18 novembre 2007

Cose da poco che mi fanno arrabbiare molto - #1

Leggevo su Internazionale che Repubblica sta per far uscire IN ESCLUSIVA (caratteri cubitali) il nuovo libro di Stephen King. Meglio, su Internazionale ho visto la pagina pubblicitaria che Repubblica ha comprato per promuovere l'iniziativa.
Beninteso, non ho niente in contrario al fatto che i quotidiani escano insieme a libri, volumi dell'enciclopedia, raccolte di fumetti, quel cazzo che vi pare. Visto che la maggior parte degli italiani non ha mai messo piede dentro una libreria, e se ce l'ha messo è stato per comprare il libro del papa o quello delle barzellette su Totti (che ALMENO mandava tutto in beneficenza, al contrario del papa che secondo me i soldi se li mette pure in tasca: magari si tiene pronto per quando l'Acea gli manderà l'ingiunzione di pagamento per la corrente consumata E MAI PAGATA dal Vaticano); visto che gli italiani non leggono un cazzo, insomma (questo almeno in media: io e la mia donna e i miei amici da soli alziamo il quoziente del quartiere, come minimo), mi pare che almeno una minima, una timida proposta sia una cosa positiva. Certo, poi la gente coi libri ci può sempre fare quel cazzo che crede: quando lavoravo in libreria una sera imboccò un tipo che mi chiese due metri e mezzo di libri – possibilmente tutti della stessa collana – per riempire una libreria che aveva appena comprato. Però insomma, almeno uno ci prova, a spigne i libri.
Dunque che cos'è che mi ha fatto rosicare a bomba, sveglio da dieci minuti, mentre sorseggiavo il caffé e sfogliavo Internazionale seduto in un posto che non vi dirò ma non per questo non è importante? Mi ha fatto rosicare il fatto che questo libro esce in edizione italiana a firma di “Stephen King con lo pseudonimo di Richard Bachman”. “STEPHEN KING (ancora caratteri cubitali), con lo pseudonimo di Richard Bachman” (a caratteri scubitali, talmente piccoli che a una prima occhiata ve lo potete anche scordare, di leggerli – probabilmente passerete metà della vostra vita senza nemmeno immaginarlo).
Secondo il DeMauro, uno pseudonimo è un “nome fittizio sotto cui una persona sceglie di svolgere la propria attività spec. in campo letterario, artistico o dello spettacolo”. In altre parole, uno pseudonimo nasconde il nome del vero autore di un'opera per motivi che poi sono cazzi dell'autore, non sta a noi dirlo e dopotutto non ci frega niente, perché un libro non smette di essere bello se l'ha scritto mio zio o Saramago (per i lettori meno accorti, no: mio zio e Saramago non sono la stessa persona). Stephen King adotta lo pseudonimo Richard Bachman dal 1977, cioè da tre anni dopo che la sua attività editoriale era iniziata. Non lo so perché lo faccia, non me ne frega nemmeno niente, ma dev'essere perché magari sotto quel nome fa uscire alcuni romanzi che non seguono esattamente il filone tradizionale degli altri, oppure perché si diverte un mondo a buttarla in cagnara, oppure perché il cagnolino azzurro gli ha detto di fare così, insomma non è questo quello che voglio dire.
Quello che voglio dire è che nonostante siano trent'anni che Stephen King giochi con i suoi lettori adottando questo pseudonimo, la gente di Repubblica (che vive sull'albero delle banane, o peggio: pensa che ci viviamo noi) va in culo a una delle tradizioni più antiche della letteratura senza pensarci due volte e fa uscire un libro firmato da “STEPHEN KING con lo pseudonimo di Richard Bachman”. Nunc est bibendum.

