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7 giugno 2009

non bisogna saper fare NULLA

Sì, ho iniziato a mettere i voti agli ultimi ascolti che ho fatto. Che – intendiamoci – non sono solo quei 10 che vedete nella lista qui accanto. Per rendervi un’idea direi che le mie mensole iniziano a scricchiolare, e che devo seriamente trovare il modo per rendere commestibili i polimeri con cui sono fabbricati i cd, dato che so’ tempi cupi.Ho iniziato a mettere i voti agli ultimi ascolti che ho fatto perché, e di questo penso che ce ne siamo accorti più o meno tutti, sta diventando un po’ complicato parlare di musica. Vuoi perché onestamente tranne pochissime cose (i Fleet Foxes, non mi viene in mente praticamente nessun altro), gli ultimi mesi sono stati un po’ avari di soddisfazioni a livello musicale, e abbiamo dovuto aspettare che Neil Young e Bob Dylan tirassero qualche coniglio dal cappello (e scoprire che erano pure conigli parlanti) perché si potesse parlare di qualcosa.Beninteso: non ho la MINIMA voglia di mettermi a parlare degli ultimi dischi di Dylan o di Nello Giovane. Sarebbe come se mi mettessi a commentare Platone: non ne ho gli strumenti, non ne ho le palle, non ne ho la voglia. CHIUNQUE ha scritto su Platone (e su Dylan e su blah), quindi leggete i loro giudizi più autorevoli e ponderati.Va detto pure che ho smesso di leggere di musica, e per il momento, dopo il tempo speso (mi verrebbe da dire Sprecato, ma non lo farò) a leggere libri di cui francamente mi fregava poco (nell’ordine: mi frega poco di sapere qual è stato l’impatto del concerto dei Clash a Bologna sulla vita di tale Luca Frazzi che poi manco un gruppo decente è riuscito a mettere in piedi; mi frega poco di leggere 360 pagine di semiotica della popular music in cui si dimostra da OGNI ANGOLAZIONE che è impossibile fare una semiotica della popular music; mi frega ancora meno di tirare in ballo Aristotele per giustificare il fatto che la gente sta in fissa coi dischi) penso che passerà del tempo prima che riprenda in mano un libro di critica musicale: non mi servirà – se le cose staranno così – a godermi meglio un disco dei Ramones o di Tom Waits o di Zappa, non mi servirà a scrivere musica migliore, non mi servirà nemmeno a inquadrare in un contesto più ricco e più chiaro la musica che ascolto. Questo, soprattutto, a causa del fatto che trattandosi di musica popular, distaccata dalla tradizione colta e dai suoi torrenti sotterranei di autoconsapevolezza e autogiustificazione, non è – se non a posteriori – alimentata da intenzioni estetiche necessariamente consacrate dal raffronto con il passato.Che cazzo sto dicendo? Sto dicendo che probabilmente il modo migliore per capire John Lee Hooker o Elvis o Thom Yorke non è confrontando gli elementi tematici, retorici o metrici della loro musica con Shakespeare o le ballate finniche del 700, ma avviando semmai un’analisi storica e sociale. La musica di questa gente rispecchia direttamente i tempi in cui sono vissuti, ciccia fuori come un brufolo dall’abbuffata di informazioni, musica e cultura – superficiale o non – dei loro giorni. In altre parole: per capire la Motown è molto più utile capire in che modo vivevano i neri nella Detroit degli anni ‘60 piuttosto che decostruire le strutture dei loro brani. Sempre se è CAPIRE, quello che noi vogliamo, che dopotutto fa caldo e io voglio sentire gli SLAYER. O boh, Booker T.
Alla fine quando il discorso musicale si fa specialistico, sfugge alla diffusione, come tutti. Ieri chiacchieravo con (persona X) di questa cosa – sempre perpetuando la mia tradizione di essere una persona intimamente PALLOSA o forse punendola per non voler diventare mia moglie – e cioè del fatto che ogni approfondimento sfoltisce interlocutori come una cesoiata. Cioè, io posso sempre perdere tempo a spiegarvi il perché il raccordo tra le due strofe di I’ll be back dei Beatles è una delle cose più geniali di sempre, ma il mettermi a fare un paradigma strofico mi sembra eccessivo, anche perché io sono sempre convinto che, come una gigantesca spada di Damocle, un improvviso E STICAZZI? possa ragionevolmente delegittimare qualsiasi tentativo di mettersi a fare i tromboni.E quindi? E quindi voti. Anzi, stellette; da una a cinque, come i peggio stronzi. E quindi: cinque stellette a Everybody knows this is nowhere perché sì, perché è come dare cinque stelle a una cacio e pepe fatta come cristo comanda, quattro ai Fleet Foxes perché si capisce che sono pallosi come una partita di fine campionato ma non sentivo un disco di Americana così pieno di tessiture probabilmente da quando Stephen Stills sapeva ancora fare il suo mestiere. Quattro stelle pure all’ultimo Napalm Death non foss’altro perché dopo venticinque anni già scrivere 15 pezzi nuovi che non siano IDENTICI a nient’altro nella loro discografia è un miracolo, e una stelletta (equivalente a DISCO DI MERDA) a Patrick Watson perché Jeff Buckley è morto da 12 anni 12, siori, e ogni tentativo di vestire i suoi panni è macabro e inutile e insomma fatevi una vita vostra e questo è TUTTO ciò che ho da dire per il momento.



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The Complete Stax-Volt Singles 1959-1968 vol. 1

27 luglio 2008

BUONGIORNO, EH?

Ma dico, ma voi l'avete mai letto il blog di Ernesto Assante, su Repubblica.it? Prima, qualche tempo fa, stava bene in evidenza. In coda alle notizie e notiziole (più le seconde delle prime, come al solito) c'era lui, il criticone nazionale, colui che tutto sa e tutto spaccia come novità, soprattutto i gruppi che la stampa inglese cerca da tempo immemorabile di sdoganare come rivelazioni del decennio (i nuovi Oasis, i nuovi Blur, i nuovi Who, i nuovi Radiohead, i nuovi Nirvana blah blah blah). A una certa bello pisellino se sveja e pensa Oh, ma guardate cosa c'è di nuovo. E nuovo non è, ma perché dovremmo dirglielo, tenerello?
Qualche giorno fa (un mesetto fa: il 30 giugno) insomma, il prode Assante, che come abbiamo capito è parecchi passi avanti a tutti, e persino a se stesso, è inciampato in un dilemma in cui nessuno - musicista, critico, semplice appassionato o ascoltatore, povero mortale insomma - avrebbe mai potuto cacciarsi.
Il rock è morto?, si chiede Assante, niente di meno e per CENTO RIGHE VENGHINO SIORI VENGHINO CENTO RIGHE (che però sono aperte da un disclaimer del tipo Ho scritto questo articolo di fretta Non ho avuto tempo di rileggere Non so se ho detto delle cazzate cose inesatte pure invenzioni) sproloquia sulle mode la difficoltà di definire il genere le varie correnti apparentemente incoerenti tra loro. Sostiene Assante, che il rock potrebbe essere morto nel 1991, all'uscita di Nevermind, di tali Nirvana, e - colpo di scena! - manco ci spiega il perché.

Non nel 1969 all'indomani di Woodstock e della massificazione della controcultura hippie ci si è fatti questa domanda (dopotutto lui non è Bertoncelli), né nel 1977 alla comparsa del punk, né alla metà degli anni 80, quando MTV ha ricacato nuovamente digerito e assimilato ogni accenno di ribellione contenutistica o linguistica o ogni aura di autenticità.
No, Assante, che è veramente di un altro mondo e noi NON CI ARRIVIAMO NEMMENO, sullo stesso sito che si trattiene a stento dal pubblicare l'analisi istologica di Amy Winehouse e il diario segreto di Pete Doherty (che è il pischello di Kate Moss, ed è famoso PER QUELLO), il 30 giugno 2008 si chiede e ci fa riflettere sull'eventualità che il rock sia morto.
Bravo Assante, te li meriti proprio tutti, i bei soldoni che ti danno.

