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30 gennaio 2012

Cosa volete sentire: Compilation di racconti di cantautori italiani [Minimum fax - 2011]

In un esilarante standup che si chiama Hilarious (appunto), Louis C.K. parla del fatto che non si può incazzare o mettersi a discutere con la sua bimba di tre anni perché, beh, è una bimba di tre anni.
Ora ok: QUALSIASI cosa dica secondo me è vera e lo vorrei Segretario Generale dell'ONU, ma gli voglio bene perché stavo pensando da due ore all'angolazione migliore anche solo per iniziare a parlare di questo libro, e solo quando mi è venuto in mente lui ho capito una cosa importante e infatti voilà, 300 battute. Grazie Louis.

Intanto: la cosa che mi brucia davvero, è che questo libro l'abbia fatto uscire minimum fax: Einaudi o vabbé, Mondadori, pure pure; ma loro, ai miei occhi uno degli ultimi baluardi di dignità nel bunga bunga dell'editoria italiana, francamente mi hanno fatto rosicare. Perché? Ecco perché:

Chiunque sappia cosa penso della musica italiana sa che la ritengo provinciale, pedante, masturbatoria e accessoria, e ho sempre avuto il sospetto che in realtà non piaccia a nessuno, se non come può piacere una mascotte: qualcosa che partecipa al grande match del mondo ma da bordo campo, senza mai entrare in gioco: lo guardi e pensi Oh che carino esattamente come pensi Sticazzi lèvati che non vedo niente.
(E non mi venite a dire che non è così: vi ho sentito dire troppe volte "non sono male, per essere italiani" per potervi credere ancora.)
Dunque COSA ha spinto minimum fax a mettere in piedi un libro del genere? Non un ebook, insomma: un VOLUME FISICO, fatto di CARTA, realizzata da ALBERI, trattata con solventi e stampata in inchiostro, impaginato con costosi computer che richiedono energia e attenzione e ore lavoro, libri trasportati da VEICOLI che consumano CARBURANTE, e in un periodo di crisi come questo?
Quando Stile Libero pubblicò il libro di Albertino costringendomi a vestirmi a lutto, o Feltrinelli fece uscire Jovanotti pensai a una cosa sola: i SOLDI.
Che c'è? Sono uno stronzo e ve lo dico: ho pensato che questo libro va a coprire in maniera ergonomica un segmento di mercato principalmente composto da donne che ascoltano questa musica (e da uomini che la ascoltano solo per fare colpo su di loro).

Nella sua prefazione, Chiara Baffa, curatrice della raccolta, accenna alla tradizione di libri firmati da musicisti che sono spuntati come funghi negli ultimi anni (metafora azzeccata). Nelle sue intenzioni, questo libro vuole chiudere il cerchio tra parole e musica, rimettere implicitamente la penna nelle mani di persone che sono scrittori o poeti anche se fanno i musicisti, capire cosa hanno da dire sul mondo, sui rapporti, sulle cose.
Peccato non rammentare il fatto che la musica italiana, per quanto possa dichiararsi "alternativa" rimane il tempio di una tradizione e di una conservazione ai limiti del reazionario, non avendo mai nemmeno provato a scrollarsi di dosso la struttura strofa-ritornello o il verbocentrismo da melodramma, in cui la voce sta DAVANTI e il resto SEMMAI. Certo, in una nazione musicalmente avanzata dotata di una critica musica competente, saremmo abbastanza istruiti da sentire immediatamente la puzza di bruciato, e un libro del genere non avrebbe senso, ma così è anche se non ci pare: occorre che sia la gente che fa i libri a parlarci di musica, o dei musicisti. O peggio ancora, i musicisti stessi. Già perché mo' arriva la pioggia.
Cosa volete sentire non parla di musica. Parla di musicisti.
Peggio: parla di gente che parla di se stessa e ci tiene particolarmente a riportarci le proprie idiosincrasie, i propri disagi, o a farci accomodare ai suoi piedi e narrarci di quando l'Italia era piccola e provinciale (non come adesso, vero?) e loro erano persone con un sogno, diverse dalla massa. Quando non variazioni sul tema del mal di vivere, i tredici pezzi che compongono il libro sono una risacca di revival intenerito, nostalgico (e autocelebrativo) degno di Stracult o di un pezzo X degli 883: i baretti, gli anni 80, gli strumenti da quattro soldi, gli autogrill, gli impresari arronzoni e arraffoni, stessa storia stesso posto stesso bar, uno scenario ormai anche troppo consueto in cui l'eroe (riconoscibile anche negli affettati panni dell'antieroe) prevale grazie alla sua sensibilità di poeta NONOSTANTE l'Italia che ha intorno - e a quanto pare, NONOSTANTE il rock and roll di cui in quest'Italia e in queste pagine non c'è la minima traccia, così come non c'è traccia del minimo divertimento nel fare la musica, o nell'ascoltarla.