Ora, non mi voglio mettere a pontificare sulla direzione che Repubblica ha preso negli ultimi anni, una specie di direzione pacificatrice, volemosebbenista, autoreferenziale e culturalmente qualunquista (pronta a fare da supporto per il Partito Democratico di cui sono convinto che sia tra gli ispiratori, insomma), che l'ha reso il Giornale delle Verità Assolute (come dice il Cuoco che è sempre un passo avanti), ma è innegabile che almeno da un punto di vista culturale, dal punto di vista delle analisi critiche e massmediologiche farebbe impallidire perfino Vincenzo Mollica, in quanto a banalità e completa incompetenza. Non ci dimentichiamo che la sua sezione musicale è curata da una persona completamente incapace di giudicare una canzone da un punto di vista testuale, cioè la sua scrittura, il suo materiale musicale. Siamo ancora all'Oh che belle parole, oh che sentimento, oh che intensità e che belle atmosfere. Battisti, insomma. Similaun, insomma. Non una parola di approfondimento su quello che c'è DENTRO una canzone, privilegiando il solito “cosa c'è DIETRO una canzone”, sulla scia dei cantautori truffatori italiani che si comportano con i giornalisti come se fossero ispirati direttamente dal cielo e fossero chissà quali messaggeri di stocazzo (e i giornalisti che ci abboccano pure, legittimando e perpetuando le sante parole di Zappa per cui la stampa musicale è gente che non sa scrivere che parla di gente che non sa suonare a gente che non sa leggere).
Non mi voglio nemmeno mettere a scavare nel troiaio del rispetto per il contenuto culturale che da sempre abbiamo in Italia, un rispetto talmente grande che ci fa doppiare i film (perché devo sentire un Premio Oscar con la voce di uno che hanno scartato all'Accademia dell'Arte Drammatica? Che, la voce non è importante? Ci accontentiamo di vedere qualcosa che si muove su uno schermo?), un rispetto talmente grande che ci fa ristampare 1984 di Orwell ogni autunno con tanto di fascetta “Le origini del Grande Fratello”, un rispetto talmente grande che il sito di un network radiofonico nazionale pubblica una notizia sui Rolling Stones con una foto di un gruppo che NON sono i Rolling Stones e con il collegamento alla RIVISTA Rolling Stone. Chapeau.
Repubblica insomma pubblica il nuovo di “STEPHEN KING con lo pseudonimo di Richard Bachman” sulla scia di una totale mancanza di CORAGGIO a livello imprenditorial/editoriale (e culturale soprattutto). Questo senza contare che Stephen King fa libri di GENERE, la gente SEGUE il genere e quindi SA chi cazzo è Richard Bachman. Insomma i giornalisti e i redattori di Repubblica – che evidentemente si sentono depositari del sapere – sono convinti che i loro lettori non sappiano nulla finché non glielo dicono loro. Meno male che c'è Repubblica allora.
Sul modello generalista e pigliatutto che mamma RAI ci insegna ormai da anni, cerca di accaparrarsi il maggior numero di lettori e aficionados abbassando il minimo comune denominatore delle sue notizie, delle sue iniziative e ovviamente delle sue proposte. Il risultato? Vabè, sul sito lo sappiamo: notizie approssimative e leccaculo, didascalie da prima elementare e sise OVUNQUE (perfino il sito del Corriere ha smesso); sul cartaceo non lo so, perché mi sono stomacato da tempo. Peccato che adesso anche le sue iniziative collaterali si stiano rovinando: la raccolta di fumetti era cosa buona e giusta, così la scelta (anche se pure in quel caso un po' cachettica) di romanzi del Novecento e quelli dell'Ottocento e così via. Questo è proprio uno scivolone nel rispetto del proprio pubblico, ma non arriva come una sorpresa (e questa è la cosa più amara, perché come in tutte le cose, ci sta profondamente sul cazzo dare ragione ad Andreotti, perfino quando dice che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca).
Il fatto è che potremmo anche averne un po' piene le palle di questo tipo di approccio marketing da nursery, all'essere imboccati di omogeneizzati culturali resi sicuri da tutte le precauzioni del caso. Già me lo vedo il prossimo volume: Il meglio della Galleria degli Uffizi (è un Museo che sta a Firenze), una nuova edizione del Nome della Rosa con le pagine in latino tradotte in italiano, i film di David Lynch con le scene più difficili spiegate coi popup – magari dalla SUPERBA Claudia Morgoglione (GRANDISSIMO talento, non ve la perdete), l'albo da colorare del PD.
La domanda definitiva, quella con cui chiudo pure perché mi sono rotto il cazzo di scrivere, e perché tra l'altro si è abbondantemente capito cosa intendevo, è: Ma perché devo continuare a farmi dire come stanno le cose da gente che mi tratta come fossi un coglione?



PLAYLIST>
Radiohead: Faust Arp
Bad Brains: Don't need it
The Soul Stirrers: Any day now
Minutemen: There ain't shit on T.V. Tonight
The Rolling Stones: Can I get a witness
Discharge: Ain't no feeble bastard
The Undertones: She can only say no
The Jesus Lizard: Postcoital glow
Neil Young & Crazy Horse: Don't cry no tears
The Drifters: There goes my baby
James Brown: Night train
Cro-mags: World peace
Hüsker Dü: Powerline
Elvis Presley: I'm left, you're right, she's gone
Descendents: Tonyage
Bobby Bird: Try it again
Fugazi: Argument
Physique du role: Truman
Agnostic front: Police state

10 novembre 2007

the life fantastic of Howard Newcombe

Insomma stamattina ho incontrato Richard e mi ha spiegato un paio di cose. Stava al baretto a Santa Croce, dove viene avvistato frequentemente, seduto a un tavolino rivolto verso il marciapiede: bastone, giubbotto da motociclista, parrucca, Richard. Niente occhiali da sole, un po' ho rosicato. Sul tavolino c'erano almeno tre tazze di caffé vuote (Alice ricorda cappuccino), un pacchetto di Winston Blu e briciole ovunque. Briciole e zucchero a velo anche sulla canottiera nera in bella vista e in grembo, jeans neri dall'orlo sfilacciato. Stava dicendo a un passante (che è stato grato per il nostro intervento e si è dileguato all'istante) che se digiti Richard Benson su internet ti esce "tutto un tabulato lungo così delle serate che ho fatto da trent'anni a questa parte".

