Sentenza: ****
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23 maggio 2011
Connan Mockasin: Please turn me into the snat (Phantasy Sound, 2010)
Sentenza: ****
24 febbraio 2011
M'hanno rimasto solo, 'sti cinque c-c-c-cornuti !
Devo essere onesto: non sono stato a contare i giorni che mi separavano dall'uscita del nuovo disco dei Radiohead come era capitato per In rainbows. Sarà che prima ero più attento e meno sommerso dai sensi di colpa per aver trascurato gente come Neil Young o Mississippi Fred McDowell o i New Bomb Turks. Sarà che effettivamente anche sulla stampa non particolarmente specializzata se n'era parlato molto di più, magari in virtù del fatto che stavano per dare un bel calcione nel culo dell'industria discografica, cosa di cui sono sempre stato e sempre sarò fan (del calcione nel culo, ovviamente). Anzi, se devo essere del tutto onesto, che stesse per uscire un disco nuovo dei Radiohead non ne sapevo direttamente un cazzo. Questo insomma era il clima.
Tuttavia a un certo punto quando ho letto che The king of limbs era fuori da un momento all'altro ero contento. Noi trentenni del 2010 non possiamo contare su chissà quanta gente per regalarci un sogno, e pure quelli che sono sopravvissuti dall'epoca d'oro iniziano a scricchiolare: Bruce Springsteen sta rimediando una toppa dopo l'altra e forse c'è bisogno di mettersi a fare i sit-in davanti a casa sua per fargli capire che è arrivato il momento di dedicarsi all'intimismo e soprattutto (perdio) LASCIAR PERDERE le canzoni basate sugli obbligati, che c'hanno rotto il cazzo. Del resto forse l'ha pure capito, dato che la cosa migliore che ha messo fuori negli ultimi due o tre anni è stato un cofanetto di outtakes che non fa altro che dimostrare che 1. il boss aveva buon gusto e capacità di selezione, almeno nel 1975, 2. deve smetterla di scrivere canzoni basate sugli obbligati. L'avevo già detto. Lo ridico; Dylan ormai s'è rintanato nella sua Nashville celeste come una specie di Sant'Agostino cauntri e tutto sommato sta facendo dischi gradevoli ma gradevole non basta; Neil Young ha fatto un disco sicuramente interessante sicuramente pieno di spunti di riflessione e sicuramente sorprendente data la veneranda età che non farebbe presupporre ancora questa voglia di sperimentare; Tom Waits non ne parliamo, Glitter and doom è stata una pugnalata al cuore, pare un bootleg ripreso con un iphone cinese. Su chi ci si butta? Su Costello? Su Joe Jackson (che quasi quasi pure pure)? Mark Hollis era il 1998 quando ha detto Contenti ora beh adesso andate a cagare. Non ci rimane molto.
Ci rimangono giusto i Radiohead, ecco, che comunque finora non hanno sbagliato un colpo (tranne il primo, beh, perché adesso venitemi a dire che Pablo Honey è un bel disco e vi schiaffeggio con una trota), e oltre a fare dei dischi belli hanno anche fatto dischi interessanti e seminali. Insomma diciamocelo, a loro non gli si può dire un cazzo.
Poi un bel giorno ti ascolti questo The king of limbs e c'è qualcosa che non quadra: otto tracce, meno di quaranta minuti, protools a tutta callara fin dal primo minuto. Beh, pensi, anche In rainbows iniziava così e poi però regalava belle perle, magari si riprende subito dopo. E invece no: il disco prosegue con un miscuglio di songwriting ipnotico tipicamente loro e minimal techno o quel cazzo che è (ammetto la mia praticamente totale ignoranza in fatto di sottogeneri elettronici) che però alla lunga ecco, insomma, noi vorremo sentire i radiohead, e anche quando i radiohead appaiono lo fanno in maniera un po' stanca, ricalcando idee che sembrano aver già sfruttato nei dischi precedenti - perché diciamocelo, pezzi come codex o give up the ghost sembrano un po' reckoner o videotape alla moviola.
Il risultato complessivo è che sembra di aver ascoltato una sorta di compilation di outtakes di The eraser, il disco elettroparanoide che Thom Yorke aveva fatto uscire qualche anno fa, tinto di impressioni e nevrosi che i coraggiosi che hanno sentito le colonne sonore di Jonny Greenwood hanno percepito nettamente (e sì, sono un coraggioso ma vi giuro: mai più). Beninteso, che i radiohead ben difficilmente riuscisserò a farsi una cazzo di risata bene o male l'avevamo capito già da anni, ma non finora non li avevo mai visti come un gruppo serioso, cioè un gruppo che più che accompagnarti nella loro nazione di cervelli (per cui hanno anche scritto un inno una decina di anni fa) ha iniziato a spintonarti, chiaro e semplice.
E insomma io non lo so se ci voglio andare, con loro, portato a forza in questi territori, e non solo perché ultimamente voglio più bene a Greg Cartwright che a Brian Eno: sono piuttosto sostenitore del teorema del teorema del bastone e della carota, e nel corollario per cui meglio prima la carota.
Ora: dice che l'ultima canzone si chiami Separator perché in realtà dovrebbe essere una specie di entr'acte per un nuovo disco che sarebbe anche questo in uscita da un momento all'altro, un po' come fecero con Kid a e Amnesiac. Io spero sia vero, io spero che non ci lascino così, deludendo un'intera generazione sperduta, ecco. Cattivi.
Tuttavia a un certo punto quando ho letto che The king of limbs era fuori da un momento all'altro ero contento. Noi trentenni del 2010 non possiamo contare su chissà quanta gente per regalarci un sogno, e pure quelli che sono sopravvissuti dall'epoca d'oro iniziano a scricchiolare: Bruce Springsteen sta rimediando una toppa dopo l'altra e forse c'è bisogno di mettersi a fare i sit-in davanti a casa sua per fargli capire che è arrivato il momento di dedicarsi all'intimismo e soprattutto (perdio) LASCIAR PERDERE le canzoni basate sugli obbligati, che c'hanno rotto il cazzo. Del resto forse l'ha pure capito, dato che la cosa migliore che ha messo fuori negli ultimi due o tre anni è stato un cofanetto di outtakes che non fa altro che dimostrare che 1. il boss aveva buon gusto e capacità di selezione, almeno nel 1975, 2. deve smetterla di scrivere canzoni basate sugli obbligati. L'avevo già detto. Lo ridico; Dylan ormai s'è rintanato nella sua Nashville celeste come una specie di Sant'Agostino cauntri e tutto sommato sta facendo dischi gradevoli ma gradevole non basta; Neil Young ha fatto un disco sicuramente interessante sicuramente pieno di spunti di riflessione e sicuramente sorprendente data la veneranda età che non farebbe presupporre ancora questa voglia di sperimentare; Tom Waits non ne parliamo, Glitter and doom è stata una pugnalata al cuore, pare un bootleg ripreso con un iphone cinese. Su chi ci si butta? Su Costello? Su Joe Jackson (che quasi quasi pure pure)? Mark Hollis era il 1998 quando ha detto Contenti ora beh adesso andate a cagare. Non ci rimane molto.
Ci rimangono giusto i Radiohead, ecco, che comunque finora non hanno sbagliato un colpo (tranne il primo, beh, perché adesso venitemi a dire che Pablo Honey è un bel disco e vi schiaffeggio con una trota), e oltre a fare dei dischi belli hanno anche fatto dischi interessanti e seminali. Insomma diciamocelo, a loro non gli si può dire un cazzo.
Poi un bel giorno ti ascolti questo The king of limbs e c'è qualcosa che non quadra: otto tracce, meno di quaranta minuti, protools a tutta callara fin dal primo minuto. Beh, pensi, anche In rainbows iniziava così e poi però regalava belle perle, magari si riprende subito dopo. E invece no: il disco prosegue con un miscuglio di songwriting ipnotico tipicamente loro e minimal techno o quel cazzo che è (ammetto la mia praticamente totale ignoranza in fatto di sottogeneri elettronici) che però alla lunga ecco, insomma, noi vorremo sentire i radiohead, e anche quando i radiohead appaiono lo fanno in maniera un po' stanca, ricalcando idee che sembrano aver già sfruttato nei dischi precedenti - perché diciamocelo, pezzi come codex o give up the ghost sembrano un po' reckoner o videotape alla moviola.
Il risultato complessivo è che sembra di aver ascoltato una sorta di compilation di outtakes di The eraser, il disco elettroparanoide che Thom Yorke aveva fatto uscire qualche anno fa, tinto di impressioni e nevrosi che i coraggiosi che hanno sentito le colonne sonore di Jonny Greenwood hanno percepito nettamente (e sì, sono un coraggioso ma vi giuro: mai più). Beninteso, che i radiohead ben difficilmente riuscisserò a farsi una cazzo di risata bene o male l'avevamo capito già da anni, ma non finora non li avevo mai visti come un gruppo serioso, cioè un gruppo che più che accompagnarti nella loro nazione di cervelli (per cui hanno anche scritto un inno una decina di anni fa) ha iniziato a spintonarti, chiaro e semplice.
E insomma io non lo so se ci voglio andare, con loro, portato a forza in questi territori, e non solo perché ultimamente voglio più bene a Greg Cartwright che a Brian Eno: sono piuttosto sostenitore del teorema del teorema del bastone e della carota, e nel corollario per cui meglio prima la carota.
Ora: dice che l'ultima canzone si chiami Separator perché in realtà dovrebbe essere una specie di entr'acte per un nuovo disco che sarebbe anche questo in uscita da un momento all'altro, un po' come fecero con Kid a e Amnesiac. Io spero sia vero, io spero che non ci lascino così, deludendo un'intera generazione sperduta, ecco. Cattivi.
al volo:
Bruce Springsteen,
musica,
Radiohead,
The King of Limbs,
The Promise,
vi dirò
1 agosto 2008
E non rompete sempre li cojoni...
E bravi, bravi, i miei giovini apprendisti (e con questo non voglio autodichiararmi vostro maestro) che prima rispondono ai test di maispeis e poi, quatti quatti si scambiano dolcezze tra le lamentele. E bravo a (cane) che non poteva non abboccare alle risposte che DOVEVO dare su alcune tra le domandine-sibilline di maispeis.
Ebbene visto che volemo litigà, che mentre voi ve tajate a parlare di musica io devo cercare di occuparmene tra un culetto sozzo di merda, una notte insonne e l'alienazione da esule cretino e contento, e visto che c'avete tempo mo' un paio di chiarimenti non ce li leva nessuno.
Primo, nel prediligere i R.E.M. ai “Densi” Radiohead ho semplicemente applicato la regola di scegliere, nel dubbio, la musica più divertente: questo perché, mi sembrava, il criterio di fondo adottato fosse quello.
