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20 febbraio 2012

vestirsi al buio

Io la fissa e l'attesa per il disco nuovo di Peter Broderick l'ho capita e l'ho condivisa. Lui è uno dei pochi che quando parla vale la pena di fermarsi ad ascoltare. Ha talento, sa dove andare e soprattutto ha un gusto per il sobrio che me l'hanno fatto apprezzare. Quando ho saputo che c'era un suo disco nuovo in streaming ero contento, e ho fermato addirittura Billie Holiday.
Poi vabbé, l'ho ascoltato.
E per carità, non è che il disco non mi sia piaciuto, sebbene anche nelle sue parti migliori non è niente per cui strapparsi i capelli, ma mi ha un pochetto deluso. Deluso nel senso Peter-da-te-non-me-l'aspettavo.
Ora: non ho né voglia né intenzione di parlare del disco di Peter Broderick: esce per Bella Union che è la cocca della stampa indipendente (e vorrei pure vedere), pitchfork ha il cazzo duro da settimane, insomma tra qualche giorno di questo disco ne parlerà anche Cronaca Vera.
Piuttosto, ciò che mi viene in mente è l'epidemia dalla quale sembra che anche il bimbo prodigio più amato dalle donne sembra non sia riuscito a salvarsi, e cioè quella della luccicanza. Mo' mi spiego meglio.

Nel suo ultimo pezzo, il cuoco stava riflettendo sul fatto che pochi dischi usciti ultimamente sono stati in grado di emozionarlo. Ora, lui ha una regione di osservazione radicalmente differente dalla mia, ma entrambi siamo così rompicoglioni proprio perché aspettiamo sempre qualcosa che cambi la vita, o almeno il battito cardiaco: devo dire che negli ultimi anni qualcosa in grado di farlo l'ho anche ascoltato - mo' insomma non è che sono diventato uno zombie come Assante che ancora va dicendo che il rock è morto: a me i Fleet Foxes mi hanno commosso, e A.A. Bondy e gli Arcade Fire e i Band of Horses e certe cose dei Bombay Bicycle Club pure, però devo dire che rispetto alla quantità STERMINATA di materiale che esce ogni giorno, sono pochissime le cose che mi colpiscono veramente, le cose per le quali farei spazio nella mia stanza,spenderei dei soldi. Non credo, infine, che si tratti semplicemente di un fatto statistico: siamo tutti d'accordo che in 70 anni di discografia la robaccia ha sempre battuto almeno 50 a 1 la roba buona, almeno quantitativamente. Credo piuttosto che sia un discorso di zeitgeist, e qui finalmente arriviamo a bomba.

Io che a quanto pare ho un MUCCHIO di tempo da perdere, ascolto praticamente qualsiasi cosa esca che non sia techno, reggae, poetastri italiani o RAC. Se esce qualcosa, è abbastanza verosimile che almeno un minuto di attenzione gliela dedicherò. A me la musica piace, è inutile che faccio il vago, e in lei ci credo e ci SPERO. Eppure ci sono periodi in cui la musica mi sembra mediamente peggiore, come se il plateau su cui poi svettano i picchi fosse più basso. E questo, signori, è uno di quelli.

Vedi, cuoco, a me non stupisce che la musica del 2012 (quel tipo di musica del 2012 che da ora in poi chiameremo musicadel2012) non ti emozioni, perché salta fuori che non sia questa la sua missione.
Pensala così: in un contesto artistico-musicale in cui il dibattito più ricco è quello sul revival - o meglio, su quanto il revival sia la matrice dell'atto musicale odierno -, la musica è affannata nel cercare di assomigliare il più possibile a qualcosa di già occorso nel passato. Ci mancherebbe: gli stessi Fleet Foxes marcano 1971, e solo in un periodo come questo hanno senso il Wall of sound 2.0 o un'intera etichetta come la Daptone. Ne parlavamo l'altra sera, ricordi? Tu eri un po' ubriaco ma io no. Tralasciamo pure il fatto che una musica che cerchi così disperatamente una legittimazione nel suono del passato ha dei seri problemi di autostima e pure qualche contrattempo edipico. Piuttosto:
Ricordi cosa diceva Adorno? La categoria principale di ascoltatori attinge nel serbatoio dei consumatori di cultura: la musica, come il cinema, i film, e anche i libri - ahimé - è un orpello da indossare come un cappotto nuovo, e il paragone con l'abbigliamento non è tirato per i capelli, mo' ti dico, porta pazienzae seguimi.

La tendenza principale del revivalismo del 2012 - che è solo DIVERSO da quello per esempio del 2002: abbiamo revival da quando abbiamo dischi, non prendiamoci per il culo - è il ripescaggio degli atteggiamenti musicali della prima metà degli anni 80. Hai letto bene, ho scritto atteggiamenti musicali e non musica. Il periodo di osservazione privilegiato in questo momento è infatti un periodo in cui la diffusione della tecnologia ha generato un pop sintetico (e ok) ma fatto di giustapposizioni più dettate dalla curiosità e dal capriccio che da una visione d'insieme (come gli agghiaccianti abbinamenti rosa/marrone/celeste che vedi addosso alla gente al Fanfulla).
La neo-eccitazione per la disponibilità di gadget musicali sposta l'attenzione dal cosa mettere nelle canzoni a come metterci sopra: proprio come sono pochi quelli che resistono alla tentazione di provare tutti gli effetti della pedaliera appena comprata, la musicadel2012 è distratta dal dimostrare quanto può essere ESATTAMENTE fedele ai suoi bruttissimi modelli di 30 anni prima. Pazienza, insomma, che le Superga puzzano: noi ce le mettiamo uguale perché è vintage.
Certo, tu mi dirai Anche il punk e il garage sono partiti dal desiderio di emulazione e dalla tecnologia a basso costo, ma qui non parliamo di disagiati che rimediano alla rabbia col volume, quanto di persone che - almeno a sentire ciò che fanno - si ANNOIANO e, nella fretta di arrivare a conclusioni che è la primogenita del terzo millennio, decidono che è ennui e la mettono nella musica. Oltre a non sentire il cazzo (non c'è soul, cuoco, nemmeno un po'), nella maggioranza della musicadel2012 non sento nemmeno urgenza, bisogno.
L'intenzione, per come si sta riproponendo, è stupire e - presuntuosamente - fondare nuovamente un'estetica del kitsch che, alla continua ricerca di un nuovo e più nauseante accostamento, non ha tempo per approfondire il contenuto. Veloce e feroce come un uragano di detriti, la musicadel2012 è una musica che devi avere il coraggio di portare per strada come i tirabaci, una musica con cui essere d'accordo più che in sintonia, e che riflette la necessità dei 20enni di questa generazione di apparire più vecchi (dai cazzo, la PERMANENTE?!?) e più ricchi; in culo alla precarietà e all'insicurezza planetarie, la  totale, orizzontale e inorganizzata musicadel2012 fa ballare di nuovo come macchine, manifestando la testa che vince sul cuore, la volontà che vince sulla necessità, ed elitarismo: proprio come i Rayban da una piotta e mezza per leggere meglio le notizie che arrivano da piazza Syntagma.
Esattamente come nella prima metà degli anni 80, la musica di questi ultimissimi anni è la musica più BIANCA e borghese che ho sentito da un po', fredda ed esatta come i Casio che hanno marcato zimbello per tutta la nostra infanzia.

È per questo che ho rosicato quando ANCHE nel disco nuovo di Broderick sono apparsi i coretti all'unisono o il tema cantato dalla voce tenorile (l'equivalente musicale insomma del mocassino, degli accessori kitsch): ho rosicato perché anche lui che ricordavo orientato a una certa sobrietà un po' romantica non ha saputo evitare di indulgere al patinare per bene la superficie, trascurando che i pezzi sì, insomma, ma alla fine vi dirò. Anche questo suo http://www.itstartshear.com/ si inserisce nel filone della musicadel2012 che è revivalista nel linguaggio, nel modo di essere concepita, sulle orme del rococo à la Bon Iver (la traduzione musicale di Instagram, praticamente) che se avremo pazienza - e se ci dirà culo - sarà però seguito da una nuova ondata integralista, che a questo punto non potrà fare altro che spogliare la musica di questi cosmetici vivaci e di questi pizzi che la rendono un po' svampita un po' mignotta, e riporti all'attenzione la sua essenza - il cazzo di songwriting, insomma, quello che se non ce l'hai ti attacchi al cazzo e BASTA.
E basta, appunto.