Ci siamo rimasti male però, per il 2 novembre, Richard.
Ma guarda, non si poteva proprio fare.
Avevi da fare, Richard?
No, no, è che non avevo garanzie. Lo sai quanto mi volevano dare? Mille euro! Io normalmente prendo settemila euro a serata. In America mi hanno dato centomila dollari da una parte e centomila dollari dall'altra. Con mille euro non si può. E poi mi devo trasportare gli strumenti, devo pagare due trasportatori e poi devo pagare il gruppo. Alla fine mi rimangono duecento euro e con duecento euro che ci faccio?
Giustamente, Richard.
Ma con tutti i soldi che gli faccio fare, all'Alpheus... E poi dico: se avessi la passione, se mi divertissi almeno... Ma non mi diverto nemmeno più. Un paio di volte a momenti m'ammazzano, mi tirano le cose addosso; mi hanno mezzo cecato un occhio, l'ultima volta.
Beh, però è andata anche bene, direi, Richard.
Mah, insomma...
Ma come? C'era un delirio di gente, Richard.
E poi francamente ho preferito rimandare anche perché il gruppo non era all'altezza.
Ah, non è lo stesso gruppo dell'altra volta?
No, no, ci sono degli altri ragazzi. Quindi rimandiamo. E poi mi hanno quasi sfondato tutta la strumentazione. Ma dico, io non ho più garanzie. Sono andato a suonare in America, in Germania, in Spagna. In America è andata benissimo, in Germania il non plus ultra, in Spagna invece un disastro.
Come un disastro, Richard?
I locali non erano adatti.
In che senso non erano adatti, Richard?
Dico io: avevo chiesto sedici uomini di servizio d'ordine. Che ci vuole? Niente, i ragazzi dell'organizzazione erano della gentaglia. Insomma, è anche per la sicurezza vostra. Sennò va a finire che prima o poi si fa male qualcuno, prima o poi sale qualcuno sul palco e si mette a sparare.
Beh, non credo che si arriverebbe mai a tanto, Richard...
Ma no! Pensa che quando sono andato a suonare in America l'ultima volta, ero in Virginia, c'è stato un processo – che io ho vinto – perché a un certo punto un ragazzo si è messo a sparare e io, che quando sono in America sono sempre armato, l'ho dovuto seccare.
Ma come, Richard?
Eh beh, quello sparava all'impazzata, di sicuro avrebbe fatto male a qualcuno anche nel pubblico. Andavamo a finire come quel povero... Diamond Darrell dei Pantera. Insomma c'è stato subito il processo, io ho dovuto chiamare il mio avvocato da New York. Naturalmente ho vinto.
Ci mancherebbe, Richard.
Il mio avvocato, Howard Newcombe, si è imbestialito e ha cominciato a far partire denunce a tutti. Innanzitutto al Governatore della Virginia, perché il ragazzo ha sparato con l'arma del padre, ma poi si è scoperto che il ragazzo era psicopatico, era perfino in cura in un istituto e tornava a casa tutti i fine settimana. E allora dico, come si fa a dare il porto d'armi a qualcuno se ha il figlio psicopatico? E poi ha denunciato il commissariato, e poi ha denunciato gli organizzatori. Insomma è andata a finire che il Governatore, il Governatore della Virginia, mi ha dato dei soldi per lasciar cadere tutta la cosa. Io ho accettato, figuriamoci, e quindi abbiamo fatto a metà io e il mio avvocato.
Hai fatto bene, Richard.
Allora capirai che a queste condizioni per me non è possibile fare un concerto. Quando mi hanno sfondato gli amplificatori tu pensi che Radio Rock mi abbia pagato i danni?
No, Richard, non credo.
Eh, non mi hanno dato un cazzo. Quindi...
Sì però torna presto, Richard, ci siamo rimasti molto male. Ci faresti un autografo, comunque?
Come no.
Firma qui, Richard, a pagina 666.
A chi lo devo dedicare?
Ad Alice, Richard.
Solo ad Alice?
Sì sì, solo ad Alice, il libro è suo, Richard.
Ecco qua.
Grazie, Richard. Torna presto.
Senz'altro. Ciao ragazzi.

Adesso la mia donna ha un autografo di Richard Benson – con dedica – a pagina 666 del suo manuale di Circuiti per la Microelettronica (IV edizione), e io so che Richard è in grado di guardarti dritto in faccia mentre ti dice una delle più grandi cazzate che sentirai mai in vita tua.




Playlist>
Sham 69: Tell us the truth

30 ottobre 2007

Ignorantia legis...

...ED ORA QUALCOSA DI COMPLETAMENTE DIVERSO!!!

