15 dicembre 2007

Il Punk e l'attitudine "Faccio quello che voglio"

I Disco Drive sono un gruppo che mi piace. Li ho anche visti dal vivo qualche tempo fa, e non sono male. Li ho recensiti molto bene perché mi hanno fatto divertire. Però, hanno questo problema di fondo, che è il classico fraintendimento sull'attitudine punk.

Riporto da RockIt Mag:

Domanda: ”Continuate a definirvi un gruppo punk…”
Risposta: “Un gruppo punk nel 2007 non può suonare come I Ramones [è un punto di vista opinabile, ma ci può stare], il gruppo punk del 2007 sono i Deerhunter [avrei qualcosa da ridire, ma non è di questo che voglio parlare]. Il punk sono (…) quei gruppi che tendenzialmente fanno quello che vogliono. Questo è punk.”


La mia risposta: “MA NO!!! Non è vero, sarebbe un attimino troppo facile...”

Il peggio non sta nella castroneria in sé, né nell'ignoranza di fondo, ma nel pretendere di essere Punk rifilandoci i soliti stereotipi adolescenziali. Questo tipo di attitudine che viene spacciata per punk è in realtà il prodotto della commercializzazione del genere. Sul libro American Hardcore, Steven Blush fa un interessante osservazione. Dice: il punk negli anni '70 ha iniziato a vendere parecchio (pensate ai Crass che vendono 5000 copie di un disco totalmente autoprodotto); le case discografiche, fiutando l'affare, decidono allora di prendere questo genere e rimodellarlo per renderlo più commerciabile. Ecco allora che compaiono gli occhialoni ed i cravattini per dargli un aspetto più presentabile. Ovviamente gli si dà un altro nome, perchè punk è troppo brutto. New Wave!

Il Steven Blush pensiero: ora, partiamo dal presupposto che se vuoi vendere tante unità di un certo prodotto per un periodo di tempo che sia il più lungo possibile, bisogna fare in modo che questo prodotto diventi moda, non bisogna semplicemente buttarlo sul mercato lasciando che finiscano le scorte. Le mode sono durature perchè qualche cretino trova una propria identità nel trend e, giustamente, non si può vivere senza un'identità. L'identità è un bene primario, e i venditori (di qualsiasi genere essi siano) lo sanno bene. Il punk però è sempre stato una faccenda complicata e piena di sfaccettature: c'erano i vegetariani, i pacifisti, i militanti, gli anarchici e quant'altro, insomma ne incarnava parecchie di idee – o se vogliamo valori (ma forse questa parola è meglio non usarla). Un'altra legge del mercato è che se vuoi vendere tante unità di un certo prodotto, questo prodotto deve avere un target che sia il più ampio possibile. Il punk così com'era, così come si è sviluppato nella sua indipendenza, era troppo complicato. Soprattutto un mondo nel quale se vai al bar a chiedere un panino vegetariano ti rifilano un panino tonno pomodoro e maionese.

Quindi, come si fa a semplificare il tutto nel modo più becero e commerciabile possibile? Basta ridurre al minimo comun denominatore l'attitudine “combattiamo contro tutti coloro che non ci permettono di vivere la nostra vita dignitosamente” riducendola al molto più semplice e meno attivistico “Facciamo quello che ci pare”.

Questo modo di fare mi ricorda un concerto al Traffic che mi è stato raccontato.
Situazione: Concerto di un gruppo “panc adolescenziale”
Intreccio: uno dei membri di cotal gruppo rompe non mi ricordo che cosa della strumentazione del Traffic giustificandosi con un semplice: “aò io so panc”
Colpo di scena: er Teg gli urla: “No, te sei 'n cojone!”
Questo, è il punk di cui parlano I Disco Drive.

Io sono sicuro che il gruppo torinese in questione non le faccia ’ste cazzate da ragazzini, e sono anche sicuro che magari con quella frase abbiano voluto semplicemente riassumere la faccenda. Ma io sono sempre dell'opinione che certe cose o vanno dette bene o non vanno dette, perché dirle male può portare a tristi conseguenze come quelle del sopracitato adolescente panc.

Potrei stare qui a scrivere cartelle intere su quessto argomento, ma non lo farò perché è una bella giornata e voglio farmi un giro in bici, quindi mi appresto a concludere elencando un paio di cose che mi fanno rodere il culo a riguardo.