13 febbraio 2012

Una nota da diario

Per evitare che pensiate che mi mobilito solo per eventi riguardanti Springsteen e affini torno sul blog per parlare d’altro.
Tra l'altro, il nuovo album di Springsteen s’appresta, il singolo non mi è piaciuto e prima di venire colto dall’ennesimo travaso di bile per lo svuotamento che ha subìto la sua scrittura nell’ultimo decennio ho preferito tornare a scrivere per moventi diversi.
In questi giorni - dopo più di un anno di garage - la mia collezione di dischi è finalmente rientrata a casa nella sua totalità.
Immaginate di aver dovuto passare un periodo consistente di tempo lontano dalla vostra collezione; immaginate di aver avuto solo il computer e un lettore mp3 come enti eroganti musica per circa un anno e mezzo/due. E, infine, immaginate di tornare finalmente alle vostre cose, ai vostri dischi e di trovare la situazione cambiata. La storia che quelle pile e pile di dischi raccontano di voi, il valore, il significato di ogni singolo pezzo sono diventati un’altra cosa.
Più di quanto incida sul vostro mutevole gusto il normale scorrere del tempo, la “vacanza” forzata appena conclusasi – portatrice anch’essa di nuovi stimoli e visioni – decide dello status quo del momento attuale. La “vacanza”, come distanza - distanza evidentemente emotiva oltre che fisica – ha modificato il vostro punto di osservazione e, con esso, la vostra visione. Rimirate i titoli uno dopo l’altro; magari vi scappa un sorriso per aver ritrovato un vecchio amico, cioè un disco cui siete legati o magari vi chiedete, vedendone un altro: “e tu che cazzo ci fai qui?”.
Ora, voi potete pure imputarmi di scoprire l’acqua calda ma vi giuro che costruire un’epica di se stessi è un lavoraccio e la musica può aiutare molto da questo punto di vista: insomma non è un’esperienza piana e di ordinaria leggibilità ritrovarsi a quasi 40 anni con dischi che oggi, suscitando dubbi su se stessi, suscitano, transitivamente, dubbi su VOI stessi.
Non è tutto.

Ravviso, da un po’ di tempo, una cortocircuitazione emotiva rispetto all’esperienza dell’ascolto e mi faccio domande: il fatto che non mi ingrifo più come un dì all’ascolto di un album è imputabile ad una vita in cui la lotta tra squali e dinosauri piuttosto che il destino di Capitan Uncino hanno preso il sopravvento sul godimento della scritttura di Holland & Dozier o degli arrangiamenti di Timber Timbre oppure è che stiamo storicamente attraversando un periodo di riflusso delle urgenze?
Consumando come è mio uso la stampa musicale, mi ritrovo orfano di quell’entusiasmo che trasuda dalle recensioni e che invece non trasuda più da ME. A fronte di segnalazioni di dischi di pregio la mia risposta emotiva è sovente disillusa; sempre più di rado leggo dietro il pregio delle forme quella SOSTANZA che muove le umane cose, le umane genti e sovrintende all’accoppiamento alla copula e ai grandi mutamenti della civiltà.
Scorrono allora dinanzi a me i titoli degli album in cui anche per una sola settimana mi sono riconosciuto: dischi che ho deciso di esibire sui miei scaffali perchè una collezione di dischi è anche questo, esibizione, pisellometria.
Scorrono quelli che ho deciso di serbare dentro un hard disk in attesa di acquisto o masterizzazione.
Scorrono un po’ troppo, scorrono in troppi.
I primi a causa del cortocircuito storico, del tempo che passa, dell’acqua passata che non macina più. I secondi a causa del cortocircuito del presente, dell’indifferenza dell’orecchio dell’ascoltatore. La vita che cambia e ti cambia? Il sovraccarico d’informazione? L’inizio dello spegnimento? Eccesso di consapevolezza della serie “beati i poveri di spirito”? Voglio credere di no. E non per credere ancora un po’ nella mia transitoria esistenza o nel suo significato ma per credere ancora nella musica e nel suo secolare contributo.

Richard Middleton nel suo Studiare la popular music fa riferimento ai meccanismi (industriali, mediatici, socio-politici) che sussumono il disagio giovanile per metterlo a sistema nonché a bilancio. Riletta così la storia dell rock’n’roll diventa una storia di venduti talmente strafatti da non accorgersi nemmeno di esserlo e di venduti talmente contenti da non preoccuparsene affatto. E dunque quello che ci è arrivato è solo quello che è stato permesso arrivasse alle nostre orecchie, cuori, anime, lombi.
Non solo: sembra che nel confezionare un suono che fosse “Spirito del tempo”, considerando la variabile “Tempo” come soggetta alle compressioni più efferate e dunque inducendo a repentini cambiamenti di indirizzo la massa ascoltante, possiamo ritenere possibile che a forza di confezionare ci si sia fatti prendere la mano proprio dalla confezione.
Lo dissero i Clash, dopotutto:” You think it’s funny turning rebellion into money?”. A onor del vero a loro successe esattamente questo ma, comunque... it ain’t funny.

Facciamo qualche esempio
Liz Green è una scoperta recente, il suo disco O’ devotion (2012) si presenta nelle dismesse vesti di un impianto pre-war, con la strumentazione ridotta ad una chitarra pizzicata sempre più o meno allo stesso modo e una sezione di ottoni che entra sempre più o meno allo stesso modo a commento o sostegno delle composizioni. La dinamica tra gli strumenti in gioco diventa nota al quarto pezzo e le sorprese finiscono. Il disco è ritenuto buono, le recensioni ne dicono bene e in effetti possiede tutti i clichè di un disco buono.
Chain & the Gang sono in giro penso da un po’ più di tempo, hanno adottato un’attitudine garage con sporcature black (potremmo definirla un formula detroit style degli anni zero), si pregiano di un cantato ubriaco alternato ad uno spoken abbastanza stonato e personale da non indugiare in tardi “Loureedismi” deprecabili per definizione. Formalmente si presentano al meglio per scelta dei suoni ed informalità superficiale. Roba da giacchetto di pelle nera con maglietta bianca sotto al concerto.
Pete Molinari lo diremmo uno che tramanda, uno che ha scelto le vie della tradizione. L’impianto della sua musica è diurno senza romperti necessariamente il cazzo col fatto che il sole splende in cielo. Può essere giorno fatto ok, ma il cielo può essere velato, il vento può darti noia, e la mamma può essere lontana. Chitarre pulite, “cristalline” direbbero quelli del Buscadero, scrittura lucida e di basso profilo, una versione meno timida ma anche meno complessa e affascinante di M. Ward. Buonino.
Ognuno dei prodotti summenzionati è fatto ad arte ma sembra pensato per giocarsi tutto al primo, secondo ascolto. Messi alla prova sulla lunga distanza sono solo intrattenimento ben confezionato ma sul mio scaffale forse non ce li metterò. E come loro tanti altri, di oggi e di ieri.
Questo scisma tra musica e autobiografia si nutre male per scarsità di sostanza ed io languisco. Utilizzare ad arte inflessioni stilistiche, citazioni eleganti, scenari rassicuranti in cui potersi accomodare senza il benchè minimo sussulto non mi restituirà l’anima che la musica anni fa mi ha rubato. Non è poi difficile parlare con la panza e nessuno ti rimprovera se non sei riuscito a scrivere Darkness on the edge of town, il punto è che CI DEVI ALMENO PROVARE!
Perché tutto sembra rinviare ad un melange di epoche passate nella musica che incontro oggi ma niente mi aiuta a vivere in questa. E allora eccolo, l’intrattenimento. Intrattenuti in attesa del prossimo momento storico. Giungeremo sguarniti per carenza di sostanza del momento storico precedente?
No, voglio ripropormi il bisogno di ritrovare urgenze autentiche, voglio esigere da chi fa musica che si giochi qualcosina in più delle lezioncine sui propri ascolti e su come li ha assorbiti bene.
Voglio che ci provi, che ci stia dentro. Ed io voglio rituffarmi in quel magnifico gioco che è “Pizzicare l’impostore” incontrando le mille difficoltà di chi ha di fronte un’impostura ben pensata e giubilando di fronte a qualcosa di VERO.
E voglio riconquistare il mio diritto ad illudermi perchè ultimamente la musica mi sembra venga fatta solo per farmi viaggiare comodamente sbracato su un divano davanti a due casse.