sabato 20 ottobre 2007

Nuova Legge sui Blog e Siti sembra cadere

Dovrà essere approvata in Parlamento una incredibile proposta di legge di riforma dell'editoria pensata in Agosto da Riccardo Franco Levi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e approvato integralmente il 12 ottobre da tutto il Consiglio dei Ministri, la quale prevede l'iscrizione al ROC, il pagamento di un bollo e di avere un giornalista al suo interno come editore responsabile.
Si tratta di un DDL di riforma dell'intero settore dell'editoria che inserisce anche delle gravissime limitazioni alla libertà di parola sul web, tanto che, come ha affermato Beppe Grillo nel suo blog, pochissimi siti in Italia potrebbero continuare ad esistere se questa legge venisse approvata in Parlamento.
Mentre in tutto il mondo il web 2.0 cresce, con le persone che online trovano la possibilità di aggregarsi, scrivere i propri pensieri e scambiarsi opinioni, in Italia si va al contrario del resto delle altre nazioni, proponendo una norma che "...chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro, a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile."
Dopo il clamore suscitato ieri (ovviamente solo in Rete, stampa, radio e tv tradizionali non ne hanno neppure parlato), lo stesso Franco Levi butta acqua sul fuoco e visto che è un politico moderno e sa come usare Internet risponde direttamente al blog di Beppe Grillo che lo aveva accusato, in realtà altri siti come Punti-Informatico.it o i-dome.com avevano parlato della vicenda molto prima, ma nessun politico se ne era interessato.
Levi in una lunghissima risposta afferma tra l'altro che: "Con il provvedimento che tra pochi giorni iniziera’ il suo cammino in Parlamento non intendiamo in alcun modo tappare la bocca a internet‚ provocare la fine della Rete. Non ne abbiamo il potere e, soprattutto, non ne abbiamo l’intenzione [....]
Ci occupiamo di editoria persuasi che, nel tempo in cui viviamo, un prodotto editoriale si definisca a partire dal suo contenuto (l’informazione), e non più dal mezzo (la carta) attraverso il quale esso viene diffuso. Vogliamo creare le condizioni di un mercato libero, aperto ed organizzato in modo efficiente.
Per questo, intendiamo, tra le altre cose, abolire la registrazione presso i Tribunali sino ad oggi obbligatoria per qualsiasi pubblicazione e sostituirla con l’unica e più semplice registrazione preso il Registro degli Operatori della Comunicazione (Roc) tenuto dall’Autorità Garante per le Comunicazioni (AgCom)."


Eh sì bellezze mie, perché pare che con tutti i, mi si perdoni l'eruditismo, CAZZI che il parlamento italiano ha da dover sbrigare PROPRIO QUESTA stronzata della riassunzione in un discorso editoriale istituzionale dei blog e di altre amenità della rete costituisca un'urgenza bisognosa di impellente risoluzione.
E MEI COJONI VERI!!! Io li adoro, sul serio! Non so come farei senza i nostri legislatori e le loro divine ispirazioni normative. Molto affabilmente, la metterò giù così.

  • Siamo al secondo anno di legislatura, non è stata ancora approvata una legge sul conflitto di interesse.

  • Non è stata ancora discussa una legge sulla gestione degli acquedotti e sul DIRITTO all'acqua come bene comune e, tra l'altro, nei nostri cessi gli stronzi e le cacarelle continuano ad essere traghettati verso la fogna dall'acqua potabile.

  • Non è stata ancora approvata una legge elettorale diversa dall'obbrobrio precedente.

  • Non è stata ancora discussa seriamente una normativa sulla sicurezza sul lavoro tant'è che i lavoratori muoiono come mosche e SENZA FUNERALI DI STATO mentre i militari (ed anche i mercenari, già che ci siamo), morti “nell'adempimento del proprio dovere”(e che i manovali no?) ricevono solenni esequie pubbliche, passaggi sulle principali testate nazionali e la solidarietà di alleanza nazionale (notare la minuscola. Che tanto basta che porti un'uniforme te la dà comunque anche se la domenica fai il porta-a-porta per lotta comunista) e le vedove ricevono per il consorte scomparso il titolo di “Eroe”.

  • Non è stato affrontato neanche un lontano discorso su una politica energetica che ci scampi dal dover, in un futuro, allevare criceti da far correre per alimentare la dinamo di turno.

  • Il ministro Mastella non è stato ancora messo in condizione di non nuocere.

  • Non è stato ancora portato a compimento l'iter normativo riguardo le coppie di fatto.

  • Non è stato ancora rivista la legge bossi-fini (da notare la minuscola)

  • varie ed eventuali.

30 ottobre 2007

Quando ho iniziato a scrivere questo pezzo in realtà il quadro era più fosco, si credeva che nel giro di poco tempo tutti noi bloggers avremmo dovuto versare una gabella allo stato per esprimere il nostro libero pensiero e, perché no, magari versare addirittura un obolo alla S.I.A.E. come autori. È passato un po' di tempo e il trambusto sembra essersi placato.
In realtà, in questo paese, quando si sta per elevare una proposta impopolare al rango di legge, di solito, in modi grottescamente poco sofisticati si ripiega su una ritirata così, alla chetichella. Basta ricordarsi della famosa”stangata” alla casta dei tassinari oppure alla liberalizzazione sui distributori di benzina. Come è finita? Le suddette categorie si sono fatte girare i coglioni per due giorni e la “competitività del mercato” è andata a farsi benedire.
Ora, mi sembra lampante che non è stata l'ira funesta del popolo dei bloggers a far arretrare il legislatore dal proposito dichiarato.
Mi auguro che, nella migliore delle ipotesi, qualcuno abbia fatto notare che c'erano cose più urgenti ed importanti di cui occuparsi.
Il sospetto però è che si tratti di una ritirata strategica.

