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14 maggio 2011

Jonathan Lethem: La fortezza della solitudine

anzo di de-formazione una specie di bildungsroman controvoglia perché nessuno di questi due ragazzini alla fine riesce a fare pace col fatto che le strade in cui sono cresciuti ormai sono sparite e non solo dentro di loro ma perché quella brooklyn innocente alla vigilia delle tensioni razziali dell'esplosione di criminalità della fine degli anni 70 sparisce letteralmente come risultato di un gioco di prestigio della borghesia che riesce a trasformare quei quartieri per anni capitale del borseggio in un nuovo polo del fighetto e allora non c'è più posto per dylan il bianco che cercherà se stesso nell'indagine sulla negritudine più pura della musica soul dylan il bianco che cresce all'ombra del suo amico mingus rude il nero e di suo padre barrett rude jr. astro minore e misconosciuto della musica nera e del loro fascino e del loro carisma in opposizione a quello di suo padre eremita dell'avanguardia artistica che meno male che non è venuto su come woody allen mentre mingus invece che cercarsi si perderà in una foresta di decisioni sbagliate che lo porteranno dietro le sbarre da cui dylan stesso cercherà di tirarlo fuori con l'aiuto di un anello magico regalatogli proprio così da un barbone nero che sosteneva di poterci volare con quell'anello ecco questa cosa di questo libro si capisce poco però pure noi uno sforzo di immaginazione ce lo dobbiamo fare perché è chiaro che la realtà e la trasfigurazione si possono mischiare e come potrebbe essere altrimenti in un libro in cui il protagonista cerca di tornare alla purezza del suo essere bambino in maniera costante e testar 

nclusione soltanto dylan riuscirà a fare pace con il bilancio della sua innocenza perduta nel ripercorrere a ritroso i suoi passi dalla california in cui si trasferisce e inizia ad affastellare progetti fino alla brooklyn ormai gentrificata e completamente trasformata incomprensibile ai suoi occhi di adulto disincantato che continua a sentire la musica soul trasudare dalle finestre e vedere i suoi amici d'infanzia rincorrersi tra le macchine prima di diventare ciò che un destino carentissimo di fantasia riserverà loro ecco in questo senso la fortezza della solitudine è la racconta di una lunga lenta e inesorabile sconfitta di tutti i personaggi che dovranno rinunciare a diventare ciò che vogliono per diventare invece ciò che non possono fare altro che essere e allora è normale che questo anello magico che da bambino ti faceva volare e ti elevava da queste strade che iniziavano a putrefarsi di buchi nelle braccia e denti marci inizia a farti diventare invisibile che casomai ti guardi in uno specchio e non hai idea di cosa sei ora i conti non tornerebbero per nien 

zza della solitudine è un contraltare o elemento del coro in una tragedia in cui pastorale americana è protagonista è un romanzo dell'incubo americano da cui nessuno riesce a svegliarsi e allora quantomeno si provano a fare degli esercizi di concentrazione per vedere se si riesce a pilotarlo questo sogno perverso e catastrofico che poi è la vita se la guardi da una certa aqngolazione che poi è l'unica possibile almeno per questa gente che si vede che sta talmente male da scrivere dei capolav

19 aprile 2011

fidarsi è bene, non fidarsi è meglio ma in questo caso fidarsi, fidatevi.

