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3 giugno 2012

To Rome with love (Woody Allen, 2012)

Allora io ho visto un sacco di film di merda in vita mia perché essendoci la crisi ci può stare che uno se ne sta dentro casa e mette su la prima cosa che il convento del sacro streaming mette a disposizione e non pesca sempre bene, no?, quindi m'è capitato di vedere dei pipponi da svenire dei film senza ritmo delle robe che ridefiniscono loro malgrado il concetto di trash, ho pure un paio dii volte voluto fare degli esperimenti e ho guardato dei film italiani ggiovani quelli in cui sopperiscono alla mancanza di bravura sgranando gli occhi e gesticolando in maniera ampia, dai, avete capito, quei film in cui i personaggi dicono cose che nessuno direbbe e fanno cose inspiegabili, quei film che servono al regista sceneggiatore a vendicarsi contro la vita, cose tipo Santa Maradona, tipo Febbre da fieno, insomma io ho visto cose.
Io che To Rome With Love marcava male me lo sentivo e me lo sentivo pure da lontano, un po' perché onestamente Woody Allen non azzecca una commedia da Anything else - che manco era 'sto granché -, un po' perché questa cosa di girare un film all'anno è fisiologico che non porti a niente di buono, soprattutto quando ormai la vena s'è esaurita da un po', e su questo penso che siamo tutti d'accordo. Marcava male e me lo sentivo fin da quando repubblica.it aveva annunciato che "il nuovo film di Woody Allen sarà una dichiarazione d'amore alla città eterna", e qualcuno l'aveva visto circondato da personaggi di calibro inversamente proporzionale allo squallore durante le riprese. Marcava male quando sfronda sfronda si tratta di una commedia in location infarcita di attori all'ultimo grido (più qualche decano mendicante di attenzioni, ci mancherebbe) e incentrata sugli equivoci e sui luoghi comuni sugli italiani.
Cioè, rega', un film di Natale dei Vanzina.

Le storie che compongono il film sono 4. Per facilitare l'indicizzazione, inserirò un rumore di campanello ogni volta che si presenta una banalità. Pronti? Via.
La prima: Una turista americana si innamora di un avvocato romano. I genitori di lei sono un impresario in pensione e una psicanalista. I genitori di lui sono un impresario di pompe funebri che rivela avere un talento nascosto da tenore (ding!) e una casalinga che riesce effettivamente a pronunciare la battuta "Ci sentiremo tutti meglio dopo aver mangiato qualcosa" (ding!) e che cucina con le mozzarelle fresche che arrivano ogni giorno da Napoli (cioè, ma cheddavèro?) (ah, e ding!). L'impresario convincerà il padre di lui ad esibirsi in un allestimento dei Pagliacci (ding!) che finisce in standing ovation (ding!) in una platea il cui calibro è messo in scena dalla presenza di due noti stilisti omosessuali siciliani (ding! ding! ding!). Vi risparmio l'unico (UNICO) dettaglio un po' comico della faccenda, che già stiamo andando abbastanza in merda così, direi.
La seconda: una coppia di Pordenone (dotata ciononostante di uno spiccato accento romano) arriva a Roma per sfruttare un aggancio in società per un lavoro prestigioso. Lei esce per andare dal parrucchiere e si perde nel centro di Roma dove incapperà nelle riprese dii un film (ding!) e conoscerà un viscido attore fascinoso (ding!) che tenterà di sedurla (ding!). La pudica maestrina friulana (ding!) si farà corrompere dal fascino della notorietà e cederà alle lusinghe di lui MA: quando stanno per infilarsi nel letto un rapinatore si materializza dal bagno E CONTEMPORANEAMENTE (NUMERO!) la moglie del viscido attore fascinoso farà irruzione nella camera d'albergo (ding!) al seguito di uno stuolo di "addetti alla sicurezza" che avrebbe fatto impallidire i teatrini di varietà degli anni 40. Il rapinatore riuscirà però a farla passare liscia all'attore (ding!) e finirà a letto con la maestrina (ding!), tutto nel giro di pochi secondi. Avevo già menzionato che lei è pudica? Dice addirittura "Madonnina mia", credetemi: ho pensato che da un momento all'altro cicciasse fuori Amedeo Nazzari.
NEL FRATTEMPO nella stanza d'albergo dove il suo uomo la sta aspettando fa il suo ingresso per sbaglio una mignotta (interpretata da un'attrice spagnola, trovata geniale) che lui dovrà spacciare per sua moglie (ding!) ai suoi zii, che li coinvolgeranno in un'uscità in società dove lui dovrà celare il suo imbarazzo e la sua vergogna di persona rispettabile (ding!). Alla fine della fiera, lui tromberà la mignotta spagnola ricavandone edificazione come uomo e come persona, grazie alle sagge osservazioni di lei (ding!) sulla necessità degli uomini italiani di avere la moglie santa e l'amante mignotta (ding!). Tornato in albergo, troverà la sua mogliettina dall'aria innocente e le dichiarerà che faranno meglio a tornarsene in provincia (ding!) ma non prima di una pelle figlia della ritrovata disinibizione sessuale di entrambi (ding!).
La terza: un architetto americano in vacanza diventa la coscienza di un giovane studente americano che perde la testa per una bellissima ciarlatana amica della sua donna (ding!) che lo seduce, lo convince a fare cose da pazzi e poi lo accanna senza farsi troppi problemi (ding!). Ci si chiede per tutto il tempo se lo studente esista davvero o se non sia un ricordo di gioventù. Si perde interesse molto presto nella risposta.
La quarta: un tizio qualunque, presentato come cittadino romano nonostante sia uno dei toscani più famosi del mondo (ding!), si ritrova da un momento all'altro investito dalla notorietà (ding!) e viene braccato dalla stampa e dalla tv e dai paparazzi (il più importante apporto della lingua italiana alla comunità internazionale, a quanto pare) anche nel bagno (ding!). Dopo lo sgomento prima e gli eccessi poi - narrati ovviamente in chiave sessuale (ding!) - il tizio qualunque viene scaricato, rendendolo dapprima contento, ma poi frustrato (ding!), per imparare anche lui un'importante lezione sulla vita (ding!) da parte del suo ex autista talmente romano che infatti è napoletano (ding!).
Sono 26 campanelli, se non ho contato male ma può essere perché a una certa, non me ne avrete, ho anche perso il conto. Direi che è notevole, per essere un film in cui non ci sono i Fichi d'India.
E questi sono solo gli avvenimenti. Sto lasciando fuori le immagini da cartolina, il pizzardone e l'uomo gutturale in canottiera che fanno da sipario al film, il fatto che praticamente TUTTE le donne portino un vestito a fiori - cosa che paradossalmente finisce anche per essere plausibile, giacché i protagonisti pare siano stati scongelati dal 1953 - sto lasciando fuori il fatto che nessuno nel film ha un accento romano fatta eccezione per la bigotta coppia friulana, le strizzatine d'occhio alle pecorecce colonne sonore di Umiliani & co., che non si vede una macchina nemmeno a Via Veneto, e che Via Veneto sia anche solo menzionata in un film del 2012.
Sto lasciando, infine, fuori la banda che suona Nel blu dipinto di blu sulla scalinata di Trinità dei Monti non foss'altro perché preferisco non pensarci, ve lo giuro, mi vergogno, non ne parliamone mai più, davvero.

Insomma, To Rome With Love è un film povero, orrendo, indifendibile, che assomiglia a Roma nella misura in cui i suoi buchi ricordano i pregiati asfalti della giunta Alemanno, e che oltre a rappresentare il punto più basso della filmografia di Woody Allen (e io ho visto Hollywood ending, quindi SO di cosa sto parlando) è un insulto non tanto ai romani o agli italiani - di cui mi frega poco, vi dirò - quanto al cinema tout court.
Veramente, lasciate perdere, piuttosto guardate qualcosa con Jerry Calà che non vi vuole insegnare un cazzo ma almeno lo dice.