Nel nostro bel paese, nel nostro GRAAANDE paese, qui, in patria, è abitudine del legislatore occuparsi di fattispecie private, individuali a cui, normalmente, è più che sufficiente l'applicazione del buonsenso, delle proprie convinzioni personali, del proprio codice etico, delle proprie abitudini, per gestirle.
Nel nostro bel paese, si cerca di far leggi che gestiscano la musica che scarico io da internet mentre si lascia ancora la Salerno-Reggio ad una sola corsia per senso di marcia.
Nel nostro GRAANDE paese la massima preoccupazione delle autorità è se i pischelli si fanno le canne o leggano un giornaletto porno nel cesso della scuola mentre i nostri politici dispensano, attraverso il modello mafioso delle "amicizie” o, se preferite, delle conoscenze, posti al ministero o in televisione in cambio di bocchini.
Nel nostro vecchio paese la famiglia è l'unico consorzio che si fa finta di tutelare, se sei zitella/zitello cioè INDIVIDUO (il perno dello stato liberale, la pietra angolare delle economia capitalista... N.B.) non conti un fico secco e dunque DONNE! È ARRIVATO L'ARROTINO: SPOSATELO!!! Sennò sono cazzi...
(Lo stesso vale se sei maschietto.)
Nel nostro grande paese è vietata la timidezza, l'insicurezza, la fallibilità.
La legge gestisce questo genere di fattispecie attraverso il supremo istituto della SANZIONE.
Nel nostro paese la legge non si occupa della società ma della persona.
Nel nostro paese la legge non tutela ciò che è di tutti ma ciò che è strettamente tuo.
NON il lavoro.
NON l'efficenza dei servizi.
NON la trasparenza e la veridicità delle informazioni.
NON la tutela della libertà
Dicono di essere capitalisti ma non sono capitalisti.
Dicono di essere quasi-comunisti tendenti alla socialdemocrazia moderata con una discendenza cattolico-libertaria-semi-liberale di vocazione sadomasochista ma non sono nemmeno questo esperimento di cucina da seconda elementare con elementi di seria patologia. E comunque non sono capitalisti neanche loro...
Quale che sia il loro travestimento, questa allegra brigata di vegliardi semianalfabeti che si riempiono la bocca con paroloni come GLOBALIZZAZIONE o FLESSIBILITÀ o WELFARE tutto quello a cui mira è FARSI I CAZZI VOSTRI!!!
E dunque la normativa tende a impicciarsi:

  • dei vostri gusti personali

  • del dissenso

  • della libera circolazione delle idee (a meno che non sei nazista, in quel caso viene invocata a gran voce e difesa... cazzo che invidia...)

  • dei soldi che può fare con una categoria troppo “libera”.

In fondo il primo modo del potere per soggiogarti è quello di riassumerti nell'imponibile: diventi visibile. Portare il denaro in determinati contesti vuol dire poter comprare quei contesti, è semplice.
Per questo motivo il blog parla di contesti con le saccocce vuote.
Non è quella “voglia di umiltà” tipica della sinistra, quel senso di colpa per non essere abbastanza povero e oppresso da diventare il suo opposto per disperazione: oltraggiosamente ricco ed oppressore.
Non è neanche il virile sacrificio machista dell'estrema destra, che ha i coglioni di travertino ma l'uccello di cartapecora, immolata anch'essa al capitalismo più bieco, quello di cui, si dà il caso, sia stata sempre la più elegante tra i critici ma la più strenua tra i difensori.
A noi non ce ne frega un cazzo. Noi abbiamo le idee chiare. Sbagliate forse, ma chiare.
Noi prendiamo a modello l'insegnamento dei Clash che ritenevano si dovesse SEMPRE dire qualcosa.
Noi apriamo bocca per dargli fiato e ci va bene così. Ma 'sti cazzi di cambiare le cose. Ma 'sti cazzi DELLE COSE.
Un blog è il sintomo di una masturbazione prima che un pezzo d'informazione. È un gioco. Un gioco a cui si può giocare molto seriamente.
Le cose migliori della rete non hanno un volto (quelle peggiori sì: quello di Bill Gates) e il non avere un volto è pericoloso.
Lo scandalo non è un pezzo di critica che prenda per il culo Luciano Pavarotti, lo scandalo è che SI POSSA FARE un pezzo di critica.
Di fronte ad un potere così caricaturale il nostro errore più tipico è quello di sorridere con un vago senso di superiorità, con la certezza che a voi non potrebbe mai succedere di diventare così, che su di voi quel potere non ha effetti.
Beh, siete delle teste di cazzo.
Siete il prodotto della vostra cultura scadente.
Sottovalutate coloro che da anni ve lo stanno mettendo in quel posto dimostrando così la loro temibilità e il loro valore e mettendo a nudo la vostra pigrizia e la vostra scarsa auto-considerazione.
E il potere di turno si prende sempre li mejo posti.
Perché a voi basta sentirvi ribelli per placare il bisogno di esserlo. E gli altri, questo, lo sanno.
Allora invece di incazzarvi per queste proposte di legge e benedire ogni singola parola di questo post, fatemi un piacere: domandate a voi stessi se non sareste forsemagari in grado anche voi di concepire una cazzata simile.
Invece di urlare alla rivoluzione, chiedetevi se in un contesto che vedesse VOI essere il potere, non vi comportereste forse magari allo stesso modo. Mettetevi alla prova e, per favore, almeno per oggi, non mentitevi.
Lo stato in cui vivete vorrebbe tassare, iscrivere, censire un articolo su Son House piuttosto che un racconto breve sui cazzi propri.
La gente per cui votate non sa neanche accenderlo un computer, lo guarda con lo stesso acume usato dalle scimmie di fronte al monolito di 2001 odissea nello spazio.
Teme quello che circola in internet perché non ci va mai. Ci va una tettuta segretaria al posto loro.
Dunque, poiché questo stato di cose DURERÀ ANCORA MOLTO mettetevi d'impegno e diffidate sempre.
Diffidate, diffidate e ancora diffidate.
Mettetevi su un vinile delle Supremes, fatevi coraggio e tenetevi pronti ad un altro assalto: potrebbe essere peggiore del precedente.