Ma poi, onestamente, tra me e voi: ma chi diavolo ha bisogno di un libro con dentro un racconto di Dario Brunori o di Maria Antonietta? E nemmeno un racconto nel senso stretto del termine, un pezzo di prosa in cui qualcosa viene narrato. Nah, qui al massimo rimediamo scene di vita vissuta tratteggiate impressionisticamente, poesia beat, enciclopedie del picaresco, souvenir d'Italie e un milione e mezzo di sfaccettature del saperla lunga: una lunga, inesorabile celebrazione del nulla più scamosciato, con solo lo 0.4% di divertimento.
Insomma: Cosa volete sentire poteva essere finalmente una buona occasione per liberarsi dalla nomea di tromboni che questi poeti-maledetti-casualmente-musicisti si sono conquistati con tanta ostinazione, e invece non fa che metterci il carico da 90 sopra; Cosa volete sentire poteva essere un VH1 storytellers in bianco e nero, e invece è una specie di Isola dei semi-famosi di cui non ha bisogno né chi vuole leggere poesia o narrativa, né chi vuole saperne di più sulla musica (perfino sulla loro). Cosa volete sentire poteva essere un libro utile, interessante, e invece è una sfilata di ego tipo Carnevale di Viareggio.


Ma è QUI che Louis mi ha dato forza: non posso arrabbiarmi con questa gente. Loro sono cantautori italiani, sono ciò che sono: troppo artisti e troppo profondi e tormentati e intellettualmente imbarzottiti per porsi il problema alla mia noia; troppo se stessi, malaticci di default e ansiosi di parlarmi in maniera diffusa e particolareggiata del loro ombelico, che poverini mi sa che è tutto ciò che conoscono.

E allora come faccio a prendermela con loro, Louis? Sarebbe come litigare con una bambina di tre anni e non si litiga con una bambina di tre anni. Semplicemente non si fa.
Una bambina di tre anni la si lascia in pace e la si fa parlare finché non si sfinisce e si addormenta e sì può andare di là ad ascoltare finalmente un bel disco.

14 settembre 2009

e noi je dimo e noi je famo C'hai messo l'acqua e nun te pagamo.

Vedi cuoco, tu c’hai ragione a lanciare madonne contro gli Afterhours e la malafede e tutto il parlare di emergenti e ‘ste stronzate qua, c’hai ragione pure a pretendere in qualche modo (e facci pace, la pretesa è proprio incorporata nella tua protesta) che in Italia si faccia musica migliore.
Già per esempio tocca fare la superflua (ma manco tanto) distinzione tra la musica che in un posto si fa e la musica che in posto viene fatta circolare: in mezzo ci stanno i SOLDI e quindi ogni saggezza va a fare in culo, no? In TV te e io non ci andremo mai, perché non siamo belli, e alla radio nemmeno, perché non siamo accessibili. La nostra musica - o buona parte della musica che ci piace - ha bisogno di troppa attenzione e di un minimo di predisposizione culturale perché possa essere veicolata dai media generalisti moderni che di fatto sono mezzi di DISTRAZIONE. Le masse non c’hanno voglia di pensare, caro cuoco, e di noi – o della nostra collezione di 5000 dischi – non sanno che minchia farsene. Anzi, siamo noi quelli fuori posto quando non abbiamo voglia di suonare Falco a metà al falò o quando ci teniamo a precisare che Zucchero NON è un bluesman, Bo Diddley sì.
Io allora – anzi no: io e la mia spocchia, sono mesi che ci pensiamo. Da quando hai scritto questo pezzo e da quando m’è capitato di mettere le mani su dei pezzi di questi gruppetti rock italiani propostimi da gente. Io ho voluto SAPERE e CAPIRE a che punto stiamo, soprattutto perché ho una tesi, ma mo’ non facciamo casino come al solito.