D'altra parte se il metro usato è quello della “cazzo di risata” ad ogni testa a testa, non ho visto ragione per tanta diplomazia verso i Radiohead, specie se in competizione coi R.E.M. che quanto a “cazzo di risata” gli fanno un culo così, O MI SBAGLIOOO???
Secondo, ho ammesso, sanza timor alcuno che i Radiohead facevano musica migliore e per migliore potremmo, volendo, intendere proprio quell'aggettivo: “Densi”, che mi è tanto piaciuto nel leggere le lamentele.
Ma, a questo punto, punto sul vivo (e perdonatemi la tautologia linguistica), vado oltre e dico cose.
Perché difendo così tanto un gruppo che non è nemmeno nella mia top five come i R.E.M.?
Che motivo ho di farlo sopratutto quando, in un questionario demente, se la giocano con i Radiohead?
La risposta è NESSUNO.
Nessuno dei due gruppi mi ha cambiato la vita ed entrambi mi hanno allietato (di più i R.E.M.) non più di qualche giornata ma il discorso qui prende una piega che ritengo giusto spiegare.
I R.E.M. vincono, ai miei occhi, non in grazia della loro maggiore fruibilità, né per il fatto che sono più divertenti (cosa facile in un confronto coi Radiohead) nell'accezione ludico-musicale del termine. E dico questo, perché sappiamo esserci persone capaci di divertirsi DAVVERO coi Radiohead o con gli stessi Depeche Mode esattamente come il sottoscritto coi Clash o coi Sonics e compagnia cantando.
La superiorità è data dall'eleganza, dalla raffinatezza e dalla SEMPLICITA' con cui Stipe, Buck (che è un chitarrista ESTREMAMENTE concettoso, proprio come, guarda caso, Greenwood o, per capirci, The Edge ma meno effettoso) e compari riescono a parlare anche di cose complicate.
Credo le due band siano straordinariamente più assimilabili l'una all'altra di quanto si creda: se posso ipotizzare ascolti di musica stramba e avanguardista per Thom Yorke, posso riuscire a farlo anche per Michael Stipe, che è uno che ha letto, ha studiato, ha capito, quanto l'albionico suo antagonista, e vince bene, c'è poco da fare per me.
La ricerca testuale di Stipe non è mistero per niuno caro (cane) e se a questo non ha corrisposto un'eguale complessità musicale per me è solo un pregio perché questa è musica POP, e il POPolo ama la semplicità.
PER QUESTO, (CANE), I RADIOHEAD LI ASCOLTI COSI' POCO.
Certo, i Radiohead sono grandi: fanno cantare tutto un pubblico anche in mezzo a quegli strati e strati e strati di tensione, menzionati nella lamentele, ma senza nessuno che gli dica “SONA PORCOIDDENAAAAAAA”e dunque, per loro, è più facile.
PER QUESTO, (CANE), I RADIOHEAD LI ASCOLTI COSI' POCO.
Perché preferisco i R.E.M.? Perché mi illudono di suonare per me mentre sono certo che i Radiohead suonino per esprimersi, per se stessi, per dirci semplicemente dove sono arrivati; perché i Radiohead sono veri artisti e i R.E.M. provetti e raffinati artigiani.
PER QUESTO, (CANE), I RADIOHEAD LI ASCOLTI COSI' POCO.
In fondo una parte di te, con loro, si rompe i coglioni. Se li rompe nonostante l'ammirazione sconfinata che nutre per loro (come me); se li rompe nonostante la loro genialità; se li rompe nonostante siano talmente fichi da non avere bisogno di etichette, perché internet e bla bla bla....
Perché, miei dolci, sfuggire alla propria natura?
Perché siamo variegati didentro? Perché siamo variegati didietro (come il gibbone)?
Perché QUALCUNO è già a lavoro alle 6.30 e NON sta ascoltando i Radiohead?
Perché il pepe al culo serve, miei tesori e perché, scusa (cane), ma non sono sicuro che i Radiohead non vogliano essere un gruppo rock'n'roll; sicuramente non vogliono essere “Rock” ma questo nemmeno noi lo vogliamo. In fondo, allora mi chiedo, gli stessi R.E.M., che, sono una rock'n'roll band? Sì certo, ma anche no. Se fai mente locale, vedrai che tanta stampa musicale dell'epoca li etichettò come la risposta americana agli U2 e forse è con loro che andava fatto il testa a testa (e lì chi faresti vincere mio ministro della propaganda preferito?), non con i Radiohead che hanno il vantaggio di aver potuto scegliere di NON essere come i R.E.M. semplicemente perché vengono dopo. Insomma qui si tratta di un regolamento di conti nella storia del Pop, non del Rock'n'Roll: il paragone calzava ma i tempi no, il vostro criterio di scelta era chiaro e limpido, nonchè condivisibile e dunque, le jeux son fait: R.E.M., era semplice.
Una chiosa me la permetto. Sì, miei splendidi, mie furie anarco-musicistiche che siete Punk proprio perché dite cose anti-Punk, perché avete capito che il punk è, certo, ribellione, incazzatura, chitarre imperfette, tre accordi pallalungaepedalare ma anche tenerezza, nessuna paura di essere fragili e persi perché il punk innazitutto fa male a se stesso e poi, solo poi ed eventualmente, agli altri.
Così nel vostro parlare antipunk fate male a voi stessi, negate voi stessi. E da veri punk quali siete non scegliete (perché un Punk c'ha problemi, non soluzioni e canta di quelli e non di queste) quando si tratta di Radiohead o R.E.M.: un punk non sceglie ma, più saggiamente, se ne fotte.
Detto questo da dove viene il Punk? Dal rock'n'roll, ricordate, Elvis, Little Richard, Eddie Cochran... E DUNQUE AVRESTE DOVUTO FAR VINCERE I R.E.M. PUNTO!!!!
Vi taccio di incoerenza ma, come dice Achille Campanile: ”Ci sono regole piene di eccezioni: sono confermatissime...”, perciò dopo avervi tacciato, vi abbraccio E VENITEME A TROVA' LI MORTACCI VOSTRA!
Semper vostrum
il cuoco
P.S. Quanto ai Pink Floyd hai ragione tu, ho detto una cazzata o meglio mi sono espresso a cazzo.
Che vuoi farci, anche questo è un retaggio di tempi che furono, quando c'erano i VERI Pink Floyd (di Barrett), i VERI Black Sabbath (di Ozzy e non di quel coglione di Dio), i veri Duran Duran (non quella scopiazzatura dei Power Station) etc. etc. etc. gli anni '80 sono stati un vero inferno, beato te che nel 1989 c'avevi 10 anni. In fondo che senso ha difendere i Pink Floyd, è come difendere, che ne so, i Popol Vuh, ma chi se li incula i Popol Vuh.....
P.P.S. occhio, (cane), a come parli degli UK Subs, ti tengo d'occhio...
Ebbene visto che volemo litigà, che mentre voi ve tajate a parlare di musica io devo cercare di occuparmene tra un culetto sozzo di merda, una notte insonne e l'alienazione da esule cretino e contento, e visto che c'avete tempo mo' un paio di chiarimenti non ce li leva nessuno.
Primo, nel prediligere i R.E.M. ai “Densi” Radiohead ho semplicemente applicato la regola di scegliere, nel dubbio, la musica più divertente: questo perché, mi sembrava, il criterio di fondo adottato fosse quello.
D'altra parte se il metro usato è quello della “cazzo di risata” ad ogni testa a testa, non ho visto ragione per tanta diplomazia verso i Radiohead, specie se in competizione coi R.E.M. che quanto a “cazzo di risata” gli fanno un culo così, O MI SBAGLIOOO???
Secondo, ho ammesso, sanza timor alcuno che i Radiohead facevano musica migliore e per migliore potremmo, volendo, intendere proprio quell'aggettivo: “Densi”, che mi è tanto piaciuto nel leggere le lamentele.
Ma, a questo punto, punto sul vivo (e perdonatemi la tautologia linguistica), vado oltre e dico cose.
Perché difendo così tanto un gruppo che non è nemmeno nella mia top five come i R.E.M.?
Che motivo ho di farlo sopratutto quando, in un questionario demente, se la giocano con i Radiohead?
La risposta è NESSUNO.
Nessuno dei due gruppi mi ha cambiato la vita ed entrambi mi hanno allietato (di più i R.E.M.) non più di qualche giornata ma il discorso qui prende una piega che ritengo giusto spiegare.
I R.E.M. vincono, ai miei occhi, non in grazia della loro maggiore fruibilità, né per il fatto che sono più divertenti (cosa facile in un confronto coi Radiohead) nell'accezione ludico-musicale del termine. E dico questo, perché sappiamo esserci persone capaci di divertirsi DAVVERO coi Radiohead o con gli stessi Depeche Mode esattamente come il sottoscritto coi Clash o coi Sonics e compagnia cantando.
La superiorità è data dall'eleganza, dalla raffinatezza e dalla SEMPLICITA' con cui Stipe, Buck (che è un chitarrista ESTREMAMENTE concettoso, proprio come, guarda caso, Greenwood o, per capirci, The Edge ma meno effettoso) e compari riescono a parlare anche di cose complicate.
Credo le due band siano straordinariamente più assimilabili l'una all'altra di quanto si creda: se posso ipotizzare ascolti di musica stramba e avanguardista per Thom Yorke, posso riuscire a farlo anche per Michael Stipe, che è uno che ha letto, ha studiato, ha capito, quanto l'albionico suo antagonista, e vince bene, c'è poco da fare per me.
La ricerca testuale di Stipe non è mistero per niuno caro (cane) e se a questo non ha corrisposto un'eguale complessità musicale per me è solo un pregio perché questa è musica POP, e il POPolo ama la semplicità.
PER QUESTO, (CANE), I RADIOHEAD LI ASCOLTI COSI' POCO.
Certo, i Radiohead sono grandi: fanno cantare tutto un pubblico anche in mezzo a quegli strati e strati e strati di tensione, menzionati nella lamentele, ma senza nessuno che gli dica “SONA PORCOIDDENAAAAAAA”e dunque, per loro, è più facile.
PER QUESTO, (CANE), I RADIOHEAD LI ASCOLTI COSI' POCO.
Perché preferisco i R.E.M.? Perché mi illudono di suonare per me mentre sono certo che i Radiohead suonino per esprimersi, per se stessi, per dirci semplicemente dove sono arrivati; perché i Radiohead sono veri artisti e i R.E.M. provetti e raffinati artigiani.
PER QUESTO, (CANE), I RADIOHEAD LI ASCOLTI COSI' POCO.
In fondo una parte di te, con loro, si rompe i coglioni. Se li rompe nonostante l'ammirazione sconfinata che nutre per loro (come me); se li rompe nonostante la loro genialità; se li rompe nonostante siano talmente fichi da non avere bisogno di etichette, perché internet e bla bla bla....
Perché, miei dolci, sfuggire alla propria natura?
Perché siamo variegati didentro? Perché siamo variegati didietro (come il gibbone)?