Cuoco, Cuoco, io lo so che non ti sfugge niente e che probabilmente segnalandoti questa chicca ti sto parlando dell'acqua calda ma tu devi, tu devi, tu devi ascoltare Anna Calvi.
Io la prima volta che mi hanno detto Ah Anna Calvi mi sono pure mezzo stranito ma questo è un altro discorso che poi ti farò con una grappa in mano, io la prima volta che mi hanno detto Ah Anna Calvi mi hanno detto E' una che l'ha scoperta Nick Cave è una cantantessa mica male tiè ascolta e il pezzo che mi hanno fatto ascoltare è un singolo che si chiama Desire che io la prima volta che l'ho ascoltato la prima volta che mi hanno detto Ah Anna Calvi ho pensato Ah allora vedi che il collegamento tra l'indie rock e Springsteen non è una cosa che avevano capito solo gli Arcade Fire? E' possibile mettere d'accordo il folk erudito e quello di strada, tra il New Jersey ormai epico e il Canada che dopo gli anni 90 c'ha pure ragione ad averci la puzza sotto il naso.
Ma andiamo con ordine: Ah Anna Calvi, non si capisce quanti anni ha ma di sicuro meno di 30 e se ce la vogliamo azzardare è addirittura possibile che ne abbia meno di 25, insomma lei è inglese e non si direbbe anche se sì, e il suo lancio - lo leggi ovunque - è che Brian Eno ha detto che è la mejo cosa dopo Patti Smith. Oh, Brian Eno, non Vincenzo Mollica: Brian Eno il principe dell'understatement, uno che una cosa del genere probabilmente non la direbbe nemmeno a Patti Smith.
Dice che suo padre stava in fissa coi dischi e perdio se questa cosa si sente. Già, caro cuoco, perché alla signorina Calvi si sente che non solo i riferimenti non mancano, ma li ha interiorizzati in maniera talmente radicale che non può aprire bocca o muovere le mani senza farli schizzare come scintille. Ma andiamo - di nuovo - con ordine.
Insomma mi dicono Ah Anna Calvi andiamo a sentircela al Circolo degli Artisti e io Va bene, che dopotutto ero in una delle migliori settimane della mia vita e avrei detto Sì anche agli Inti Illimani alla basilica di Massenzio (non è vero e lo sai, ma è per farti capire) e quello che vedo è una minuscola bionda boccoluta con una tele sunburst già mezza magnata che quasi la nasconde (essendo appunto minuscola, già detto). Insieme a lei una pischella che a giudicare dall'impalcatura dietro la quale si va a posizionare suona tutti gli strumenti e le loro nonne, e un batterista. Ma attenzione: non uno di questi emaciati mingherlini; uno con due spalle così, con i MUSCOLI che infatti quando suona il colpo è secco, non occorre lavorare troppo di expander e io che ho avuto la fortuna di stare per un pezzettino dietro il fonico vedevo questi VU che saltavano come cocainomani, una bellezza, una bellezza, non me l'aspettavo. E tra l'altro questa cosa è un bene, dato che come bene sai, al Circolo ti tocca suonare per forza più forte del locale altrimenti la sua rinomata acustica di merda ti castiga. E qui succede il miracolo.
Quando questa gnappetta bionda coi pantaloni a vita alta che pare una Marlene torera inizia a cantare, si spegne la luce, anzi: la luce s'è già spenta perché prima di cantare ha iniziato a suonare e io non ho mai sentito una donna suonare così bene l'elettrica. Nel senso, avere questa sintesi tra tocco, suono (hai presente quella zona dorata in cui se spingi un po' più sulle corde l'ampli inizia a frignare, hai presente) e scioltezza: la regazzetta si permette pure degli svolazzi niente male che più di una volta m'è toccato di dire Woah. Lo stesso approccio, cuoco, lei ce l'ha anche vocalmente: tutto, tutto, viene guidato sulla sottilissima linea che separa la quiete dal fragore, e la musica è dinamica, dinamicissima, oltre che, e questa è la cosa notevolissima, scritta da paura.