Con preoccupazione.
il cuoco.

17 ottobre 2007

bruce, tu quoque.

È piuttosto difficile “riportare tutto a casa” (come Dylan) quando quel che ti precede è una trattazione rigorosa, un manifesto programmatico, una chiamata alla lotta armata (sia pur armata diversamente). Tuttavia è prerogativa di un cuoco decente far seguire ad un momento di alta intensità verbale, un rilassante e rincuorante pasto, sì che le voci si plachino e subentri un più “morbido” intrattenimento: il pasto, appunto. Alla fin fine, dei due, il più pop non è (cane), perché sa troppe cose, il più pop, di noi due, è il sottoscritto. Rozzo quanto basta ma non abbastanza.
Per questo motivo dunque, invece di inserirmi nello specifico del precedente post, vengo con questa mia a cantarvi della mia ira funesta verso Bruce Springsteen, e di come quest’ira si sia placata ma ne siano rimaste le stimmate.

Io di Bruce Springsteen ci capisco, sul serio!
Non sono di quegli Springsteeniani da operetta che mettono camicioni di flanella, o peggio, BANDANE, né di quelli più compassati e impostati, amanti dell’American rock tout court per i quali il Boss è comunque un discorso a parte.
Ho sempre considerato Springsteen all’interno del suo contesto storico e artistico; l’ho sempre confrontato col patrimonio a cui liberamente (e giustamente) ha attinto, a come HA INCISO su questo patrimonio, alla traccia da lui lasciata ed è per questo che l’ho amato e lo amo così tanto.
L’umanità è forse il suo più grande pregio, dirò di più, la fallibilità.
Bruce Springsteen da molti anni sforna BUONI DISCHI, non capolavori. Dai gloriosi giorni di Ghost of Tom Joad il Boss non tira più fuori un intero disco da mandare a memoria. Chi dissente da questo, non ha bisogno di continuare a leggere (e forse porta una BANDANA!), per gli altri vi avviso che vi attende una sega senza fine su quest’individuo nato nel New Jersey quasi sessant’anni fa.

Pensate a The river, o a Darkness on the edge of town; fate mente locale, avete presente lo stesso Born in the U.S.A.? Produzione merdosa, anni ’80 che fioccano, ma canzoni coi controcazzi: non ce ne era una che non ti restasse in testa. Stiamo parlando di un musicista che quando ci vai in fissa ti riempie di robba. Ti da contenuti, orecchiabilità, epica, cortometraggi, ritratti, ti fa ballare, divertire e ti fa pensare. Ti racconta il mito, da qui la sua grandezza.
Ora invece pensate a The Rising, a Devils and Dust (contenitore sottovalutato di alcune perle) o al più recente, ultimo lavoro: MAGIC.
Già a sentire il titolo vi confesso che mi ero cacato sotto. “Che cazzo di titolo è MAGIC?”.
Sarà un disco dedicato all’omonimo playmaker dei Los Angeles Lakers di qualche decennio fa?
Sarà un omaggio ai Queen? “Che cazzo di titolo è MAGIC” pensavo tra me...
E infatti MAGIC è un titolo del cazzo!
Ora passiamo al disco. Il singolo mi ha fatto venire i geloni: per un momento ho persino pensato che Bruce Springsteen credesse di essersi trasformato in Bryan Adams. Ho fatto incubi per due giorni. Radio Nowhere, un altro titolo del cazzo, non era per nulla buona, era una canzone che poteva scrivere qualunque imitatore di Springsteen dei tardi ’80. Il primo incontro con l’album era stato annichilente. Sembrava, in più di un brano, che il Boss volesse suonare come “quelli che volevano suonare come il Boss”. Così incontravo rock’n’soul alla Graham Parker, acusticismi non particolarmente riusciti, leggi Dan Bern et similia, gente valida mai uscita dalla lunga ombra del “...bel brano Springsteeniano...”, come Southside Johnny. Il problema risiedeva nel fatto che tutta questa pur ottima marmaglia di rockettari NON ERANO LUI. Perché a lui gli anni ’50 mancavano sul serio, non come a Bryan Adams; perchè lui la bandana se l’era messa perché suda come un suino, non per tenere i capelli come Bon Jovi; perché il soul, la Stax, la Motown per Bruce Springsteen sono cose sacre da prima che scoprisse Dio e la famiglia; perché SENZA ESSERE DYLAN ha saputo fornire una versione plausibile del folk bianco classico di matrice sindacale, rurale e, udite udite, socialistoide - alla fine sarà pure macho ma avete fatto caso che il pubblico del Boss è prevalentemente di sinistra? (Bertinotti dovrebbe ringraziarlo visto che simpatizzo stalinismo perché ascolto Atlantic City...). E comunque Pete Seeger é stato iscritto al partito comunista americano fino alla prima metà degli anni ’50.