E per concludere, perché non appiccicare uno youtube di un capolavoro nascosto, un esempio di grande eloquenza rock, un sigillo di spessore e contenuto? Che ne so, SEX DRUGS AND ROCK AND ROLL di Ian Dury?
Così, volendoci bene, perché non si è mai abbastanza Biscardi.

Ah, per chi volesse attingere di prima mano a cotanta saggezza e cotale avanguardistico pensiero, ecco l'articolo: cliccate
qui.

27 giugno 2008

chi si estrania dalla lotta...

Caro cuoco,

Ti rispondo qui perché il tuo ultimo intervento mi sembra degno di un commento, perché volevo mandarti un'altra risposta alla tua altrettanto accorata email di ieri (voialtri fatevi i cazzi vostra) e perché me l'hai anche chiesto per sms, quindi non potevo proprio esimermi - o trattenermi.
Inoltre, hai scritto il post che io non ho mai scritto perché non ho mai avuto occasione, perché non mi ha mai retto la pompa, ma anche perché ho sempre assimilato gettare merda su Alias (te lo dico senza la minima polemica) allo sparare sulla Croce Rossa.

Al di là del fatto che sia ridicolo più che vergognoso che un redattore di una rubrica, di una rivista, di un rotolo di carta igienica musicale non sia documentato su ciò di cui parla e decida comunque di parlarne, il problema di Alias non è la sua costante impreparazione su tutto ciò che sta al di fuori del suo cortile, la specializzazione è tutto, soprattutto per quanto riguarda la stampa e la stampa musicale: se così non fosse avremmo ancora Tutto tra le palle e non si sarebbe compiuto il miracolo editoriale degli anni ’90 (anche se in realtà è pure vero che il problema è uscito dalla porta e rientrato dalla finestra perché alla scomparsa di tutto è emerso il NEMICO cioè il supplemento musicale di Repubblica, che poi è diventato il supplemento tipo pasta-al-tutto di Repubblica).
Il problema di Alias è il suo cortile tout court, il suo taglio editoriale. Ma facciamo un passo indietro (e scriviamo proprio questa frase, ché Nanni è contento).

Forse era Marcuse che diceva che non ci sono più le classi, ma solo categorie merceologiche differenziate. Marcuse o no, era un figo e noi tra meno di quindici giorni berremo Ieghemaista alla sua. L’Espresso ha il suo pubblico e i suoi sponsor, Oggi ha il suo pubblico e i suoi sponsor, Diva & Donna ha il suo pubblico e i suoi sponsor. Perché Alias (e il suo ceppo) dovrebbero fare eccezione? Un giornale sopravvive non tanto se ha un pubblico (chiedi alla testata dell’Udeur) ma se ha soldi, e i soldi non arrivano dalle edicole.
Il manifesto, con le sottoscrizioni, l’abbiamo visto che non ci campa – sennò non verrebbe a battere cassa tre volte all’anno. E anche questo te lo dico senza il minimo cinismo. Apprezzo quella testata, e spero che continui la sua missione per molti anni, nonostante mi rompa le palle come poche cose al mondo.
Ma – attenzione, e attenzione Nanni – abbiamo già fatto un altro passo indietro, anche questo riflette un certo tipo di orientamento che certo è ideologico e politico, sociale, ma anche merceologico e schiettamente editoriale. I comunisti sono gente pallosa, Cuoco. Ma pallosa forte. Pallosa del tipo festa di Liberazione col cantante mesto, piede sulla sedia e cover di Guccini con tanto di omaggio alla erre moscia, NESSUNO si diverte.
Per carità, spargere la voce che si è noiosi contribuisce un sacco al potersene rimanere in pace una volta per tutte: aggredire i vicini con il fantasma di Lenin evita lo small talk e i commenti sul prezzo dei fusilli. Ma un conto è l’autodifesa, un conto è l’harakiri.
Il lettore di Alias (che poi mediamente è anche il suo redattore), che poi è il lettore del manifesto, che poi è l’elettore di sinistra – la sinistra critica che non passa alle elezioni, Cuoco, intendiamoci: la sinistra che merita ancora questo nome – è il palloso barbuto e sandaluto che non ride perché pensa al Chiapas e non beve Coca-Cola perché vuole andare in culo all’imperialismo gringo, piange perché Augusto Daolio è morto e gli manca Pajetta.
Cuoco, cazzo: il lettore medio del manifesto e elettore medio dei partiti della sinistra, è la zecca. Consapevole, cosciente, attenta, ma sempre zecca è.
Capito questo si capisce tutto. Si capisce perché tale R.Pe. non ha idea di chi sia Langhorne Slim e pensa che l’alt-country sia una trovata promozionale, si capisce perché magari snobba Springsteen salvo osannarlo quando ciccia fuori con le Seeger Sessions, si capisce perché su Alias si parla solo di folk balinese, cinema indipendente socialista lappone o visioni femministe di Lacan. Più che un settimanale di cultura musica e visioni o che cavolo dice la testatina, pare il catalogo di Rinascita a Botteghe Oscure.
Alias, ho pensato dall'inizio, non fa per me, che sono talmente medio che è un miracolo che la gente non mi cammini attraverso, che non sto sveglio la notte a pensare al postimperialismo spacciato attraverso il rock and roll e il cinema di Hollywood, e che onestamente sostengo e difendo che se Lenin in persona avesse fatto un disco di canti popolari, con tutta probabilità mi avrebbe fatto CACARE, dato che se scegli di essere musicista sei PRIMA musicista e POI politico o politicante, e che potrai avere ragione quanto vuoi, ma resta il fatto che se non mi piaci, il tuo cd vola via dalla finestra.
Per carità, parliamo di cose utili, di cose imporantissime, ma parliamo di cose che non interessano a nessuno: francamente penso che la penetrazione statistica dei loro articoli sia pari a quella di uno studio sulla storia sociale del mais nella Lunigiana. Eppure noi ce la siamo fatta andare bene (anche se non sono nemmeno sicuro di poter dire ancora Noi, sai?), abbiamo premiato il solito terzomondista colorato con le mani dipinte di bianco, abbiamo voluto incontrare le nuove frange della cultura popolare ovunque questa si annidasse e rimanesse monda dal corrotto imperialismo statunitense. Abbiamo fondato una nuova religione, martire, grama e vessatoria come quella che volevamo combattere. Un altro cattolicesimo, in altre parole.

Noi, Alias, il manifesto, la sinistra italiana. Gente fuori dal mondo, fuori dalla realtà e fuori dal vero accadere delle cose. Gente che si distrae spostando sempre più in là l’obiettivo per non doversi arrendere alla propria impotenza e non confessare il proprio ascetismo codardo e irresponsabile.
Ce la siamo presi col disimpegno degli anni 80, la rinuncia da parte della popolazione alla partecipazione attiva alla politica, alla palude democristiana, senza renderci conto che anche noi abbiamo avuto il nostro disimpegno, e con esso sono arrivate le sacrosante distrazioni kosher, opportunamente rilanciate e promosse da R.Pe. e sodali.
E mo’? Mo’ non sappiamo più che accade, chi sono queste persone con questi microfoni in mano, dove sono finiti gli Inti Illimani, cos’è questa musica che stiamo facendo e che musica ci infilano su per il culo mentre pensiamo ad altro, e perché strillate così e perché siete così incazzati e perché questi volumi così alti è una cosa innaturale questa musica divide non unisce e poi questo approccio fisico sembra che state litigando e non vi divertite dov’è la gioia dov’è il divertimento, e poi siamo tutti bravi a scimmiottare gli americani con le nostre chitarre elettriche non c’è mai niente di nuovo Elvis era nazista ci hai mai fatto caso che fate ancora la sua musica? Ridi Cuoco, ridi: a me ‘ste cose me le hanno dette davvero.
Mentre si discettava sull’opportunità di portare la rivoluzione in Belize, ci si indignava per il massacro in Darfur e il genocidio in centr’Africa (tutte cose nobili e importanti), i fascisti sono saliti al potere (i fascisti, beninteso, sparso per TUTTO l’arco costituzionale), hanno preso tutto e ci hanno messo in condizioni di dover chiedere scusa per il nostro passato.
Ma che je voi dì, a sta gente? È più comodo ignorare il nemico piuttosto che combatterlo, illudersi che un altro mondo è possibile piuttosto che dover reimparare la lingua che parla questo. A fare la guerra fanno male le gambe, e poi fa caldo, meglio una grattachecca glocal.
Noi, faccia lavata, adesso ci ride addosso tutta quest’Italia ingrata e mongoloide, ma siamo contenti e coerenti, e niente Nike ai piedi, vedete?



