24 febbraio 2011

M'hanno rimasto solo, 'sti cinque c-c-c-cornuti !

Devo essere onesto: non sono stato a contare i giorni che mi separavano dall'uscita del nuovo disco dei Radiohead come era capitato per In rainbows. Sarà che prima ero più attento e meno sommerso dai sensi di colpa per aver trascurato gente come Neil Young o Mississippi Fred McDowell o i New Bomb Turks. Sarà che effettivamente anche sulla stampa non particolarmente specializzata se n'era parlato molto di più, magari in virtù del fatto che stavano per dare un bel calcione nel culo dell'industria discografica, cosa di cui sono sempre stato e sempre sarò fan (del calcione nel culo, ovviamente). Anzi, se devo essere del tutto onesto, che stesse per uscire un disco nuovo dei Radiohead non ne sapevo direttamente un cazzo. Questo insomma era il clima.
Tuttavia a un certo punto quando ho letto che The king of limbs era fuori da un momento all'altro ero contento. Noi trentenni del 2010 non possiamo contare su chissà quanta gente per regalarci un sogno, e pure quelli che sono sopravvissuti dall'epoca d'oro iniziano a scricchiolare: Bruce Springsteen sta rimediando una toppa dopo l'altra e forse c'è bisogno di mettersi a fare i sit-in davanti a casa sua per fargli capire che è arrivato il momento di dedicarsi all'intimismo e soprattutto (perdio) LASCIAR PERDERE le canzoni basate sugli obbligati, che c'hanno rotto il cazzo. Del resto forse l'ha pure capito, dato che la cosa migliore che ha messo fuori negli ultimi due o tre anni è stato un cofanetto di outtakes che non fa altro che dimostrare che 1. il boss aveva buon gusto e capacità di selezione, almeno nel 1975, 2. deve smetterla di scrivere canzoni basate sugli obbligati. L'avevo già detto. Lo ridico; Dylan ormai s'è rintanato nella sua Nashville celeste come una specie di Sant'Agostino cauntri e tutto sommato sta facendo dischi gradevoli ma gradevole non basta; Neil Young ha fatto un disco sicuramente interessante sicuramente pieno di spunti di riflessione e sicuramente sorprendente data la veneranda età che non farebbe presupporre ancora questa voglia di sperimentare; Tom Waits non ne parliamo, Glitter and doom è stata una pugnalata al cuore, pare un bootleg ripreso con un iphone cinese. Su chi ci si butta? Su Costello? Su Joe Jackson (che quasi quasi pure pure)? Mark Hollis era il 1998 quando ha detto Contenti ora beh adesso andate a cagare. Non ci rimane molto.
Ci rimangono giusto i Radiohead, ecco, che comunque finora non hanno sbagliato un colpo (tranne il primo, beh, perché adesso venitemi a dire che Pablo Honey è un bel disco e vi schiaffeggio con una trota), e oltre a fare dei dischi belli hanno anche fatto dischi interessanti e seminali. Insomma diciamocelo, a loro non gli si può dire un cazzo.
Poi un bel giorno ti ascolti questo The king of limbs e c'è qualcosa che non quadra: otto tracce, meno di quaranta minuti, protools a tutta callara fin dal primo minuto. Beh, pensi, anche In rainbows iniziava così e poi però regalava belle perle, magari si riprende subito dopo. E invece no: il disco prosegue con un miscuglio di songwriting ipnotico tipicamente loro e minimal techno o quel cazzo che è (ammetto la mia praticamente totale ignoranza in fatto di sottogeneri elettronici) che però alla lunga ecco, insomma, noi vorremo sentire i radiohead, e anche quando i radiohead appaiono lo fanno in maniera un po' stanca, ricalcando idee che sembrano aver già sfruttato nei dischi precedenti - perché diciamocelo, pezzi come codex o give up the ghost sembrano un po' reckoner o videotape alla moviola.
Il risultato complessivo è che sembra di aver ascoltato una sorta di compilation di outtakes di The eraser, il disco elettroparanoide che Thom Yorke aveva fatto uscire qualche anno fa, tinto di impressioni e nevrosi che i coraggiosi che hanno sentito le colonne sonore di Jonny Greenwood hanno percepito nettamente (e sì, sono un coraggioso ma vi giuro: mai più). Beninteso, che i radiohead ben difficilmente riuscisserò a farsi una cazzo di risata bene o male l'avevamo capito già da anni, ma non finora non li avevo mai visti come un gruppo serioso, cioè un gruppo che più che accompagnarti nella loro nazione di cervelli (per cui hanno anche scritto un inno una decina di anni fa) ha iniziato a spintonarti, chiaro e semplice.
E insomma io non lo so se ci voglio andare, con loro, portato a forza in questi territori, e non solo perché ultimamente voglio più bene a Greg Cartwright che a Brian Eno: sono piuttosto sostenitore del teorema del teorema del bastone e della carota, e nel corollario per cui meglio prima la carota.