Mi passa per le mani Dog in the sand di Frank Black & the catholics, quel disco l’ho adorato e ora non mi fa più niente; Gentleman Blues dei Cracker con cui ho elaborato una separazione: ne vedo tutti i difetti; Elvis Costello, Delivery man, cui ho nobilitato la masterizzazione contraffacendone copertina e custodia e facendolo sembrare un disco originale è finito in una bustina trasparente di plastica recando con sé la copertina scannerizzata a memoria imperitura di quando bastava AVERLI i dischi per essere felici, anche se non erano originali.
Ripercorro la mia storia e mi sorprendo commosso stringendo tra le mani Smoking in the fields dei Del Fuegos (per fortuna su vinile) e tornando a quante salvate mi ha fornito questo bolso album di rock FM da strada con una bar-band prodotta come se dovesse suonare a San Siro.
Sono anch’essi, senza dubbio, contributi a quello scenario dipinto ad arte dall’industria dell’intrattenimento: oggi languiscono nelle loro carenze ma a suo tempo sono serviti a qualcosa.
Sono la mia storia, le mie glorie e vittorie, i miei sbagli.In attesa di collezionarne di ulteriori, rimiro questi qua.

La prossima volta parleremo invece di chi aggira tutte le mie pastoie esistenziali facendo le cose e basta e facendole come si deve.
Ma questa è un’altra storia.

15 settembre 2011

grazie mille e arrivederci

Cara Scarlett,
ti ricordi quando qualche anno fa osai darti un consiglio per la tua carriera? Eri appena uscita col tuo disco nuovo e a nessuno gliene fregava un cazzo, ma tutti hanno continuato a dirti di sì perché di fatto nessuno stava pensando al disco, in realtà avevano in mente solo le sise, e non mancai di fartelo notare, ricorderai di certo.
Ti scrivo per dirti che sono contento che tu adesso abbia finalmente seguito il mio consiglio, e mi permetto di alzare la posta e dartene un altro. Accanna, Scarlett. In amicizia.
Ora che ci hai dato ciò che volevamo, ciò che ti abbiamo chiesto a gran voce sin dai tempi di Ghost World, ciò che ha impennato gli incassi al botteghino nella speranza che Hai visto mai che a 'sto giro ce dice bene, ora che le nostre aspettative sono state soddisfatte, ora che sei all'apice della tua parabola, potrai finalmente goderti la tua fama e i tuoi soldi e ritirarti in quiete non so, in Molise, o in Kamchatka.
Addio, Scarlett. Ora potrai tornare da dove sei venuta senza aggiungere altro, per non rovinare questo momento.

Grazie e addio,
cane.

22 luglio 2011

Appunti per un dylanismo contemporaneo

Ricordo di aver letto su “Chronicles, vol. 1”, l'autobiografia del giovane Bob Dylan, di come, una sera, il Vate, seduto in macchina con Robbie Robertson di The Band si sentì porre la seguente domanda: “Dove hai intenzione di portarla?” (o era qualcosa del genere... n.d.a.). Di primo acchitto le ipotesi che lo sventurato Bob dovette prendere in esame erano due: A) la domanda riguardava l'itinerario che i due stavano seguendo in auto (domanda: dove hai intenzione di portarla?, risposta possibile: a Fregene.)
B) la domanda era inerente a qualcosa di recondito nella mente di Robbie Robertson e dunque, l'unica scappatoia era rispondere con un'altra domanda e così fece Bob; Bob guardò Robbie e disse: “Cosa?”. Risposta di Robbie Robertson: “Come cosa? La scena musicale! La musica!”... e il povero Bob cadde in depressione per la milionesima volta.

Una cosa che emerge chiaramente dall'autobiografia di Bob Dylan è il fatto che rispetto alla notorietà e all'importanza che TUTTI gli attribuivano, lui nutriva di sé un'opinione ben più sobria, e di tutto quel casino che si faceva intorno alla sua icona ne avrebbe fatto volentieri a meno.
Adesso, noi potremmo anche malignare sul fatto che è tipica delle grandi star questa distaccata versione di se stessi: umilmente Immortali. E però resta la sensazione che al fondo di Bob Dylan tutta 'sta storia rompesse genuinamente il cazzo.
La manfrina appena conclusasi serve ad introdurre una band su cui l'ombra lunga di Dylan si estende come la luce della luna in una limpida notte nella valle della morte. La band: i Felice Brothers.
Come al solito arrivo tardi e sempre con versioni parziali della realtà, rivedibili in secondo grado e perfino ribaltabili in cassazione. Le mie sentenze si fanno via via più approssimative e più che a questioni di tempo credo le ragioni profonde dell'attenuarsi della mia lapidarietà siano da ascrivere all'anagrafe. Con l'età, cioè, sto perdendo la tendenza alla santificazione e conservo solo una sana intolleranza verso ciò che non potremmo definire in altro modo se non come: MERDA.
Dunque, per chiarire, sto parlando qui di UN SOLO DISCO, che può o meno definire interamente il carattere di una band.
Nel mio caso The Felice Brothers sono per me una piacevole sorpresa, soprattutto se letti con la lente che ho cercato di fornirvi nell'introduzione.

La letteratura, il gossip, la critica musicale e una consistente parte del sentire popolare mondiale hanno sempre preso Bob Dylan molto sul serio. I Dylaniani sono spesso persone pesanti e monocorde che in ossequio ad una ortodossia tutta “Dylaniana” fraintendono grossolanamente il messaggio che da sempre il loro menestrello diletto cerca di comunicare. Non dico tutti ma una buona parte di essi è così.
Ma, per fortuna, mentre ancora si dibatte sulla presunta o meno valenza politica di Mozambique, sulle strade mai abbastanza affollate d'America, gli americani fanno del loro patrimonio culturale il cazzo che gli pare. E, aggiungo di mio pugno: MENO MALE!
Dalla culla del dylanismo fricchettone e spiritualista, da quella stessa Woodstock dove Dylan andò ad abitare per ritrovarsi con gli hippies dentro casa che gli chiedevano “L'illuminazione” mentre lui doveva andare a pisciare (pessima idea Bob n.d.a) ecco che escono fuori The Felice Brothers: una versione possibile di un Dylanismo contemporaneo.

La voce del cantante, Ian Felice, che del nostro Bob ricalca senza vergogna toni, inflessioni, e financo la vena ritmica-strofica, insieme con un sound PENSATO e SENTITO e, ovviamente, costruito su Highway 61 piuttosto che Blood on the tracks, The Felice Brothers suonano DIVERTENDOSI. Il che, lasciatemelo dire, è TUTTO!
Siamo lontani da quella che su un Tom Petty possiamo definire come “influenza fondante”, o su di un Elliot Murphy “Vorrei ma non posso”; siamo lontani dalla ricerca di un novello Dylan (portata avanti da un mercato musicale che, ad un certo punto, per pararsi il culo, prende per morto un'artista ancora vivo e attivo e sforna prodotti variamente buoni o scadenti tutto purché abbiano il marchio “Dylan” impresso addosso...) che produsse figure di buona caratura come Willie Nile, buona caratura sì ma imparagonabile con quella della fonte primaria.
Qui, in casa Felice, Bob Dylan lo si è mangiato a merenda come, a suo tempo, Dylan stesso avrà mangiato, che ne so, Pete Seeger (quello che voleva staccargli la corrente a Newport quando si presentò con le chitarre elettriche, per intenderci).
E dunque, la versione che The Felice Brothers propongono oggi di quel sound è fresca e attuale come lo sono i Fleet Foxes per altre cose.
Ho trovato, nell'album ascoltato – il terzo in ordine d'uscita, omonimo, datato 2008 – una scrittura saggia, intrigante e disinibita. Viene riletta la bibbia elettrica del menestrello di Duluth senza timori reverenziali, con modernità e intelligenza; con accostamenti di vecchio e nuovo – penso al finale della quarta traccia in cui si profilano sonorità che definirò per mio comodo “drones dal sapore folk” – con soluzioni valide a prescindere dal fatto che la band si definisca attraverso l'INFLUENZA per eccellenza di un bianco americano di provincia.
L'ho detto già, lo ripeto: ciò che conforta è che nel suonare sotto l'influenza di Bob Dylan, The Felice Brothers si divertono. Come pure è lampante che si divertano a SCRIVERE sotto detta influenza.
La materia è diventata plasmabile; oggi, finalmente, ho trovato una rilettura dell'ebreo sonante che vada oltre l'adorazione incondizionata e la trasfigurazione; oggi, ho capito che mentre da qualche parte ancora si dibatte su Dylan con l'impostazione che avevano le riunioni di Lotta Continua, da qualche altra parte si ASCOLTA attentamente e, cosa più essenziale, si TRAMANDA.
Il linguaggio Dylaniano, questo immutabile leviatano dai molti tentacoli, sta diventando, nel nostro tempo, un giocattolo come un altro: digerito nelle regole di funzionamento, compreso nelle dinamiche e nelle varianti di gioco, finalmente dilettevole.
Situato nel bel mezzo della loro produzione, “The Felice Brothers” (nome della banda e del disco, in questione) porta con se una buona notizia e tramanda con gusto l'immortale e splendido messaggio del nostro Bob: “Suona e fa’ quello che ti pare”.
Prestategli orecchio.