Il fatto che queste cazzate le dicano gruppi underground di cui, in teoria, ci si dovrebbe fidare.
Il fatto che oramai si definisce punk qualsiasi stronzo senta musica mid-tempo.
Il fatto che queste stronzate i Disco Drive le abbiano dette ad un intervistatore che non ha battuto ciglio.
Il fatto che in Italia il giornalismo musicale lo faccia chi di musica non ci capisce un cazzo.
Il fatto che i giornalisti musicali pensano sia scortese fare domande provocanti ai musicisti.
Il fatto che la gente non si rende conto che i giornalisti musicali non ci capiscano un cazzo di musica.
Il fatto che se la gente continua a stare a sentire queste cazzate, i Babyshambles continueranno a riempire le sale concerti.

13 dicembre 2007

Rolling on the river. Ike Turner 1931-2007.

the all black scrive:
è morto ike turner e io gioco nel campionato di quelli che gli dispiace.

sybille scrive:
io gioco nel campionato di quelli che doveva morire diversi anni fa. linciato.

the all black scrive:
boh, io non nego le malefatte, ma così sarebbe come consegnare alla storia ray charles come eroinomane e pasolini come ricchione

sybille scrive:
cose assolutamente diverse.

the all black scrive:
mah
ike era un musicista di spessore
ben prima che arrivasse tina
era uno che aveva già fatto le fortune della chess

sybille scrive:
non credo lo sia stato fino alla fine
appunto
poteva morire prima, quand'era in tempo
si sarebbe conservato solo il ricordo di un grande musicista
ho una vena femminista, non riesco a dispiacermi

the all black scrive:
boh, io il ricordo lo conservo, scindendo l'idea del gran musicista dall'idea del gran testa di cazzo

sybille scrive:
si può essere teste di cazzo in molti modi.
io credo che chi picchia una donna debba passare la vita a scontarlo
ma ho una visione assai rigida di questa cosa. io considero violento uno che mi dice stronza
non faccio testo

the all black scrive:
su questo sono d'accordo. sono solo infastidito dal fatto che oggi i giornali titolano E' morto Ike Turner, marito violento di Tina.
sarebbe come dire E' morto Frank Sinatra, mafioso gaudente

sybille scrive:
vabbè, ma i giornali, lasciamo perdere. devono farsi capire dalla casalinga di voghera
capisci che a loro dello spessore non gliene frega una mazza

the all black scrive:

lo capisco bene: non mi rassegno, però
e non voglio nemmeno immaginare cosa ne scriverà il manifesto
sempre che voglia sprecarsi per parlare di un rockettaro.

sybille scrive:
lo so. fondiamo un nuovo quotidiano

the all black scrive:

ci sto
la pravda

sybille scrive:
guarda, prendendola da un altro verso, è la ragione per cui il direttore vuole scrivere un libro su chet baker
tutti hanno scritto roba su di lui. solo per tracciarne il lato oscuro, di quello che gli cadevano i denti, tanto era strafatto
poi, che fosse uno dei più grandi, emozionanti, commoventi musicisti mai esistiti, lo sanno in pochi

the all black scrive:
per forza, non fa presa

sybille scrive:
anche billie holiday. il libro su di lei più accreditato sostiene che fosse una donna con problemi mentali. ritardo psichico

the all black scrive:
ecco, per una volta rollingstone non è male
Ike Turner an essential and largely undervalued figure in the history of both rhythm & blues and rock & roll, died in his home in San Marcos, California, earlier today. He was seventy-six years old. The cause of his death is unknown at this time.

sybille scrive:
bravi
comunque, "muore ike turner. grande musicista, piccolo uomo" ci stava bene uguale

the all black scrive:
ma è uguale a scrivere muore billie holiday grande voce piccolo cervello o qualcosa del genere, non credi?

sybille scrive:
assolutamente no. perché in quel caso non è provato. è una teoria di un giornalista. invece ike si è guadagnato sul campo la sua fama

the all black scrive:
e anche grazie al film
che ha anche influito non poco

sybille scrive:
vabbè

the all black scrive:
posso copincollare la nostra conversazione sul blogghe?

sybille scrive:
era così interessante?

the all black scrive:
boh
non necessariamente deve essere COSI' interessante. è un blog, non è una cosa importante.