Perché QUALCUNO è già a lavoro alle 6.30 e NON sta ascoltando i Radiohead?
Perché il pepe al culo serve, miei tesori e perché, scusa (cane), ma non sono sicuro che i Radiohead non vogliano essere un gruppo rock'n'roll; sicuramente non vogliono essere “Rock” ma questo nemmeno noi lo vogliamo. In fondo, allora mi chiedo, gli stessi R.E.M., che, sono una rock'n'roll band? Sì certo, ma anche no. Se fai mente locale, vedrai che tanta stampa musicale dell'epoca li etichettò come la risposta americana agli U2 e forse è con loro che andava fatto il testa a testa (e lì chi faresti vincere mio ministro della propaganda preferito?), non con i Radiohead che hanno il vantaggio di aver potuto scegliere di NON essere come i R.E.M. semplicemente perché vengono dopo. Insomma qui si tratta di un regolamento di conti nella storia del Pop, non del Rock'n'Roll: il paragone calzava ma i tempi no, il vostro criterio di scelta era chiaro e limpido, nonchè condivisibile e dunque, le jeux son fait: R.E.M., era semplice.
Una chiosa me la permetto. Sì, miei splendidi, mie furie anarco-musicistiche che siete Punk proprio perché dite cose anti-Punk, perché avete capito che il punk è, certo, ribellione, incazzatura, chitarre imperfette, tre accordi pallalungaepedalare ma anche tenerezza, nessuna paura di essere fragili e persi perché il punk innazitutto fa male a se stesso e poi, solo poi ed eventualmente, agli altri.
Così nel vostro parlare antipunk fate male a voi stessi, negate voi stessi. E da veri punk quali siete non scegliete (perché un Punk c'ha problemi, non soluzioni e canta di quelli e non di queste) quando si tratta di Radiohead o R.E.M.: un punk non sceglie ma, più saggiamente, se ne fotte.
Detto questo da dove viene il Punk? Dal rock'n'roll, ricordate, Elvis, Little Richard, Eddie Cochran... E DUNQUE AVRESTE DOVUTO FAR VINCERE I R.E.M. PUNTO!!!!
Vi taccio di incoerenza ma, come dice Achille Campanile: ”Ci sono regole piene di eccezioni: sono confermatissime...”, perciò dopo avervi tacciato, vi abbraccio E VENITEME A TROVA' LI MORTACCI VOSTRA!
Semper vostrum
il cuoco
P.S. Quanto ai Pink Floyd hai ragione tu, ho detto una cazzata o meglio mi sono espresso a cazzo.
Che vuoi farci, anche questo è un retaggio di tempi che furono, quando c'erano i VERI Pink Floyd (di Barrett), i VERI Black Sabbath (di Ozzy e non di quel coglione di Dio), i veri Duran Duran (non quella scopiazzatura dei Power Station) etc. etc. etc. gli anni '80 sono stati un vero inferno, beato te che nel 1989 c'avevi 10 anni. In fondo che senso ha difendere i Pink Floyd, è come difendere, che ne so, i Popol Vuh, ma chi se li incula i Popol Vuh.....
P.P.S. occhio, (cane), a come parli degli UK Subs, ti tengo d'occhio...
30 luglio 2008
ed ecco puntuale la glossa pedante
Voi pensavate che di fronte a una cosa banale e superficiale come un test su maispeis avrei potuto trattenermi dall’essere pedante? Credevate che avrei concluso che non ne valesse la pena? Ritenevate che avrei chiuso per eccesso di ribasso di fronte a una cosa peciona tipo Beatles o Rolling Stones? Beh, amici: non avete capito un cazzo.
Ecco dunque un paio di osservazioni del tutto personali sull’intervento di cuoco, cosa che tra l’altro mi riempie d’amore e d’ormone, perché se c’era un motivo (o uno dei principali) per cui avevo pensato a questo blog è proprio LITIGARE.
Vabbè, discutere.
R.E.M. (cane), cazzo, devi dire R.E.M.!!! Non puoi menarla cò ‘sta storia della musica divertente e piripì e parapà e poi mi cadi qui. R.E.M. perchè non hanno mai speculato sui bassi istinti di nessuno.
Caro cuoco, tu hai ragione, mica no. I Radiohead sanno spesso essere un dito in culo e non sono immuni da critiche di speculazione. Oggettivamente, due tra le loro canzoni più brutte (e non a caso più conosciute), sarebbe a dire Creep e Street spirit, sono due canzoni che potrebbero un po’ costituire l’equivalente del film per mamme del pomeriggio di Canale 5 (o almeno del pomeriggio di Canale 5 fino al 1999, anno in cui ho iniziato a non guardare più la tv), quella roba tipo [Metti titolo qui] nella culla, o [Metti titolo qui] in corsia.
Piangi, piangi, dice alla mamma Canale 5 – o Creep, o Street spirit – che le lacrime fanno bene e hai visto mai che recuperi un po’ di contatto con le tue sensazioni più sepolte. Benché io voglia loro bene come a degli zii un po’ frou frou, i Radiohead sono un gruppo che mi divertirei pure a bersagliare di feci, se non fossero così maledettamente geniali. Andiamo: da OK Computer in poi non hanno sbagliato un disco, hanno sempre avuto una scrittura efficacissima e adesso sono ancora meglio e SI FA PURE FATICA A CREDERCI, e riescono ad essere intensi ma mai (o rarissimamente, negli episodi meno riusciti) melensi; ma poi c’è la faccenda di non mettere spot su MTV, e poi c’è la faccenda di tutto l’apparato grafico e “politico” in senso lato, e poi c’è la faccenda di essere delle macchine discografiche perfette, sia nel senso che i loro dischi fanno un uso dello studio e della produzione come strumento e sono davvero i degni eredi di Sgt. Pepper’s (che musicalmente parlando non sarà nemmeno il disco migliore dei Beatles, ma dal punto di vista della produzione o del concetto SI', cazzo), sia nel senso che a una certa hanno pure rinunciato alla casa discografica andando in culo (e facendo finalmente scoprire l’acqua calda) a mezzo mondo. Loro, i Radiohead, sono di Oxford, sono anni che studiano e vogliono insegnarti qualcosa, anche se devono un po’ piagne per dirtela.
I R.E.M.? I R.E.M. sono americani, come facciamo a fare un paragone? Sono cresciuti praticamente in mezzo al nulla nella Georgia e stanno in fissa coi Byrds. I Byrds, capito? Il jingle-jangle del mr. Tamburino e del suo inventore. He was a friend of mine e – tutto sommato – le cannette. E poi hanno iniziato 10 anni prima, e mentre tutti alzavano il volume a tutta callara, loro INVECE NO – che poi è lo stesso motivo per cui rispetto di più i Dire Straits dei, che ne so, UK Subs. E allora vai con il canale pulito del Twin e la Rickenbacker a 12 corde, mo' ve famo vede.
Loro, attraversando – anche un po’ a cazzo di cane – gli anni ’80, hanno dovuto tenere botta in mezzo a sgallettate e reppatari e assoli formidabili.
Loro, i R.E.M. sono americani e devono aspettare a lungo – o inventarsi qualcosa – per potersi finalmente prendere una sbronza come si deve. Hanno un modo diverso di concepire il divertimento da ragazzetti, e non hanno l'OCEANO tra loro e Little Richard (e divin bambino Gesù, non hanno avuto Clapton).Loro, i R.E.M., ormai sono la storia (o nella storia, meglio) del rock and roll, mentre i Radiohead no, anche se sono destinati a entrarci a breve.
Ecco perché NON POSSO scegliere tra Radiohead e R.E.M. Anche se adesso come adesso dovessi portarmi un disco solo nella famosa isola deserta (che a 'sto punto è un’isola bellissima piena di scheletri e di dischi degli altri) mi porto appresso uno a scelta tra Murmur e Reckoning. Se canta mejo, è tutta n’antra storia.
[…] i veri Pink Floyd (quelli di quel fulminato di Barrett) per quanto buoni hanno scritto meno pezzi buoni, anche dei primissimi WHO.
Caro cuoco, stella polare dei miei polsi rotti, mia spilletta della rivoluzione: anche qui, permettimi un appunto. Secondo la mia modesta opinione di Rompicoglioni™, questa cosa dei VERI Pink Floyd di Syd Barrett in opposizione ai FALSI Pink Floyd apostati ed eretici di Roger Waters (o, dio ce ne scampi, di quella vecchia zitella di David Gilmour), è un po’ un mito da sfatare. Andrò ora ad illustrare la mia tesi.
Ti ricordi che qualche mese fa parlavamo di Björk, io e te? E come se non bastasse ne scrissi anche sul blogghe? Ricapitoliamo.
Ma non solo. Quando Barrett ha fuso la testata, i Pink Floyd, come gruppo, non hanno sostituito l’elemento con un altro che potesse essere in grado di proseguire il discorso. No, hanno solo preso un chitarrista bravo a fare gli assoli, fottendosene della sostituibilità. Certo, a volte lo stesso meccanismo ha portato a grandi botte di culo (pensate a cosa sarebbe successo ai Rolling Stones se Brian Jones non fosse schioppato: avoja a pipponi tipo Their Satanic Majesties Request, il disco più INVIDIOSO della storia), però è anche vero che al di là delle folle oceaniche (che poi che c’entra, le folle oceaniche le fa anche Vascorossi: che, è un grande artista, Vascorossi?) tutti: critici, fan affezionati, giornalisti e radiatoristi hanno SEMPRE sostenuto che Eeh, quando c’era Barrett era un’altra cosa.
Benissimo, ci stiamo arrivando: se un gruppo non lo capisce, che sta facendo minchiate, è un gruppo che ha perso l’ispirazione, che ha perso la direzione (e che è destinato a morire a breve, come la MOSTRUOSA ultima formazione apocrifa dei Clash) o, al contrario, un gruppo che NON CAPISCE LA MUSICA, perché in primo luogo non è capace di capire la propria. Un gruppo che non è in grado di ascoltarsi e giudicarsi oggettivamente (e questo si era capito, basta ascoltare Atom Heart Mother), di mettersi dei limiti e di capire quando la frittata è fatta, è un gruppo un po’ del cazzo, diciamoci la verità, e non la puoi sempre buttare a assoli e laser, su: alla lunga scocci, e infatti così è stato.
Dunque, VISTI GLI ATTI E SENTITE LE PARTI, è ovvio che un gruppo come i Pink Floyd, proprio a ben guardare, non ha vita propria, ma solo alla luce di questo leggendario primo disco (che come molte cose, a me non piace ma rispetto) che però non si è mai ripetuto, contravvenendo perlopiù alla Prima Legge dei rompicoglioni come me: Hai fatto un disco bello? Bene: MO’ FANNE UN ALTRO. Quod erat demonstrandum, aridaje.