12 gennaio 2012

Blues Explosion: Damage [Sanctuary - 2004]

Annoiato e probabilmente assordato dalla sua stessa esplosione, Jon Spencer va su Pitchfork, chiama chiunque sia nominato più di quattro volte (Martina Topley Bird, DJ Shadow, Dan The Automator) e li sfida a battaglia navale.
Su Pro-Tools.

Sentenza: 5 (su 10, eh)

14 settembre 2011

"Commovente!" - (Barbara D'Urso)

Dice Si fa presto a fare a pezzi un libro se non l'hai nemmeno finito ditemi così e io vi risponderò Parlate con Pennac l'ha detto lui che accannare un libro a metà si può fare e se necessario si deve e insomma non c'è niente di male e vi sottolinerò pure che sto citando Pennac perché lui pure fa letteratura pop ma pop nel senso di Sting ma almeno se la fa prendere a bene non come la Sebold che insomma ha scritto questo libro che se lo sono comprati tutti e anche le loro nonne e questo libro ti dice chiaro e tondo che è un libro di dolore perché la ragazzina muore subito e sta in una specie di paradiso da cui osserva i familiari che cercando di far fronte alla faccenda e alle indagini per scoprire l'assassino e in questo paradiso sono tutti felici e tutti i desideri che avevano in vita si avverano e io non lo so come va a finire perché a un terzo del libro ho capito che lo scopo della Sebold è quello di scrivere un libro non tanto sulla morte perché insomma nessuno può scrivere un libro sulla morte ma sul rapporto con la morte e quindi ci sono i familiari che non sanno cosa fare e vagano nell'esistenza e l'investigatore che almeno fino a dove sono arrivato io anche lui vaga ma c'ha l'aria di uno che alla fine capisce e quindi ci sono i compagni di scuola tutti con un punto interrogativo in faccia perché insomma Noi siamo regazzetti pensano noi non dovremmo avere a che fare con la morte tutto ciò è barbaro e tu pensi Fantastico, le premesse ci sono, ora per carità, che accada QUALCOSA.
Invece la Sebold continua a dipanare questa ragnatela di dolore e di ricordi e di riferimenti e di continui sprazzi di aldilà consolante ci mancherebbe ma a cui mancano solo i miominipony per essere stucchevole come il gelato al puffo che sono SICURO vi ricordate ancora e allora io quando sono arrivato a un terzo del libro ho avuto la netta CONVINZIONE che niente sarebbe successo fino e allora ho pensato che sommando il cattomisticismo alla lenta e schiumosa elegia di ricordi che indugia su ogni dettaglio e strazia il cuore e mette tutt'e due le mani nella piaga la somma restituisce l'immagine di mia madre che di sabato pomeriggio guardava questi drammoni su Canale 5 e stirava e piangeva e piangeva e stirava e io giustamente davanti alla lacrima materna turbato apostrofavo A ma' ma che cazzo te stai a vede? e lei con la faccia rossa mi rispondeva tipo Una mano sulla culla o Ridatemi mia figlia o Infanzia lacerata e io alzavo le mani al cielo e dicevo Madonnasanta e me ne andavo e non volevo sapere più niente, basta.

15 luglio 2011

Fucked Up: David comes to life [Matador - 2011]

Mannaggia ai Green Day e a quando gli è venuto in mente di sturare questo tombino del concept album punk rock. Mo' giustamente figuriamoci se non venivano tutti giù a valanga. Tipo 'sti Fucked up, che sono un gruppo punk rock canadese ambiziosissimo, che ha scritto un concept album su un tizio che per scappare dalla monotonia della sua cittadina di provincia si fa le storie con una rivoluzionaria. Fin qui non c'è niente di sbagliato, ma se vi dico che il disco dura SETTANTOTTO MINUTI ci credo che vi viene la sudarella.
Perché ho capito che la storia va seguita e sviscerata e raccontata per bene, però perdio, ragazzi: diciotto pezzi poco arrangiati (nel senso che un occasionale intervento di chitarre acustiche SMETTE di essere una variazione sorprendente già la seconda volta) e cantati sostanzialmente in screaming fatta eccezione per qualche coretto unisono-indie di quelli che tanto piacciono al popolo degli skinny jeans, ma giusto per fare brodo, cioè onestamente, raga', ma che cazzo pensavate di fare?

Sentenza: 4

25 giugno 2011

Dr. Dog: Easy beat [Park the van, 2005]

Ci sono due possibili recensioni di questo disco. Sono entrambe pessime.
Ad ogni modo: questa è una.

Ah i Dr. Dog dov'è che ne avevo sentito parlare non mi ricordo mettiamoli su vediamo ah ecco c'è dell'americana e poi ci stanno i kinks e tutto è condito di una certa bislacca angolosità alla pavement e poi c'è il post-rock e il kraut-rock tante tantissime cose loro si vede che sono intellettuali che prendono tutto poco sul serio anche se stessi talmente poco sul serio che poi fanno il giro e prendono un sacco sul serio il loro non prendersi sul serio e poi c'è bowie e tutto suona come se fosse registrato con un Nagra dell'OSS e le canzoni serpeggiano e deviano come fiumiciattoli ma non vanno da nessuna parte sono degli sketch di ispirazione che però non si incollano una all'altra c'è tutto un filone di indie rock che va avanti così si vedere che la forma canzone gli sta sul cazzo ma a me non mi sta sul cazzo e a me questi mi sembrano dei tizi che non si capiva bene cosa volevano fare e nel frattempo hanno fatto tutto e dev'essere per questo che m'è venuta un'improvvisa voglia di ascoltarmi i Meters.

Questa è un'altra:
Madonna che palle ma quando finisce sto disco oddio sto ancora a metà non ci posso credere mamma mia che palle che palle chppll non è possibile ma come mi è venuto in mente ma perché pitchfork non si fa i cazzi suoi ma perché mi fido ma perché ma perché non ascolto solo i Meters?

21 giugno 2011

Un invito al cinema

Roberta Bla scrive:
ieri io ho visto il film piu brutto. Ti prego guardalo

Cane scrive:
ok
spara.

Roberta Bla scrive:
The Tree of Life
no, va bè: un misto tra l'acquario di genova e super quark. ti prego guardalo.
tutto. sono 2 ore e 15 minuti

Cane scrive:
ah

Roberta Bla scrive:
eh.

Cane scrive:
gli ambienti snob
si riferiscono a questo film semplicemente come
(pausa drammatica)
Il nuovo Terrence Malick.
(occhiata d'intesa)

Roberta Bla scrive:
ahahahah giuro la sala rideva per le stronzate che dicevo. del tutto appropriate, poi capirai. "piero angela ha preso parte al progetto, e anche lara croft volendo. che della jolie c'è il marito con un labbro insolitamente storto, non si sa se per autorità paterna o per semplice paralisi da post trauma copione."

Cane scrive:
continua ti prego
sto annotando minuziosamente.

Roberta Bla scrive:
beh. beh. poi appare un sean penn e tutti si credono salvi. ma invece il caro ex consigliere comunale gay di castro finisce per alienarsi in terre inesistenti tra meteoriti e ghiacciai, in smoking, cercando il suo vero io, una sorta di seduta di quei gruppi di fight club dove la marla scivolava con i pinguini

Roberta Bla scrive:
anyway, quando l'avrai visto

Roberta Bla scrive:
ci faremo due risate.