Ora: dice che l'ultima canzone si chiami Separator perché in realtà dovrebbe essere una specie di entr'acte per un nuovo disco che sarebbe anche questo in uscita da un momento all'altro, un po' come fecero con Kid a e Amnesiac. Io spero sia vero, io spero che non ci lascino così, deludendo un'intera generazione sperduta, ecco. Cattivi.

4 febbraio 2011

non inventate nulla, non negate nulla

David Mamet:
I tre usi del coltello
Minimum fax - 2002

Sempre il mio amico che mi ha regalato il libro sul potere, ha voluto farmi dare un’occhiata a un libro che si chiama “I tre usi del coltello” di David Mamet, che è uno sceneggiatore e drammaturgo americano – che per chi non lo sapesse è il genio dietro Glengarry Glen Ross, che in Italia era uscito sotto lo sventurato e severgniniano titolo di Americani. Mah, vabé.
Stavolta però il mio amico un motivo ce l’aveva, e cioè che gli avevo chiesto delle dritte per scrivere e allora non gli è venuto in mente niente di meglio, e onestamente non verrebbe niente di meglio nemmeno a me.
“I tre usi del coltello” è in realtà una raccolta di saggi e scritti sul cinema e sulla sceneggiatura edita da Minimum Fax, che contiene la summa dell’estetica Mamet, completamente sbilanciata verso il minimalismo di Ejsenstein piuttosto che verso l’assorbimento di Stanislavskij, nei confronti del quale, e del cui metodo è un aspro critico.
La storia, dice Mamet, sta al centro di tutto: dei problemi dello scrittore e delle preoccupazioni dell’attore. Tutti gli sforzi da parte di tutti i reparti della compagnia o della produzione devono essere concentrati a raccontare la storia nella maniera più efficace e meno enfatizzata possibile, lasciando cadere qualsiasi artificio o accessorio non necessari al diretto progresso della vicenda: in quest’ottica, perfino il personaggio, perno di tanto cinema hollywoodiano, diventa uno degli ingranaggi della storia, un interruttore che poco importa quali risvolti o quali trascorsi possa avere.
Il personaggio non esiste, approfondisce Mamet a più riprese in una porzione del libro dedicata al lavoro dell’attore: non importa in che quartieri sia nato o che marca di bourbon preferisca. Il personaggio non è altro che l’insieme delle scelte compiute e delle azioni svolte per perseguire il suo scopo. Va da sé, l’attore non ha bisogno di porsi questioni che non rientrano nel campo dell’azione, o immedesimarsi completamente nella propria parte: l’attore è un grande attore, nella visione di Mamet, quando riesce a pronunciare le proprie battute in maniera chiara, diretta e non enfatizzata, lasciando semmai allo sceneggiatore la scelta se far luce o meno sui lati del suo carattere che saranno più utili alla comprensione dell’obiettivo in questione. Non inventare nulla e non negare nulla, insomma: non aggiungere niente di superfluo ma al tempo stesso non nascondere il proprio vissuto di persona, essenziale comunque nel rendere autentica la recitazione e dunque la vicenda, da servire a un pubblico che nel suo insieme è più intelligente e di conseguenza più esigente di quanto si presupponga (forse unica ingenuità di Mamet, se proprio volete sapere la mia).
Ampio – e devastante, ve l’assicuro – capitolo del libro è la trascrizione di un incontro-lezione tra Mamet e allievi di un seminario di scrittura, nel quale lo scrittore si fa largo a colpi di cesoie tra le idee lanciate, continuando a porre la domanda più difficile: “A cosa serve nella nostra storia, come quest’elemento farà progredire la vicenda?” Arrivare all’essenziale si dimostra dunque il compito più difficile da svolgere, e mille sono le insidie che si possono celare nel percorso dell’eroe, reso impervio da un linguaggio teatrale e cinematografico che spesso tralascia l’azione a scapito di elementi di corredo, o almeno giudicati tali almeno nell’estetica Mametiana. La costruzione di una semplice scena, elemento sostanziale di cui si compone ognuno dei tre atti aristotelici diventa dunque una sfida all’ovvietà e una ricerca dell’essenza stessa del concetto base della storia, che spesso – riporta e cita – è racchiuso in una sola parola fondamentale.
La lettura di “I tre usi del coltello”, titolo preso da un blues di Leadbelly in cui i versi fanno specifico riferimento al coltello visto come elemento che benché chiave di interpretazione non riesce mai a smettere di se stesso e oggetto della vicenda, è sfiancante quanto costruttiva, un incendio purificatore per chiunque – come me, ammetto – intenda addentrarsi nel linguaggio narrativo, che sia questo applicato a un’opera fruibile da un pubblico in sala o in poltrona, occhi sullo schermo o sulle pagine. Proprio come insegna Mamet in maniera implacabile ai suoi allievi, bisogna raggiungere lo zero per ricominciare a costruire.
Statene alla larga, insomma, o siate coraggiosi: vi farà a pezzi.