Ecco dunque un paio di osservazioni del tutto personali sull’intervento di cuoco, cosa che tra l’altro mi riempie d’amore e d’ormone, perché se c’era un motivo (o uno dei principali) per cui avevo pensato a questo blog è proprio LITIGARE.
Vabbè, discutere.
R.E.M. (cane), cazzo, devi dire R.E.M.!!! Non puoi menarla cò ‘sta storia della musica divertente e piripì e parapà e poi mi cadi qui. R.E.M. perchè non hanno mai speculato sui bassi istinti di nessuno.
Caro cuoco, tu hai ragione, mica no. I Radiohead sanno spesso essere un dito in culo e non sono immuni da critiche di speculazione. Oggettivamente, due tra le loro canzoni più brutte (e non a caso più conosciute), sarebbe a dire Creep e Street spirit, sono due canzoni che potrebbero un po’ costituire l’equivalente del film per mamme del pomeriggio di Canale 5 (o almeno del pomeriggio di Canale 5 fino al 1999, anno in cui ho iniziato a non guardare più la tv), quella roba tipo [Metti titolo qui] nella culla, o [Metti titolo qui] in corsia.
Piangi, piangi, dice alla mamma Canale 5 – o Creep, o Street spirit – che le lacrime fanno bene e hai visto mai che recuperi un po’ di contatto con le tue sensazioni più sepolte. Benché io voglia loro bene come a degli zii un po’ frou frou, i Radiohead sono un gruppo che mi divertirei pure a bersagliare di feci, se non fossero così maledettamente geniali. Andiamo: da OK Computer in poi non hanno sbagliato un disco, hanno sempre avuto una scrittura efficacissima e adesso sono ancora meglio e SI FA PURE FATICA A CREDERCI, e riescono ad essere intensi ma mai (o rarissimamente, negli episodi meno riusciti) melensi; ma poi c’è la faccenda di non mettere spot su MTV, e poi c’è la faccenda di tutto l’apparato grafico e “politico” in senso lato, e poi c’è la faccenda di essere delle macchine discografiche perfette, sia nel senso che i loro dischi fanno un uso dello studio e della produzione come strumento e sono davvero i degni eredi di Sgt. Pepper’s (che musicalmente parlando non sarà nemmeno il disco migliore dei Beatles, ma dal punto di vista della produzione o del concetto SI', cazzo), sia nel senso che a una certa hanno pure rinunciato alla casa discografica andando in culo (e facendo finalmente scoprire l’acqua calda) a mezzo mondo. Loro, i Radiohead, sono di Oxford, sono anni che studiano e vogliono insegnarti qualcosa, anche se devono un po’ piagne per dirtela.
I R.E.M.? I R.E.M. sono americani, come facciamo a fare un paragone? Sono cresciuti praticamente in mezzo al nulla nella Georgia e stanno in fissa coi Byrds. I Byrds, capito? Il jingle-jangle del mr. Tamburino e del suo inventore. He was a friend of mine e – tutto sommato – le cannette. E poi hanno iniziato 10 anni prima, e mentre tutti alzavano il volume a tutta callara, loro INVECE NO – che poi è lo stesso motivo per cui rispetto di più i Dire Straits dei, che ne so, UK Subs. E allora vai con il canale pulito del Twin e la Rickenbacker a 12 corde, mo' ve famo vede.
Loro, attraversando – anche un po’ a cazzo di cane – gli anni ’80, hanno dovuto tenere botta in mezzo a sgallettate e reppatari e assoli formidabili.
Loro, i R.E.M. sono americani e devono aspettare a lungo – o inventarsi qualcosa – per potersi finalmente prendere una sbronza come si deve. Hanno un modo diverso di concepire il divertimento da ragazzetti, e non hanno l'OCEANO tra loro e Little Richard (e divin bambino Gesù, non hanno avuto Clapton).Loro, i R.E.M., ormai sono la storia (o nella storia, meglio) del rock and roll, mentre i Radiohead no, anche se sono destinati a entrarci a breve.
Ecco perché NON POSSO scegliere tra Radiohead e R.E.M. Anche se adesso come adesso dovessi portarmi un disco solo nella famosa isola deserta (che a 'sto punto è un’isola bellissima piena di scheletri e di dischi degli altri) mi porto appresso uno a scelta tra Murmur e Reckoning. Se canta mejo, è tutta n’antra storia.
[…] i veri Pink Floyd (quelli di quel fulminato di Barrett) per quanto buoni hanno scritto meno pezzi buoni, anche dei primissimi WHO.
Caro cuoco, stella polare dei miei polsi rotti, mia spilletta della rivoluzione: anche qui, permettimi un appunto. Secondo la mia modesta opinione di Rompicoglioni™, questa cosa dei VERI Pink Floyd di Syd Barrett in opposizione ai FALSI Pink Floyd apostati ed eretici di Roger Waters (o, dio ce ne scampi, di quella vecchia zitella di David Gilmour), è un po’ un mito da sfatare. Andrò ora ad illustrare la mia tesi.
Ti ricordi che qualche mese fa parlavamo di Björk, io e te? E come se non bastasse ne scrissi anche sul blogghe? Ricapitoliamo.
Il teorema che formulai per Björk è quello per cui se nella tua carriera hai fatto 10 dischi e, di questi, 6 mi rompono il cazzo (cioè la metà più uno), allora: TU, aritmeticamente, mi rompi il cazzo, quod erat demonstradum. Al massimo, pe' esse boni, posso dire che Björk è una che mi rompe il cazzo ma che ha fatto delle cose valide, o piacevoli; che, per beneficio dei nostri 7 lettori, sono Debut, Post e Homogenic. E BASTA: parlate con chiunque, vi dirà che i dischi successivi sono una palla, anzi no: parlate con qualcuno di SINCERO e che non intenda fare il figo dicendo che Sì, a me è piaciuto. Stronzate, è come farsi piacere la roba che fa quello spostato di suo marito: è roba SPERIMENTALE, al massimo si CAPISCE, non si GRADISCE, è fatta APPOSTA. Oh, daje.
Applicando il teorema di Björk ai benemeriti Pink Floyd, la dimostrazione è ancora più evidente. Siamo tutti d’accordo che l’UNICO disco valido dei Pink Floyd sia The piper at the gates of dawn e che tutto il resto sia fuffa ridicola, pomposa e autoreferenziale, quando non materiale di scarto messo insieme in attesa che l’ispirazione arrivasse, come alla fermata dell’autobus. Tuttavia, se in una discografia di 14 e non dico 12 e non dico 13 dico 14 siori 14 album, se ne salva uno solo, è troppo facile sottolineare che in pratica i Pink Floyd sono un gruppo truffa, degno dei peggiori Doors.Ma non solo. Quando Barrett ha fuso la testata, i Pink Floyd, come gruppo, non hanno sostituito l’elemento con un altro che potesse essere in grado di proseguire il discorso. No, hanno solo preso un chitarrista bravo a fare gli assoli, fottendosene della sostituibilità. Certo, a volte lo stesso meccanismo ha portato a grandi botte di culo (pensate a cosa sarebbe successo ai Rolling Stones se Brian Jones non fosse schioppato: avoja a pipponi tipo Their Satanic Majesties Request, il disco più INVIDIOSO della storia), però è anche vero che al di là delle folle oceaniche (che poi che c’entra, le folle oceaniche le fa anche Vascorossi: che, è un grande artista, Vascorossi?) tutti: critici, fan affezionati, giornalisti e radiatoristi hanno SEMPRE sostenuto che Eeh, quando c’era Barrett era un’altra cosa.
Benissimo, ci stiamo arrivando: se un gruppo non lo capisce, che sta facendo minchiate, è un gruppo che ha perso l’ispirazione, che ha perso la direzione (e che è destinato a morire a breve, come la MOSTRUOSA ultima formazione apocrifa dei Clash) o, al contrario, un gruppo che NON CAPISCE LA MUSICA, perché in primo luogo non è capace di capire la propria. Un gruppo che non è in grado di ascoltarsi e giudicarsi oggettivamente (e questo si era capito, basta ascoltare Atom Heart Mother), di mettersi dei limiti e di capire quando la frittata è fatta, è un gruppo un po’ del cazzo, diciamoci la verità, e non la puoi sempre buttare a assoli e laser, su: alla lunga scocci, e infatti così è stato.
Dunque, VISTI GLI ATTI E SENTITE LE PARTI, è ovvio che un gruppo come i Pink Floyd, proprio a ben guardare, non ha vita propria, ma solo alla luce di questo leggendario primo disco (che come molte cose, a me non piace ma rispetto) che però non si è mai ripetuto, contravvenendo perlopiù alla Prima Legge dei rompicoglioni come me: Hai fatto un disco bello? Bene: MO’ FANNE UN ALTRO. Quod erat demonstrandum, aridaje.
al volo:
musica,
Pink Floyd,
R.E.M.,
Radiohead,
teorema di Bjork,
test
1 gennaio 2008
il re è morto, viva il re
Vabbe' che già seguendo un minimo il blog (voi due o tre poveri cristi) vi sarete fatti un'idea di cosa ci è piaciuto e cosa no, del mare di roba che è uscita in questi ultimi 12 mesi. Sarebbe anche inutile dunque che voi due o tre poveri cristi dobbiate leggere un altro post in cui ci sono scritte cose che sapete già - se non ve le ho dette direttamente di persona - ma (colpo di scena) è anche vero che ci possono essere sorprese all'ultimo minuto.
Sorprese, poi, che possono essere di sicuro dischi usciti da poco (non ci dimentichiamo che a dicembre si concentra più o meno la metà delle uscite discografiche dell'anno, soprattutto quelli pubblicati dalle major moribonde e paracule), ma anche dischi ascoltati da poco, ché uno mica ce la fa a stare appresso a tutto. Io ce la metto tutta a stare dietro alle novità, ai consigli, alle nuove sensazioni del momento, ma se poi mi accorgo che non ho ancora mai sentito un cazzo di Art Tatum, ecco, QUELLO è un problema: non voglio fare la fine di quelli che conoscono tutte le outtakes e tutti i demo dell'ultimo impostore pompato da NME senza sapere da dove questo impostore viene, e soprattutto perché in confronto al suo modello fa immancabilmente VOMITARE. La musica è una faccenda genealogica, e chi sostiene il contrario vada a fare in culo. Voilà.
A differenza di altri, ci limiteremo (o almeno io mi limiterò, questo blog è anarchico, e ognuno fa quel cazzo che vuole e viva Durruti) a indicare solo 5 dischi per questo 2007. Questo per molteplici motivi:
1. siamo froci per High Fidelity e non c'è motivo per cui un mucchio di nerd come noi non dovrebbe pagare tributo a questo feticcio
2. tutto sommato - e non (solo) per fare i disfattisti - non è che questo 2007 abbia proprio brillato per soddisfazioni. se perfino il cuoco minaccia ritorsioni contro Springsteen vuol dire che non è andata troppo bene, e allora più di 5 dischi buoni, degni di finire in una top 5, sfido chiunque a trovarne
3. non c'è un 3: Letterman ti voglio bene.