18 giugno 2011

Sucker Punch (Zach Snyder, 2011)

Allora quindi ricapitolando: c'è questa pischella che viene rinchiusa in manicomio dal patrigno perché ha rosicato per una faccenda d'eredita, e mo' finisce lobotomizzata perché sempre il patrigno si mette d'accordo con un infermiere fiodenamignotta, però quando Don Draper sta per esaudire i suoi sogni ramonesiani, si ferma tutto e siamo in un vaudeville che secondo imdb è negli anni 60 ma potrebbe essere in qualsiasi momento del XX secolo e lei non è più una presunta pazza ma una ballerina costretta a fare un po' la mignotta. Tuttavia per sfuggire a questa situazione di disagio, sta pora fija quando vede le brutte danza e la danza diventa un'ULTERIORE dimensione fittizia in cui lei è una specie di Beatrix Kiddo che ammazza i mostri in slow motion e così affronta e risolve le situazioni sul piano della realtà che poi si capisce subito che realtà non è. Bene. In questo modo la porafija architetta un piano di fuga che coinvolge anche tre altre porefije (di una abbiamo visto le tette su internet).
Ora, il film va a finire in maniera veramente poco sorprendente, è cattolico, inesorabile, mai una gioia; ma non è questo il punto.
Il punto è che nonostante il film contenga delle lezioni sulla fiducia in se stessi, e sull'essere padroni del proprio destino, e insegni che anche in condizioni di grande difficoltà una soluzione c'è sempre, questo film è boh, ciclotimico.
Già perché la differenza tra il ritmo delle scene d'azione (che è forsennato, alla scena del dirigibile pure un po' di capogiro, e non erano le quattro peroni, sono mica un principiante) e quello verameeeente blando delle parti di sviluppo e dialogo è veramente smisurata, e posso anche capire che tutto il film è basato sui diversi livelli di realtà e di percezione che più che intersecarsi si avvicendano, ma il risultato è un po' straniante, e viene accentuato da continui elementi di destabilizzazione - e non parlo tanto della presenza di armi fantascientifiche nell'immaginario di una post-adolescente degli anni 60 quanto anche dell'uso di pop songs nel normale flusso narrativo, che spesso e malvolentieri accentua il taglio da videoclip a cui il film ammicca anche troppo.
Non solo, il film è anche strutturato a livelli. Ma attenzione: NON livelli narrativi o che, a livelli come un videogioco, come SuperMario, o boh, Tekken. Le scene di combattimento sono sequenziali e progressive, di intensità, coreografia e complessità sempre crescenti, e con tanto di briefing iniziale e bullet time come uno sparatutto degno di questo nome (e credetemi, io ne ho giocati, io ho occhiali con la montatura nera). In questo modo, la quasi catatonia delle scene di non-combattimento non fanno altro che aumentare l'attesa del prossimo carnevale in CGI montato al microsecondo, il che è curioso, tenuto conto che il film vuole veicolarti una morale, e nemmeno tanto implicitamente. Insomma non è Scott Pilgrim vs. the world, tanto più che ve lo dico, Sucker Punch non fa ridere PER NIENTE, manco una risata, zero, nada: possono farvi il calco della faccia nel frattempo.

Insomma io ho capito che Tarantino ha aperto il filone dello zuppone postmoderno anche nel mainstream milionario hollywoodiano, e sono anche sicuro che Snyder prima o poi un film in cui tutti questi contesti diversi verranno omogeneizzati piuttosto che giustapposti lo farà, dato che con questo c'è andato vicino (e in culo al genietto di Knoxville), però io normalmente tendo sempre ad avere in uggia di chi fa un film e poi si sbrodola e perde di vista il fatto che:
1. se mi devi raccontare una storia raccontala e non rompere il cazzo (insomma: SOOONAAAA!)
2. se non mi devi raccontare una storia, almeno fammela vedere una sisa, e invece in 1 ora e 49 minuti di Sucker Punch, nonostante quattro puelle di invidabile fattura, di sise, nemmeno l'ombra.
Quindi ha detto bene Valerio dopo meno di mezz'ora dall'inizio: Se fossi stato al cinema mi sarei già addormentato, questo è il film più lento di sempre.
È vero, ho pensato, e dire che lui non ha nemmeno visto il Nosferatu di Herzog.
Io invece sì.
Cioè, capito?

25 marzo 2011

Black Moses: Royal stink (Times Beach, 2004)

Seriamente, ragazzi, a meno che non stiate in fissa con i New York Dolls più di quanto vogliate ammetterlo oppure volete ascoltare tutti i dischi che sono stati fatti al mondo, questo disco non vi servirà a un cazzo. In più il loro batterista è una vera crepa, no no, lasciate perdere.
2/5

10 marzo 2011

J Mascis: Several shades of why (Sub Pop, 2011)

Così quando ho saputo che stava per uscire un disco solista di J Mascis mi sono precipitato a procurarmelo. Questo perché gli ultimi due dischi dei Dinosaur Jr. onestamente erano ottimi, inoltre va sempre seguito qualcuno che ha messo su un gruppo che vuole essere il frullato di Neil Young & Crazy Horse, e dunque ero curioso di capire se il loro cantante/motore avrebbe resistito alla prova della nudità, dato che insomma si tratta pur sempre di un disco chitarra-acustica-e-voce che o sai scrivere le canzoni o t'attacchi e tiri pure forte. Del resto Keith Richards non è che non sa cosa dice quando ricorda che per essere sicuro che una canzone funzioni la devi sentire suonata su una chitarra acustica (del resto Keith Richards non è esattamente l'ultimo arrivato e nonostante continui a cascare dai banani a settant'anni io gli CREDO qualsiasi cosa dica).
Il disco è relativamente breve, ed è effettivamente un disco di canzoni eseguite per chitarra acustica e voce. E non a caso dico eseguite, dato che non hanno l'aria di essere state SCRITTE per chitarra e voce, o quantomeno pensate. Il disco è in realtà una raccolta di inediti dei Dinosaur Jr. che Mascis ha pensato di registrare da solo (benché con l'aiuto di quel santo di Ben Bridwell dei Band of Horses e altri scalcagnati di cui non ci importa proprio nulla), ma nonostante tutte queste premesse insomma, s'è capito già che non è un granché.
E non è un granché non tanto per la completa mancanza di sorprese che il disco riserva (se si può riservare una mancanza, ma passatemi il termine che è quasi pronta la cena e vado di fretta), ma perché oltre ad essere monocorde nella concezione è anche monocorde nei suoni (si può dire tutti i pezzi sono suonati col capo al sesto tasto), ma anche perché non ha senso un disco acustico pensato come un disco elettrico, con un volume spropositato e nemmeno un minimo di ambiente a restituire l'intimità: le chitarre suonano nel vuoto come se ti uscissero dal cranio e insomma è tutto troppo schiacciato e i compressori lavorano sempre a tutta callara e io non so se sono d'accordo a fare un disco acustico così.
Quindi questo disco si merita due stelle perché comunque le canzoni schifo non fanno, ma non di più perché sembra veramente tutto sbagliato, come se Mascis avesse pensato Ecco, io non vi devo dimostrare un cazzo, queste sono le mie canzoni esattamente come ve le aspettereste e non ho intenzione di sforzarmi nemmeno un po'.
Non basta, J., non basta. Dai, sforna un altro disco come si deve dei Dinosaur Jr., piuttosto, e se non sai bene come, fatti una ripetizione di Rust never sleeps, che non fa mai male. Ecco.

Sentenza: 2/5

13 settembre 2009

una nota

giusto per fare presente che se voi mi fate notare che i Beatles oggi avrebbero fatto roba tipo gli Animal Collective, ci sta che io vi posso rispondere che i Beatles oggi mi farebbero CACARE.
Buona domenica.