25 febbraio 2007

le mie mejo cose

Di conseguenza andavo dicendo in giro che il jazz è una musica per segaioli, e il sassofono, il sassofono in particolare era il mio strumento spreferito. Sempre a gemere negli assoli rock, roco e muggente come un secondo prima dell’orgasmo, pornografico più che erotico – ingabbiato in quattro stilemi che sono stati ripetuti per circa 20 lunghissimi anni – sempre a rendere mimesi i riferimenti sessuali che nel rock ci sono sempre stati e sarebbe bene che sempre rimanessero perché se spariscono i riferimenti sessuali dal rock vuol dire che anche quella minima nicchia di divertimento caciarone e genuino che ci è rimasta è stata fatta preda dei preti, delle mamme antirock o delle armate emo.
Il sassofono, no no, proprio no. Uno strumento che può fare solo assoli, che diavolo me ne potrei mai fare nella vita?, ho sempre pensato. Come la voce, ma non parla, come un flauto – di cui non ho bisogno – come la tromba, e perfino più lascivo. Il sassofono non serve a nulla.
No no, il sassofono no, che mi fa Kenny G., che mi fa anni ‘80 che dai 50’s avevano preso solo il peggio (andiamo, il sassofono insieme alla BATTERIA ELETTRONICA? Ma scherziamo? Cos’è, un esperimento di resistenza per verificare quanta bruttezza il pubblico può sostenere?).
E poi il sax era uno dei simboli del jazz, appunto, LA musica masturbatoria (e ha pienamente ragione il cuoco quando dice che la chitarra col jazz non c’entra proprio niente, e poi insomma questo ragionamento mi calza a pennello ma non corriamo). Prendi una persona che sa suonare BENISSIMO (altrimenti non puoi suonare il jazz, a meno che non hai il culo di essere Motorhead Sherwood, ma anche questo è un caso limite) e falle fare ciò che vuole. Niente di più stucchevole, pensavo, niente di più perfettamente e sontuosamente inutile: inutile fino nei minimi dettagli, nella più leggera e sapiente sfumatura armonica.
Nella bildung di un Sedicente Musicista Consapevole, uno che impara l’arte e la mette da parte, il jazz passa dalla categoria Musica per cui nutrire un profondo rispetto alla categoria Perfettamente trascurabile, una volta scoperta la roccarolla, capiti i Beatles e i Sonics e comprati dei plettri più grandi e più duri.

Poi cresci, ti calmi, e scopri che anche quella è una deformazione storica. Anche perché negli anni 90 il jazz non era il jazz. Negli anni 90 il jazz ERA la masturbazione perché andiamo, la gente che sapeva suonare – che bene o male ha lo stesso orientamento degli appassionati di automobilismo: la performance, le cromature e la precisione della meccanica, come i ragazzotti provinciali che sanno tutto sui carburatori – impazziva per dei personaggi sinistri, che del jazz hanno fatto polpette, rispettando la costante (a percentuale statistica pressoché piena) per cui più è evidente la tua perizia sullo strumento, meno interessante è la musica che fai.
Negli anni 90, il jazz, no: la FUSION, quella roba tremenda che voleva mettere il jazz nella musica caraibica o sudamericana, nel rock, un po’ ovunque, le case discografiche tipo la GRP o malfattori tipo Mark Varney si ingrassavano con gente come Chick Corea, Frank Gambale, Dave Weckl (dio mio, Dave Weckl, la Sylvia Saint della batteria) e così via, un tripudio di ghost notes e camicie hawaiiane (già: perché i jazzisti a un certo punto non hanno più avuto buon gusto nel vestire? Come posso fidarmi musicalmente di un uomo in T-shirt gialla e pantaloni rosa, se quest’uomo non è Mick Jagger?), sambe in semibiscrome e suoni sterili, sempre attenamente SOTTO il livello di clip. Chiaro che un ragazzetto cresce in un ambiente del genere e sviluppa un rigetto, chiaro che ascolta Gardenia e va fuori di testa, chiaro che poi si mette a fare l’ardecore (che NON è quello che leggete sulle riviste, ma di questo promesso parliamo per bene prima o poi).

Insomma una mattina ero in macchina con Foschiani (vatti a ricordare dove stavamo andando, ricordo solo che stavamo nella zona nord del raccordo) e Foschiani caccia su una roba che io non capisco cos’è perché è blues ma pieno di colore e di fumo e viaggia modale e liscio come una pomiciata e gli chiedo A Foschia’, ma che è sta roba? E lui, indignato mi fa Ma come cos’è, è MILES DAVIS. Cazzo, penso io, mi sa che l’ho ferito nell’orgoglio, visto che da un po’ è entrato in fissa con la tromba e si è pure comprato l’autobiografia. Mentre lo guardo vuoto che guida la Saxò azzurra con i sedili rotti penso Miles Davis, Miles Davis, mi sa che qualcosa girava per casa quando ero pischelletto, e mi ricordo che tutti dicevano Miles Davis era un grande, un grandissimo, uno dei personaggi che, senza, il Novecento sarebbe stato proprio diverso, ma mica poco. Miles Davis, Miles Davis, oddìo ecco: mia madre aveva una cassetta di Miles Davis passatale da qualche cugina con dentro una versione pessima di Human Nature di Michael Jackson. Per carità, una tromba efficacissima, silenziosa e dritta, ma maledizione: un accompagnamento sterile come un trapano da dentista (ed erano indovinate chi? proprio loro, i jazzisti fusion che implorano per la vasectomia). Mi ricordai che quand’ero pischelletto pensavo Mah, ma a me ‘sto Miles Davis un grande proprio non mi sembra. E questo un po’ perché avevo pochi anni, un po’ perché ero traviato da quell’ascolto, un po’ perché quando ero pischelletto Foschiani non mi aveva ancora fatto ascoltare All Blues sul raccordo (e io non avevo ancora rilanciato facendogli ascoltare Mildred Pierce, provocandogli uno smarrito silenzio).

Voi direte Cosa c’entra questo con il sassofono? Io dirò Buoni che ci arriviamo: oggi è domenica ed è plausibile che io ci metta fino a stasera per tirarla fuori tutta. Qualsiasi cosa, per dimenticarmi che è domenica.