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Stars of the Lid: Arch song
Suicidal Tendencies: Won’t fall in love today
The Rolling Stones: Love in vain
Tom Waits: Midtown
James Brown: Payback
Minor Threat: Seeing red
The Kinks: Sunny afternoon
The Police: Darkness
The Contours: Do you love me
Bad Brains: Sailin’ on
Erode: Frana la curva
Thelonious Monk Quartet: Just a gigolo
Discharge: The final blood bath
Slayer: Dead skin mask

7 giugno 2008

Trovatevi un altro Alias

Quando capita una grande occasione, non è il caso di stare a fare questioni di lana caprina sull'opportunità di coglierla e perdersi in problematiche riflessioni sulla bontà del momento:le occasioni si presentano quando dicono loro e tu puoi solo decidere se afferrarle o meno. Questo preambolo si rende necessario perché il mio figlioletto di 20 giorni scarsi stanotte ha fatto il diavolo a quattro in ragione di un doloroso quanto lungo tripudio intestinale, tripudio che ci ha tenuti svegli fino alle prime ore dell'alba. Teoricamente, la stanchezza è tale, in questi casi, da indurre a rimandare qualunque impresa dopo un riposo decente ma poi, mentre lavoravo mi è finito per le mani un numero di Alias (supplemento settimanale de “il Manifesto”) del 31 maggio 2008 e, sfoglia che ti sfoglia -in culo al ministro Brunetta e alla sua mano ferma contro i fannulloni- mi è caduto l'occhio sulle recensioni delle uscite discografiche. Nel solito mucchio di mestruo pseudo-intellettual-musicale recensito, scorgo- attinente come la stella a cinque punte tatuata sul culo del sindaco Alemanno- la recensione dell'ultima uscita di Langhorne Slim, eroe minore contemporaneo dell'alt-folk. Riporto integralmente la “recensione” di tale “R.Pe.”:
“Dobbiamo ammettere un nostra idiosincrasia verso certi suoni, verso un certo stile che si rifà al country U.S.A.. Il secondo full lenght di Langhorne Slim, riprende molti stilemi del genere in questione, ci aggiunge quel tanto di pop, rock e blues che a parer loro non guasta mai in queste produzioni e si inserisce in una scena che si usa chiamare “alternative”. Non siamo qui a discutere catalogazioni aggettivi e quant'altro, ma solo cercando di definire tredici canzoni senza alcuno scarto, noiose anche se tentano strade più veloci e, sopra ogni altra considerazione, banali e, lasciateci dire, scontate. Non una di queste, ripetiamo, non una ci ha fatto rivedere anche per un solo attimo il nostro giudizio, un bel record...”

Era da un po' di tempo che aspettavo che Alias mi fornisse l'occasione per un sano lancio della cacca da parte mia e ora, finalmente, li ringrazio e mi metto all'opera. MA CHE CAZZO È QUESTA ?!?!? CHE CAZZO È QUESTA !?!?!? UNA RECENSIONE? QUESTA SAREBBE UNA RECENSIONE? Alias è un supplemento di un quotidiano che va in edicola sei giorni su sette. Alias non è un blog su cui ognuno è l'illuminato di se stesso esprime solo la sua opinione e non ha, necessariamente, un fine informativo. Alias il fine informativo ce l'ha! Ora ditemi, per favore, cosa vi ha detto questa recensione a parte che a R.Pe. il disco non è piaciuto. Non c'è un'analisi del lavoro; non ci sono veri riferimenti di genere o rimandi ad altri autori ma solo un'accozzaglia semplicista e qualunquista di macro-categorie come Pop, Blues eccetera; non viene commentata UNA, dico una, canzone né un testo; non c'è nessun riferimento ai precedenti lavori del musicista recensito e quindi un'analisi del quadro d'insieme. Questa recensione non vi dice chi sia Langhorne Slim, non vi dice cosa fa e ha fatto, non vi dice rispetto agli altri lavori se la qualità del disco in questione sia superiore o inferiore: QUESTA RECENSIONE NON VI DICE UN CAZZO, vi dice solo:”...è uscito questo disco di questo tizio. Non mi piace. Non compratelo.”
Complimenti.
Certo si può obiettare che lo spazio a disposizione del giornalista non fosse molto, beh io vi rispondo che il nostro giornalista può anche andare a scrivere annunci sessuali sui muri dei cessi se non è in grado di informare gestendo il proprio, pur esiguo, spazio. Certo mi potrete dire che in finale gli stipendi del manifesto non sono così polposi da invogliare chi vi collabora ad approfondire ma non l'ho chiesto mica io, a 'sto tizio, di farsi assumere proprio al Manifesto: poteva lavorare in un call-center, come faccio io o mandare il suo curriculum al Corriere.
Ora io Langhorne Slim lo conosco, non ho ascoltato il suo ultimo album che potrebbe EFFETTIVAMENTE essere una gran cacata ma non è così che si lavora.
Primo, perché la recensione liquida il succitato come un autore da quattro soldi tout-court mentre per esempio “When the sun's gone down” era un disco da paura e le altre uscite assolutamente dignitose e ben inserite nel contesto in cui Langhorne Slim si muove: l'alternative country, un genere che esiste, nonostante il tono canzonatorio del recensore.
Secondo, perché dichiarare all'inizio di una recensione la propria idiosincrasia verso un dato genere è un'ammissione d'ignoranza, dunque il recensore non è al corrente delle categorie culturali utili alla comprensione del disco e questo è un SUO problema, non di chi il disco lo ha fatto. Dirò di più, questa cosa ci restituisce un pessimo quadro dell'atteggiamento redazionale di un settimanale che aumenta il costo del giornale da 1.20 euri a 2.50 (in pratica Alias lo pagate più del manifesto stesso) e poi vi mette sotto il naso gli scritti di qualche stronzetto diplomato al DAMS o qualche sfigato in fissa con l'exotica italiana dei '60, disposto a mettere Fausto Papetti allo stesso livello di Coltrane magari.
Se fai il giornalista musicale i generi dovresti padroneggiarli un po' tutti; se poi, come quasi sempre succede, sei specializzato solo in alcuni, di quei generi, non recensire cose che non sapresti commentare, perché il problema, cari miei, è che il giornalista non sapeva che cazzo dire di questo disco e ha deciso che invece era il disco a non dire nulla, ad essere scontato.
Le recensioni e, alle volte, gli articoli di Alias, in ambito musicale, li conosco bene. Basta che tu sia un suonatore di sburrello africano, o di trombaculo cingalese allora la tua opera è certamente da rivalutare, mannaggiaalmusicbisnesseall'ignoranzacrassadelpopolobuechenon comprende la VERA musica. Se sei un compositore di scorreggie elettroniche le recensioni sono piene di iperboli e mutande fradice. Ballake Sissoko, suonatore di kora, che fa dischi bellissimi TUTTI UGUALI, quello non è scontato, non rompe i coglioni, nooooo, quello eleva lo spirito e già che c'è addrizza pure l'uccello. ANDATE A FARE IN CULO!!!!
Voi di Alias, il vostro terzomondismo musicale che vi impone di ascoltare solo roba importata dai paesi Baschi, dalla Provenza, dalla provincia di Foggia, dall'Africa o dalle Molucche; andatevene affanculo con la vostra spocchia intellettualoide da etno-musico-antropo-stronzologi del cazzo che vi credete tutti Alan Lomax; andate a fare in culo voi e la musica militante fatta da depressi cronici, voi e la musica “popolare”, voi e l'electro-sinfonico-avanguardia, voi e l'esotismo.
“Idiosincrasia per il country”, tzè! Siete dei dementi.
Perché per capire il vostro mondo forse la musica americana è una categoria abbastanza utile da risultare imprescindibile; perché il country è un genere, come la cancion Ranchera e il Fado e ha i suoi crismi, i suoi registri e forse, oggi, è più vicina a noi del canto dei griot. Andate a farvi fottere voi e quell'atteggiamento radical-chic che pensa al country come all'espressione dei conservatori d'America. Johnny Cash era un conservatore? Ed il fatto che oltre a quella ufficiale esista una sterminata scena che si definisce “Alternative Country” non vi suscita il dubbio che magari quella scena si chiami così proprio perché affronta tematiche diverse da quelle trattate dal genere cosiddetto ufficiale e di esso ne ha radicale rifiuto?
A me non frega un cazzo se gli Uncle Tupelo ascoltavano qualche nazista di Nashville, so che erano stupendi, contemporanei e radicali, a loro modo.
In Italia a sinistra, tra gli intellettual-stronzi, i generi classici (che, giusto per ribadire, nel 90% dei casi tramandano e non inventano) sono guardati sempre un po' di traverso, specie quando sono generi eminentemente “Bianchi”. Il Blues va bene perché è nero, il jazz perché “Musica alta”(sì alta da bassofondo e da tossicomani...) e nera, il country... beh, il country...
Quanta demenza, quanto spreco di braccia magari ottime per tirare molotov contro chi tira molotov ai Rom; quante chiacchiere chic al Micca club tra un cocktail all'asparago e un pezzo lounge, quante cene sociali vegetariane per raccogliere fondi che andranno a finanziare qualche disco di canzoni politiche in dialetto randazzese e quanti dischi gratis, decine e decine, mandati alle persone sbagliate!
Inorridisco, semplicemente inorridisco. Un giornale di sinistra, oltre a provare a dire cose di sinistra, dovrebbe DESIDERARE di informare meglio e di più e invece ti ammannisce la spocchia cerebrolesa di un recensore incompetente che liquida non un disco ma, con l'atteggiamento tenuto, un autore e un genere come robetta, cosa di poco conto e poi, dopo affermazioni così importanti e non argomentate, SI FIRMA CON UNA SIGLA!
Voi foderatevi le orecchie con l'avocado ma sappiate che la musica non è una cena vegana, almeno quanto la rivoluzione non è un pranzo di gala.
Mah, la stanchezza della notte in bianco è tornata a farsi sentire, la mia compagna e mio figlio dormono comatosi nella stanza a fianco: penso che li raggiungerò.
Prima però mando un bel curriculum vitae ad Alias, hai visto mai che a non fare un cazzo ci piglio pure lo stipendio.
Devotamente vostro
il cuoco