In ordine sparso (ditemi voi se si possono mettere in graduatoria 5 dischi così)
radiohead: in rainbows
Indipendentemente dall'essere un fan incondizionato dei Radiohead, ci si aspettava un po' tutti che il loro nuovo disco (che tra l'altro vabbé i 3 anni dall'ultimo, ma ci hanno fatto aspettare SEI MESI per farlo uscire) sarebbe stato il disco dell'anno - e per le motivazioni di questo vi rimando al succitato punto 2. In Rainbows è il disco miracolo dei Radiohead, il loro Revolver; anzi, meglio: il loro Rubber Soul. Canzoni efficaci, sintetiche e non necessariamente figlie dello studio di registrazione. Più sobrietà, più concisione e un linguaggio rivoluzionario legato però più alla sostanza che alla forma: le canzoni - che raramente seguono la struttura convenzionale strofa-ritornellox2-bridge-coda - hanno una discorsività più ampia e lineare, piuttosto che circolare, vanno SEMPRE a parare da qualche parte: invece di ripetere gli elementi musicali più efficaci, hanno fatto ricorso alla loro espansione, all'approfondimento, a una sorta di variazione del tema che rende i brani più vari ma mai incoerenti. Appena uscito questo disco si è piazzato al terzo posto subito dopo Kid A e OK Computer, ma oggi, dopo un mese di ascolto praticamente incessante, non è detto che sia inferiore a quello che finora viene considerato il loro capolavoro.
In più, In Rainbows è il miglior disco del 2007 perché è il più grosso dito in culo del music business che si ricordi dai tempi della controversia ASCAP/BMI. I Radiohead hanno usato tutta la loro fama NON per strappare un rinnovo da capogiro alla loro etichetta - o per trovarne una nuova che leccasse loro il culo fino a consumarsi la lingua - ma per dimostrare al mondo intero che dei cravattari cravattati del mondo major ne abbiamo piene le palle e zero bisogno. Ma siccome non mi piace ripetermi (non è vero, lo adoro ma non ho tempo), vi rimando volentieri a un post che ho scritto qualche settimana fa.
anti-you: pig city life
Stesso discorso: qualsiasi disco che abbia in copertina berlusconi col cappio e il muso da porco non può non diventare uno dei miei prediletti. Anche del 7" degli Anti-you ho parlato in abbondanza qualche settimana fa. Oltre alle lodi sperticate che ho affastellato allora al massimo posso consigliarvi di andarveli a vedere dal vivo (possibilmente sotto il palco, così vi arriva anche qualcuno in faccia, cosa che aumenta di gran lunga il divertimenti) e meravigliarvi del fatto che in media gli applausi sono sempre più lunghi delle loro canzoni. Meglio gruppo pancarcor de noantri, senza dubbio.
feist: the reminder
Ecco, forse questa era meno scontata, nel senso che non ne avevo ancora parlato prima, o forse solo in maniera marginale. E se ne avevo parlato, pure, era per elogiare il suo disco precedente e ringraziare chi me lo aveva consigliato. Let it die era stato un disco che seppure inizialmente avevo bollato come fashionista e superficiale, alla fine invece (complici delle melodie davvero infettive) si è rivelato ben pensato, ben scritto, ben prodotto e ben tutto quanto, rimanendo uno dei miei preferiti del duemilaqualcosa in cui è uscito, e in definitiva uno dei dischi che riascolto più spesso con piacere (e considerate che non è una cosa da poco perché passo TROPPO tempo ad ascoltare cose nuove).
The reminder anche: all'inizio mi era sembrato un compendio di quello che piace alle ragazzine (ragazzine maschi e ragazzine femmina, senza distinzione) che leggono Vice e non si perdono una serata del fish-n-chips: occhieggiamenti all'electro-pop degli anni 80, ritmi disco con batterie senza punta, majette a righe, roba del genere. Beninteso, in The reminder tutta questa roba ci sta, ma è funzionale alla riuscita delle canzoni che sono sempre concise, divertenti e appassionanti. Insomma, ancora una volta Feist mi dimostra che avevo torto. Su di lei. Sulle ragazzine (maschi e femmina) del fish-n-chips no.
jesu: conqueror
Anche di questo disco ho parlato a profusione. Molti miei amici dopo aver letto quello che avevo scritto diverso tempo fa non hanno potuto non procurarselo, alcuni rimanendone impressionati e affezionandocisi subito - altri mandandomi a cagare e preoccupandosi per un peggioramento sensibile dei miei gusti musicali. Anche ascoltato dopo mesi dalla fissa iniziale, Conqueror rimane un disco entusiasmante, pieno di idee geniali e di un calore intensissimo - anche se nascosto, questo sì. Certo, dopo tutti questi mesi la produzione smaccatamente metal inizia a mostrare la corda, ma del resto quello sempre Justin Broadrick è, un fondatore dei Napalm Death, uno che poi si è messo a fare pazzie industriali: da gente così il gusto per il suono arriva sempre con beneficio d'inventario. E poi dopotutto sticazzi, perché per sentire (nel senso di to feel, l'italiano purtroppo non ci viene sempre in aiuto quando servirebbe) la candida bellezza di questo disco tocca alzare il volume a palla, e in quel caso il suono diventa una specie di fragoroso sipario che sta tutto intorno, e fa quello che deve fare: aprirsi per farci vedere le cose.
Beninteso, poi di questa cosa di alzare il volume a palla ne parleremo per bene.
U2: the joshua tree (20th anniversary edition)
Ok ok, non rompete i coglioni, lo so benissimo che non è uscito nel 2007 ma vent'anni fa. Tutto sommato - vista la penuria e visto che sì: sono un fan degli U2 - questa riedizione con tanto di b-sides e DVD documentario è una bomba. The joshua tree è uno dei dischi più importanti degli anni 80 - e non solo, diciamocelo: andatemelo a pescare un gruppo che abbia bissato in quel modo il connubio tra un genere morente che avevano inventato e le nuove ispirazioni che hanno vissuto in giro per il mondo. Una specie di Combat rock, insomma, se gli U2 fossero stati un gruppo punk - e soprattutto se i Clash fossero riusciti a fare un BEL disco con Combat rock, invece di rovinarlo perché erano quattro stronzi permalosi, ma questa è un'altra storia e sono sicuro che meglio di me prima o poi il cuoco tira fuori 20.000 battute di fuoco su voi pecioni, sui Clash e su come mediamente non avete mai capito un cazzo del punk. Dicevamo.
Gli U2 sono come i Nirvana o Del Piero: essendo patrimonio comune e qualcosa che bene o male non ha mai rotto le palle a nessuno, tutti sentono la necessità di pisciarci sopra. Negli anni 90 (nei tardi anni 90) sono stati bersagliati dalla stampa e dai nuovi "gruppi famosi" come dei dinosauri, come un gruppo fuori dal tempo, come qualcosa di cui sbarazzarsi. Normale, si tende sempre a cagare sul decennio precedente, salvo poi andarsene in fissa dieci anni dopo (guardate cosa sta succedendo oggi con gli anni 80 e le pettinature e gli stivali col tacco basso e le grafiche fluo: se tra dieci anni torna di moda il mullet di McGyver vi giuro che vi faccio deportare in Ungheria dove quello è l'unico mondo possibile). In più, i cari quattro dubliners ci hanno anche aggiunto del loro sfornando in rapida sequenza un disco di merda e due dischi insipidi, solo qua e là arricchiti da qualche lampo di genio. Ci sta tutto, ci mancherebbe: anche i rolling stones hanno fatto delle santissime stronzate, dopo vent'anni di attività, quindi diamo loro tempo. Mo' sta girando voce che abbiano ricominciato a collaborare con Brian Eno: finalmente un po' di buon senso, che la nonna quando dice Squadra che vince non si cambia non va sempre trattata da rincoglionita.
In ogni caso: The joshua tree che vi piaccia o no rimane uno dei dischi più importanti degli ultimi 20 anni. In più va riconosciuta agli U2 l'onestà commerciale di aver pubblicato solo due greatest hits e un'edizione speciale in ventott'anni di carriera. Il che non rende certo più bello il disco (anche perché non ne ha bisogno) ma testimonia a favore del fatto che questo disco è un documento, che va preservato e trasmesso. E se non vi piace, pazienza, avete sempre il fish-n-chips.
Sorprese, poi, che possono essere di sicuro dischi usciti da poco (non ci dimentichiamo che a dicembre si concentra più o meno la metà delle uscite discografiche dell'anno, soprattutto quelli pubblicati dalle major moribonde e paracule), ma anche dischi ascoltati da poco, ché uno mica ce la fa a stare appresso a tutto. Io ce la metto tutta a stare dietro alle novità, ai consigli, alle nuove sensazioni del momento, ma se poi mi accorgo che non ho ancora mai sentito un cazzo di Art Tatum, ecco, QUELLO è un problema: non voglio fare la fine di quelli che conoscono tutte le outtakes e tutti i demo dell'ultimo impostore pompato da NME senza sapere da dove questo impostore viene, e soprattutto perché in confronto al suo modello fa immancabilmente VOMITARE. La musica è una faccenda genealogica, e chi sostiene il contrario vada a fare in culo. Voilà.
A differenza di altri, ci limiteremo (o almeno io mi limiterò, questo blog è anarchico, e ognuno fa quel cazzo che vuole e viva Durruti) a indicare solo 5 dischi per questo 2007. Questo per molteplici motivi:
1. siamo froci per High Fidelity e non c'è motivo per cui un mucchio di nerd come noi non dovrebbe pagare tributo a questo feticcio
2. tutto sommato - e non (solo) per fare i disfattisti - non è che questo 2007 abbia proprio brillato per soddisfazioni. se perfino il cuoco minaccia ritorsioni contro Springsteen vuol dire che non è andata troppo bene, e allora più di 5 dischi buoni, degni di finire in una top 5, sfido chiunque a trovarne
3. non c'è un 3: Letterman ti voglio bene.
In ordine sparso (ditemi voi se si possono mettere in graduatoria 5 dischi così)
radiohead: in rainbows
Indipendentemente dall'essere un fan incondizionato dei Radiohead, ci si aspettava un po' tutti che il loro nuovo disco (che tra l'altro vabbé i 3 anni dall'ultimo, ma ci hanno fatto aspettare SEI MESI per farlo uscire) sarebbe stato il disco dell'anno - e per le motivazioni di questo vi rimando al succitato punto 2. In Rainbows è il disco miracolo dei Radiohead, il loro Revolver; anzi, meglio: il loro Rubber Soul. Canzoni efficaci, sintetiche e non necessariamente figlie dello studio di registrazione. Più sobrietà, più concisione e un linguaggio rivoluzionario legato però più alla sostanza che alla forma: le canzoni - che raramente seguono la struttura convenzionale strofa-ritornellox2-bridge-coda - hanno una discorsività più ampia e lineare, piuttosto che circolare, vanno SEMPRE a parare da qualche parte: invece di ripetere gli elementi musicali più efficaci, hanno fatto ricorso alla loro espansione, all'approfondimento, a una sorta di variazione del tema che rende i brani più vari ma mai incoerenti. Appena uscito questo disco si è piazzato al terzo posto subito dopo Kid A e OK Computer, ma oggi, dopo un mese di ascolto praticamente incessante, non è detto che sia inferiore a quello che finora viene considerato il loro capolavoro.