L’altro pomeriggio mi sono messo di buzzo buono su Youtube e inghiottendo amaro mi sono fatto un po’ di giri per capire chi siano in realtà questi personaggi che popolano il sottobosco italiano, che spopolano al primo maggio, che riempiono i palinsesti di radio di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza e che vanno su MTV di sera tardi quando la pubblicità costa meno.
Onestamente, non mi sono accollato di andare a scavare nelle zone punk o metal o elettronica, sia perché son discorsi a parte, sia perché il panorama è troppo vasto e onestamente non mi regge, sia – infine – perché il pop, proprio perché essendo tutto e niente può essere che cavolo je pare, è uno degli indici più evidenti dello stato di salute culturale di una nazione.
Mo’, non è solo per pregiudizio che se parliamo di pop italiano ci vengono in mente Michele Zarrillo e Gianna Nannini, e se parliamo di rock i Negrita: in effetti il pop italiano è sempre stato in mano a dei faciloni e il rock in mano a scimmiette - o nella peggiore delle ipotesi: a INTELLETTUALI. E qua ti volevo.
Se ci fai caso, praticamente tutto il pop e il rock italiano sfuggiti alle scimmiette o affrancatisi dal mos maiorum è stato fatto preda di rompicoglioni tronfi e tromboni (bella la rima e bella la metrica, dai) che li hanno accoppiati ai canti di lotta o al cantautorato poetico del peggior Dylan sfasciacazzi (quello che non rideva, mai) oppure che si sono buttati sull’ermetismo o sull’ermeneutica tout court (sì, mi sto riferendo a Franco “Trombone” Battiato). È stato così per i beat (il che fa ridere, visto che i Beatles erano VISIBILMENTE un gruppo che se la faceva prendere un sacco a bene), è stato così pure per i mods (nonostante le versioni originali fossero dei burloni attaccabrighe) e così è stato a maggior ragione per i fanatici del progressive rock, che almeno rimangono coerenti coi loro padrini che madonnasanta una cazzo di risata aoh: mai.
Un esempio? Ti ricordi uno di quei pallosi che leggevo qualche estate fa? Lui parlava di Springsteen e diceva che sfronda sfronda le tematiche di Springsteen (almeno del primo e del secondo) erano tre: la notte, la donna e la MACCHINA. E siamo d’accordo che in Italia non abbiamo mai avuto il retroterra culturale: ben difficilmente il New Jersey Turnpike è assimilabile alla Tangenziale Est; ben difficilmente le Harley Davidson alle Moto Guzzi e le giunoniche Buick alle Lancia Fulvia, caste e spigolose come vedove dell’Aspromonte.
Ciononostante manca ed è sempre mancata la STRADA, nel rock italiano, che invece è nato e cresciuto nei salotti di pischelli borghesi (gli stessi con cui si incazzò Pasolini, cuoco; gli stessi che fecero BUUH a Lama, cuoco: sempre loro), e solo ultimamente è stata elegizzata (si dice così) sotto forma di bretella autostradale da boh, Ligabue, che però non prendo in considerazione perché tutto sommato lui ha sempre voluto essere popolare, cuoco: su questo concorderai anche tu.
In Italia, al contrario, laddove non sono state politiche (e lo sono state in una lauta minoranza dei casi) le tematiche sono sempre state poetiche. La Canzone Italia o la Rock Song Italiana hanno sempre parlato o di stati d’animo ermetici, indiscutibili e dunque assiomatici (io sento la notte come palmi d’acciaio nel mio cuore di velluto con doppia sottiletta, e se non mi capisci t’attacchi al cazzo) oppure le care e vecchie CANZONI D’AMORE, gli spasimi adolescenziali gettati in pasto al grande pubblico, un enorme vocabolario di disagi di coppia, cotte improvvise, passioni travolgenti, quello che è. Insomma, Baglionismi colle chitarre elettriche, poca roba, poca roba.
Ma qual è la cosa che più ci fa cacare dei poeti, esimio dott. Zibibbo? La SPOCCHIA.
Figlia naturale dei percorsi di studio fatti, dell’aver capito Baudelaire (o Joyce o Sartre negli ultimi 20 anni) e dell’avere comunque un seguito seppure limitato al cortile di casa, il Rocker italiano se la sente calda da morire, e versa tutta la sua trance creativa (quasi sempre serissima, piena di afflato, contenuti e ipertesti letterati – o cinematografici, ma solo ultimamente) in qualcosa che boh: sarà magari proprio l’assenza dell’elemento stradale, sarà la giustificazione letteraria, o politica, ma finisce sempre con un risultato che come costante, preciso, agghiacciante: NO FUN. Dài, cuoco, fai mente locale. Quand’è l’ultima volta che hai sentito una canzone italiana DIVERTENTE? Divertente come Rosalita, divertente come This old heart of mine, divertente come Whole lotta Rosie? Che ne dici di “MAI”? Ci si avvicina?
Questi dinosauri hanno celebrato una liturgia, hanno contemplato degli idoli con la completa a-dialetticità del cattolicesimo (se sento un’altra volta parlare Red Ronnie di Hendrix mi do fuoco. Anzi no: do fuoco a lui), questi burocrati hanno scelto il rock come affrancamento dalle masse e ELEVAZIONE.
In più, noi niente blues. Noi, Giuseppe Verdi. Capirai…