17 ottobre 2007

prevenire è meglio che curare

Vedi, Valerio, perché è giusto che tu inizi le interviste, perché è giusto che Lamette continui a fare il suo lavoro per sempre, perché è giusto che eventualmente io ti proponga una trasmissione in radio? Perché bisogna informare.
Noi, che siamo gente per bene, sappiamo che l'informazione è utile quando è condivisa. E questo non soltanto per una questione politica, non solo per onorare una visione à la The more the merrier. È una questione di opportunità. Mo' ti spiego cosa intendo.
Il vantaggio che noi abbiamo, è avere una visione dall'interno di un determinato avvenimento, contesto, scenario: quello che noi possiamo e dobbiamo fare (il secondo verbo è un mio imperativo morale, come sai) è condividere questo tipo di visione in maniera orizzontale.
La stampa musicale italiana non ha la minima idea di come si faccia la musica. In Italia, in Europa, al mondo. I giornalisti sono nella migliore delle ipotesi musicisti falliti, nella non-tanto-migliore fan fedeli che vengono ammessi nei sancta sanctorum della produzione, nella peggiore dei semplici passacarte di elezione lottizzata che vengono messi (e mettono radici) dietro una scrivania da un faccendiere di turno. È inutile che facciamo finta di niente: li leggiamo tutti gli articoli sui giornali e sulle riviste. Non abbiamo una tradizione, di questo ne abbiamo già parlato e (te) ne ho già scritto. Noi uno come Bill Flanagan in Italia non ce l'abbiamo. Noi abbiamo altra gente che intervista i cantautori superficiali per fare domande superficiali (Nasce prima la musica o nascono prima le parole?). Niente sappiamo sulla storia, sulla genealogia estetica, sulle motivazioni musicali, storiche o (ci risiamo) politiche che stanno dietro alla scelta di uno stile, di una composizione, di uno strumento - perfino.
Ecco perché noi, che sappiamo parlare bene la lingua delle persone che suonano, e sappiamo in che ambiente vivono e non mitizziamo e non prendiamo distanza: non ci comportiamo, insomma, né come i "giornalisti" di Sonic che è l'equivalente dei giorni nostri della fanzine dei Duran Duran 20 anni fa; né come i "critici" di Blow Up che fanno del loro accredito stampa una torre d'avorio dalla quale gettare di sotto gente a piacimento - salvo poi riabilitarla in vecchiaia.
Noi che possiamo, dobbiamo informare la gente di un tipo di situazione genuina (svincolata dalle logiche del mercato global-e/-izzato a cui ormai anche molte "indie labels" si sono piegate), autopropellente (perché la grinta giustifica tutto) e formare una coscienza critica, seppur minima, seppur leggera. L'informazione, noi lo sappiamo perché abbiamo dei LIBRI in casa, è il primo strumento per saper riconoscere il bene dal male, il vero dal falso, la merda dalla cioccolata, e magari chissà: smontare un po' dei falsi idoli che buona parte della gente con cui abbiamo normalmente a che fare venera in mancanza di punti di riferimento migliori.
D'altronde, qual è il motivo autentico per questa proliferazione di estimatori dello zozzo musicale? Da dove sono spuntati (in altre parole) fuori tutti questi -coreheads che girano per Roma, per l'Italia, sulla rete? C'è DAVVERO una coscienza nei confronti delle tematiche, degli stili di vita? Non credo. E allora da dove? Dal fatto che l'hardcore è il nuovo metallo e raggiunge fasce di pubblico non normalmente sensibilizzate che cercano solo una musica aggressiva? Ci sono arrivati dalla porta di servizio, cioè attraverso la moda e gli splendidi accessori abbinati? È semplicemente una cooptazione per carisma, gente che frequenta e imita altra gente e di conseguenza adotta il loro genere musicale? È semplicemente la "moda del momento"?
Ci arrivano da tutte queste cose insieme, ci arrivano da una travisazione, ecco da dove.
Come sempre accade - del resto - quando uno stile, un'impostazione musicale, raggiunge le masse il suo valore aggiunto si abbassa al minimo comune denominatore. Le scelte (a livello stilistico) diventano maniera, e tutto va a fare in culo. Non so se ha mai funzionato, ma non credo. Altrimenti non ha un granché senso continuare a celebrare i Bei vecchi tempi, quando il pane sapeva di pane e il panc sapeva di panc. Non ha senso tenere in considerazione i maestri quando oggi abbiamo un'offerta discografica che tra semi-indipendenti e etichette underground sfornerà decine di migliaia di titoli all'anno. Quello che bisogna fare (dio mio se sembro Veltroni) è tornare a parlare di contenuti.
Vedi, Valerio, il fatto che Robertò stia organizzando una mostra sull'HC originario in concomitanza con il benefit di sabato è veramente cosa buona & giusta. Certo, il suo difetto si potrebbe individuare facilmente il suo scarso appeal nei confronti dei famosi neofiti casaccius di cui parliamo da un po', se vogliamo: il fatto che è un evento poco glamour, ci sono poche stelline (sto parlando ovviamente delle stelline del quartiere, ovvio) E QUINDI poche pischelle E QUINDI poca gente; in altre parole: si rivolge a un pubblico che sa già in partenza chi è questo povero cristo, che cosa gli hanno fatto e perché BISOGNA accorrere a dargli una mano (divertendosi anche un botto, tra l'altro). Ma è un difetto che fa parte di una logica che già fa a cazzotti in principio col perché si organizza un concerto benefit per John Stabb e perché - visto che ci siamo - si fa un ripasso generale di storia. Quello che manca è una diretta associazione di proposta musicale (una recensione, un passaggio radio) e un'inquadratura del contesto storico. Tu ce l'hai, ed anche molto più chiara della mia perché hai un occhio aperto su tutto un panorama italiano che non ho perfettamente chiaro. E allora ti dico io: che ci vogliamo fare, Valerio? Ce lo vogliamo tenere per noi? O vogliamo iniziare a spargere così un po' di gente si sente fuori posto e inizia a lasciarci in pace mentre facciamo le nostre cose?
Playlist>
vociare, perché sono al lavoro.