In più, In Rainbows è il miglior disco del 2007 perché è il più grosso dito in culo del music business che si ricordi dai tempi della controversia ASCAP/BMI. I Radiohead hanno usato tutta la loro fama NON per strappare un rinnovo da capogiro alla loro etichetta - o per trovarne una nuova che leccasse loro il culo fino a consumarsi la lingua - ma per dimostrare al mondo intero che dei cravattari cravattati del mondo major ne abbiamo piene le palle e zero bisogno. Ma siccome non mi piace ripetermi (non è vero, lo adoro ma non ho tempo), vi rimando volentieri a un post che ho scritto qualche settimana fa.
anti-you: pig city life
Stesso discorso: qualsiasi disco che abbia in copertina berlusconi col cappio e il muso da porco non può non diventare uno dei miei prediletti. Anche del 7" degli Anti-you ho parlato in abbondanza qualche settimana fa. Oltre alle lodi sperticate che ho affastellato allora al massimo posso consigliarvi di andarveli a vedere dal vivo (possibilmente sotto il palco, così vi arriva anche qualcuno in faccia, cosa che aumenta di gran lunga il divertimenti) e meravigliarvi del fatto che in media gli applausi sono sempre più lunghi delle loro canzoni. Meglio gruppo pancarcor de noantri, senza dubbio.
feist: the reminder
Ecco, forse questa era meno scontata, nel senso che non ne avevo ancora parlato prima, o forse solo in maniera marginale. E se ne avevo parlato, pure, era per elogiare il suo disco precedente e ringraziare chi me lo aveva consigliato. Let it die era stato un disco che seppure inizialmente avevo bollato come fashionista e superficiale, alla fine invece (complici delle melodie davvero infettive) si è rivelato ben pensato, ben scritto, ben prodotto e ben tutto quanto, rimanendo uno dei miei preferiti del duemilaqualcosa in cui è uscito, e in definitiva uno dei dischi che riascolto più spesso con piacere (e considerate che non è una cosa da poco perché passo TROPPO tempo ad ascoltare cose nuove).
The reminder anche: all'inizio mi era sembrato un compendio di quello che piace alle ragazzine (ragazzine maschi e ragazzine femmina, senza distinzione) che leggono Vice e non si perdono una serata del fish-n-chips: occhieggiamenti all'electro-pop degli anni 80, ritmi disco con batterie senza punta, majette a righe, roba del genere. Beninteso, in The reminder tutta questa roba ci sta, ma è funzionale alla riuscita delle canzoni che sono sempre concise, divertenti e appassionanti. Insomma, ancora una volta Feist mi dimostra che avevo torto. Su di lei. Sulle ragazzine (maschi e femmina) del fish-n-chips no.
jesu: conqueror
Anche di questo disco ho parlato a profusione. Molti miei amici dopo aver letto quello che avevo scritto diverso tempo fa non hanno potuto non procurarselo, alcuni rimanendone impressionati e affezionandocisi subito - altri mandandomi a cagare e preoccupandosi per un peggioramento sensibile dei miei gusti musicali. Anche ascoltato dopo mesi dalla fissa iniziale, Conqueror rimane un disco entusiasmante, pieno di idee geniali e di un calore intensissimo - anche se nascosto, questo sì. Certo, dopo tutti questi mesi la produzione smaccatamente metal inizia a mostrare la corda, ma del resto quello sempre Justin Broadrick è, un fondatore dei Napalm Death, uno che poi si è messo a fare pazzie industriali: da gente così il gusto per il suono arriva sempre con beneficio d'inventario. E poi dopotutto sticazzi, perché per sentire (nel senso di to feel, l'italiano purtroppo non ci viene sempre in aiuto quando servirebbe) la candida bellezza di questo disco tocca alzare il volume a palla, e in quel caso il suono diventa una specie di fragoroso sipario che sta tutto intorno, e fa quello che deve fare: aprirsi per farci vedere le cose.
Beninteso, poi di questa cosa di alzare il volume a palla ne parleremo per bene.
U2: the joshua tree (20th anniversary edition)
Ok ok, non rompete i coglioni, lo so benissimo che non è uscito nel 2007 ma vent'anni fa. Tutto sommato - vista la penuria e visto che sì: sono un fan degli U2 - questa riedizione con tanto di b-sides e DVD documentario è una bomba. The joshua tree è uno dei dischi più importanti degli anni 80 - e non solo, diciamocelo: andatemelo a pescare un gruppo che abbia bissato in quel modo il connubio tra un genere morente che avevano inventato e le nuove ispirazioni che hanno vissuto in giro per il mondo. Una specie di Combat rock, insomma, se gli U2 fossero stati un gruppo punk - e soprattutto se i Clash fossero riusciti a fare un BEL disco con Combat rock, invece di rovinarlo perché erano quattro stronzi permalosi, ma questa è un'altra storia e sono sicuro che meglio di me prima o poi il cuoco tira fuori 20.000 battute di fuoco su voi pecioni, sui Clash e su come mediamente non avete mai capito un cazzo del punk. Dicevamo.
Gli U2 sono come i Nirvana o Del Piero: essendo patrimonio comune e qualcosa che bene o male non ha mai rotto le palle a nessuno, tutti sentono la necessità di pisciarci sopra. Negli anni 90 (nei tardi anni 90) sono stati bersagliati dalla stampa e dai nuovi "gruppi famosi" come dei dinosauri, come un gruppo fuori dal tempo, come qualcosa di cui sbarazzarsi. Normale, si tende sempre a cagare sul decennio precedente, salvo poi andarsene in fissa dieci anni dopo (guardate cosa sta succedendo oggi con gli anni 80 e le pettinature e gli stivali col tacco basso e le grafiche fluo: se tra dieci anni torna di moda il mullet di McGyver vi giuro che vi faccio deportare in Ungheria dove quello è l'unico mondo possibile). In più, i cari quattro dubliners ci hanno anche aggiunto del loro sfornando in rapida sequenza un disco di merda e due dischi insipidi, solo qua e là arricchiti da qualche lampo di genio. Ci sta tutto, ci mancherebbe: anche i rolling stones hanno fatto delle santissime stronzate, dopo vent'anni di attività, quindi diamo loro tempo. Mo' sta girando voce che abbiano ricominciato a collaborare con Brian Eno: finalmente un po' di buon senso, che la nonna quando dice Squadra che vince non si cambia non va sempre trattata da rincoglionita.
In ogni caso: The joshua tree che vi piaccia o no rimane uno dei dischi più importanti degli ultimi 20 anni. In più va riconosciuta agli U2 l'onestà commerciale di aver pubblicato solo due greatest hits e un'edizione speciale in ventott'anni di carriera. Il che non rende certo più bello il disco (anche perché non ne ha bisogno) ma testimonia a favore del fatto che questo disco è un documento, che va preservato e trasmesso. E se non vi piace, pazienza, avete sempre il fish-n-chips.
al volo:
2007,
Anti You,
Conqueror,
Feist,
Jesu,
Radiohead,
The joshua tree,
The Reminder,
top 5,
U2
8 dicembre 2007
panino del mese: mceyed peas
Ve lo dico io perché In Rainbows è il disco più importante degli ultimi dieci anni. Sette, anzi. Primo, perché abbiamo dovuto aspettare sette anni (da Kid A, per intenderci) per ascoltare una sintesi così elegante ed equilibrata di pop, sperimentazione, azzardo e tradizione. Ma per questo basta capirci un minimo di musica e dare un’ascoltata anche veloce al disco per capire che c’è dentro qualcosa di miracoloso che conferma i Radiohead tra i più grandi gruppi di tutti i tempi. E questo perché hanno capito la lezione di tutti i migliori (i Beatles e gli anni 60 ma non le fesserie hippie, gli U2 e gli anni 80 ma non la wave a righine da Circolo degli Artisti, i Pink Floyd ma non la spocchia e gli stronzi assoli di chitarra, l’elettronica ma non la masturbazione punta e clicca) e l’hanno rimescolata in maniera sapiente, autosufficiente (non c’è bisogno di conoscere i modelli per apprezzare la grandezza il risultato finale) e soprattutto accessibile a TUTTI i livelli.
Ma c’è di più.
In Rainbows è il disco più importante degli ultimi dieci (ok, sette) anni perché è facile pensare che sia il disco più venduto di tutti i tempi che non sia mai stato pubblicato da una casa discografica. Sette anni fa i Radiohead hanno fatto il colpaccio mandando alle stelle Kid A senza uno straccio di singolo o di video (tranne quella roba da dieci secondi a botta che tenevano per un po’ sul sito per poi levarla di mezzo): il disco era bello e si vendeva da solo, in culo ai maxicartelloni pubblicitari, ai pusher delle radio e chiaramente alla Premiata Macelleria MTV. Adesso replicano mandando alle stelle un disco senza uno straccio di disco. Capito bene. E volete sapere perché è importante? Perché questo disco è la goccia che fa traboccare il vaso.
Che le major siano nella merda è assodato (se ne parla anche la stampa italiana vuol dire che ormai è cosa trita e di dominio pubblico). Tutto questo da diverso tempo, da quando i Metallica ottennero la chiusura di Napster perché rosicando per non avere abbastanza soldi, fecero i bulli con dei ragazzetti brufolosi che non avevano pagato dazio per sentire i loro tronfi riffoni di chitarra giapponese. Le major hanno iniziato a emanare un odore strano e da allora niente è stato più lo stesso.
Oggi, a dieci (sette, ci risiamo) anni di distanza, lo smottamento è in piena corsa e non c’è più verso di frenare la fuga di brani, capitali e (novità!) artisti dal portafoglio delle principesse conglomerate.
La stampa, in più, con questa cosa ci va a nozze. Sembra che questo colpo fatale al sistema discografico as we know it sia non più che una stramberia di quattro snob ossoniensi capitanati da uno che si è permesso perfino di dire di no a Sir Paul (questo in titolo: poi si legge nell’intervista che l’ha fatto perché non si sentiva all’altezza – bravi, era Repubblica: l’avrete riconosciuta dal sensazionalismo spicciolo, vero?). Il che è ovvio, tenuto conto che la stampa fa capo allo stesso meccanismo: grossi giganti mediatici che a un certo punto hanno iniziato a partorire topolini, ma costosissimi e pure protetti anche da crittografie anticopia che non girano nell’autoradio. Chiaro che minimizzando l’accaduto iniziano anche a pararsi sottilmente il culo: non sia mai domani dovessimo tutti scoprire che possiamo anche fare a meno dei quotidiani, dei loro faccendieri in quota opposizione e della loro pessima, pessima sintassi.