’Sta marmaglia italiota che ho voluto ascoltare (in ordine sparso, Baustelle, Bugo, Moltheni, Amari, Ministri, Marta sui tubi, Le luci della centrale elettrica – non ti scatta il Mecojoni Automatico™ al solo leggere questi nomi?) ha restituito un quadro che persiste negli stessi schemi: la musica italiana è densa, è scritta più o meno bene come mille altre musiche, è profonda, è dotta, è un sacco di cose, ma oltre e prima di questo insieme, è una ROTTURA DI COGLIONI da primato.
Anzi, una bis-rottura, poiché chi apparentemente non vuole prendersi sul serio lo fa introducendo un’arguzia che rientra invece nell’aura di sintomatico mistero un po’ fumoso un po’ fragile un po’ maladive che l’Artista italiano desidera pazzamente come accessorio del proprio linguaggio: l’Artista italiano è un sofisticatissimo dandy che si vede da lontano che boh, c’avrà i cazzi sua perché è l’unica alternativa allo scorbuto che mi viene in mente come soluzione al fatto che non sorride, aoh, non sorride. Te lo giuro, cuoco, i video italiani sono pieni di gente con l’espressione intensa o sognante ma di quella sognantezza (se non si dice così sticazzi) che nemmeno possiamo perdonare perché si capisce che non stiamo pensando alla SORCA come – che ne so – chiunque si stia divertendo con una chitarra in mano.
E qui ci siamo nuovamente, perché il rock italiano (anzi il Rock Italiano) appare assolutamente asessuato, ha dei pruriti come quelli di un’educanda o di uno studente brufoloso che si caga sotto e preferisce di fatto Rimbaud alla birra. L’Artista Italiano sogna ma soffre perché pensa alla Tua Pelle, alle Tue Mani e ai Tuoi Occhi ma mai al Tuo Culo o (altro) e questo perché l’Artista Italiano vuole essere ACCESSIBILE.
Che voglio dire: in un posto dove esiste il concetto di “emergente” – e dove devi letteralmente SPIEGARE a gente esterrefatta che ESISTE un panorama musicale fatto di concerti e non di videoclip – è plausibile l’ambizione di arrivare al maggior pubblico possibile, e se parli di scopare (anche se lo faceva Big Mama 50 anni fa, ma dubito che questi innocenti efebi sappiano chi sia) non ti passano per radio o tantomeno in TV. Ma non è un problema, per l’Artista Italiano: lui vuole piacere anche a tua madre, cuoco (e anche alla mia), lui non vuole essere controverso, e dunque gli sta bene parlare di cose sane che non portano i giovani sulla cattiva strada come quei capelloni con i jeans tutti strappati.
O peggio: forse la fisicità e l’animalità del rock’n’roll sono uno dei cliché che l’Artista Italiano vuole rompere, anche se a quanto pare non se l’è mai filato, sto cliché: non negli anni 50 dei mutandoni, non nei 60 delle canzoni dell’estate, non negli anni 70 dei canti di lotta, non negli anni 80 in fissa con i robot, e così via.
Insomma: se rock era quello che parlava delle scarpe scamosciate blu e della cadillac nuova di zecca e rock è Stringimi senza farmi male mi sa che non stiamo parlando della stessa cosa. C’è una componente di esibizionismo e di spavalderia che nel rock’n’roll italiano è sempre mancato, forse proprio a causa della FOGA dei rocker italiani ad essere considerati tali. Qui la gente che prende una chitarra in mano vuole essere guardata con RISPETTO, altro che il DISPETTO che accompagnava i reietti e sciamannati con le mutande in fiamme oltreoceano.
E quindi grazie al cazzo che il Rock Italiano oltre ad essere sciapo e pseudo-adolescenziale (Morgan è in età da pensione) SUONA, anche, male, con la batteria compita e la voce avantissimo e la chitarra indietrissimo che non si capisce che dischi abbia preso questa gente a parametro di riferimento e niente fragore e niente casino e niente mortacci e (aridaje) ’ste cazzo di chitarre acustiche ovunque ma accolte come aureole dai giornalisti (altra bella gente) che parlano di maturazione artistica ogni qualvolta qualcuno abbassa il volume e si proietta in una dimensione intimista, come se abbandonare il rock’n’roll fosse una cosa da adulti (chiedete a Bob Dylan cosa ne pensa) benché repressi e sfigati – in senso STRETTO.