27 giugno 2007

il povero diavolo nascosto nei dettagli

Rob Lind: saxophone. Fine. Punto.
Questo è tutto quello che la storiografia ha da offrirci su uno dei più grandi ed improbabili sassofonisti di rockarolla. Erano i “meravigliosi anni ’60”, quelli che magari la mamma ricorda con una lucina commossa negli occhi (la vostra mamma forse, che la mia era già grandicella e c’aveva troppo da fa’ pe’ anna’ alle contestazioni e alle fumate consapevoli de gruppo) – dicevamo: erano ’sti benedetti anni ’60 e mentre buona parte delle band, pur attenendosi a condotte licenziose e deprecabili, spacciava di sé un’immagine tipo “Giovani, carini e perdigiorno” e pensava a suonini carucci e a canzoncine orecchiabili, qualchedun altro, con adolescenziale incoscienza, sfasciava i coni dell’amplificatore per chitarra (come insegna nonno Link Wray), si dotava di cantante strepito-munito e andava ad allietare le feste che brulicavano negli Stati Uniti in pieno boom economico. I Sonics facevano questo mestiere e lo facevano meglio di tutti. Ora, a me interessa poco darvi altre dritte su un gruppo che ha dovuto aspettare un trentennio per essere preso in considerazione. Tanto ormai, tutte le riviste specializzate, anche quelle che con la rockarolla fanno a pugni, si inchineranno al nome The Sonics, si genufletteranno e inizieranno a sbrodolare lodi sperticate allo “Spirto primigenio del rock ’n’ roll”. Non si sa come, i Sonics, che nessuno si era inculato per trent’anni sono diventati influenti per CHIUNQUE. Oggi se non hai un disco dei Sonics non capisci un cazzo, prima non capivi un cazzo se ce lo avevi: misteri della critica musicale e del popolo consumatore.

Dunque: Rob Lind. “Perché?” vi domanderete voi. Perché si è parlato di critica musicale, nel blog; perché si parla di gusti, nel blog; perché tre righe analitiche su Rob Lind, splendido chiama-quardriglie del secolo scorso, non le fa nessuno e qui dentro si fa giustizia, non par condicio.

(cane), un po’ di tempo fa aveva giustamente affermato la scarsa digeribilità del solo di sax nel contesto del rock ’n’ roll. Senonché viene da prendere in considerazione il fatto che molti combo del suddetto genere, prendendo le mosse dalle formazioni nere di rhythm ’n’ blues, portavano il sax all’interno come elemento connaturato al genere. Secondariamente ma neanche troppo, la chitarra elettrica stava ancora sviluppando ed evolvendo il suo linguaggio e dunque un buon sax era una scappatoia efficace per sparare assoli in mezzo alle canzoni. In questo contesto Rob Lind si inserisce in modo calligrafico e non avanguardista. Non cede alle tentazioni free (non sempre riuscitissime) che caratterizzeranno la performance di Steven Mackay nelle sessions di Fun House degli Stooges; non indugia nel “Sax da entertainement” che rende Bobby Keys il sassofonista dei Rolling Stones da quarant’anni; non incede nelle accoratissime divagazioni a metà tra la bar-band e il musical di Broadway che, alle volte, sono la cifra stilistica di Clarence Clemons.
Di più: Rob Lind è un bianco. Nonostante trasudi formazione ed ascolti black (e stiamo parlando del black dell’epeca), il suo “Sassofonismo” ci parla di attitudine più che di tecnica, e di un contesto socialmente riconoscibile: il rock ’n’ roll, musica tendenzialmente bianca con elementi tendenzialmente neri. Per questo non trovi traccia delle narrazioni saltellanti che furono del sax di King Curtis o dello stesso Maceo Parker anche se gli ascolti di Rob Lind magari non differivano più di tanto da quelli degli altri due; per questo, nonostante il Nostro spezzi il soffio mille e una volta, noi abbiamo la certezza di stare ascoltando qualcosa d’altro. Cosa? La risposta è: l’attitudine.
L’attitudine è tutto per noi che vogliamo fare i punk a trent’anni passati. L’attitudine è la risposta alla scarsezza tecnica; è il mezzo attraverso cui convogliare un’urgenza espressiva che altrimenti non avrebbe vie d’uscita. E veniamo alla pietra angolare. L’attitudine era dei Sonics, non del solo Rob Lind, e così si profila il miracolo: un sassofonista non autoreferenziale che consolida il suono di un gruppo; un solista distante un anno-luce dal concetto di infiorettatura; un ulteriore strumento ritmico, insomma: uno della band. Rob Lind forse è l’unico vero sassofonista punk della storia.

Andate a risentirvi i barriti, gli strepiti, quelle pernacchie da bassofondo che ERANO IL SUONO DEI SONICS. Andate a risentire come l’approccio del sax ricalca la voce del cantante Gerry Roslie (e come, forse, la voce del cantante si ispiri al suono delle chitarre e dello stesso sax, in culo ai cantanti primedonne e agli spingitori del “Bel canto”). Andate a rigustarvi quegli assoli puzzolenti, fatti di fretta, con foga, con rabbia persino, la rabbia di non avere un amplificatore rotto che “fuzza” il suono, tutto per sé. Provate ad indugiare dieci secondi (tanto durano i suoi interventi) sulle note spezzate, sulla estrema “ballabilità” dei momenti da lui contrassegnati, sul fatto che QUEL SAX, con QUELLA ATTITUDINE, in QUEL CONTESTO esprima chiaramente un semplice realtà: c’è una festa: BALLATE, STRONZI!!!
Per chi ha bisogno di sondare le profondità dell’umano ci sono Coltrane, Eric Dolphy, Cannonball Adderley e chi più ne vuole più ne metta.
Per andare a fare una rissa c’è ROB LIND. È semplice.

Ho provato a rintracciare in rete informazioni in più in merito a detto personaggio. Sarà stata l’imperizia nel cercare ma a parte la menzione in allmusic guide e in wikipedia alla pagina biografica sui Sonics, su Rob Lind giace una coltre di buia insipienza. Chissà, forse è diventato venditore di automobili a Tacoma WA, la città della band, forse si è buttato nel ramo assicurazioni, forse è morto tossico o intossicato dalla vita, forse ha cambiato sesso e si fa chiamare Lorna qualcosa o Jennifer qualcos’altro... BOH?!?
Rob Lind: saxophone. Fine. Punto.