Dum Dum Girls: Blissed out (Art Fag, 2010)

Io lo sapevo che a fidarsi di pitchfork prima o poi la fregatura arrivava. Cogli Arcade Fire m'aveva detto bene e infatti mi sa che ne avevamo già parlato, e invece co' 'ste Dum Dum Girls no.
Intanto la cosa che mi consola è che non si siano ispirate al pezzo dei Talk Talk perché io a Mark Hollis gli voglio bene e a 'ste tizie qua no.
E non gli voglio bene, ho deciso, perché paiono appartenere a quella schiera di gruppi da puzza sotto il naso e malvestite che sono troppo più intelligenti di te e allora spostano l'asse dell'attenzione dal gusto all'apprezzamento. Snob e po-mo, sono ingabbiate in un quadrilatero tra Ian Curtis, Phil Spector, Kristin Hersh e lo shoegaze. Intendiamoci, la loro musica non è né abbastanza intensa, né abbastanza scanzonata, né se è per questo abbastanza squallida o depressiva. Pare essere al contrario semplicemente una serie di bozze affogate nel riverbero (si fa fatica a credere che siano effettivamente una band, piuttosto che un duo fatto di cantante chitarrista e batteria) e inacidite da una produzione lo-fi più realista del re che come (troppo) spesso accade, rovinano invece di aggiustare. Il che tra l'altro dimostra che in sub pop ogni tanto qualche crepa la rimediano.
Voi non avete bisogno delle Dum Dum Girls, insomma. Voi al massimo avete bisogno dei Mummies. Ecco, i Mummies.

Sentenza: ** e non * giusto per le tette in copertina che manco so' 'sto granché.

13 gennaio 2011

come diventare stronzi

Robert Greene e Joost Elffers (ed.)
Le 48 leggi del potere
Baldini & Castoldi - 2003

Non sono del tutto sicuro del motivo per cui a un mio amico sia apparso urgente dovermi regalare questo libro. Cioè, per certi versi capisco che fosse un periodo in cui mi serviva un po’ più di autorità e freddezza e polso nei miei stessi confronti in primis, e in più il mio caro amico mi aveva avvertito che questo libro mi avrebbe probabilmente reso un calloso superomista o un cinico nazista. Il che fa ridere perché sa meglio di me che non voglio diventare niente del genere. Un nazista, intendo.
Il libro in questione è “Le 48 leggi del potere”, curato da Robert Greene e Joost Elffers, un corposo vademecum di 600 e passa pagine sul come farsi crescere il pelo sullo stomaco traendo spunto e insegnamento da valanghe di esempi, aneddoti storici e parabole letterarie. Il tutto, manco a dirlo, inteso ad avvalorare la tesi goebbels-darwiniana per la quale solo il più forte e il più bastardo sono destinati a sopravvivere. Di queste 48 leggi, ognuna corredata di sterminati riferimenti e richiami, alcune sono semplici varianti di un ceppo principale (tendere a tacere, curare l’apparenza e l’aspetto, nascondere le proprie intenzioni e soprattutto essere implacabili implacabili implacabili nel perseguimento del proprio obiettivo), per cui si insinua il dubbio che magari si potevano anche ridurre a una quarantina scarsa, ma poco importa. Poco importa anche che alcuni di essi si mostrino parzialmente contraddittori, come quello relativo al concentrarsi su un solo obiettivo accanto al dettame di non asservirsi a un solo scopo. D’altronde, il libro insegna anche a usare diversi approcci a seconda del proprio scopo. (Maledizione, sono contagiato).
Ciò che importa, al contrario, è la visione del mondo come una vasca senza fondo piena di squali, da affrontare con tutte le risorse a propria disposizione, e la clinica spietatezza con cui la visione del potere come obiettivo astratto viene posta davanti e prima di tutti: amici, parenti, familiari, etica, buoni pasto.
Greene e Elffers non specificano infatti in cosa, dopotutto, consista il potere: se sia questo il successo, affermazione, realizzazione di sé o esercizio incontrastato di una volontà su un’altra, non hanno nemmeno bisogno di delinearlo. Il potere è il raggiungimento di uno scopo, di un obiettivo, di un McGuffin hitchcockiano che poi lo sapete solo voi cos’è, se avete bisogno di sfogliare queste pagine – cosa che francamente non mi auguro e non vi auguro.
Personalmente, nonostante i gustosissimi e numerosissimi episodi citati nel libro (che prende a mani basse dalle biografie di truffatori, seduttori o peggio: uomini di stato), non ho potuto che ingoiare con una smorfia questa imponente bibbia della manipolazione delle menti ma anche dei sentimenti altrui, in cui perfino umiltà, onestà e sincerità sono espedienti e carte da giocarsi per buttarlo in quel posto al prossimo. Probabilmente ognuno di noi ha bene in mente moltissimi dei trucchi da opportunista che questo libro consiglia a bizzeffe, ed è forse solo la loro quantità e la loro concentrazione a renderli un po’ indigesti.
Però poi fa venire voglia di Rodari.