26 maggio 2009

una recensione imprecisa


Luca Frazzi: The Clash. I wanna riot

aveva ragione valerio quando m'aveva detto che lui le ultime pagine le aveva saltate perché onestamente gliene fregava poco io poi ho iniziato a leggere il libro e quando in un soffio mi sono trovato a quel punto me n'ero pure dimenticato ma trovandomi nei suoi panni cioè panni di persona che vuole leggere dei clash mi sono anche immedesimato nella decisione di accannare quell'ultima parte che invece i clash li usa solo a pretesto per raccontarmi i fatti dignitosissimi ci mancherebbe ma onestamente pure poco interessanti dell'autore e allora ho pensato Ecco vedi questa è colpa di Hornby adesso questi qua si sentono autorizzati a prendere la musica di cui dovrebbero parlare come uno spunto narrativo per non parlarmene trascurando che solo in pochi saprebbero dirmi qualcosa che aggiunga un minimo alla mia vita Valerio lui sta in fissa con Hornby strano che non ci abbia pensato
quindi io dico Frazzi va bene abbiamo capito se vogliamo per un momento stavi andando benissimo perché io posso passare sopra al fatto che mi scrivi un libro sui testi commentati dei clash e i testi dei clash non sono riportati integralmente perché tutto sommato il tuo discorso critico è più ampio mi stai facendo un percorso a doppio senso tra l'inghilterra e l'italia, mi contestualizzi nella storia e nella cronaca ogni pezzo dal suo concepimento alla sua pubblicazione quindi in ogni caso mi metti in prospettiva delle nozioni sparse che potrei anche non saper mettere insieme nel senso che se leggo una delle diverse biografie dei clash come ho fatto potrei anche non sapere chi diavolo era janie jones o potrei anche non sapere leggere tra le righe di un determinato pezzo però eccolo che sorge di nuovo il dubbio e cioé Non sarebbe stato utile chiarire un po' tutto e non fare semplicemente da lieve approfondimento a cose che tra l'altro c'è scritto nella premessa e cioè che tutto sommato i testi dei clash non è che sono i testi di tom waits o di dylan non è che c'è tutto un ipertesto letterario da codificare e penetrare dopotutto stiamo parlando di ragazzotti cresciuti per strada e arricchitisi con immagini cinematografiche che parlavano a un pubblico estratto da una classe operaia all'interno di un'ottica di semplicità e di antiretorica quindi diciamo che è giustamente dichiarato l'intento un po' contraddittorio di commentare i testi dei clash e allora il dubbio sale maggiormente e cioè A luca fra' ma non è che hai approfittato semplicemente dei testi dei clash per dirti come ti facevano sentire l'invidia per una situazione e una terra in cui le cose succedevano invece di questa italietta sempre così mediocre no perché una cosa del genere davanti a una birra o due è un ottimo argomento di conversazione ma come tema di un libro che in tutto questo mi vuole anche parlare delle dinamiche interne alla band della mimesi storica e blah blah ma senza addentrarsi specificamente in nessuna di queste tematiche beh allora io non lo so non sono sicuro.

Playlist>
Captain Beefheart & his Magic Band: Big black baby shoes
Neil Young: Don't be denied
Boozoo Chavis: Dog hill
Suffocation: Thrones of blood
The Black Crowes: 99 lbs.
Gil Scott-Heron: Or down you fall

8 ottobre 2008

tutto qui?

Sandro Veronesi: Gli sfiorati
Mondadori 2001

l'ho letto, l'ho finito di leggere, gli sfiorati. mi ha ricordato dürrenmatt. no, no, calma, precisiamo: mi ha ricordato l'esperienza che ho avuto con dürrenmatt, nel senso che mi avevano detto che faceva ridere e invece non fa ridere. veronesi qualcuno mi aveva detto - o io avevo intuito - che era cattivo, e invece non è cattivo per niente. peccato, perchè me l'ero creduta bene bene.
veronesi è buonissimo, pulito, disegna delle traiettorie niitide, che sai dove vanno a parare perchè naturalmente ha provveduto anche a pulire l'aria con qualche filtro, prima. allora stai col naso per aria a guardare tutte queste scie che si intrecciano, ma solo apparentemente, perchè ognuna ha il suo bravo colore distinto, come le frecce tricolori in una mattinata tersa di gennaio. e lo vedi, che fa veronesi, su di me? mi fa scrivere cose come "tersa", potrei iniziare a odiarlo sul serio.
mète è il ragazzino genio e regolatezza che popola bene o male tutti i "romanzi" (raffaele la capria ha ragione) italiani: profondo, disponibile, estremamente sensibile, un ribollente padellone di buon senso e buone qualità. le ragazze gli vanno dietro, cadono letteramente ai suoi piedi, lui tenta di trovare in loro qualche sollievo, ma sono tutte delle stronze cattivone che mettono in luce il suo lato peggiore, e il santone non vuole. è un vincente, anche nella rinuncia, che affronta con fronte di james dean, con mascella di marlon brando, girovagando per una roma appena uscita viva dagli anni '80, gli anni '80 di chicco della terza c, gli anni '80 di enzo braschi paninaro, e delle care e vecchie emozioni nazional-popolari vomitate da una televisione nazional-popolare. e tutto, bene o male, intorno a lui, ha questa patina di candore al pvc: belinda è la ragazza di cui si innamora in maniera totale, come solo a sedici anni; bruno il migliore amico che tutti ci caghiamo addosso di perdere, sempre a sedici anni.
già, perchè c'è puzza di pubertà, in questo romanzo, puzza di quella pubertà mistificata e rovinata da gente come de carlo, come brizzi. la pubertà puberale, assoluta, fatta di innocenza e sensazione di unicità.
mète si innamora di belinda. fin qui... belinda è la sua sorellastra, per inserire nel racconto un elemento morale da dibattere per trecento e passa pagine, fino alla biscottata finale. mète crede e ci fa credere per tutto il libro che nessuno è mai stato innamorato come lui, che nessuna è bella come belinda, che nessuno è sfortunato come lui. come a sedici anni, di nuovo: uguale. anch'io mi sono innamorato, a sedici anni, e forse in quel momento, spinto da ormoni e respinto da respinte, in queste due forze uguali e contrarie ho cominciato a scrivere. veronesi è andato avanti, a quanto pare, ma si è tenuto dentro questo romanzo di sfogo in cui alla fine l'ha vinta, e come un eroe di de carlo, nonostante questo viene assunto a un livello morale ben superiore di questo: mète diventa saggio, diventa un demiurgo che dall'alto della chiavarella con sua sorellastra, può permettersi di essere punto di riferimento.
tutto questo in una geografia pulitissima, di nuovo: in cui ogni elemento è perfettamente funzionale alla narrazione (il gatto malato, damiano, il malocchio, la puttana strabica, la grafologia, vero tormento di tutto il libro, le filippine), e come quando cade una fetta di pane con la nutella, sappiamo già come e dove cadrà (sul tappeto buono o sulla maglietta bianca, dalla parte della nutella). come in una serie di fiction, ogni personaggio ha il suo posto, e arriva puntuale il momento in cui il narratore si chiede con noi "ma dove avevamo lasciato xxx?" ed ecco che xxx o yyy spuntano, a fornire a mète altri elementi di catarsi morale e spirituale per poter poi diventare robinson crusoe.
 
eppure, nonostante questo, ho letto questo libro in meno di una settimana, restando sveglio per arrivare alla fine del capoverso del paragrafo del capitolo del libro. perchè non è scritto malissimo, nonostante il buonismo, nonostante il sorriso un po' ritardato che stende su tutta la narrazione.

i pessimi momenti:
- la descrizione degli effetti della prima canna (di nuovo sedicennismo)
- la sfuriata di bruno venduto/fighetto, con conseguente riparazione della trama al danno
- il protagonismo di veronesi/mète: io vivo/gli altri sono sfiorati.
- il finale (i finali)
- la radio vaticana durante l'incesto
- tutte le inserzioni musicali, con citazioni di gruppi fatti cadere lì al solo scopo di dimostrare di conoscerne il nome (di nuovo sedicennismo)

i buoni momenti:
- le prime venticinque/trenta pagine, con i ruolo del narratore a commentare, a riempire gli spazi temporali. dava da sperare bene, sembrava potesse essere un elemento di dis-continuità ottimo all'interno della narrazione. invece no.
- basta. ho guardato il soffito per tre/quattro minuti e non ho trovato nient'altro.