Insomma avevo il cuore spezzato. Il mio eroe si era rincoglionito, aveva fatto un disco piacevole e pensava di cavarsela così, solo perché quel disco sarebbe comunque piaciuto ad un sacco di gente.
E a noi? A noi poveri stronzi che l’avevamo difeso dai sinistroidi rompicazzo che gli davano addosso per Born in the U.S.A. perché non ne avevano letto il testo? A noi che prestavamo Wild, innocent e compagnia bella per far capire al critico superficiale che il Boss era uno serio e intelligente, non un rockettaro tutto muscoli, palle e niente cervello? Bruce Springsteen mica era i Kiss, non si truccava, non sparava laser sulle folle oceaniche accorse a vederlo con la E street band come facevano i Pink Floyd, dal vivo non faceva lo stronzo come Bob Dylan, e non frequentava i soliti giri di sessodrogaerockenrolle dei vecchi dinosauri del rock. Non faceva yoga come Sting o come Peter Gabriel, non si chiamava Claudio Baglioni. Noi lo sapevamo questo, e lo difendevamo.
Adesso non dobbiamo più difenderlo, dobbiamo capirlo, e in questo caso specifico, criticarlo.
Dobbiamo capirlo, perché non possiamo più sentirci eterni ragazzetti, se lui si sente più vecchio.
Dobbiamo capirlo perché il suo più grade pregio è l’umanità e, come ogni uomo, oggi sta facendo i conti con se stesso. Per questo fa i dischi a-là Springteen ma non fa i dischi DI Springsteen.
Per questo il suo senso critico verso se stesso vacilla e non vede con chiarezza quello che sta scrivendo. In lui alberga una pace, un appagamento, una soddisfazione negata a molti, anzi, ai più.
Non possiamo e forse neanche dobbiamo aspettarci quell’urgenza, quel desiderio di stare bene, di stare bene insieme che in qualche modo è riuscito a creare nella sua carriera. Non possiamo chiedergli di darci speranza anche dentro MAGIC. Ci serve speranza? Di corsa ad ascoltare Born to run, marsch!!!!
Bruce Springsteen sta diventando vecchio ma deve ancora diventare saggio. È con un braccio nel vestito da guitto sensuale ed inarrestabile del rock’n’roll e con un braccio nella spartana blusa di tranquillo lavoratore-cantastorie che torna alle sue radici.
Sarà con la chitarra acustica, registrato dentro la cucina di casa sua che sferrerà ancora i fendenti indimenticabili che sa sferrare, non alla corte di Brendan O’Brien dove riesce solo a riprodurre se stesso, a dissimulare la nostalgia con il manierismo, a far sentire la mancanza dei suoni e dei colori di Born to run o di Born in the U.S.A..
Sarà con un combo di chitarre elettriche vecchie come lui, registrato nel soggiorno della casa di campagna (che possiede...), che riuscirà ancora a fare rock’n’roll. Perché, signore e signori, Bruce Springsteen non vuole più suonare per gli stadi ma ancora non l’ha capito e dunque non ha capito che non ha più bisogno di scrivere canzoni per gli stadi ma, al massimo, per un club.
Riuscirà il nostro eroe ad aggirare la demenza senile con la saggezza? O verrà forse trascinato come un’immensa, solidissima quercia dal fiume del business, delle superproduzioni e dei ritorni dal passato (leggi reunion)?
Da Springsteeniano quale sono e fui, non posso, non voglio, rinunciare a fidarmi anche stavolta, nonostante MAGIC, di lui e del suo cuore ma oggi, mio caro Boss, come amano chiamarti più di quanto tu ami farti chiamare, ti becchi una BOCCIATURA.
Perché, sinceramente, le cover di Bruce Springsteen, piuttosto, le suono io, non te.
Cordialmente vostro devoto
il cuoco