Le canzoni di Anna Calvi sono una prova di cultura singolarissima. Lei si sente proprio che deve aver passato tutta la sua adolescenza ad ascoltare dischi con attenzione religiosa (il che mi fa strano perché è pure una discreta sventola, vuol dire che c'è giustizia a questo mondo) perché non solo la scrittura è articolatissima e coraggiosa, in grado di ridere e piangere, di colpire e di accarezzare, ma è nei dettagli che nasconde le grazie migliori. A differenza dei e delle indie rockers contemporanee, il suo approccio è tutt'altro che minimale: dal suono alle progressioni spesso mira al sontuoso, al prezioso (benché per fortuna mai al preziosismo), e aggiunge senza mai nemmeno avvicinarsi ad essere stucchevole.
Insomma un incrocio tra Buckley figlio, Patti, il miglior indie folk odierno (leggi Arcade Fire, appunto) e un continuo incrociare rotte percorse e intrecciare discorsi già presi: la severità wave, la forza d'urto di uno stadium rock innico (il prossimo che dice anthemico gli taglio i pollici), e il baroque pop più caloroso e avvolgente. Il tutto con dentro una tele suonata benissimo e riverbero-a-mollata al punto da strizzare un occhio al surf So-Cal e uno a Ribot nel deserto; colori e strati di suono e una batteria che pare prodotta da Steve Albini, ma non lo è perché per fortuna è più tiepida.
E questo solo il suono, perché la sua voce, impietosa, approfondisce e scava: sia dentro il tuo petto che dentro decenni di musica buona: Patti, la Callas, Yma (in basso), Jeff e Ian pure, più tanta chanson noir. Mai punk, eh, zero punk: limpida e diaframmatica come poche ne ho sentite: però che botte, perdio.
Io, cuoco, quando sono uscito dal Circolo ho pensato Oh Anna Calvi, e questo è quello che dico da allora, dato che tra l'altro è la cosa migliore che ho sentito da un bel po' di tempo a questa parte, che di cose ne sto sentendo a nastro che sembra che non ho mai tempo e invece il disco suo l'ho già sentito tre volte in una settimana
Cioè, quando mai.

4 febbraio 2011

non inventate nulla, non negate nulla

David Mamet:
I tre usi del coltello
Minimum fax - 2002

Sempre il mio amico che mi ha regalato il libro sul potere, ha voluto farmi dare un’occhiata a un libro che si chiama “I tre usi del coltello” di David Mamet, che è uno sceneggiatore e drammaturgo americano – che per chi non lo sapesse è il genio dietro Glengarry Glen Ross, che in Italia era uscito sotto lo sventurato e severgniniano titolo di Americani. Mah, vabé.
Stavolta però il mio amico un motivo ce l’aveva, e cioè che gli avevo chiesto delle dritte per scrivere e allora non gli è venuto in mente niente di meglio, e onestamente non verrebbe niente di meglio nemmeno a me.
“I tre usi del coltello” è in realtà una raccolta di saggi e scritti sul cinema e sulla sceneggiatura edita da Minimum Fax, che contiene la summa dell’estetica Mamet, completamente sbilanciata verso il minimalismo di Ejsenstein piuttosto che verso l’assorbimento di Stanislavskij, nei confronti del quale, e del cui metodo è un aspro critico.
La storia, dice Mamet, sta al centro di tutto: dei problemi dello scrittore e delle preoccupazioni dell’attore. Tutti gli sforzi da parte di tutti i reparti della compagnia o della produzione devono essere concentrati a raccontare la storia nella maniera più efficace e meno enfatizzata possibile, lasciando cadere qualsiasi artificio o accessorio non necessari al diretto progresso della vicenda: in quest’ottica, perfino il personaggio, perno di tanto cinema hollywoodiano, diventa uno degli ingranaggi della storia, un interruttore che poco importa quali risvolti o quali trascorsi possa avere.
Il personaggio non esiste, approfondisce Mamet a più riprese in una porzione del libro dedicata al lavoro dell’attore: non importa in che quartieri sia nato o che marca di bourbon preferisca. Il personaggio non è altro che l’insieme delle scelte compiute e delle azioni svolte per perseguire il suo scopo. Va da sé, l’attore non ha bisogno di porsi questioni che non rientrano nel campo dell’azione, o immedesimarsi completamente nella propria parte: l’attore è un grande attore, nella visione di Mamet, quando riesce a pronunciare le proprie battute in maniera chiara, diretta e non enfatizzata, lasciando semmai allo sceneggiatore la scelta se far luce o meno sui lati del suo carattere che saranno più utili alla comprensione dell’obiettivo in questione. Non inventare nulla e non negare nulla, insomma: non aggiungere niente di superfluo ma al tempo stesso non nascondere il proprio vissuto di persona, essenziale comunque nel rendere autentica la recitazione e dunque la vicenda, da servire a un pubblico che nel suo insieme è più intelligente e di conseguenza più esigente di quanto si presupponga (forse unica ingenuità di Mamet, se proprio volete sapere la mia).
Ampio – e devastante, ve l’assicuro – capitolo del libro è la trascrizione di un incontro-lezione tra Mamet e allievi di un seminario di scrittura, nel quale lo scrittore si fa largo a colpi di cesoie tra le idee lanciate, continuando a porre la domanda più difficile: “A cosa serve nella nostra storia, come quest’elemento farà progredire la vicenda?” Arrivare all’essenziale si dimostra dunque il compito più difficile da svolgere, e mille sono le insidie che si possono celare nel percorso dell’eroe, reso impervio da un linguaggio teatrale e cinematografico che spesso tralascia l’azione a scapito di elementi di corredo, o almeno giudicati tali almeno nell’estetica Mametiana. La costruzione di una semplice scena, elemento sostanziale di cui si compone ognuno dei tre atti aristotelici diventa dunque una sfida all’ovvietà e una ricerca dell’essenza stessa del concetto base della storia, che spesso – riporta e cita – è racchiuso in una sola parola fondamentale.
La lettura di “I tre usi del coltello”, titolo preso da un blues di Leadbelly in cui i versi fanno specifico riferimento al coltello visto come elemento che benché chiave di interpretazione non riesce mai a smettere di se stesso e oggetto della vicenda, è sfiancante quanto costruttiva, un incendio purificatore per chiunque – come me, ammetto – intenda addentrarsi nel linguaggio narrativo, che sia questo applicato a un’opera fruibile da un pubblico in sala o in poltrona, occhi sullo schermo o sulle pagine. Proprio come insegna Mamet in maniera implacabile ai suoi allievi, bisogna raggiungere lo zero per ricominciare a costruire.
Statene alla larga, insomma, o siate coraggiosi: vi farà a pezzi.