(e questa l'ho scritta nel 2002)

17 ottobre 2007

bruce, tu quoque.

È piuttosto difficile “riportare tutto a casa” (come Dylan) quando quel che ti precede è una trattazione rigorosa, un manifesto programmatico, una chiamata alla lotta armata (sia pur armata diversamente). Tuttavia è prerogativa di un cuoco decente far seguire ad un momento di alta intensità verbale, un rilassante e rincuorante pasto, sì che le voci si plachino e subentri un più “morbido” intrattenimento: il pasto, appunto. Alla fin fine, dei due, il più pop non è (cane), perché sa troppe cose, il più pop, di noi due, è il sottoscritto. Rozzo quanto basta ma non abbastanza.
Per questo motivo dunque, invece di inserirmi nello specifico del precedente post, vengo con questa mia a cantarvi della mia ira funesta verso Bruce Springsteen, e di come quest’ira si sia placata ma ne siano rimaste le stimmate.

Io di Bruce Springsteen ci capisco, sul serio!
Non sono di quegli Springsteeniani da operetta che mettono camicioni di flanella, o peggio, BANDANE, né di quelli più compassati e impostati, amanti dell’American rock tout court per i quali il Boss è comunque un discorso a parte.
Ho sempre considerato Springsteen all’interno del suo contesto storico e artistico; l’ho sempre confrontato col patrimonio a cui liberamente (e giustamente) ha attinto, a come HA INCISO su questo patrimonio, alla traccia da lui lasciata ed è per questo che l’ho amato e lo amo così tanto.
L’umanità è forse il suo più grande pregio, dirò di più, la fallibilità.
Bruce Springsteen da molti anni sforna BUONI DISCHI, non capolavori. Dai gloriosi giorni di Ghost of Tom Joad il Boss non tira più fuori un intero disco da mandare a memoria. Chi dissente da questo, non ha bisogno di continuare a leggere (e forse porta una BANDANA!), per gli altri vi avviso che vi attende una sega senza fine su quest’individuo nato nel New Jersey quasi sessant’anni fa.

Pensate a The river, o a Darkness on the edge of town; fate mente locale, avete presente lo stesso Born in the U.S.A.? Produzione merdosa, anni ’80 che fioccano, ma canzoni coi controcazzi: non ce ne era una che non ti restasse in testa. Stiamo parlando di un musicista che quando ci vai in fissa ti riempie di robba. Ti da contenuti, orecchiabilità, epica, cortometraggi, ritratti, ti fa ballare, divertire e ti fa pensare. Ti racconta il mito, da qui la sua grandezza.
Ora invece pensate a The Rising, a Devils and Dust (contenitore sottovalutato di alcune perle) o al più recente, ultimo lavoro: MAGIC.
Già a sentire il titolo vi confesso che mi ero cacato sotto. “Che cazzo di titolo è MAGIC?”.
Sarà un disco dedicato all’omonimo playmaker dei Los Angeles Lakers di qualche decennio fa?
Sarà un omaggio ai Queen? “Che cazzo di titolo è MAGIC” pensavo tra me...
E infatti MAGIC è un titolo del cazzo!
Ora passiamo al disco. Il singolo mi ha fatto venire i geloni: per un momento ho persino pensato che Bruce Springsteen credesse di essersi trasformato in Bryan Adams. Ho fatto incubi per due giorni. Radio Nowhere, un altro titolo del cazzo, non era per nulla buona, era una canzone che poteva scrivere qualunque imitatore di Springsteen dei tardi ’80. Il primo incontro con l’album era stato annichilente. Sembrava, in più di un brano, che il Boss volesse suonare come “quelli che volevano suonare come il Boss”. Così incontravo rock’n’soul alla Graham Parker, acusticismi non particolarmente riusciti, leggi Dan Bern et similia, gente valida mai uscita dalla lunga ombra del “...bel brano Springsteeniano...”, come Southside Johnny. Il problema risiedeva nel fatto che tutta questa pur ottima marmaglia di rockettari NON ERANO LUI. Perché a lui gli anni ’50 mancavano sul serio, non come a Bryan Adams; perchè lui la bandana se l’era messa perché suda come un suino, non per tenere i capelli come Bon Jovi; perché il soul, la Stax, la Motown per Bruce Springsteen sono cose sacre da prima che scoprisse Dio e la famiglia; perché SENZA ESSERE DYLAN ha saputo fornire una versione plausibile del folk bianco classico di matrice sindacale, rurale e, udite udite, socialistoide - alla fine sarà pure macho ma avete fatto caso che il pubblico del Boss è prevalentemente di sinistra? (Bertinotti dovrebbe ringraziarlo visto che simpatizzo stalinismo perché ascolto Atlantic City...). E comunque Pete Seeger é stato iscritto al partito comunista americano fino alla prima metà degli anni ’50.

Insomma avevo il cuore spezzato. Il mio eroe si era rincoglionito, aveva fatto un disco piacevole e pensava di cavarsela così, solo perché quel disco sarebbe comunque piaciuto ad un sacco di gente.
E a noi? A noi poveri stronzi che l’avevamo difeso dai sinistroidi rompicazzo che gli davano addosso per Born in the U.S.A. perché non ne avevano letto il testo? A noi che prestavamo Wild, innocent e compagnia bella per far capire al critico superficiale che il Boss era uno serio e intelligente, non un rockettaro tutto muscoli, palle e niente cervello? Bruce Springsteen mica era i Kiss, non si truccava, non sparava laser sulle folle oceaniche accorse a vederlo con la E street band come facevano i Pink Floyd, dal vivo non faceva lo stronzo come Bob Dylan, e non frequentava i soliti giri di sessodrogaerockenrolle dei vecchi dinosauri del rock. Non faceva yoga come Sting o come Peter Gabriel, non si chiamava Claudio Baglioni. Noi lo sapevamo questo, e lo difendevamo.
Adesso non dobbiamo più difenderlo, dobbiamo capirlo, e in questo caso specifico, criticarlo.
Dobbiamo capirlo, perché non possiamo più sentirci eterni ragazzetti, se lui si sente più vecchio.
Dobbiamo capirlo perché il suo più grade pregio è l’umanità e, come ogni uomo, oggi sta facendo i conti con se stesso. Per questo fa i dischi a-là Springteen ma non fa i dischi DI Springsteen.
Per questo il suo senso critico verso se stesso vacilla e non vede con chiarezza quello che sta scrivendo. In lui alberga una pace, un appagamento, una soddisfazione negata a molti, anzi, ai più.
Non possiamo e forse neanche dobbiamo aspettarci quell’urgenza, quel desiderio di stare bene, di stare bene insieme che in qualche modo è riuscito a creare nella sua carriera. Non possiamo chiedergli di darci speranza anche dentro MAGIC. Ci serve speranza? Di corsa ad ascoltare Born to run, marsch!!!!
Bruce Springsteen sta diventando vecchio ma deve ancora diventare saggio. È con un braccio nel vestito da guitto sensuale ed inarrestabile del rock’n’roll e con un braccio nella spartana blusa di tranquillo lavoratore-cantastorie che torna alle sue radici.
Sarà con la chitarra acustica, registrato dentro la cucina di casa sua che sferrerà ancora i fendenti indimenticabili che sa sferrare, non alla corte di Brendan O’Brien dove riesce solo a riprodurre se stesso, a dissimulare la nostalgia con il manierismo, a far sentire la mancanza dei suoni e dei colori di Born to run o di Born in the U.S.A..
Sarà con un combo di chitarre elettriche vecchie come lui, registrato nel soggiorno della casa di campagna (che possiede...), che riuscirà ancora a fare rock’n’roll. Perché, signore e signori, Bruce Springsteen non vuole più suonare per gli stadi ma ancora non l’ha capito e dunque non ha capito che non ha più bisogno di scrivere canzoni per gli stadi ma, al massimo, per un club.
Riuscirà il nostro eroe ad aggirare la demenza senile con la saggezza? O verrà forse trascinato come un’immensa, solidissima quercia dal fiume del business, delle superproduzioni e dei ritorni dal passato (leggi reunion)?
Da Springsteeniano quale sono e fui, non posso, non voglio, rinunciare a fidarmi anche stavolta, nonostante MAGIC, di lui e del suo cuore ma oggi, mio caro Boss, come amano chiamarti più di quanto tu ami farti chiamare, ti becchi una BOCCIATURA.
Perché, sinceramente, le cover di Bruce Springsteen, piuttosto, le suono io, non te.
Cordialmente vostro devoto
il cuoco