Eppure è così: dopo cinquant’anni (se non di più) di prassi consolidata, è chiaro che oggi la gente pensa che sia una cosa inaudita e incosciente rinunciare a una casa discografica per mettere fuori qualcosa. Questo perché la gente (e la stampa, che è fatta da gente, mentre noi speravamo fosse fatta da professionisti) non ha la minima idea di come funzionino le cose, e del fatto che le case discografiche sono un costo: come qualsiasi struttura costano, e richiedono risorse e passaggi che oggi – nell’era dell’accesso – sono risparmiabili.
Fortunatamente i Radiohead, che snob saranno anche snob ma so’ pischelli per bene, stanno minimizzando la cosa. Abbiamo solo voluto mettere fuori un disco, hanno dichiarato, non era mica nostra intenzione portare un attacco al cuore dell’establishment facendo perdere all’apparato milioni di sterline: avevamo un disco, avevamo i canali, non avevamo un contratto, l’abbiamo messo fuori da solo. Noi poco ci crediamo, perché i Radiohead sono gente che riflette e a cui sta sul cazzo il sistema postcapitalista (soprattutto quello mediatico), ma tutto sommato non era un’osservazione troppo da santarellini.
Mettere fuori un disco da soli è possibile, anzi: spesso è addirittura meglio. Da queste parti, qui in basso, dove non girano i soldi ma le idee, i musicisti sanno perfettamente che la casa discografica è un canale, uno strumento che serve a raggiungere un pubblico. Si fa una cosa, e a cosa fatta, si dà a un’etichetta che distribuisce il tutto e si tiene una parte degli incassi – sempre a patto che l’accordo sia vantaggioso.
Qui da queste parti siamo disillusi al fascino della rockstar, e facciamo pure bene. Le rockstar sono delle persone fuori dal mondo e il 90% di loro sono perfettamente INCAPACI di fare buona musica, e questo anche perché all’interno di un contesto mediatico basato sull’apparire, in cui la gente diventa famosa perché È famosa (così, a buffo), le rockstar non sono nemmeno TENUTE a farla (qualcuno ha mai sentito DAVVERO un disco di Amy Winehouse? NON SERVE!) Dall’altra perché le rockstar sono dei fenomeni costruiti per dare stabilità, apparenza e quindi un ritorno d’immagine proprio alle etichette che le mettono sotto contratto e che lucrano sulla loro instabilità (non dimentichamo la morte di Sid Vicious o di Cobain, il colpo di culo più GROSSO che le loro etichette potessero avere).
Questa cosa ha alimentato un’idea collettiva per cui il fine ultimo della carriera di un musicista fosse quello di arrivare a un contratto discografico, e poi pace: campi di rendita. La casa discografica ti scrive e arrangia le canzoni, ti organizza un tour, ti manda in televisione e ti ci mantiene perché ne ha tutti gli interessi. È come essere il capo di un partito italiano: diventi la parte visibile di un apparato che lavora per tenerti esattamente dove sei. In più puoi anche spaccare le sedie e schiacciare due pischelle a botta.
Per cinquant’anni questa cosa ha funzionato, poi è arrivato Internet.
Come tutte le grandi istituzioni – commerciali e non – anche le major discografiche sono sempre e pesantemente indietro coi tempi. Non è stato capito che non bastava mettere sotto contratto le nuove sensazioni partite da Myspace perché le parabole di visibilità offerte da internet sono ancora più ripide di quelle rese possibile dalla televisione. Le major hanno pensato che essendo le uniche depositarie di mezzi di comunicazione e promozione a livello planetario (adesso chi è che non è mai uscito dagli anni ‘80, eh?!?), potevano tenere saldo il loro dominio approfittando di queste meteore, ignorando completamente le leggi che regolano le loro brevi traiettorie. Bisognava capire che stava cambiando il linguaggio promozionale, che la nuova disponibilità di materiale resa possibile dalle possibilità di comunicazione li detronizzava dal ruolo di nodo insostituibile dello scambio, che la visibilità di realtà underground metteva anche dei pesanti interrogativi critici sul loro ruolo. E questo sia per il pubblico che per i musicisti.
Qualche giorno fa Josh Homme – che è uno che dentro una major ci è nato e cresciuto perché quando è uscito il primo Kyuss per la Elektra (cioè BMG, se non ricordo male) aveva 18 anni – ha dichiarato in un’intervista che “le case discografiche fanno schifo”, e non è il primo pezzo grosso che sputa nel piatto dove ha mangiato; una cosa del genere l’aveva detta anche Trent Reznor. Insomma, la Interscope è in allarme rosso, e non stupirebbe nessuno se iniziasse una fuga o verso qualche indie, o addirittura verso il buon vecchio FattoInCasa, tanto non credo che ai succitati gentiluomini manchino le risorse per mettere su un baraccone di produzione distribuzione e stampa per fatti loro.
In casa EMI c’è maretta pure da più tempo, dato che i Radiohead a fine contratto non solo non hanno voluto rinnovare (gravissimo) ma hanno anche dato lezione a tutti. A differenza del bullismo dimostrato da altre major, però, la EMI sta cercando di affrontare la situazione in casa, reclamando percentuali anche sugli incassi dei concerti e del merchandising (toh! un’idea brillante! miracolo!), o mettendo il pepe al culo direttamente agli artisti del suo carnet che non producono abbastanza o che abbastanza non vendono. Secondo quanto si è letto in giro (sempre su stampa scandalistica: Repubblica), nel mirino ci sarebbero fotomodelli come Robbie Williams o come i Coldplay (un ottimo esempio di gruppo che in un contratto major ha trovato la cuccagna: dopo il primo disco che tutto deve dimostrare hanno iniziato a sfornare dischi di canzoni di natale e ragazzini come conigli: pare mi’ cuggino che appena firmato l’L3 s’è comprato la Golf e ha messo su 5 chili). In più, bomba: la EMI ha deciso di non finanziare più la RIAA, la lobby che in America difende in Parlamento e in tribunale gli interessi delle major.
Non solo: la Free Software Foundation di Richard Stallman metterà gratuitamente a disposizione i suoi avvocati (specialisti del diritto d’autore, gente: roba da cagarsi sotto) nelle cause milionarie contro privati cittadini per aver scaricato illegalmente brani del loro catalogo, e per ridefinire la legge e il concetto di diritto d’autore, soprattutto dopo quella barzelletta del gestore telefonico tedesco che voleva brevettare un colore (ma come cazzo si fa…).
Un’altra tegola? La nota ufficiale della polizia canadese per la quale, data la diffusione del fenomeno e le controversie di diritto internazione in corso, la ricerca e i procedimenti contro chi scarica musica non rientra più nelle loro priorità. Ci rendiamo conto?
In uno scenario del genere, che si sta costellando di pericolosissimi precedenti, è chiaro che chi può corre ai ripari. Le grosse case discografiche, ormai trasformatesi in Oliver Hardy con la bombetta sfondata e la vernice addosso, si stanno avviando ad essere tra i più grandi fiaschi economici del decennio: gli investitori potrebbero iniziare a pensare che non vale la pena mettere soldi in questi mastodonti mangiasoldi, le holding potrebbero iniziare a lasciar perdere e in quattr’e quattr’otto avremmo la morte delle major as we know it. Altro che new economy. Ha ha ha.
La partita a questo punto è del tutto aperta. Da una parte alcuni discografici hanno già iniziato a diversificare il mercato: c’è chi ha pisciato tutto e si è buttato sulle bibite e sugli aerei (che spero non facciano cacare quanto le bibite), c’è chi sta iniziando a pensare di incrementare il giro di suonerie per cellulari (cosa che farebbe facilmente presa sul popolo bue e sarebbe più facilmente controllabile tramite accordi con i gestori) e c’è chi sta alzando i toni della guerra alla “pirateria”, finanziando le ricerche universitarie A PATTO che gli istituti riservino una percentuale della ricerca ai sistemi anti-copia o alla restrizione dei loro terminali ai protocolli P2P. Insomma, di ridimensionamento o di politica economica alternativa per il momento sembra che non se ne parli. Un po’ perché come strutture economiche sono troppo articolate e sviluppate per poter operare tagli sensibili – e poi sappiamo che i loro artisti, viziati e fuori dal mondo, non rinuncerebbero mai a qualche punto percentuale sugli introiti, cosa che tiene alti i prezzi dei cd molto più della siae o dell’iva al 20%, e questo TENIAMOLO A MENTE; un po’ perché per la loro stessa sopravvivenza all’interno delle multinazionali a cui appartengono devono tenere alto il giro di soldi, per non essere vendute o peggio smantellate.
In più, ci saranno sempre larghe fasce di ascoltatori che nonostante le lamentele per i prezzi dei cd – e, cosa più IPOCRITA: per la scarsa qualità del pop dei giorni nostri – continueranno a spendere 30 carte per la solita robaccia gangsta o per qualche puttana col toppino aderente. E dimoselo, su.Possibile allora che le major approfittino di questo nuovo mercato e inizi a specializzarsi su questo, continuando allora una tendenza già iniziata una ventina d’anni fa: la musica di qualità alle indipendenti (che avranno SEMPRE il loro mercato, con o senza napster, con o senza mp3), e la musica di massa alle major, distaccandosi quindi definitivamente dal pubblico critico e consapevole e sintetizzandosi su prodotti indifferenziati per gente diseducata e qualunquista. Come il McDonald’s: roba veloce e totalitaria, per un pubblico senza gusto e pronto a cacciare fuori i soldini per la merda, purché si presenti bene.
Ma c’è di più.
In Rainbows è il disco più importante degli ultimi dieci (ok, sette) anni perché è facile pensare che sia il disco più venduto di tutti i tempi che non sia mai stato pubblicato da una casa discografica. Sette anni fa i Radiohead hanno fatto il colpaccio mandando alle stelle Kid A senza uno straccio di singolo o di video (tranne quella roba da dieci secondi a botta che tenevano per un po’ sul sito per poi levarla di mezzo): il disco era bello e si vendeva da solo, in culo ai maxicartelloni pubblicitari, ai pusher delle radio e chiaramente alla Premiata Macelleria MTV. Adesso replicano mandando alle stelle un disco senza uno straccio di disco. Capito bene. E volete sapere perché è importante? Perché questo disco è la goccia che fa traboccare il vaso.
Che le major siano nella merda è assodato (se ne parla anche la stampa italiana vuol dire che ormai è cosa trita e di dominio pubblico). Tutto questo da diverso tempo, da quando i Metallica ottennero la chiusura di Napster perché rosicando per non avere abbastanza soldi, fecero i bulli con dei ragazzetti brufolosi che non avevano pagato dazio per sentire i loro tronfi riffoni di chitarra giapponese. Le major hanno iniziato a emanare un odore strano e da allora niente è stato più lo stesso.