Qui dentro (nel blog, intendo) si creano leggende con sfigati desaparecidos della musica e si sfatano miti decennali perché, diciamocelo, non si può ricondurre tutto al rispetto politicamente corretto per TUTTI e dico TUTTI i gusti. Ci sono gusti e gusti. Domandatevi come mai, nella vita, non avete mai avuto amici che facessero venti ore di fila sotto il sole per vedere Michele Zarrillo; chiedetevi perché preferite il pischello in fissa coi Converge piuttosto che con le Vibrazioni o la pischella che sente Nick Cave invece di Gigi D’Alessio. Parliamoci chiaro: certi gusti non sono tali, sono solo crasso, inconsapevole consumar passivo di quanto passa il convento (o I CONVENTI, giusto per non risparmiare un lancio della cacca al mercato indipendente, che indipendentemente dalla sua indipendenza, dipende pure lui da qualcuno e si danna per inventare/creare nuove dipendenze che però abbiano l’etichetta “INDIPENDENTE” sopra così da potersi sentire duri puri e indipendenti...).
Certi gusti disgustano, tutto qua. Ma la bruttura non è questa, ’ché coi gusti di merda del lumpenproletariat musicale (mi perdoni Karl per l’abuso del termine) ci si può anche campare; no, il fatto è che se scrivi un pezzo su Rob Lind per parlare del “sassofonismo” nel rock ’n’ roll sei un segaiolo mentale, un turpe monatto, un riesumatore di cadaveri decomposti, una persona di pessimo gusto perché “...non frega niente a nessuno di questo qua...”; “...ahò, ma questi qui li conosci solo te...”; “...emmò chi ssei annato a pescà...” e così via.
E magari, giusto per fare una chiosa, MUZ, che a me non faceva impazzire come rivista ma era un bene che ci fosse IN OGNI CASO perché tentava di fare informazione (che è come dire Science-fiction), ha chiuso proprio per questo. Da una parte il bolso qualunquismo corrente, abbuffato di MTV-RDS-FESTIVALBAR e sodali; dall’altra la “puzzettosa” competenza incompetente di chi, perché ha mille dischi, pensa di capirci qualcosa, ne hanno decretato il fallimento. I dischi non solo vanno ascoltati ma anche SAPUTI ascoltare, che è un surplus non sempre scontato e va da sé che di gente piena di titoli che non capisce una minchia comunque ne abbiamo esperienza giornaliera: avete presente Radio-Rock? Non vi fanno incazzare anche più del signor Vincenzo Mollica (che, in fondo, è solo un fedele dipendente RAI e non s’atteggia da messia) quelli che pontificano da sopra la loro costosa collezione di vinile?
Sarà per questo che del povero Rob Lind non frega un cazzo a nessuno.
Se il diavolo è davvero nei dettagli come dicono, Rob Lind, un dettaglio trascurato (e forse trascurabile), della storia della rockarolla, ha il pregio sicuro di aver soffiato quanto di diabolico ci fosse da soffiare in quella cazzo di ancia e in quella cazzo di storia e tanto basta per provare a ricordarlo.
Il resto è oblio. Giustizia è fatta. Ora avete un altro nome da ricordare che non serve a un cazzo se non ad arricchire il vostro scrauso bagaglio critico e ad indicarvi una strada in cui il dettaglio è, sì, patrimonio del maligno, ma terribilmente attraente.

20 giugno 2007

39° sagra del cavillo

Ok, allora cavilliamo.

Prima di tutto è un po' antipatico che questo blog venga commentato in questo modo. Non me ne vogliamo né J* né A.H. né chiunque altro si è sentito in diritto di puntualizzare cose che però con l’argomento principale di questo blog hanno poco o punto a che fare (e perdonate la mia presunzione se voglio essere preso sul serio). Mi pare sia chiaro che quello che vorrei fare è creare un minimo di dibattito sugli ARGOMENTI, sui CONTENUTI, sul PERCHÉ IO STO QUA A SCRIVERE CON QUESTO CALDO INVECE DI ANDARE A FARE UN’ALTRA DOCCIA. Ok?
I commenti sul potere di acquisto di 3 euro e novanta centesimi, o quant’altro, sono MARGINALI E INNECESSARI. Scaricatevi stumbleupon e divertitevi, o altrimenti mettetevi d’impegno e cercate di capire il SIGNIFICATO GENERALE delle cinque righe di premessa che ho dato all’ultimo pezzo messo online. O a qualsiasi altra cosa. E ringraziamo iddio che i dati immessi su internet non si paghino a tanto ar chilo, altrimenti siamo tutti rovinati.

Detto questo, entriamo nel vivo, sebbene con un’altra premessa: io non so ESATTAMENTE consapevolezza del perché MUZ abbia chiuso. Non sta a me saperlo, non sta a me discuterne, non sta a me nemmeno venirvelo a raccontare, perché questa rivista (come tutte) ha un editore, un direttore e uno staff: e i cazzi loro sono loro (e appunto: loro). Secondo: ci sono delle dinamiche economiche complesse. Aprire una rivista non è facile, e chiuderla lo è ancora meno. Non pensate che sia sufficiente dire Basta per mandare tutti a ramengo: c’è gente da mandare a casa, aspettative da deludere, spiegazioni da dare (spiegazioni e non giustificazioni, ma di questo ne parliamo dopo) e un gran rodimento di culo perché quando si apre una rivista è perché c’è un’intenzione e un’ispirazione dietro. Ci sono indagini di mercato, ore di lavoro spese, SOLDI – anche quelli – spesi (e tanti) e in definitiva se uno si vuole divertire c’è il sudoku. NON l’editoria.
Di certo, è ingenuo dire che una rivista chiuda esclusivamente perché mancano i lettori. I lettori c’erano, c’erano; ma c’era naturalmente anche la voglia di farli AUMENTARE, questi cazzo di lettori – che per inciso hanno portato la rivista a triplicare il numero di pagine nel giro di UN ANNO E MEZZO. Ovvio, uno fa un investimento che deve riassorbire: una rivista non diventa il triplo di se stessa restando allo stesso prezzo (che all’inizio era di due miserrimi euri – e sì: anche un euro ha un potere d’acquisto diverso dai cinque, sempre per evitare altre ondate di cavilli). in più, quell’uno che fa l’investimento può anche decidere di rendere questa rivista più bella, impaginata meglio, una rivista da collezione perché l’idea di fondo dietro questa rivista, era quella di fare una cosa DIVERSA dalla media della stampa musicale italiana. E adesso è il momento di fare un discorso apparte.

In Italia, le riviste musicali si aprono e si chiudono come fanno le massaie con le finestre. Questo perché il pubblico è poco attento, è poco competente (in Italia mediamente non sappiamo un cazzo di musica ma ne parliamo tra un secondo), gliene frega poco di seguire gli ambienti musicali e il livello è mediamente basso, spesso e volentieri fatto di meri sbrodolamenti autoerotici o tutt’al più di agiografie dovute o alla venerazione (nella migliore delle ipotesi) o al meretricio (e ci siamo capiti). Insomma, l’informazione è pochissima, e la poca che c’è in giro è anche di minimo valore.
[Onde evitare altre ondate di cavilli che potrebbero farmi venire un certo languorino di censura da ora in poi: per “pubblico” intendo la maggioranza dei lettori della stampa, quella che fa muovere i soldi. Per “ambienti musicali” intendo le scene che non sono sotto gli occhi di tutti normalmente – quello che non va in televisione, insomma. Per tutti gli altri lemmi, c’è il DeMauro online]
In più, internet ci ha viziati. Una rivista musicale, oggi, deve adeguarsi alle diverse modalità di lettura che la rete ha creato, come hanno fatto i quotidiani con l’avvento della televisione. Non più spiccia informazione – le notizie vanno e vengono in continuazione e un mensile NON PUÒ stare appresso a tutte le cose che accadono nel suo periodo di pubblicazione: e poi non mi serve davvero spendere soldi per sapere semplicemente cosa sta succedendo, quando MyYahoo mi spara in RSS le notizie in tempo reale, no? Qual è la chiave, allora? La chiave è l’approfondimento. Ed è qui che arrivano i cazzi.

Già perché buona parte dell’approfondimento della stampa musicale si dedica esclusivamente all’intervista o a un pezzo di media lunghezza, e puramente biografico/descrittivo, su un gruppo/musicista come veicolo promozionale a un avvenimento (nuova tournée, nuovo disco). Un’altra delle tante marchette, insomma, che ammanettano le redazioni al ricatto delle case discografiche (un ricatto molto semplice: Parla bene del mio artista o ti taglio copie promozionali e pubblicità), così come hanno già ammanettato le radio che fondamentalmente trasmettono gli stessi 40 singoli a ripetizione (e le cosiddette emittenti alternative non fanno differenza, quando non sono direttamente in mano a deficienti e ai loro pessimi gusti). Un’altra freccia in meno nella faretra della stampa musicale italiana: perché leggere solo recensioni/marchetta quando i blog (che si basano sul materiale procurato “alternativamente”, diciamo così) possono stroncare tranquillamente e mettermi in guardia dalle sole? E siamo daccapo a dodici.