Vagavo senza scopo per casa, qualche settimana fa, e mi accorsi che l’unica cosa che mi avrebbe fatto bene sarebbe stato Kind Of Blue. Il perché non ve lo dirò che questo è un blog musicale, e non una sceneggiatura di Woody Allen.
Insomma: rimesto sugli scaffali per trovarlo (già, non ho ancora ripristinato il mio sacerrimo ordine per casa discografica/anno/artista) e lo metto su, mentre rimetto in ordine la stanza (quelle cose da pulizia mentale che i ragazzetti aspiranti scrittori come me fanno per poter poi raccontare cose come questa).
Sapete bene (e se non lo sapete andate a camminare bendati in tangenziale) che Kind Of Blue parte con So What, una meditazione su cui è stato scritto talmente tanto e talmente bene che non farei mai la figura di merda di parlarne. Del resto io non capisco nulla di jazz, non so perché queste persone erano in grado di PENSARE quella musica, di immergersi in un ambiente armonico di quel tipo e uscirne vivi.
Era una questione di formazione? Di cibo, di ambiente sociale, di sostanze disciolte nell’aria pre-Kyoto che rendeva le persone Davis o Bogart o Audrey Hepburn o Francis Scott Fitzgerald? Non lo so, non lo posso sapere: siamo quasi un secolo dopo, se semo magnati tutto e siamo talmente smaliziati che non riconosceremmo una rivoluzione nemmeno se ci mordesse sul culo (grazie, FZ).
Dunque: non parlerò di So What, ma del fatto che a un certo punto entra in ballo uno grosso, uno che (non mi odiate) è più grosso di Davis – almeno per il mio personalissimo gusto – entra in ballo il peso massimo di John Coltrane.
Quando ha registrato So What John Coltrane aveva 33 anni: era un uomo d’esperienza (ché 33 anni alla fine dei ‘50s non erano i 33 anni di adesso, col precariato e MTV a tenerci ragazzini per sempre), era uno che aveva sentito e pensato ed eseguito già musica, uno che contemporaneamente aveva in testa Giant Steps, proprio mentre prendeva ordini da Davis, uno che si era già buttato in corpo di tutto, e aveva già i mesi contati – ma questo non avrebbe potuto saperlo.
Finora è successo l’inverosimile. Il tema che è la scarnificazione del linguaggio jazz, il primo intervento di Davis, svogliato come al solito, come uno che deve parlare di ermeneutica del soggetto dopo una sbronza, e poi Coltrane.
Coltrane che stacca in maniera evidentissima perché è nervoso, ansioso, che più che cercare pazientemente (come Davis) fruga, febbrilmente, tra le note e i fraseggi e i microtemi che sviluppa, allarga e dilata per poi appresso. Coltrane che suona come se stesse parlando a se stesso di qualcosa che non ha ancora ben capito. Si mette lì più o meno tranquillo e si fa brainstorming da solo finché non arriva a una soluzione – una soluzione che io posso anche non capire, ci mancherebbe altro, ma del resto non sono stato io a scrivere Syeeda’s Song Flute, quindi se i parametri sono questi io alzo le mani e prendo atto, e così dovreste fare anche voi.
Con la testa sempre una battuta avanti, con un senso della sintassi spaventoso, e con un sacco di gentilezza, perché comunque ancora devono venire i tempi in cui Coltrane s’incazza e decide di prendere a rasoiate ciò che ha fatto e contribuito a fare fino a quel momento.

E allora è da Coltrane che bisogna ripartire, dagli anni 40, da quando c’era Bogart e la vita era più semplice (buoni, buoni, non sto dicendo sul serio). Chissà, probabilmente i jazzisti fusionisti onanisti Coltrane lo conoscevano e se l’erano lasciati alle spalle, anche se io ho i miei dubbi perché se c’è una cosa che Coltrane ti insegna è che te per andare da qui a lì puoi anche fare un milione di giri, e arrivarci ballando il tip tap invece di camminarci spedito. Ma cazzo, prima o poi ci devi arrivare.
E allora è Coltrane che salva il jazz e il sassofono, e che mi dà speranza quando sono costretto ad ascoltare gli assoli di sassofono di Clarence Clemons (non accetto commenti alle mie idiosincrasie), è Coltrane il parametro in base al quale a molti studenti – e insegnanti – dell’UM andrebbe revocata la licenza elementare, è Coltrane il meccanismo che fa cambiare idea a despoti del gusto come me, ed è di Coltrane uno dei dischi (per la cronaca: My favorite things) senza il quale da qualche mese NON SI ESCE PIU’ DI CASA.
Perché va bene l’ardecore a palla (di nuovo, come un mantra: che NON è quello che leggete sulle riviste, ma di questo promesso parliamo per bene prima o poi) che fa da firewall ed impedisce alla bruttezza umana di entrarmi in testa passando dalle orecchie, ma un po’ di bellezza nella vita, dopotutto, ci vuole.



playlist >
james brown: tighten up (live)
ben folds: give judy my notice
the rolling stones: all down the line
ani difranco: gratitude (live)
the sonics: good golly miss molly
paul weller: roll along summer
tom waits: altar boy
paul weller: the start of forever
explosions in the sky: day six
sarah blasko: all coming back
physique du role: concreto
motorpsycho: walking on the water (you lied)
mark lanegan: field song
josé gonzàlez: slow moves
seidenmatt: inseln

16 febbraio 2007

meno male!

da Repubblica.it:

Il Blasco sta con i poliziotti
Intervista di Vasco Rossi alla rivista ufficiale della polizia: «La vera vita spericolata è quella degli agenti»
ROMA - Altro che sbirri. Dopo qualche incontro ravvicinato con la divisa, Vasco Rossi ha cambiato opinione sui poliziotti, instaurando con essi un rapporto di stima. Il rocker di Zocca lo spiega in un'intervista a Poliziamoderna, la rivista ufficiale della Polizia di Stato, che dedica il numero di febbraio alla tragica morte dell'ispettore capo Filippo Raciti. «Mi dispiace che spesso il messaggio di "Vita spericolata" (la sua canzone cult uscita nel 1983, ndr.) sia stato travisato e strumentalizzato per sostenere che inneggiavo al non rispetto delle regole e quant'altro» spiega il Blasco. «Allora avevo 31 anni e desideravo una vita spericolata nel senso di non ordinaria, non piatta o fatta di sole certezze. Ma chi del resto - chiede - quando è giovane non sogna di fare esperienze emozionanti e straordinarie?».
«Problemi con la giustizia li ho avuti e sono noti. Ma ora - spiega Vasco - ho un rapporto splendido con i poliziotti. Adesso se mi fermano è per chiedermi un autografo. Certo qualche multa dalla Stradale l'ho presa, ma neanche tante e solo una per eccesso di velocità di 5 km/h rispetto al limite, per cui niente decurtazione di punti dalla patente. Del resto viaggio in automobile molto meno di prima», chiosa.