Allora la domanda delle domande, mio compagno di lotte e di viaggi, è: ma noi ne abbiamo BISOGNO? Noi abbiamo necessità che il rock italiano video/radiofonico, il rock che occupa le copertine di XL o che mandano di sera tardi su MTV o su Radio Rock Italia, recuperi la sua dimensione compagnona, festaiola, scopereccia, belushiana? Non sarebbe al contrario uno snaturamento della sua indole, tenuto conto del suo percorso e della sua storia?
Ma ancora, noi che abbiamo l’underground (quello che emergere non può ma dopotutto manco VUOLE), noi che siamo liberi dai vincoli del mercato, dai discografici pallemosce che puntano sulle casalinghe presenti o future, noi che il volume lo consideriamo a intere decine e sappiamo che Miserlou non è solo “la colonna sonora di palpficscion”, perché dobbiamo andare a rompere il cazzo ai Baustelle? Non ha forse ancora una volta ragione Robertò? Non possiamo semplicemente spegnere la radio o la TV e ascoltare uno dei nostri 5000 dischi e rispondere No quando ti chiedono Sai suonare la chitarra a un falò?
L’Italia che si legge sui giornali, quella che si ascolta per radio o legge in televisione, l’Italia lontana dai locali affumicati o di chi la musica la VIVE (e non la FA e basta come un mestiere), non è mai stata un paese rock’n’roll, mi hanno fatto notare con candore: nemmeno all’inizio, quando sui 45 giri c’era scritto che Pregherò era di Celentano-Gianco. Ma del resto, non è affatto l’unica occasione in cui l’Italia ufficiale e rassicurante non assomiglia per niente a quella che poi ti ritrovi in giro per strada.
Quindi sticazzi, cuo’, lasciamoli fare i rocker ma non troppo, a ’sti chiacchieroni, con le loro chitarre distorte ma non troppo, i loro capelli lunghi ma non troppo, con i loro testi impegnati o ribelli o bohemien ma non troppo, e con il loro pubblico fedele ma non troppo.
Noi abbiamo altro e questo altro è meglio e lo sappiamo: e allora, come facciamo con 5000 dischi dentro casa a prendercela ancora con la TV?