10 agosto 2007

è agosto, signori, che pretendete?

E' un'altra cosa vecchia, sì. Ci ho provato, a scrivere qualcosa di nuovo, ma davvero: ho le scimmie nel cervello per cui accontentatevi. Del resto, visto che la rivista su cui è stato pubblicato questo pezzo ha chiuso, magari vi faccio anche un favore. Per cui dite Grazie.

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Insomma nel DVD degli Every Time I Die si può dire che loro non suonano per niente. Il DVD dura un’infinità, qualcosa intorno agli ottanta minuti, PIU’ gli extra, PIU’ i video ufficiali, PIU’ il teaser. Siamo intorno alle due ore. Due ore in cui – occhio che arriva lo spoiler – non succede NULLA.
Già, perché gli ETID non hanno voluto fare un DVD live. Né, lo diciamo per tenere tranquille le masse, gli è venuto in mente di girare un film, nel senso di lungometraggio, nel senso di narrazione. Tipo i Beatles con A hard day’s night o Help!, per intenderci.
E ci mancherebbe altro. Quelli erano i Beatles. Quello che a loro riusciva bello e naturale sarebbe sembrato ridicolo per chiunque altro. Andiamo, girare un film in cui un gruppo viene rincorso dai seguaci della dea Kalì perché il batterista ha un suo anello sacro? È una cosa ridicola – e ancora più ridicoli sono quegli intermezzi a doppia velocità in cui i Beatles si limitano a fare gli scemi su un prato. Ma del resto, più che il contesto di totale incanto e verginità che erano i primi anni ‘60, è che i Beatles erano i Beatles: per loro la gente sognava e se la faceva sotto (letteralmente, e vi giuro NON sto scherzando: ci sono le prove).
Gli Every Time I Die – che ça va sans dire non sono i Beatles e non ci si avvicinano nemmeno se siete molto distratti – invece hanno fatto una cosa di questo tipo: hanno chiamato l’High Roller Studio, che sta dietro a parecchi video che forse avrete visto ultimamente – Norma Jean, Terror, This Is Hell, gente del genere, quindi non li avete visti su MTV – e si sono portati dietro un cameraman per qualche data del loro tour, quello di supporto al disco nuovo, per poi montarlo in maniera pirotecnica.
Risultato: uno spaccato di vita on the road di una rock and roll band degli anni 2000. Una rock and roll band di successo, diciamolo: perché altrimenti sembrerebbe una cosa terribilmente amateur e varrebbe di chiedersi di che diavolo stiamo parlando.
Gli Every Time I Die hanno fatto un botto clamoroso un paio d’anni fa e – miracolo, se si considera l’elevatissimo tasso di mortalità dei talenti, in questo giro – lo hanno confermato con un altro disco fenomenale: insomma, io sono di quelli che sostengono che c’era bisogno, di loro, a questo punto della Storia del Fracasso.
Al contrario, non si tratta nemmeno di nulla di autocelebrativo, in Shit Happens – ah, già, quello è l’evocativo titolo del DVD.

Insomma, posso capire che non mi fai vedere la band quando suona (c’è ben poco e non c’è l’audio live ma quello dei pezzi in studio sovrapposto, il che se vogliamo non è un problema) e non mi fai nemmeno un making of del loro disco. Ma c’è di più: invece di cercare di investigare il talento creativo della band, piuttosto che carpire i loro segreti sul palco o dare dei suggerimenti utili a chi vuole – che ne so – imitare il loro sound, il DVD è pieno (ehm, ripeto: pieno) di Granfratellismi con retrogusto à la Jackass. Che ho detto? Mo’ ve lo spiego.
Gli Every Time I Die si sono fatti riprendere mentre si rendono responsabili delle seguenti prodezze. Vomitano dove capita, dicono cazzate, tirano giù le mutande a uno dei loro roadie, fanno esplodere oggetti, si danno fuoco ai capelli perfettamente sbronzi, mangiano panini al prosciutto e Skittles (ah, mi dicono che è una cosa normale), fanno questo gioco strepitoso in cui lo scopo – risate – è iperventilare. Magnifico.
Ora: cosa questo materiale (che negli US costa la bellezza di 15 dollari) (no, non ce l’ho originale, l’ho rippato da un mio amico perché avevo fiutato la sòla) aggiunge alla produzione – o alla fama alla stima alla reputazione – di questa band? La risposta è: NIENTE, questo DVD è perfettamente inutile e voi non avete bisogno di vederlo.
Tuttavia, contiene degli spunti illuminanti su ciò che può accadere quando metti una band che non ha un budget milionario su un tourbus e la mandi in giro.
Chi ha gli occhi aperti sa perfettamente che solo tre o quattro persone al mondo si possono permettere di affittare l’intero piano di un albergo di lusso quando sono in tournée, o che sono passati da tempo i beati anni in cui le rockstar sfasciavano le suite e lasciavano scie di mobili divelti e groupies in coma etilico dietro di sé. Chi ha gli occhi aperti sa inoltre che partire in tour non è certo una passeggiata di salute: dormiteci, voi, in un tourbus (se vi dice bene, altrimenti ve tocca er Doblò) con minimo altre tre persone sbronze, mangiate tutti i giorni in Autogrill, sognatevi la doccia.
Trovatevi qualcosa da fare, soprattutto, quando avete finito di suonare, perché non sempre c’è il festino offerto dall’impresario; non sempre c’è il buffet, non sempre ci sono le ragazze, non sempre ci sono i fotografi impazziti, non sempre c’è la bella vita. Anzi, direi che non c’è e pace: quello era Almost Famous, ed era un FILM.
(“Se quando avevo sette anni mi avessero detto che a trent’anni avrei suonato il metallo a Berlino e poi avrei mangiato il broccolo vegano seduto per terra, non ci avrei creduto. E invece ho chiesto anche il bis.” Questo me l’ha detto V.Fisik qualche settimana fa, e lui tende a dire cose piuttosto giuste. Un motivo in più per avercela con quelli che dicono che i musicisti sono fortunati perché fanno carrettate di soldi divertendosi. Cioè, nella dieta vegana non è previsto nemmeno il BURRO, santo cielo!, esiste qualcosa di peggio?)