3 gennaio 2011

sì però adesso portami a mangiare, tom

Tom Robbins
Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi

Stamattina chiedevo al mio amico libraio di consigliarmi qualcosa nonostante gli avessi fatto notare che finora avesse preso un libro su due. Quello che c’aveva preso era A confederacy of dunces, di John Kennedy Toole, di cui non ho intenzione di parlare ora.
Quello che invece non c’aveva preso proprio era Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi, di Tom Robbins (che devo sempre pensarci su due volte per non confondermi con Tim Robbins, che sarà anche bravo ma non scrive libri). Il libro in questione, un bel tomo Baldini & Castoldi da quasi cinquecento pagine che trasuda cheapness da ogni font, narra la storia di un tale Switters, un agente della CIA che si ritrova in giro per il mondo a fare non si sa bene cosa, non si sa bene per quale motivo.
Dice bene il risvoltista nelle prime tre righe: il romanzo è un pretesto per la sua esibizione. Di fatto la narrazione non fa altro che seguire il buon agente originario di una Seattle piatta e piovosa nelle sue peripezie esteriori e interiori, e gettare in pasto al lettore le scintille che le sue variopinte esperienze fanno sbattendo contro la sua interiorità e il suo articolato apparato culturale, in grado di elevarlo dalle circostanze verso un’astrazione e una riflessione sull’umano piuttosto brillante e convincente.
Switters si ritroverà in una gaudente vacanza in Thailandia con un suo saggio collega a riflettere sul desiderio, ci racconterà di come strafatto di ecstasy si farà convincere dalla sua nonna hacker a liberare il suo pappagallo in Amazzonia, e altre bizzarre faccende di cui spesso e volentieri persino lui stesso ignora i motivi o il significato. Il tutto è chiaramente un dispositivo per una – abbiamo già detto – interessantissima analisi sull’assurdita di ciò che facciamo e del perché, sul senso della missione e dell’obiettivo come persone.
E allora perché ho abbandonato questo libro?
Perché troppo spesso, nelle prime duecento pagine che delimitano il viaggio che ho percorso all’interno di questo libro, mi sono chiesto e ho chiesto al buon Tom Robbins: “Ma che me lo stai dicendo a fare?”. Attenzione: non il legittimo e necessario “Perché mi stai dicendo questo?”, la domanda che ti spinge a voltare pagina, a desiderare che l’intreccio si dipani e finalmente l’eroe abbia di fronte la risoluzione – o la negazione – del suo desiderio. Non so, insomma, se alla fine Switters riuscirà a congiungersi con la sorellastra adolescente Suzy, la purezza e la quiete che si augura fin dall’inizio in maniera anche piuttosto evidente, o se ‘sto pappagallo vecchio come sua nonna riuscirà a morire nel suo habitat naturale. Perché?
Quando porti la tua donna fuori a cena ti può capitare che nell’eccesso di premura o calcolando male il traffico ti ritrovi in un anticipo mostruoso. Ciononostante siete tutti vestiti e in macchina e dovete ammazzare almeno una mezz’ora di tempo. Puoi portarla a fare un giro lungo, chiacchierando e ascoltando un po’ di musica. Se magari sei preso bene e ti va di aumentare il senso di attesa nei confronti della serata è possibile che il giro si protragga ulteriormente e potresti far prendere la mano a vagare per strade laterali o per percorsi che nella tua testa prima o poi si ricongiungeranno a due passi del ristorante dove la tua prenotazione non è ancora abbastanza matura per essere raccolta.
È un pensiero carino, ci mancherebbe, ma tocca andarci piano: nessuno vuole che la signorina inizi a lamentarsi di avere fame, o peggio, confessi che ormai, dopo tutte queste curve e queste frenate e accelerazioni, le sia passata e che grazie ma no grazie.
Capito, Tom?