7 giugno 2009

non bisogna saper fare NULLA

Sì, ho iniziato a mettere i voti agli ultimi ascolti che ho fatto. Che – intendiamoci – non sono solo quei 10 che vedete nella lista qui accanto. Per rendervi un’idea direi che le mie mensole iniziano a scricchiolare, e che devo seriamente trovare il modo per rendere commestibili i polimeri con cui sono fabbricati i cd, dato che so’ tempi cupi.Ho iniziato a mettere i voti agli ultimi ascolti che ho fatto perché, e di questo penso che ce ne siamo accorti più o meno tutti, sta diventando un po’ complicato parlare di musica. Vuoi perché onestamente tranne pochissime cose (i Fleet Foxes, non mi viene in mente praticamente nessun altro), gli ultimi mesi sono stati un po’ avari di soddisfazioni a livello musicale, e abbiamo dovuto aspettare che Neil Young e Bob Dylan tirassero qualche coniglio dal cappello (e scoprire che erano pure conigli parlanti) perché si potesse parlare di qualcosa.Beninteso: non ho la MINIMA voglia di mettermi a parlare degli ultimi dischi di Dylan o di Nello Giovane. Sarebbe come se mi mettessi a commentare Platone: non ne ho gli strumenti, non ne ho le palle, non ne ho la voglia. CHIUNQUE ha scritto su Platone (e su Dylan e su blah), quindi leggete i loro giudizi più autorevoli e ponderati.Va detto pure che ho smesso di leggere di musica, e per il momento, dopo il tempo speso (mi verrebbe da dire Sprecato, ma non lo farò) a leggere libri di cui francamente mi fregava poco (nell’ordine: mi frega poco di sapere qual è stato l’impatto del concerto dei Clash a Bologna sulla vita di tale Luca Frazzi che poi manco un gruppo decente è riuscito a mettere in piedi; mi frega poco di leggere 360 pagine di semiotica della popular music in cui si dimostra da OGNI ANGOLAZIONE che è impossibile fare una semiotica della popular music; mi frega ancora meno di tirare in ballo Aristotele per giustificare il fatto che la gente sta in fissa coi dischi) penso che passerà del tempo prima che riprenda in mano un libro di critica musicale: non mi servirà – se le cose staranno così – a godermi meglio un disco dei Ramones o di Tom Waits o di Zappa, non mi servirà a scrivere musica migliore, non mi servirà nemmeno a inquadrare in un contesto più ricco e più chiaro la musica che ascolto. Questo, soprattutto, a causa del fatto che trattandosi di musica popular, distaccata dalla tradizione colta e dai suoi torrenti sotterranei di autoconsapevolezza e autogiustificazione, non è – se non a posteriori – alimentata da intenzioni estetiche necessariamente consacrate dal raffronto con il passato.Che cazzo sto dicendo? Sto dicendo che probabilmente il modo migliore per capire John Lee Hooker o Elvis o Thom Yorke non è confrontando gli elementi tematici, retorici o metrici della loro musica con Shakespeare o le ballate finniche del 700, ma avviando semmai un’analisi storica e sociale. La musica di questa gente rispecchia direttamente i tempi in cui sono vissuti, ciccia fuori come un brufolo dall’abbuffata di informazioni, musica e cultura – superficiale o non – dei loro giorni. In altre parole: per capire la Motown è molto più utile capire in che modo vivevano i neri nella Detroit degli anni ‘60 piuttosto che decostruire le strutture dei loro brani. Sempre se è CAPIRE, quello che noi vogliamo, che dopotutto fa caldo e io voglio sentire gli SLAYER. O boh, Booker T.
Alla fine quando il discorso musicale si fa specialistico, sfugge alla diffusione, come tutti. Ieri chiacchieravo con (persona X) di questa cosa – sempre perpetuando la mia tradizione di essere una persona intimamente PALLOSA o forse punendola per non voler diventare mia moglie – e cioè del fatto che ogni approfondimento sfoltisce interlocutori come una cesoiata. Cioè, io posso sempre perdere tempo a spiegarvi il perché il raccordo tra le due strofe di I’ll be back dei Beatles è una delle cose più geniali di sempre, ma il mettermi a fare un paradigma strofico mi sembra eccessivo, anche perché io sono sempre convinto che, come una gigantesca spada di Damocle, un improvviso E STICAZZI? possa ragionevolmente delegittimare qualsiasi tentativo di mettersi a fare i tromboni.E quindi? E quindi voti. Anzi, stellette; da una a cinque, come i peggio stronzi. E quindi: cinque stellette a Everybody knows this is nowhere perché sì, perché è come dare cinque stelle a una cacio e pepe fatta come cristo comanda, quattro ai Fleet Foxes perché si capisce che sono pallosi come una partita di fine campionato ma non sentivo un disco di Americana così pieno di tessiture probabilmente da quando Stephen Stills sapeva ancora fare il suo mestiere. Quattro stelle pure all’ultimo Napalm Death non foss’altro perché dopo venticinque anni già scrivere 15 pezzi nuovi che non siano IDENTICI a nient’altro nella loro discografia è un miracolo, e una stelletta (equivalente a DISCO DI MERDA) a Patrick Watson perché Jeff Buckley è morto da 12 anni 12, siori, e ogni tentativo di vestire i suoi panni è macabro e inutile e insomma fatevi una vita vostra e questo è TUTTO ciò che ho da dire per il momento.



PLAYLIST>
The Complete Stax-Volt Singles 1959-1968 vol. 1

16 dicembre 2008

sempre a proposito di

chitarre e di graduatorie - che a fine anno fanno parte dello stesso rituale della lessatura delle lenticchie o della fila al bagno -, il fatto che secondo un sondaggio di guitarworld l'assolo di Greg Ginn su Thirsty and Miserable, quello di Bryan Gregory (dei Cramps) su Garbage man, quello di Cheetah Chrome su Sonic reduced e quello di Johnny Ramone su This ain't Havana figurino tra i 100 peggiori di tutti i tempi significa una cosa sola. Che stiamo lavorando benissimo.