La domanda è: ma allora, a cosa serve mettere fuori un DVD di questo tipo? Calcolando che mi sono fatto la stessa domanda per i Train (ve li ricordate i Train? Se rispondete sì: fategli una telefonata, ché stanno depressi), non sono arrivato a una spiegazione se non: fare un DVD costa relativamente poco, e deve essere particolarmente redditizio.
Non credo infatti che gli ETID – badate: sono sulla ventina terminale, sono di Buffalo, sono degli scemi col botto, sono cresciuti negli anni ‘80 con gli AC/DC e MTV – abbiano voluto eseguire un esperimento di ridicolizzazione della TV spazzatura o kamikaze. Non credo altresì che abbiano voluto tenere in guardia le generazioni emergenti dai pericoli di alienazione e decadimento fisico (e soprattutto intellettuale) di un tour quando suoni la roccarolla e non sei Madonna. No.
Più che altro, ho idea che la band sia immersa nella cultura televisiva americana – che come quella italiana è un continuo e ininterrotto flusso di “useless informations”, di cui Mick Jagger era già stanco quarantadue anni fa – a tal punto che gli sarà sembrato plausibile rendere il mondo partecipe di qualcosa che suona più come “Hey! Afferrate una birra e correte! Sto per mettere su il video delle mie vacanze!”. Oscar per la generosità, allora, agli ETID, puri di cuore a inquadrare il loro pubblico come la comitiva di amici caciaroni.
E menzione d’onore, anche, per la disinvoltura: dato che ce ne deve volere, a non porsi il problema di fare cose che sembrerebbero ridicole praticamente a chiunque, perfino nel 2007.
E allora aridatece i Beatles. E le ammiratrici incontinenti, va’.

25 marzo 2007

softcore superstars

Ok, sono pronto adesso per parlare del disco nuovo dei Comeback Kid. L’ho aspettato a lungo, me lo sono procurato appena possibile, e poi l’ho ascoltato con cura, rosicando perché non ci capivo niente.
Che è una cosa che mi fa rosicare, soprattutto se parliamo dei Comeback Kid, perché nonostante siano un gruppo che utilizza in maniera disinvolta la scrittura hardcore (cioè sostanzialmente atematica), riusciva a proporre una musica piuttosto completa, sotto diversi punti di vista. Aggressivissima ma chiara – se usassero anche loro le chitarrone dei Terror vedreste come spingono le parti mosh, ma loro sono saggi e hanno un’ispirazione punk, insomma, e non metal: Gibson SG, dunque, non ESP – gusto per i fraseggi melodici, grandissima cura per i particolari, soprattutto ritmici, e in definitiva dei pezzi concisi, diretti, senza troppi sbrodolamenti, e riff clamorosi.
E allora è per questo che ho rosicato: molte di queste cose nel disco nuovo (che si chiama Broadcasting...) non ci sono più.
Ora, verrebbe da pensare che tutto questo sia dovuto largamente alla dipartita del loro vecchio cantante (Scott Wade) che ha lasciato il gruppo perché si era rotto le palle della vita on the road e insomma si voleva accasare e sotto certi versi chiamatelo scemo, se ci riuscite. Andando via il buon Scott e il suo tono da pescivendolo rissoso (molto meglio su disco che dal vivo), l’incombenza vocale è passata nelle mani di uno dei due chitarristi, Andrew Neufeld, che prima dei Comeback Kid stava in un gruppo che si chiamava Figure Four e usciva per Solid State – e non lo dico solo per fare il figo, quindi seguitemi bene).
Di solito si pensa che i gruppi hardcore compongano in strumentale e ai cantanti venga affidato il solo compito di metterci sopra un testo con una metrica convincente, e di conseguenza di strillarlo finché non stramazzano al suolo (o non lo fanno i ballerini violenti ai loro concerti). Può essere vero (anzi di certo lo è) per molte band, ma allo stesso tempo un gruppo è un gruppo finché è la somma di determinati elementi: cambi gli elementi, cambierà naturalmente la somma. Potrebbe essere questa allora – oltre a una naturale evoluzione dello stile e delle influenze che in due anni da queste parti subisce più rivoluzioni che uno stato del Centro Africa – una delle spiegazioni del cambio di rotta dei Comeback Kid, che si riassume in due punti principali.
Innanzitutto – ma questo s’era capito e d’altro canto era anche ovvio – lo stile vocale, che dal declamatorio agitprop di Scott Wade passa a una tonalità più sofferta e sempre al limite, con curve spesso ascendenti più che discendenti – qualcosa che ricorda continuamente un Vengooo Vengooo, avete presente? –più dolorante che minacciosa, e dunque più intimista: in due parole, più Solid State che ardecòre (e tra un po’ vi spiego pure che cosa intendo una volta per tutte).
Poi: la scrittura abbandona un po’ il riff-o-rama (grazie cuoco per lo splendido neologismo) a cavallo tra old e new school che aveva fatto la loro fortuna (e causato più di qualche livido nel moshpit, sono sicuro), per approdare a un approccio più armonico, facendo affidamento più a climax emotivi dettati dagli accordi che all’incazzatura dura e pura dei vecchi dischi.
Insomma, i Comeback Kid post-Scott Wade sono un gruppo che strizza pesantemente l’occhio all’emocore/new school che sta facendo la fortuna di etichette come (eccoci qua) la Solid State e la gemella Tooth & Nail - che è un po’ l’equivalente del rasoio femminile, se vogliamo - e gruppi come Life In Your Way, ma anche gli stessi Norma Jean una volta in mano a Sua Piattezza Ross Robinson.
Sarà che l’estrazione dell’attuale cantante (e responsabile di buona parte dei pezzi) è proprio quella, sarà che questa è la musica che va per la maggiore in questi ambienti, sarà che dopotutto è anche lì che stanno i soldi, e allora si capisce che cosa sta succedendo.
Il che per certi aspetti è una presa a male – perché Wake the dead era un disco spettacolare – ma in definitiva non è una tragedia, perché tutto sommato nonostante qualche ruffianata, qualche piagnucolata qua e là e qualche pezzo sottotono (cosa che nel disco precedente non esisteva proprio), Broadcasting è in definitiva un buon disco, di quelli che si riascoltano con piacere, e tutto sommato fanno anche venire una discreta munizza.
Va anche detto che nel frattempo i nostri bravi amici canadesi sono cresciuti ulteriormente: la batteria è mozzafiato, le chitarre precisissime e PARECCHIO epilettiche (la cavalcata che sta in mezzo a Come Around è in grado di rifarla solo Kerry King), e in definitiva i pezzi vanno giù abbastanza bene (se non fosse per l’opening track, Defeated, che finisce dopo un minuto e mezzo e va avanti così PER SEMPRE, e che tra l’altro è esattamente il Bignami di tutti i punti deboli di questo disco), la voce in fondo in fondo non è nemmeno particolarmente fastidiosa (niente in confronto agli Alexisonfire, per capirci), e anche se la produzione è più spigolosa del disco precedente – pur se affidata sempre all'ex bandiera nera Bill Stevenson – alla fine non sconfina né nelle nubi dell’emocore da grande artista, né nel metal cretino come – tipo – l’ultimo Terror (che dai, fa veramente ridere: sembra che abbiano dissotterrato intatta la sala dove hanno registrato i Nevermore, si siano messi seduti e abbiano premuto REC).
Fortunatamente è cresciuto, col tempo: all’inizio era già bell’e pronto a una stroncatura esemplare. Del resto non essendo io un critico (ma come vi permettete?) e avendo adorato il loro disco precedente, sono stato fin troppo facilmente colto dalla smania di ascoltare ancora e ancora qualcosa di simile.
Ché del resto è questo il problema di fare un disco fantastico. Voi pensate di poter campare di rendita? Impossibile. O ne fate un altro per forza – altrimenti noialtri vi tiriamo i carciofi – o vi sciogliete e vi mettete a fare ALTRO.
Morale della favola: c’è sempre da imparare dai Refused.