Ti dico io com’è andata: MUZ voleva essere una rivista che dedicava spazio a gente non necessariamente per copertura promozionale; un esempio: due degli ultimissimi numeri dedicavano la copertina e la cover story a David Bowie e a Joni Mitchell perché è un ottimo spunto prendere un compleanno per parlare di qualcuno senza per forza sottolineare l’occasione contingente. Non ho idea di chi altro abbia fatto o farebbe una cosa del genere. Per Bowie forse pure pure, ma per Joni Mitchell decisamente NO. Ancora: l’ultimo numero di MUZ era dedicato a un sondaggio sulla più bella canzone italiana, che è un argomento sempre molto controverso, visto che buona parte delle penne è sempre pronta a saltare su carrozzoni revivalisti del Ma non era poi così male, sebbene con la stessa profondità di vedute di una pischelletta che si prova diverse montature di occhiali. Infine: MUZ era una rivista con POCHISSIMA pubblicità. E tra questa POCHISSIMA pubblicità, ancora MENO vi era la pubblicità delle case discografiche, proprio perché voleva sottrarsi alla dinamica di ritorisione delle major (o di chiunque, dai; e il prossimo che si lamenta perché l’Espresso ha il 30% minimo di foliazione dedicata alla pubblicità farebbe bene a venirmelo a dire DI PERSONA).
In definitiva, l’idea dietro MUZ era quella di fare della CRITICA, che è una cosa che in pochi - pochissimi? NESSUNO? – si sono azzardati a fare in Italia. Prendi della gente che conosce la musica profondamente, che l’ha studiata, che l’ha ascoltata E analizzata, togli tutto l’apparato masturbatorio del giornalismo indie e hai dei discorsi semplici, efficaci e – perdio – SERI. Non insomma, l’approfondimento gossiparo a cui siamo abituati, non la retrospettiva “in occasione della nuova uscita”, non l’intervista/marchetta. Una roba “a buffo”, esattamente come questo blog. Un tentativo di parlare di cose buone e di trasmetterle alla gente. Troppo fessi, dite?

Allora ti dico io com’è andata. In Italia, noi non abbiamo educazione musicale. Da queste parti ancora siamo del parere che i musicisti (categoria che idealmente non esiste in Italia, dove preferiamo parlare di “cantanti”) siano come i calciatori, gente che vuole fare la bella vita e un mucchio di soldi divertendosi e senza fare un VERO lavoro: si affida al Magico Produttore (spesso un maneggione della peggior specie) e voilà: è in televisione (almeno per qualche minuto).
In culo – tutto questo – alla gente che come me suda, si sbatte e si spacca la schiena e i denti (letteralmente) per mandare avanti un progetto onesto, non mediato dai grassi e crassi pappa dell’industria della Gloriosa Canzone Italiana – che San Remo protettore l’abbia in gloria e magari la chiami a sé nel Regno dei Cieli.
Di conseguenza, la musica è relegata nelle pagine degli “Spettacoli” dei quotidiani, senza un approfondimento valido, senza uno straccio di indotto critico, culturale e – va da sé - economico a supporto. La musica diventa un contorno, un contenitore al cui interno c’è il vero prodotto, che è poi ciò che viene realmente veicolato dal cannibale mercato discografico italiano.
In più, le riviste italiane non parlano mai di MUSICA (Generi? Linguaggi? Tecniche espressive? Sociologia della musica? Etichette?) ma di PERSONAGGI: non c’è musica intesa in senso generale, c’è solo musica che serve a smerciare l’immagine di qualcuno (spesso e volentieri sempre grazie all’intervento del Magico Produttore di cui sopra). Anche in ambito underground, il che è ancora più scandaloso. Un esempio: sappiamo TUTTO della depressione di Jacob Bannon e delle sue abitudini alimentari, ma non sappiamo nulla di COME questa depressione aiuti la musica dei Converge ad essere quella che è o – ma questa è davvero ambizione – come e se la musica dei Converge si inserisca in una corrente valida, strutturata, o destinata a durare.

Fare critica musicale seria (attenzione: critica musicale NON-colta, che di studi rossiniani e verdiani ne abbiamo a enciclopedie intere; e NON-jazz, che si rivolge a un pubblico fedele, serio e cazzo: COMPETENTE) in Italia significa andare a mettere le mani nel fuoco: la gente (vedi sopra alla voce “pubblico” cosa intendo anche per “gente”) non ne vuole sapere, di leggere di testi, linguaggi musicali, sociologia e politica musicale e così via. La gente è abituata alle programmazioni di musica “leggera”, a Tricarico, alla superficialità. La gente vuole le SUONERIE, il tormentone dell’estate (il pettoruto sito di Repubblica invitava i suoi utenti a scegliere il loro già a fine aprile) e qualcosa da cantare sotto la doccia. Tutto il resto è noia (non a caso).
In Italia, gente come Adriano Celentano può andare in televisione e dire di aver inventato il rap (e nessuno gli dice un cazzo).
In Italia, gente come Zucchero può dire in giro di essere un bluesman (e nessuno gli dice un cazzo).
In Italia, gente come il dottorVascoRossi (laurea honoris causa) finisce per essere un messia della rock music (e figuratevi se a VascoRossi qualcuno gli dice un cazzo: adesso è anche amico della stradale, quindi occhio che vi fa venire a pescare a casa).
In Italia, il sito di un grosso network radiofonico pubblica un articolo sui Rolling Stones con una foto di un gruppo che NON È i Rolling Stones, e linka l’articolo alla RIVISTA Rolling Stone, non al sito dei Rolling Stones (indovinate se qualcuno gli ha detto un cazzo, o se si è direttamente accorto di qualcosa).
In Italia, se qualcuno si azzarda a far notare gli errori madornali alle persone che dovrebbero essere “esperte” in materia (in altre parole, a dire le cose come stanno) non viene nemmeno tacciato di apostasia (magari), o di antipatriottismo (magari): viene semplicernente liquidato come uno a cui “nun je sta bene un cazzo”, alla fine è un po’ tutto uguale (ve l’avevo detto che il livello era bassissimo).

In un ambiente del genere, una rivista come MUZ era quindi una scommessa estremamente azzardata. Ricapitoliamo:
- Argomenti impopolari INSIEME ad argomenti popolari. Un bagno di sangue: scontentare sia il lettore medio di Blow Up con la puzza sotto il naso – quello a cui un disco che vende più di 2000 copie fa cacare PER PRINCIPIO, quello che c’ha più righe lui nell’armadio che l’Auchan al reparto cancelleria – che il lettore medio di XL che non sa e forse non vuole sapere chi cazzo è Tom Waits;
- Niente pubblicità – e niente marchette di conseguenza: nessuno che vi dirà che il disco nuovo dei White Stripes è una ROTTURA DI COGLIONI, dopo che ci hanno regalato il Tormentone dell’Italia Campione.
- Argomenti che il popolino non esiterebbe a definire “pallosi” (ovvero: CHI CAZZO È Joni Mitchell?)
Se in più la togli dalle edicole (e cara, solerte, commentatrice: si dà il caso che io SO che a un certo punto MUZ è uscita dalle edicole – questa è del resto la differenza tra me che ci stavo dentro e te che avevi una mattinata da perdere) corri ulteriormente il rischio di andare a gambe all’aria, rischio che consta nel chiedere a una già sparutissima cerchia di aficionados di diventare ANCORA più tenaci nell’andarsela a cercare. Puoi vincere o puoi perdere. Indovina cos’è successo.