30 marzo 2010

John Steinbeck: I pascoli del cielo

cordassi chi mi ha detto che tutti i romanzi americani parlano del sogno americano quest'apertura avrebbe avuto più senso invece non me lo ricordo e quindi niente pazienza buco nell'acqua ma non importa il senso è chiaro dall'inizio questo è un romanzo che per eccellenza parla del sogno americano della frontiera che apre le porte del paradiso e i pascoli del cielo sono una metafora anche poco complicata dell'urgenza di redenzione e di riscatto che gli abitanti dei romanzi di steinbeck cercano col setaccio come le pepite dentro al fiume poi non fa nulla che arriva steinbeck a fare no no col dito e a puntare la postilla dove c'è scritto che anche il sogno americano è fatto di carne e di pietre e che se metti carne e pietre a stretto contatto tra loro ci saranno lividi e ci saranno ferite sanguin

Philip Roth: Pastorale americana

ziate a pensare che la vita è bella e le persone si capiscono non fate l'errore di leggere roth altrimenti se come me pensate che siamo destinati a fraintenderci in maniera metodica e strutturale leggetelo pure perché avrete un'altra manciata di pagine a supportare la vostra tesi vorrò pensare per pura testardaggine che dev'essere il new jersey a smarrire le persone in questo modo perché insomma la periferia dell'impero non dev'essere un posto facilissimo in cui vivere alle porte di new york gli operai quelli che non ce l'hanno fatta a stabilirsi nella grande mela la provincia americana che assomiglia a quella di qualsiasi altro posto un iperluogo più che un non luogo un posto in cui ognuno parla la propria lingua una babele di feste comandate e macchine appariscenti comprate con lo stipendio della fabbrica un idillio dev'essere stato quando tutto andava bene e non pensate che roth non ve lo venga a raccontare quasi si rosica a immaginare questo jersey side pre-springsteeniano in cui le cose andavano e la comunità respirava come una sola creatura e il baseball e lo sport e la celebrità del quartiere poi non si capisce come ma si rovina tutto dev'essere come quando in corsa capisci che stai cascando e il tuo asse inizia a andare fuori equilibrio e in un momento esatto realizzi che a una certa andrai lungo a spaccarti i denti per terra e non c'è un cazzo che tu poss 