PLAYLIST>
cure: high
boards of canada: aquarius
spandau ballet: i’ll fly for you
inferno: lowest common detonator
taxi: the vampire
mandible chatter: the myth of progress
combatwoundedveteran: i’ve got a slingshot, want to get hurt? (again, faster)
tears for fears: everybody wants to rule the world
slayer: serenity in murder
don caballero: chief sitting duck
the who: it’s not true

17 febbraio 2007

una serata francamente non entusiasmante

Andrea ha scritto (non qui: qui non ha ancora scritto niente) che i Blood Brothers hanno un problema, e il problema è che vogliono mettere insieme l’aggressività dell’hardcore e l’attitudine indie rock, ma ciononostante non arrivano da nessuna parte (ho parafrasato). Questo perché – dice ancora Andrea, ma non mi ricordo se l’ha scritto o me l’ha detto quando abbiamo chiacchierato subito dopo il concerto – non hai niente da cantare (cantare cantare, non gli slogan da manifestazione del liceo) e non appena inizi a ballare, loro ti cambiano il riff sotto il naso.
Vero: i Blood Brothers hanno preso anche questa cosa dal post-hardcore, e cioè il fatto che i loro pezzi non hanno una struttura “pop”, non identifichi mai una strofa, un ritornello e una variazione: al massimo qualcosa che gli si avvicina, ma che non si alterna mai in maniera strutturale, appunto.
L’altra sera dunque è valsa la pena di dar loro una chance, se non altro perché ultimamente non si sta parlando che di loro, la V2 sta spingendo un casino, e tutto sommato ero curioso come tiravano fuori i suoni dal vivo.
Insomma, abbiamo capito che i suoni dal vivo i Blood Brothers li tirano fuori bene. Hanno la pezza (e hanno anche il fonico, per cui ci sta tutto), hanno la confidenza del gruppo che suona bene e suona tanto e da tanto tempo, hanno anche una decente presenza scenica, ma i conti continuano a non tornare.
E perché? Perché anche dal vivo – anche distratti e coinvolti dalla dimensione scenica che comunque catalizza l’attenzione e generalmente fa pigliare a bene il pubblico – ai Blood Brothers manca una coesione musicale che potrebbe far fare loro veramente il botto, il botto che la V2 e la stampa sostengono abbiano già fatto, il botto che li renderebbe veramente il Gruppo Più Figo Del Bigonzo.
Diciamocelo chiaramente: i Blood Brothers vorrebbero essere gli At The Drive-In rivisti e corretti. Si capisce dal tipo di sonorità (il Rhodes del cantante che sembra Rita Pavone), si capisce dal tipo di figure ritmiche, si capisce dal tipo di impiego della voce (delle voci, insomma), che tendono ad avere una distribuzione isterica. O ci sono e sono ovunque, o non ci sono mai. E devo dire la verità? Preferisco quando non ci sono.
Questo perché al di là dell’antipatia epidermica che posso nutrire per la scelta e per la timbrica specifica – soprattutto per quanto riguarda quella di Rita Pavone (ma devo dire che un po’ tutto in lui è destinato a suscitare controversia: dal tipo di approccio vocale all’abbigliamento da Popeye gay, ai capelli a meringa, alle movenze da Diana Ross o chi diavolo vi può venire in mente) – sono proprio le voci che appiattiscono la musica dei Blood Brothers e tolgono anche l’ultimo rimasuglio di varietà dalle loro intuizioni – che comunque ci sono, eh?
Dico: ok che la via più semplice per arrangiare un pezzo è buttarlo in cagnara. Ormai da almeno 50 anni siamo abituati alle chitarre distorte e almeno da 20 alla gente che si strilla le budella dal petto, questo vuol dire che ormai l’aggressività, l’informale la sporcizia la sugna, come cavolo lo vogliamo intendere, è un linguaggio entrato a far parte integrante della musica rock – qualsiasi musica rock, da Jon Spencer ai Pig Destroyer, se è vero che il rock è un’applicazione culturale, come ho letto in uno dei milioni di saggi che mi stanno facendo perdere il sonno ultimamente, ma che prima o poi vi rintraccio e vi dico chi è.
Quindi va bene l’espressività che trascende, si contiene a stento e diventa urlo, ma diamine: anche un po’ di intelligenza tattica a volte non guasta. E ne basterebbe poca, pochissima, per intuire che forse l’attitudine hardcore i Blood Brothers farebbero bene a conservarla per l’impatto sonoro, per il carattere complessivo, e – va bene, eh? – per le strutture lineari e a sviluppo orizzontale (cioè del tipo: succede una cosa, poi un’altra poi un’altra, poi altre, poi il pezzo finisce). Insomma, non c’è pop. Non c’è pop.
E se ne stiamo parlando da 50 anni direi che è un segnale da prendere in considerazione.

PS: Non voglio nemmeno parlare del loro gruppo spalla, i Circle qualcosa. Dico solo quattro parole: “polo” “a” “righe” “orizzontali”. Direi che basta. E basta anche polo a righe orizzontali.



playlist >
sneaker pimps: walking chance
team sleep: ever (foreign flag)
coalesce: for all you are
broken social scene: lover’s spit
some girls: blues singer
ani difranco: reckoning
sonic youth: waist
the kinks: i don’t need you anymore
the beatles: think for yourself
the police: peanuts

25 gennaio 2007

un antidoto all'horror vacui

Quindi ho pensato Ma a che cazzo serve un dvd dei TRAIN?
Ricapitolando: i Train hanno avuto la seguente parabola. Hanno scritto quella canzone di merda che si chiamava Drops of Jupiter - molto pubblicità di birra peroni tutta amicizia e luppolo - col video tutto girato intorno al cantante belloccio che cantava in mezzo alla campagna (che ne so, magari per quanto mi riguarda poteva anche darsi che fosse proprio un campo di luppolo: un giusto investimento, un suggerimento per l'utilizzo della canzone) ma insomma, dopo aver piazzato 'sto singolo che a rds te la facevano anche uscire dal culo - come solo loro sanno fare - sono spariti, proprio non si sapeva che fine avessero fatto. Poi, dopo un annetto, sono ricicciati fuori con quest'altro disco che però non si è inculato nessuno e a questo punto - sorpresa sorpresa - scopro che hanno anche fatto 'sto dvd che insomma io mi dico Grazie al cazzo che da Revolver ce l'hanno incellophanato con su un cartellino verde in culo che dice Offerta 7.90.
Perché - onestamente - chi cazzo se lo COMPRA un dvd dei Train?
Ma pure, dico, per fare un regalo. A meno che non hai un gusto particolare per la cattiva sorte e camionate di soldi da spendere (ah, e amici con un collaudato senso dell'umorismo) o - che ne so - lo regali alla pischella tua se vuoi farti lasciare con la scusa del Non conosci i miei gusti non mi ascolti non mi dai importanza. A sto punto non serve a niente. Ma dai, che ne so: fatelo, stampatene 200 copie, datele agli amici del baretto che vi conoscono da ragazzini ma NON rompete i coglioni per tirare un'edizione europea e lanciarlo sul nostro mercato e togliere il lavoro ai dvd italiani.
Ci vorrebbe una commissione di saggi ho detto al cuoco e lui mentre guidava ha risposto Sette e io ho detto Che ne so, sette, tre, uno: basto io. Insomma uno viene da me e mi dice Io voglio fare un dvd e io dico Da paura, chi sei? lui mi dice Io sono i train e io gli dico A regà ma onestamente ma quanto tempo pensate di rimanere in giro? e loro dicono Mah, un paio d'anni se ci dice bene, a noi nessuno ci si incula né ci ama.
E allora - rispondo io - che cazzo lo fate a fare sto dvd che poi rimane sul groppone del mondo e non servirà ad altro che ad aggiungere una patina di mestizia alla vostra già modesta parabola?
Sentite a me: con quei soldi compratevi un bel tavolo da biliardo attorno al quale bere divertirvi e alla fine di tutto dimenticarvi di quanto cazzo possiate essere perdenti.
Così è deciso.


PLAYLIST
stevie wonder: do yourself a favor

sia: don't bring me down