Oggi, a dieci (sette, ci risiamo) anni di distanza, lo smottamento è in piena corsa e non c’è più verso di frenare la fuga di brani, capitali e (novità!) artisti dal portafoglio delle principesse conglomerate.
La stampa, in più, con questa cosa ci va a nozze. Sembra che questo colpo fatale al sistema discografico as we know it sia non più che una stramberia di quattro snob ossoniensi capitanati da uno che si è permesso perfino di dire di no a Sir Paul (questo in titolo: poi si legge nell’intervista che l’ha fatto perché non si sentiva all’altezza – bravi, era Repubblica: l’avrete riconosciuta dal sensazionalismo spicciolo, vero?). Il che è ovvio, tenuto conto che la stampa fa capo allo stesso meccanismo: grossi giganti mediatici che a un certo punto hanno iniziato a partorire topolini, ma costosissimi e pure protetti anche da crittografie anticopia che non girano nell’autoradio. Chiaro che minimizzando l’accaduto iniziano anche a pararsi sottilmente il culo: non sia mai domani dovessimo tutti scoprire che possiamo anche fare a meno dei quotidiani, dei loro faccendieri in quota opposizione e della loro pessima, pessima sintassi.
Eppure è così: dopo cinquant’anni (se non di più) di prassi consolidata, è chiaro che oggi la gente pensa che sia una cosa inaudita e incosciente rinunciare a una casa discografica per mettere fuori qualcosa. Questo perché la gente (e la stampa, che è fatta da gente, mentre noi speravamo fosse fatta da professionisti) non ha la minima idea di come funzionino le cose, e del fatto che le case discografiche sono un costo: come qualsiasi struttura costano, e richiedono risorse e passaggi che oggi – nell’era dell’accesso – sono risparmiabili.
Fortunatamente i Radiohead, che snob saranno anche snob ma so’ pischelli per bene, stanno minimizzando la cosa. Abbiamo solo voluto mettere fuori un disco, hanno dichiarato, non era mica nostra intenzione portare un attacco al cuore dell’establishment facendo perdere all’apparato milioni di sterline: avevamo un disco, avevamo i canali, non avevamo un contratto, l’abbiamo messo fuori da solo. Noi poco ci crediamo, perché i Radiohead sono gente che riflette e a cui sta sul cazzo il sistema postcapitalista (soprattutto quello mediatico), ma tutto sommato non era un’osservazione troppo da santarellini.
Mettere fuori un disco da soli è possibile, anzi: spesso è addirittura meglio. Da queste parti, qui in basso, dove non girano i soldi ma le idee, i musicisti sanno perfettamente che la casa discografica è un canale, uno strumento che serve a raggiungere un pubblico. Si fa una cosa, e a cosa fatta, si dà a un’etichetta che distribuisce il tutto e si tiene una parte degli incassi – sempre a patto che l’accordo sia vantaggioso.
Qui da queste parti siamo disillusi al fascino della rockstar, e facciamo pure bene. Le rockstar sono delle persone fuori dal mondo e il 90% di loro sono perfettamente INCAPACI di fare buona musica, e questo anche perché all’interno di un contesto mediatico basato sull’apparire, in cui la gente diventa famosa perché È famosa (così, a buffo), le rockstar non sono nemmeno TENUTE a farla (qualcuno ha mai sentito DAVVERO un disco di Amy Winehouse? NON SERVE!) Dall’altra perché le rockstar sono dei fenomeni costruiti per dare stabilità, apparenza e quindi un ritorno d’immagine proprio alle etichette che le mettono sotto contratto e che lucrano sulla loro instabilità (non dimentichamo la morte di Sid Vicious o di Cobain, il colpo di culo più GROSSO che le loro etichette potessero avere).
Questa cosa ha alimentato un’idea collettiva per cui il fine ultimo della carriera di un musicista fosse quello di arrivare a un contratto discografico, e poi pace: campi di rendita. La casa discografica ti scrive e arrangia le canzoni, ti organizza un tour, ti manda in televisione e ti ci mantiene perché ne ha tutti gli interessi. È come essere il capo di un partito italiano: diventi la parte visibile di un apparato che lavora per tenerti esattamente dove sei. In più puoi anche spaccare le sedie e schiacciare due pischelle a botta.
Per cinquant’anni questa cosa ha funzionato, poi è arrivato Internet.
Come tutte le grandi istituzioni – commerciali e non – anche le major discografiche sono sempre e pesantemente indietro coi tempi. Non è stato capito che non bastava mettere sotto contratto le nuove sensazioni partite da Myspace perché le parabole di visibilità offerte da internet sono ancora più ripide di quelle rese possibile dalla televisione. Le major hanno pensato che essendo le uniche depositarie di mezzi di comunicazione e promozione a livello planetario (adesso chi è che non è mai uscito dagli anni ‘80, eh?!?), potevano tenere saldo il loro dominio approfittando di queste meteore, ignorando completamente le leggi che regolano le loro brevi traiettorie. Bisognava capire che stava cambiando il linguaggio promozionale, che la nuova disponibilità di materiale resa possibile dalle possibilità di comunicazione li detronizzava dal ruolo di nodo insostituibile dello scambio, che la visibilità di realtà underground metteva anche dei pesanti interrogativi critici sul loro ruolo. E questo sia per il pubblico che per i musicisti.
Qualche giorno fa Josh Homme – che è uno che dentro una major ci è nato e cresciuto perché quando è uscito il primo Kyuss per la Elektra (cioè BMG, se non ricordo male) aveva 18 anni – ha dichiarato in un’intervista che “le case discografiche fanno schifo”, e non è il primo pezzo grosso che sputa nel piatto dove ha mangiato; una cosa del genere l’aveva detta anche Trent Reznor. Insomma, la Interscope è in allarme rosso, e non stupirebbe nessuno se iniziasse una fuga o verso qualche indie, o addirittura verso il buon vecchio FattoInCasa, tanto non credo che ai succitati gentiluomini manchino le risorse per mettere su un baraccone di produzione distribuzione e stampa per fatti loro.
In casa EMI c’è maretta pure da più tempo, dato che i Radiohead a fine contratto non solo non hanno voluto rinnovare (gravissimo) ma hanno anche dato lezione a tutti. A differenza del bullismo dimostrato da altre major, però, la EMI sta cercando di affrontare la situazione in casa, reclamando percentuali anche sugli incassi dei concerti e del merchandising (toh! un’idea brillante! miracolo!), o mettendo il pepe al culo direttamente agli artisti del suo carnet che non producono abbastanza o che abbastanza non vendono. Secondo quanto si è letto in giro (sempre su stampa scandalistica: Repubblica), nel mirino ci sarebbero fotomodelli come Robbie Williams o come i Coldplay (un ottimo esempio di gruppo che in un contratto major ha trovato la cuccagna: dopo il primo disco che tutto deve dimostrare hanno iniziato a sfornare dischi di canzoni di natale e ragazzini come conigli: pare mi’ cuggino che appena firmato l’L3 s’è comprato la Golf e ha messo su 5 chili). In più, bomba: la EMI ha deciso di non finanziare più la RIAA, la lobby che in America difende in Parlamento e in tribunale gli interessi delle major.
Non solo: la Free Software Foundation di Richard Stallman metterà gratuitamente a disposizione i suoi avvocati (specialisti del diritto d’autore, gente: roba da cagarsi sotto) nelle cause milionarie contro privati cittadini per aver scaricato illegalmente brani del loro catalogo, e per ridefinire la legge e il concetto di diritto d’autore, soprattutto dopo quella barzelletta del gestore telefonico tedesco che voleva brevettare un colore (ma come cazzo si fa…).
Un’altra tegola? La nota ufficiale della polizia canadese per la quale, data la diffusione del fenomeno e le controversie di diritto internazione in corso, la ricerca e i procedimenti contro chi scarica musica non rientra più nelle loro priorità. Ci rendiamo conto?
In uno scenario del genere, che si sta costellando di pericolosissimi precedenti, è chiaro che chi può corre ai ripari. Le grosse case discografiche, ormai trasformatesi in Oliver Hardy con la bombetta sfondata e la vernice addosso, si stanno avviando ad essere tra i più grandi fiaschi economici del decennio: gli investitori potrebbero iniziare a pensare che non vale la pena mettere soldi in questi mastodonti mangiasoldi, le holding potrebbero iniziare a lasciar perdere e in quattr’e quattr’otto avremmo la morte delle major as we know it. Altro che new economy. Ha ha ha.
La partita a questo punto è del tutto aperta. Da una parte alcuni discografici hanno già iniziato a diversificare il mercato: c’è chi ha pisciato tutto e si è buttato sulle bibite e sugli aerei (che spero non facciano cacare quanto le bibite), c’è chi sta iniziando a pensare di incrementare il giro di suonerie per cellulari (cosa che farebbe facilmente presa sul popolo bue e sarebbe più facilmente controllabile tramite accordi con i gestori) e c’è chi sta alzando i toni della guerra alla “pirateria”, finanziando le ricerche universitarie A PATTO che gli istituti riservino una percentuale della ricerca ai sistemi anti-copia o alla restrizione dei loro terminali ai protocolli P2P. Insomma, di ridimensionamento o di politica economica alternativa per il momento sembra che non se ne parli. Un po’ perché come strutture economiche sono troppo articolate e sviluppate per poter operare tagli sensibili – e poi sappiamo che i loro artisti, viziati e fuori dal mondo, non rinuncerebbero mai a qualche punto percentuale sugli introiti, cosa che tiene alti i prezzi dei cd molto più della siae o dell’iva al 20%, e questo TENIAMOLO A MENTE; un po’ perché per la loro stessa sopravvivenza all’interno delle multinazionali a cui appartengono devono tenere alto il giro di soldi, per non essere vendute o peggio smantellate.
In più, ci saranno sempre larghe fasce di ascoltatori che nonostante le lamentele per i prezzi dei cd – e, cosa più IPOCRITA: per la scarsa qualità del pop dei giorni nostri – continueranno a spendere 30 carte per la solita robaccia gangsta o per qualche puttana col toppino aderente. E dimoselo, su.Possibile allora che le major approfittino di questo nuovo mercato e inizi a specializzarsi su questo, continuando allora una tendenza già iniziata una ventina d’anni fa: la musica di qualità alle indipendenti (che avranno SEMPRE il loro mercato, con o senza napster, con o senza mp3), e la musica di massa alle major, distaccandosi quindi definitivamente dal pubblico critico e consapevole e sintetizzandosi su prodotti indifferenziati per gente diseducata e qualunquista. Come il McDonald’s: roba veloce e totalitaria, per un pubblico senza gusto e pronto a cacciare fuori i soldini per la merda, purché si presenti bene.
al volo:
da paura,
In rainbows,
Major discografiche,
Radiohead
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