13 febbraio 2007

guitar shop asshole

Sarebbe bello poter argomentare sempre; aprire un dibattito ad ogni occasione come insegnavano i gloriosi anni '70 di ECCE BOMBO ma quello che segue è un blitz e, per quanto verboso potrà uscire fuori, alla fine resta un blitz.
Per fare un blitz è necessaria una preparazione – non troppo minuziosa per lasciare alla creatività vandalico-ribellista lo spazio per esplicarsi – e poi si passa all'azione.
Se all'età di 15 anni niente e nessuno sarebbe stato in grado di convincervi del fatto che NON eravate degli sfigati; se nel decennio successivo avete lottato con le unghie e coi denti per uscire da questa linea deleteria di pensiero; se l'unico momento in cui vi siete sentiti sessualmente appetibili è stato quando avete imbracciato la vostra chitarra: beh, questa è per voi!!!
Vi ricordate? La chitarra era appena entrata nella vostra vita, la guardavate con un interesse quasi scientifico, cominciavate a farvi sanguinare le mani, cominciavate a far caso a come erano suonati i dischi. La notte vi addormentavate con quell'osso di prosciutto affianco e ve lo portavate anche al cesso (casomai sul pitale foste stati colti da improvvisa ispirazione). Un giorno (maledetto!) una corda si ruppe e il destino impose il più funesto tra gli eventi: dovevate andare in un negozio di strumenti per comprare una corda di ricambio.
Ve lo ricordate che eravate degli sfigati? Molto giovani e anche un po' ignoranti in materia di strumenti? Vi ricordate quanto eravate timidi?
Continuaste a suonare per qualche giorno una chitarra a cinque corde (voglio dire, Keith Richards lo fa da una vita ma LUI è Keith Richards) scoprendo nuove celate sonorità e questo anche perchè la vostra chitarra – probabilmente un orrido Leviatano made in Korea comprata a pochi spiccioli così, per imparare – faceva una fatica della madonna a restare accordata; poi, infine, giungeste a capitolazione. Il giorno seguente, indossata la faccia meno timida e più competente che avevate nel cassetto (lo stesso delle mutande presumibilmente), spingevate il petto in fuori e vi recavate in uno dei 4-5 negozi di strumenti più forniti.
Giunti sul posto l'impatto era sbalorditivo!!! Qualunque articolo, qualunque, era attraente, interessante, assolutamente da acquistare; vi aggiravate con la stessa espressione di Pinocchio e Lucignolo nel paese dei balocchi, attratti persino da strumenti che a distanza di poco tempo avreste disprezzato più di, che ne so, Bettino Craxi o Luciano Moggi o la Lazio (ve le ricordate le JACKSON? Le CARVIN? Le YAMAHA col manico più sottile di un Oro Saiwa?). Tutto era bellissimo. Ad un certo punto venite avvicinati da un tipo con la maglietta dei Megadeth e i capelli fino al culo, talmente pieno di orecchini da sembrare una gioielleria che vi squadra con sorrisetto mangiamerda e vi dice: “serve qualcosa?”. E a quel punto la vostra facciata di competenza, già fiaccata dal tour nel paese di Bengodi, cade e voi cominciate a biascicare qualcosa sulle “corde di ricambio” e che, suonando avete scassato una corda – il sol vi pare, o era il re? – e lo stronzo (sempre col sorriso mangiamerda in faccia)vi fa: “che scalatura?”. SCALATURA??? MA CHE CAZZO ERA LA “SCALATURA”??? E allora il sadico bastardo insiste: “ma sì, la misura della corda!” e voi, che vi sentite improvvisamente molto stanchi e già state pensando di accannare la chitarra e dedicarvi all'armonica che, quando si rompe, si cambia e basta, rispondete: “Boh, non saprei”.
Il teatrino che segue vede il rotto in culo, ormai raggiante, mostrarvi una serie di bustine tipo quelle per le preparazioni galeniche, con sopra dei numeri “010, 011, 027” e profondersi nei consigli più tecnici e drammaticamente indecifrabili. Alla fine della tortura uscite dal negozio con una muta di corde intera, della misura sbagliata.
Negli anni, con il tempo, abbiamo imparato a gestire la timidezza e a conoscere e saper scegliere, oltre a una muta di corde, uno strumento, un effetto a pedale, un amplificatore. QUESTI STRONZI INVECE SONO RIMASTI UGUALI SPICCICATI. Supponenti, poco disponibili, spesso interessati solo a piazzarvi il pezzo più costoso, maleducati e sbrigativi. La loro gentilezza e disponibilità verso di voi è proporzionale ai soldi che state per spendere. Se volete acquistare un pedaletto del cazzo a malapena vi filano, se invece state per acquistare un bel pacco di cacca con delle valvole Kazake e un suono copromorfo a 600 euri (una di quelle robbe per merdallari tristi) vi cagano comunque troppo poco ma usano il loro tempo per tessere lodi sperticate della sòla che state per portarvi a casa.
Mai che ti chiedano su che chitarra e con quale ampli devi usare quel pedale. Mai che ti chiedano che genere di musica fai. Mai che ti chiedano quale tipo di suono vuoi ottenere. No, loro stanno là a spararsi pose da intenditori e magari si gingillano con quello che stai per prendere e ti fanno vedere LORO QUANTO SONO BRAVI.
E sorvoliamo sulla fauna che frequenta 'sti esercizi commerciali fatta di segaioli che passano le giornate a scorrazzare a 200 all'ora sulla tastiera di qualunque strumento (ma farvi una pelle no?) fino che, all'ora di chiusura, implorano il negoziante di fargli provare anche il manico della scopa che sta usando la donna delle pulizie per vedere se lo sweep gli viene più fluido – o di azzimati signori in cravatta che provano semiacustiche costose quanto un anno di pensione di mia madre perché hanno messo su un “gruppetto con quelli dell'ufficio” con cui fanno le cover degli Steely Dan – o ancora di qualche mezza sega appartenente al Gotha dei turnisti romani che si diletta in chiacchiere con il mellifluo esercente e, proprio sulla porta, decide di portarsi via quell'amplificatore a valvole che stavate risparmiando dal secolo scorso per comprarvi e che avevate visto una volta nella vita, che quando andate con gli occhi lucidi a chiedere al negoziante se pensava di riordinarlo vi spara una faccia come a dire: “ahh, saperlo!”.
I NEGOZI DI STRUMENTI MUSICALI SONO PROPRIO DEI POSTI DI MERDA!
Gestiti di merda da una lobby grassatrice e sozzamente capitalista. In fondo è risaputo che qualunque articolo in vendita in uno di questi posti costa mediamente meno in altre città d'Europa e non solo, se vai in Francia o in Irlanda o persino in Lussemburgo i commessi sono meno cafoni e enormemente più ferrati. Evitano le masturbazioni tecniche e ti danno consigli pratici utili e affidabili. MA CHE UN POVERO CRISTO PER COMPRARSI UN PLETTRO DEVE ANDARE FINO AD AMSTERDAM???
È per questo forse, che in uno scenario di ipotetica rivoluzione, oltre a far saltare in aria ministri e ministeri il sottoscritto vedrebbe bene anche la conversione dei negozi di strumenti in “Case del Popolo Sonante” e la spedizione in Siberia (o in provincia di Gela) degli addetti alle vendite.
Invece un abbraccio solidale va a voi, miei meravigliosi combattenti, che suonate strumenti di merda modificati per fare il massimo del casino; a voi che comprate una Squier e ci tirate fuori un'iradiddio; a voi telecasteristi fondamentalisti che avete sempre ridacchiato quando, negli anni '80 vi dicevano che la Tele era buona solo “per le ritmiche”; a voi che montate corde talmente grosse da poterci ancorare una libreria; a voi che fuggite gli assoli come lo scolo; a voi che piuttosto che suonare in una cover band andreste in seminario.
Questo è per tutti coloro che suonano perchè nella vita non potrebbero fare altro, splendidi dilettanti senza professione e senza riconoscimento (che da noi è risaputo: se fai la cacca e la spalmi su un muro sei uno scultore postmoderno, se suoni....ABBASSAAAAA!!!) il futuro della musica, come è sempre stato, vi appartiene. Appartiene a voi soltanto, non agli strumenti che suonate, non ai commessi frustrati che hanno ripiegato sul vendere gli ossi di prosciutto la loro pochezza nel fare e nel capire la musica. APPARTIENE A VOI CAPITO? Anche se fate musica di merda, purchè sia la vostra.
Devotamente,
Il cuoco

11 febbraio 2007

elogio del succedaneo

Quindi va bene, va bene Nicolai Dunger. Anche se sembra una versione dopata di Van Morrison. E va bene soprattutto e proprio nella misura in cui Van Morrison sono anni che non fa musica così, ma fa uscire normalmente dei dischi di Van Morrison (un po’ come Al Pacino che interpreta Al Pacino da qualche tempo a questa parte, no?), o altrimenti della roba un po’ country cantata a bocca mezza chiusa come sta facendo ultimamente – ma del resto immagino che questo sia lo scotto che si finisce per pagare nel diventare vecchi e non essere morti a ventisette anni stroppiati da qualche polvere in qualche vasca da bagno di qualche albergo di qualche città particolarmente figa (perché le rockstar non muoiono mai a Sacrofano, no: muoiono a Parigi o a New York o insomma in posti fighi).
E allora la sorte dice – a Van Morrison –: Vanmo’, tu hai campato fino a sessantadue anni, hai fatto la bella vita, non è che puoi tirare troppo la corda. Hai avuto il tuo periodo d’oro, poi a una certa finisce, che io – dice la sorte a Van Morrison – non ho risorse illimitate, e nemmeno tu. Guarda che ho fatto a Paul McCartney: per fargli fare un disco sobrio da solo l’ho fatto aspettare trent’anni, e dire che lui è sempre stato uno dei miei preferiti – dice la sorte, sempre.
Quindi, visto che si è messa male, per Van Morrison, salta fuori Nicolai Dunger. Che è uno che Van Morrison dev’esserselo sentito pure mentre dormiva, come il Corso per Arricchimento del Linguaggio del dottor Marvin Monroe. Però è fresco e netto, ed è uno che anche se scrive canzoni da sei sette minuti è uno che si sente che scrive sulla chitarra acustica. E quando scrivi sulla chitarra acustica canzoni da sei sette minuti devi farlo girare, il pezzo, altrimenti la gente si spacca le palle fortissimo. E grazie al cielo Dunger l’ha capita presto, questa cosa. Quindi colori, quindi grande tensione – positiva, la sua musica è sempre festosa, generalmente – e quindi Van Morrison, il “soul brother” intendiamo.
E non importa che gli assomiglia spiccicato, che alla fine queste cose sono belle e ci piacciono e noi ne sentiamo la mancanza e ne vogliamo ancora, che Moondance lo conosciamo a MEMORIA, e per quanto possa essere bello come poche cose, non è che possiamo ascoltarlo per sempre. E poi è nuovo, non lo sappiamo ancora, Nicolai Dunger, non ci ha già detto tutto, e in definitiva questo è ciò che abbiamo in dono dai tempi bui che stiamo vivendo.
Dopotutto, se non ci fosse nient’altro con cui fare un dessert, lo rifiutereste DAVVERO, il CiaoCrem?

