non si rende conto che i giornalisti musicali non ci capiscano un cazzo di musica.
Il fatto che se la gente continua a stare a sentire queste cazzate, i Babyshambles continueranno a riempire le sale concerti.

1 commento:

veronica ha detto...

no parlamose chiaro stronzi,Io sono davvero Punk.punk vuol dire brutto,chiunque cerchi di piacere e essere carino anche facendo il miserabile alternativo ribelle stracciato in realtà col Cazzo che accetterebbe di essere brutto e malmesso.gli stilisti ci fanno i Vestiti.a pezzi con le pezze ma carinooo sto vestitino.
io invece sono consapevolmente uno schifo quindi vaffanculo.(musicalmente sto commento non c'entrava né é detto che sia del tutto coerente o sincero al 100% però ho appena fatto colazione e volevo far qualcosa per digerire n'attimo prima de ributtarmi a a dormi)
Vé.