ratteri ce ne sono milioni in questo microcosmo c'è gente in buona fede e gente in malafede c'è gente che non capisce un cazzo e c'è gente che per cercare di capire tutto non ha capito se stessa come per esempio sto poro svedese che insomma proprio non se lo spiega e proprio non riesce a farsela prendere a bene e insomma a lui come a tutta l'america e poi insomma diciamocelo come a tutto il mondo inizia ad andare a tutto male e non dev'essere bello tirare dritto quando sarebbe molto molto più facile lasciar perdere tutto e far finta di essere coglione alla fine servono a questo gli specchi nel bagno e insomma tutta questa gente ha la sua traiettoria è come pulviscolo sono particelle vagano a diverse velocità nello spazio e alcune sono più o meno parallele altre vanno semplicemente a sbattere l'una contro l'altra e non è più nemmeno un discorso di avere ragione c'hanno ragione tutti quanti è inevitabile che le cose vadano a finire così se proprio vogliamo roth non è che ti fa chiedere perché una persona si sia comportata in un modo piuttosto che in un altro roth è un ebreo coi controcazzi lui razionalizza e ogni comportamento diventa lineare una tangente che parte a razzo da un contesto storico e biografico precisissimo le persone non vanno fuori di testa a buffo seguono semplicemente una coerenza implacabile e impietosa che poi se vogliamo è la stessa coerenza implacabile e impietosa che ha avuto il mondo intero ad andare a puttane a un certo punto l'unico discorso è decidere di accettarlo oppure no ma mi pare che questo concetto l'abbia già espo

20 agosto 2009

Kurt Vonnegut: Mattatoio n. 5

bro trasuda grandezza quella grandezza che tipo percepisci nei resoconti delle battaglie campali decisive la grandezza degli eroi che mettono armi e bagagli da parte e tornano a casa stanchi e impolverati per poter finalmente tirare un respiro di sollievo e dimenticare anche solo per un secondo gli orrori che hanno visto e il fatto che rimarranno impresse nelle loro retine come una retroimpressione non so se si chiamano così ma insomma l'immagine che rimane impressa negli occhi dopo aver guardato qualcosa di abbagliante di insostenibile qualcosa che brucia insomma avete capi
ncamente non sono troppo d'accordo con la visione fatalista e determinista un po' mistica un po' cattolicoide del libro nel senso che alla fine praticamente tutto va come deve andare e così è e così sarà sempre cioè insomma io posso capire che un uomo che la guerra l'ha fatta e l'ha vista sia talmente depresso da essere convinto della sua inevitabilità se devo essere del tutto sincero ne sono convinto perfino io che la guerra mai vista e mai fatta e piuttosto mi do alla macchia come hemingway o er zio de n'amico mio e posso anche capire che l'eternità della guerra risieda direttamente nel corpo di chi l'ha testimoniata la guerra 'sto povero cristo non se la scollerà mai di dosso gli sballerà la prospettiva temporale in qualsiasi momento e poi grazie al cazzo che lo rapiscono gli alieni e lo tengono sotto osservazione tutto nudo gli alieni siamo noi poveri nani che siamo venuti dopo e abbiamo bisogno di capire e tutto ciò che possiamo capire della guerra una volta che gli ammiragli hanno smesso di parlare e i soldati di caricare i corpi e le ruspe di scavare tra le macerie è guardare questa gente negli occhi e cercare di capire che cazzo di vita potranno mai fare ades