30 gennaio 2007

genealogia della Pizza Quattro Stagioni - parte I

Ho rosicato. I Death Cab For Cutie non sono nella lista dei 25 dischi fondamentali dell’emo di Sonic – numero di ottobre/novembre 2006. Ho pensato Eh, pensa se possono mancare i Death Cab For Cutie... Ci sono gli Appleseed Cast (nel sottogenere Emo/postrock), ci sono i Karate, e poi i Finch, perfino gli Orchid, insomma non mi stupirei di trovarci anche Nick Drake o i Beatles. Insomma, basta che non sia metal, disco, funk, black o r’n’b, qualsiasi genere musicale o disco può essere considerato come emo. Anche se fanno heavy metal come i Funeral For A Friend, anche se fanno post rock come gli Appleseed Cast, appunto (ma a questo punto perché i Mogwai no, o addirittura i SIGUR ROS, perdio? Sono i più tristi di tutti!).
Ma del resto, qualsiasi genere musicale di cui si possa tracciare una mappa di ben VENTICINQUE DISCHI FONDAMENTALI (fa ridere, vero?) deve avere qualcosa che non va. Anche il più incallito e generoso degli appassionati di jazz (non cool jazz, non free, non be bop, non hardbop, JAZZ e basta) farà fatica a darvi VENTICINQUE DISCHI FONDAMENTALI. Clamoroso, roba che se ci mettiamo dentro quelli anche solo importanti e quelli belli e basta copriamo mezza discografia mondiale.

Ora, beninteso: non ce l’ho con Sonic, e con i ragazzi che ci scrivono. Dopotutto penso che ci volesse una rivista che trattasse esclusivamente di quella roba che ultimamente sta facendo il botto – anche se recensire Micah P. Hinson o Scott Walker nelle stesse pagine insieme a Alexisonfire e Walls Of Jericho mi sembra almeno disorientante, permettetemi. Però insomma, visto che Rocksound è quello che è, e Punkster pure, mi sembra buono che ci sia comunque gente che mette i Converge in copertina, anche se il taglio editoriale è più o meno lo stesso quello di Rolling Stone o XL. In altre parole: molti personaggi, e poca musica. Ma del resto, questo è sempre stato il trend della stampa musicale italiana, che segue la cultura del suo pubblico, una cultura di personaggi, e non di canzoni.
Però questa cosa è curiosa, cionondimeno, perché io posso capire che mi volete aiutare una volta per tutte a capire che cazzo è questo emo, una questione che ha ormai surclassato il dilemma sull’assassinio di Laura Palmer e diventa di diritto il quesito del nostro decennio. Allora grazie, Sonic, se dedichi al fenomeno più dibattuto degli ultimi anni ben 6 pagine di approfondimento. Grazie per lo sforzo, almeno, che per quanto riguarda il risultato mi sa che non ci siamo, perché se riesci a convincermi – da sobrio – che i Karate possano avere qualche punto di contatto con l’emo come ce l’hanno gli Orchid, ti rispondo Offrimi da bere, piuttosto. Tempo fa un mio amico mi diceva che L’emo è una musica... una musica... una musica TRISTE. Io gli ho risposto Ma che c’entra, ma allora anche i Radiohead sono emo. E lui, senza battere ciglio mi ha ribattuto Ma guarda che in fondo i Radiohead un po’ emo sono. Ora: io voglio bene davvero a questo mio amico, ma mi sa che comunque ci sta sfuggendo qualcosa.
Allora: o siamo di fronte a un discorso spazio/temporale, come è stato con il grunge, ma quella era Seattle a cavallo degli anni 90, e non il mondo intero – e non mi rispondete che adesso abbiamo internet perché lo sapete che è una CAZZATA, perché se fosse così vediamo quanti gruppi fighi escono dalla Moldavia, su. Oppure, siamo di fronte a un percorso prettamente legato al vestiario, e qui ci siamo. Ma ciò non toglie che tutto questo non ha niente a che vedere con la musica.
Oppure, cosa più evidente finora, è possibile che l’emo non esista, e sia un espediente di certe band per spacciarci un rock melenso e vocalmente stereotipato (una cosa vera che accomuna – che ne so – Hot Water Music, Alexisonfire e Further Seems Forever è il fatto che TUTTE le loro linee vocali sono praticamente LA STESSA, il che semplifica di molto l’accesso a questo tipo di approccio anche da parte delle teenage band) che non sanno come chiamare altrimenti perché la parola “rock” suona banale, visto che sono passati 50 anni da Elvis, 40 dai Beatles e dai Rolling Stones e 30 dal punk. Che era rock and roll ma più sciatto, e chiunque dice il contrario si merita la revoca della licenza elementare.
Allora, se è così, diciamo che si può perfino azzardare a parlare dell’emo come attitudine, come carattere più o meno come l’hardcore, che però ha un contenuto, una premessa, e un codice che parte da uno stile di vita, e poi diventa musica.
Ma almeno in quel caso la musica rimane riconoscibile, codificata, inquadrabile e valutabile come genere, e soprattutto i suoi critici – ammesso che ce ne siano mai stati – non si sono mai sognati di accaparrarsi il diritto di ricondurre sotto la propria ala tutto quello che gli pareva, come in questo caso.
In altre parole: proviamo a parlare di MUSICA, una volta tanto, e non di capelli o modi di muoversi sul palco, perché non ci sto davvero capendo più niente.
E francamente inizio anche un po' a rompermi i coglioni.

PS: va da sé che dei Death Cab For Cutie parliamo un’altra volta che mo’ me rode. Tiè, mo’ lo butto dentro e manco lo rileggo, vaffanculo.

25 gennaio 2007

un antidoto all'horror vacui

Quindi ho pensato Ma a che cazzo serve un dvd dei TRAIN?
Ricapitolando: i Train hanno avuto la seguente parabola. Hanno scritto quella canzone di merda che si chiamava Drops of Jupiter - molto pubblicità di birra peroni tutta amicizia e luppolo - col video tutto girato intorno al cantante belloccio che cantava in mezzo alla campagna (che ne so, magari per quanto mi riguarda poteva anche darsi che fosse proprio un campo di luppolo: un giusto investimento, un suggerimento per l'utilizzo della canzone) ma insomma, dopo aver piazzato 'sto singolo che a rds te la facevano anche uscire dal culo - come solo loro sanno fare - sono spariti, proprio non si sapeva che fine avessero fatto. Poi, dopo un annetto, sono ricicciati fuori con quest'altro disco che però non si è inculato nessuno e a questo punto - sorpresa sorpresa - scopro che hanno anche fatto 'sto dvd che insomma io mi dico Grazie al cazzo che da Revolver ce l'hanno incellophanato con su un cartellino verde in culo che dice Offerta 7.90.
Perché - onestamente - chi cazzo se lo COMPRA un dvd dei Train?
Ma pure, dico, per fare un regalo. A meno che non hai un gusto particolare per la cattiva sorte e camionate di soldi da spendere (ah, e amici con un collaudato senso dell'umorismo) o - che ne so - lo regali alla pischella tua se vuoi farti lasciare con la scusa del Non conosci i miei gusti non mi ascolti non mi dai importanza. A sto punto non serve a niente. Ma dai, che ne so: fatelo, stampatene 200 copie, datele agli amici del baretto che vi conoscono da ragazzini ma NON rompete i coglioni per tirare un'edizione europea e lanciarlo sul nostro mercato e togliere il lavoro ai dvd italiani.
Ci vorrebbe una commissione di saggi ho detto al cuoco e lui mentre guidava ha risposto Sette e io ho detto Che ne so, sette, tre, uno: basto io. Insomma uno viene da me e mi dice Io voglio fare un dvd e io dico Da paura, chi sei? lui mi dice Io sono i train e io gli dico A regà ma onestamente ma quanto tempo pensate di rimanere in giro? e loro dicono Mah, un paio d'anni se ci dice bene, a noi nessuno ci si incula né ci ama.
E allora - rispondo io - che cazzo lo fate a fare sto dvd che poi rimane sul groppone del mondo e non servirà ad altro che ad aggiungere una patina di mestizia alla vostra già modesta parabola?
Sentite a me: con quei soldi compratevi un bel tavolo da biliardo attorno al quale bere divertirvi e alla fine di tutto dimenticarvi di quanto cazzo possiate essere perdenti.
Così è deciso.