prevenire è meglio che curare

Vedi, Valerio, perché è giusto che tu inizi le interviste, perché è giusto che Lamette continui a fare il suo lavoro per sempre, perché è giusto che eventualmente io ti proponga una trasmissione in radio? Perché bisogna informare.
Noi, che siamo gente per bene, sappiamo che l'informazione è utile quando è condivisa. E questo non soltanto per una questione politica, non solo per onorare una visione à la The more the merrier. È una questione di opportunità. Mo' ti spiego cosa intendo.
Il vantaggio che noi abbiamo, è avere una visione dall'interno di un determinato avvenimento, contesto, scenario: quello che noi possiamo e dobbiamo fare (il secondo verbo è un mio imperativo morale, come sai) è condividere questo tipo di visione in maniera orizzontale.
La stampa musicale italiana non ha la minima idea di come si faccia la musica. In Italia, in Europa, al mondo. I giornalisti sono nella migliore delle ipotesi musicisti falliti, nella non-tanto-migliore fan fedeli che vengono ammessi nei sancta sanctorum della produzione, nella peggiore dei semplici passacarte di elezione lottizzata che vengono messi (e mettono radici) dietro una scrivania da un faccendiere di turno. È inutile che facciamo finta di niente: li leggiamo tutti gli articoli sui giornali e sulle riviste. Non abbiamo una tradizione, di questo ne abbiamo già parlato e (te) ne ho già scritto. Noi uno come Bill Flanagan in Italia non ce l'abbiamo. Noi abbiamo altra gente che intervista i cantautori superficiali per fare domande superficiali (Nasce prima la musica o nascono prima le parole?). Niente sappiamo sulla storia, sulla genealogia estetica, sulle motivazioni musicali, storiche o (ci risiamo) politiche che stanno dietro alla scelta di uno stile, di una composizione, di uno strumento - perfino.
Ecco perché noi, che sappiamo parlare bene la lingua delle persone che suonano, e sappiamo in che ambiente vivono e non mitizziamo e non prendiamo distanza: non ci comportiamo, insomma, né come i "giornalisti" di Sonic che è l'equivalente dei giorni nostri della fanzine dei Duran Duran 20 anni fa; né come i "critici" di Blow Up che fanno del loro accredito stampa una torre d'avorio dalla quale gettare di sotto gente a piacimento - salvo poi riabilitarla in vecchiaia.
Noi che possiamo, dobbiamo informare la gente di un tipo di situazione genuina (svincolata dalle logiche del mercato global-e/-izzato a cui ormai anche molte "indie labels" si sono piegate), autopropellente (perché la grinta giustifica tutto) e formare una coscienza critica, seppur minima, seppur leggera. L'informazione, noi lo sappiamo perché abbiamo dei LIBRI in casa, è il primo strumento per saper riconoscere il bene dal male, il vero dal falso, la merda dalla cioccolata, e magari chissà: smontare un po' dei falsi idoli che buona parte della gente con cui abbiamo normalmente a che fare venera in mancanza di punti di riferimento migliori.
D'altronde, qual è il motivo autentico per questa proliferazione di estimatori dello zozzo musicale? Da dove sono spuntati (in altre parole) fuori tutti questi -coreheads che girano per Roma, per l'Italia, sulla rete? C'è DAVVERO una coscienza nei confronti delle tematiche, degli stili di vita? Non credo. E allora da dove? Dal fatto che l'hardcore è il nuovo metallo e raggiunge fasce di pubblico non normalmente sensibilizzate che cercano solo una musica aggressiva? Ci sono arrivati dalla porta di servizio, cioè attraverso la moda e gli splendidi accessori abbinati? È semplicemente una cooptazione per carisma, gente che frequenta e imita altra gente e di conseguenza adotta il loro genere musicale? È semplicemente la "moda del momento"?
Ci arrivano da tutte queste cose insieme, ci arrivano da una travisazione, ecco da dove.
Come sempre accade - del resto - quando uno stile, un'impostazione musicale, raggiunge le masse il suo valore aggiunto si abbassa al minimo comune denominatore. Le scelte (a livello stilistico) diventano maniera, e tutto va a fare in culo. Non so se ha mai funzionato, ma non credo. Altrimenti non ha un granché senso continuare a celebrare i Bei vecchi tempi, quando il pane sapeva di pane e il panc sapeva di panc. Non ha senso tenere in considerazione i maestri quando oggi abbiamo un'offerta discografica che tra semi-indipendenti e etichette underground sfornerà decine di migliaia di titoli all'anno. Quello che bisogna fare (dio mio se sembro Veltroni) è tornare a parlare di contenuti.
Vedi, Valerio, il fatto che Robertò stia organizzando una mostra sull'HC originario in concomitanza con il benefit di sabato è veramente cosa buona & giusta. Certo, il suo difetto si potrebbe individuare facilmente il suo scarso appeal nei confronti dei famosi neofiti casaccius di cui parliamo da un po', se vogliamo: il fatto che è un evento poco glamour, ci sono poche stelline (sto parlando ovviamente delle stelline del quartiere, ovvio) E QUINDI poche pischelle E QUINDI poca gente; in altre parole: si rivolge a un pubblico che sa già in partenza chi è questo povero cristo, che cosa gli hanno fatto e perché BISOGNA accorrere a dargli una mano (divertendosi anche un botto, tra l'altro). Ma è un difetto che fa parte di una logica che già fa a cazzotti in principio col perché si organizza un concerto benefit per John Stabb e perché - visto che ci siamo - si fa un ripasso generale di storia. Quello che manca è una diretta associazione di proposta musicale (una recensione, un passaggio radio) e un'inquadratura del contesto storico. Tu ce l'hai, ed anche molto più chiara della mia perché hai un occhio aperto su tutto un panorama italiano che non ho perfettamente chiaro. E allora ti dico io: che ci vogliamo fare, Valerio? Ce lo vogliamo tenere per noi? O vogliamo iniziare a spargere così un po' di gente si sente fuori posto e inizia a lasciarci in pace mentre facciamo le nostre cose?
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vociare, perché sono al lavoro.