Ancora:
La critica è l’analisi di una situazione recente ma non immanente. Non è più cronaca – perché non si limita a narrare gli eventi senza assumere una posizione critica, appunto. Non è ancora storia, però – perché non c’è la distanza obiettiva necessaria a valutare un evento all’interno di un contesto generale, macroscopico. Compito della critica è quello di commentare un evento, un movimento, una situazione, un fatto (di qualsiasi tipo). Questa è teoria storiografica, che ricordo ancora a memoria dai tempi dell’università, sempre perché non sono molto avvezzo a dire cagate. Ci siamo?
Ora. Chi scrive un pezzo che abbia la pretesa (o i requisiti) di essere “critico”, porta IN SÉ le premesse di un possibile riposizionamento di vedute, alla luce di successivi sviluppi, cambiamenti, o revisioni. Questo accade in qualsiasi ambito e in qualsiasi campo della valutazione umana – senza contare il fatto che nessuno ha o pretende di avere la verità in tasca, a meno che non sia qualche trombone che senti parlare di musica alla RAI o sulle grandi testate.
Al contrario, la critica DEVE cambiare idea se cambiano i contesti storici, sociali, culturali e linguistici per valutare un fatto o un contesto. Del resto, chiunque affronti una lettura che esprime un parere sa bene che quel parere è dettato da una quantità pressoché infinita di variabili soggettive (tra cui anche la possibilità di un errore di valutazione, diciamolo).
Che si possa quindi cambiare idea su un articolo non solo è possibile, ma sacrosanto e legittimo. Che si possa cambiare idea su TUTTO – espresso come opinione – è sacrosanto e legittimo.
In altre parole, chiedi a David Geffen cosa ne pensa oggi, della decisione di pubblicare Nevermind su un’etichetta secondaria e a bassissima tiratura, dopo aver previsto un disastro econonico, scarsissime vendite, e per evitare che la sua cattiva pubblicità ricadesse sul suo marchio principale.

TUTTO QUESTO per mera chiarificazione, e senza dimenticare che io non ho il MINIMO bisogno di “giustificare” la chiusura di una rivista musicale. Secondo uso diffuso e comune, ti ricordo, la parola “giustificazione” si associa alla riparazione di una colpevolezza o di una mancanza che io francamente non vedo (sempre perché stiamo cavillando, ci mancherebbe altro).
Al contrario, trovo piuttosto poco credibile intraprendere la lettura di QUALSIASI tipo di testo basato sull’opinione – da MUZ a Heidegger – se si considerano effimere, inconsistenti e posticce (o se si ignorano tout court) le basi su cui si fonda. In più, trovo addirittura ridicolo, quando non irritante, mettersi a “cavillare” – per continuare a usare un termine ormai caro a questo blog – su questioni che definire marginali è quantomeno generoso.
Contenuti, allora: dibattito. Adoro essere “abilmente smontato”, a patto che mi si arricchisca, o che si arricchisca un qualsiasi tipo di discorso. Ma discorso sulla sostanza, sulle idee, sulle opinioni. E PER CORTESIA, avvalorato da FATTI.

In alternativa, ecco da dove potete scaricare StumbleUpon per Mozilla Firefox:
https://addons.mozilla.org/it/firefox/addon/138

...e ci mancherebbe, senza offesa.

30 gennaio 2007

genealogia della Pizza Quattro Stagioni - parte I

Ho rosicato. I Death Cab For Cutie non sono nella lista dei 25 dischi fondamentali dell’emo di Sonic – numero di ottobre/novembre 2006. Ho pensato Eh, pensa se possono mancare i Death Cab For Cutie... Ci sono gli Appleseed Cast (nel sottogenere Emo/postrock), ci sono i Karate, e poi i Finch, perfino gli Orchid, insomma non mi stupirei di trovarci anche Nick Drake o i Beatles. Insomma, basta che non sia metal, disco, funk, black o r’n’b, qualsiasi genere musicale o disco può essere considerato come emo. Anche se fanno heavy metal come i Funeral For A Friend, anche se fanno post rock come gli Appleseed Cast, appunto (ma a questo punto perché i Mogwai no, o addirittura i SIGUR ROS, perdio? Sono i più tristi di tutti!).
Ma del resto, qualsiasi genere musicale di cui si possa tracciare una mappa di ben VENTICINQUE DISCHI FONDAMENTALI (fa ridere, vero?) deve avere qualcosa che non va. Anche il più incallito e generoso degli appassionati di jazz (non cool jazz, non free, non be bop, non hardbop, JAZZ e basta) farà fatica a darvi VENTICINQUE DISCHI FONDAMENTALI. Clamoroso, roba che se ci mettiamo dentro quelli anche solo importanti e quelli belli e basta copriamo mezza discografia mondiale.

Ora, beninteso: non ce l’ho con Sonic, e con i ragazzi che ci scrivono. Dopotutto penso che ci volesse una rivista che trattasse esclusivamente di quella roba che ultimamente sta facendo il botto – anche se recensire Micah P. Hinson o Scott Walker nelle stesse pagine insieme a Alexisonfire e Walls Of Jericho mi sembra almeno disorientante, permettetemi. Però insomma, visto che Rocksound è quello che è, e Punkster pure, mi sembra buono che ci sia comunque gente che mette i Converge in copertina, anche se il taglio editoriale è più o meno lo stesso quello di Rolling Stone o XL. In altre parole: molti personaggi, e poca musica. Ma del resto, questo è sempre stato il trend della stampa musicale italiana, che segue la cultura del suo pubblico, una cultura di personaggi, e non di canzoni.
Però questa cosa è curiosa, cionondimeno, perché io posso capire che mi volete aiutare una volta per tutte a capire che cazzo è questo emo, una questione che ha ormai surclassato il dilemma sull’assassinio di Laura Palmer e diventa di diritto il quesito del nostro decennio. Allora grazie, Sonic, se dedichi al fenomeno più dibattuto degli ultimi anni ben 6 pagine di approfondimento. Grazie per lo sforzo, almeno, che per quanto riguarda il risultato mi sa che non ci siamo, perché se riesci a convincermi – da sobrio – che i Karate possano avere qualche punto di contatto con l’emo come ce l’hanno gli Orchid, ti rispondo Offrimi da bere, piuttosto. Tempo fa un mio amico mi diceva che L’emo è una musica... una musica... una musica TRISTE. Io gli ho risposto Ma che c’entra, ma allora anche i Radiohead sono emo. E lui, senza battere ciglio mi ha ribattuto Ma guarda che in fondo i Radiohead un po’ emo sono. Ora: io voglio bene davvero a questo mio amico, ma mi sa che comunque ci sta sfuggendo qualcosa.
Allora: o siamo di fronte a un discorso spazio/temporale, come è stato con il grunge, ma quella era Seattle a cavallo degli anni 90, e non il mondo intero – e non mi rispondete che adesso abbiamo internet perché lo sapete che è una CAZZATA, perché se fosse così vediamo quanti gruppi fighi escono dalla Moldavia, su. Oppure, siamo di fronte a un percorso prettamente legato al vestiario, e qui ci siamo. Ma ciò non toglie che tutto questo non ha niente a che vedere con la musica.
Oppure, cosa più evidente finora, è possibile che l’emo non esista, e sia un espediente di certe band per spacciarci un rock melenso e vocalmente stereotipato (una cosa vera che accomuna – che ne so – Hot Water Music, Alexisonfire e Further Seems Forever è il fatto che TUTTE le loro linee vocali sono praticamente LA STESSA, il che semplifica di molto l’accesso a questo tipo di approccio anche da parte delle teenage band) che non sanno come chiamare altrimenti perché la parola “rock” suona banale, visto che sono passati 50 anni da Elvis, 40 dai Beatles e dai Rolling Stones e 30 dal punk. Che era rock and roll ma più sciatto, e chiunque dice il contrario si merita la revoca della licenza elementare.
Allora, se è così, diciamo che si può perfino azzardare a parlare dell’emo come attitudine, come carattere più o meno come l’hardcore, che però ha un contenuto, una premessa, e un codice che parte da uno stile di vita, e poi diventa musica.
Ma almeno in quel caso la musica rimane riconoscibile, codificata, inquadrabile e valutabile come genere, e soprattutto i suoi critici – ammesso che ce ne siano mai stati – non si sono mai sognati di accaparrarsi il diritto di ricondurre sotto la propria ala tutto quello che gli pareva, come in questo caso.
In altre parole: proviamo a parlare di MUSICA, una volta tanto, e non di capelli o modi di muoversi sul palco, perché non ci sto davvero capendo più niente.
E francamente inizio anche un po' a rompermi i coglioni.

PS: va da sé che dei Death Cab For Cutie parliamo un’altra volta che mo’ me rode. Tiè, mo’ lo butto dentro e manco lo rileggo, vaffanculo.