PLAYLIST
stevie wonder: do yourself a favor

sia: don't bring me down

20 gennaio 2007

complimenti dott. Rossi

Capito? Insomma VascoRossi ha detto che è stanco di fare i dischi, e che da oggi farà solo dei pezzi singoli da mettere su internet, VascoRossi. Capito? E' stanco, VascoRossi.
Dice, VascoRossi, che poi saranno i suoi ascoltatori a creare la playlist, e che non ci sarà più bisogno del disco. Questo ha detto, VascoRossi.
Magari ha anche fatto la sua brava sparata, VascoRossi, sulle nuove comunicazioni e sul modo in cui internet può permettere un contatto più stretto e più genuino tra l'artista e il suo pubblico. Magari ha anche detto che internet è il futuro e che non deve avere limiti se non quello del buon senso, VascoRossi. Che VascoRossi ci capisce, no? Che VascoRossi c'ha una laurea honoris causa in Scienze delle Comunicazioni. Da quasi due anni. Gliel'ha data lo Iulm di Milano, che insomma, lo Iulm di Milano una laurea ce l'ha - ne ha diverse in magazzino, mi dicono - e quindi SA che cosa significa attestate pubblicamente e SENZA l'impiccio del corso di studi, tasse, esami, sballottamenti da un dipartimento all'altro e smadonnamenti per riuscire a parlare con qualche docente. Insomma, devi essere un personaggio straordinario, per ricevere una laurea Honoris causa, tipo che ne so, il Presidente della Repubblica, o - boh - Valentino Rossi, insomma, uno che ci pija forte e che la gente ne vanno proprio che orgojosi.
Eh no, perché, se non ha fatto la sparata, VascoRossi, vuol dire che non apprezza l'onoreficenza che gli è stata assegnata, o al massimo non riesce a inquadrarla nella sua reale portata politica e sociale, VascoRossi; che sottovaluta i mille e mille vantaggi che il detenerla può avere - tipo passarla liscia se scrivi "sò" nei tuoi testi, e farla passar liscia anche al genio che stampa e impagina i libretti dei tuoi cd.
Perché, se non l'ha fatta, la sparata, VascoRossi, allora ha perso un'occasione per dirci la sua e infonderci della saggezza e dell'equilibrio che tutti i caciottari giornalisti musicali italiani da sempre gli riconoscono come fosse una specie di Sai Baba de noantri. Se non l'ha fatta, la sparata, male.
Se non l'ha fatta, la sparata, poco ci credo.
E me l'immagino, sta sparata, in cui VascoRossi dice che ormai le nuove tecnologie stanno cambiando il modo si ascolta la musica (sto iperbolizzando, non so se l'Ambasciatore di Zocca nel mondo si sia mai posto il problema), e dunque è compito di un artista ascoltare e assecondare le tendenze sociali del proprio pubblico, abbattendo qualsiasi forma di mediazione artistica e commerciale tra chi produce arte e chi ne gode.
Mediazione artistica e commerciale. Mediazione artistica e commerciale, VascoRo'.
Chiunque abbia seguito una qualsiasi pubblicazione musicale (o per la miseria: una qualsiasi pubblicazione, un quotidiano, un vicino di casa, chiunque) sa quanto la crisi dell'industria discografica stia incidendo sulle decisioni degli artisti: la gente non compra i cd e se li scarica da internet perché i dischi costano troppo, perché non si fida delle radio, non si fida delle riviste musicali, non si fida della televisione e di MTV, e in definitiva non ne vuole sapere di scucire 25 carte per un disco di merda - e su questo non ci piove.
Visto che le case discografiche (le major, però: le major, che le casette indipendenti da 10 euro a disco continuano a fare la fame esattamente COME prima della rivoluzione mp3, perché la gente vuol bene loro, ma di questo parliamo un'altra volta) stanno stringendo la cinghia - continuando ad alzare i prezzi, e di conseguenza premendo sui distributori, sui promoter, e talvolta anche sugli stessi musicisti - non è una cattiva idea iniziare a ripensare lo smercio del materiale musicale attraverso l'abbattimento del costo principale, e cioè il cd.
Stampare un cd costa: costa il supporto, costa la stampa, costa l'impianto, costa la realizzazione e la stampa del libretto, costa il suo assemblaggio e la sua verifica, costa il suo imballaggio e la sua spedizione, costa la sua distribuzione e infine anche la sua vendita, visto che tutta questa gente che l'ha maneggiato finché non ci entra in casa rivuole indietro la sua fetta. Paradossalmente, costa anche promuoverlo per rientrare nei costi, cosa che succede sempre più di rado perché più un cd è sparato come grande produzione, meno c'è bisogno di comprarlo: insomma, su, non c'è veramente NESSUN bisogno di spendere dei soldi per Christina Aguilera o per Paris Hilton, dato che non stiamo parlando di NIENTE che abbia la MINIMA qualità intrinseca o musicale in sé. Sarebbe come comprare il giornale del giorno prima, ancora puzzolente del barbone che ci ha dormito dentro. Tanto vale allora tirare tutto giù da internet - per copia personale, eh? altrimenti siete dei ladri e NON STO SCHERZANDO - e dare a questi pupazzi miliardari ciò che spetta loro, cioè UN CAZZO.
Risparmiando sul prezzo di realizzazione del cd (complessivo) e sulla redistribuzione degli introiti di vendita, sono bei soldini in più per la casa discografica, e di conseguenza per il musicista/produttore. Tutto questo ovviamente senza contare i diritti di riproduzione radiofonica e televisiva - e le suonerie dei telefonini, anche, perché no? - soldi netti e facili, soprattutto quando grazie al proprio nome si sarebbe in grado di vendere anche cani morti.
...Anche perché beninteso, signori miei: col cazzo che il pezzo sarà downloadabile gratuitamente, se è vero che oggi è il 20 gennaio del 2007.
Dunque niente mi toglie dalla testa che il dott. Rossi non abbia pensato a un incremento dell'utile netto annuale - magari per finanziare la sua scuderia di corse, che sappiamo bene che croce può essere da portare e quanta costanza e pazienza richieda: chiedetelo a quel poverino di Flavio Briatore - quando ha partorito questa idea da pagina 4 del Manuale del Piccolo Socialdemocratico.
Ma chiaramente, anche se con gli anni VascoRossi si è guadagnato la fama di Mr. Onestà del secolo, non credo proprio che sia abbastanza trasparente da menzionare motivazioni monetarie dietro questa opzione. Piuttosto, meglio lodare la Rete come terra dell'opportunità, meglio che il suo ufficio stampa esegua un perfetto "spin" e ci presenti il fatto compiuto come una nobile e ispirata scelta artistica e insieme ben disposta nei confronti dei suoi fan.
Allora mi sa che mi ero sbagliato: mi sa che il dott. Rossi non l'ha affatto sottovalutato, il suo titolo di studio piovuto dal cielo.


Playlist:
Isobel Campbell & Mark Lanegan: Ballad of the broken seas
Soul Coughing: Circles
Ani DiFranco: Heartbreak even
Entombed: Eyemaster
Orchid: Impersonating Martin Rev
Elvis Presley: All shook up
Descendents: I wanna be a bear
Junip: Black refuge
Hatebreed: Proven