sybille scrive:
ok

8 dicembre 2007

panino del mese: mceyed peas

Ve lo dico io perché In Rainbows è il disco più importante degli ultimi dieci anni. Sette, anzi. Primo, perché abbiamo dovuto aspettare sette anni (da Kid A, per intenderci) per ascoltare una sintesi così elegante ed equilibrata di pop, sperimentazione, azzardo e tradizione. Ma per questo basta capirci un minimo di musica e dare un’ascoltata anche veloce al disco per capire che c’è dentro qualcosa di miracoloso che conferma i Radiohead tra i più grandi gruppi di tutti i tempi. E questo perché hanno capito la lezione di tutti i migliori (i Beatles e gli anni 60 ma non le fesserie hippie, gli U2 e gli anni 80 ma non la wave a righine da Circolo degli Artisti, i Pink Floyd ma non la spocchia e gli stronzi assoli di chitarra, l’elettronica ma non la masturbazione punta e clicca) e l’hanno rimescolata in maniera sapiente, autosufficiente (non c’è bisogno di conoscere i modelli per apprezzare la grandezza il risultato finale) e soprattutto accessibile a TUTTI i livelli.
Ma c’è di più.
In Rainbows è il disco più importante degli ultimi dieci (ok, sette) anni perché è facile pensare che sia il disco più venduto di tutti i tempi che non sia mai stato pubblicato da una casa discografica. Sette anni fa i Radiohead hanno fatto il colpaccio mandando alle stelle Kid A senza uno straccio di singolo o di video (tranne quella roba da dieci secondi a botta che tenevano per un po’ sul sito per poi levarla di mezzo): il disco era bello e si vendeva da solo, in culo ai maxicartelloni pubblicitari, ai pusher delle radio e chiaramente alla Premiata Macelleria MTV. Adesso replicano mandando alle stelle un disco senza uno straccio di disco. Capito bene. E volete sapere perché è importante? Perché questo disco è la goccia che fa traboccare il vaso.

Che le major siano nella merda è assodato (se ne parla anche la stampa italiana vuol dire che ormai è cosa trita e di dominio pubblico). Tutto questo da diverso tempo, da quando i Metallica ottennero la chiusura di Napster perché rosicando per non avere abbastanza soldi, fecero i bulli con dei ragazzetti brufolosi che non avevano pagato dazio per sentire i loro tronfi riffoni di chitarra giapponese. Le major hanno iniziato a emanare un odore strano e da allora niente è stato più lo stesso.
Oggi, a dieci (sette, ci risiamo) anni di distanza, lo smottamento è in piena corsa e non c’è più verso di frenare la fuga di brani, capitali e (novità!) artisti dal portafoglio delle principesse conglomerate.
La stampa, in più, con questa cosa ci va a nozze. Sembra che questo colpo fatale al sistema discografico as we know it sia non più che una stramberia di quattro snob ossoniensi capitanati da uno che si è permesso perfino di dire di no a Sir Paul (questo in titolo: poi si legge nell’intervista che l’ha fatto perché non si sentiva all’altezza – bravi, era Repubblica: l’avrete riconosciuta dal sensazionalismo spicciolo, vero?). Il che è ovvio, tenuto conto che la stampa fa capo allo stesso meccanismo: grossi giganti mediatici che a un certo punto hanno iniziato a partorire topolini, ma costosissimi e pure protetti anche da crittografie anticopia che non girano nell’autoradio. Chiaro che minimizzando l’accaduto iniziano anche a pararsi sottilmente il culo: non sia mai domani dovessimo tutti scoprire che possiamo anche fare a meno dei quotidiani, dei loro faccendieri in quota opposizione e della loro pessima, pessima sintassi.

Eppure è così: dopo cinquant’anni (se non di più) di prassi consolidata, è chiaro che oggi la gente pensa che sia una cosa inaudita e incosciente rinunciare a una casa discografica per mettere fuori qualcosa. Questo perché la gente (e la stampa, che è fatta da gente, mentre noi speravamo fosse fatta da professionisti) non ha la minima idea di come funzionino le cose, e del fatto che le case discografiche sono un costo: come qualsiasi struttura costano, e richiedono risorse e passaggi che oggi – nell’era dell’accesso – sono risparmiabili.
Fortunatamente i Radiohead, che snob saranno anche snob ma so’ pischelli per bene, stanno minimizzando la cosa. Abbiamo solo voluto mettere fuori un disco, hanno dichiarato, non era mica nostra intenzione portare un attacco al cuore dell’establishment facendo perdere all’apparato milioni di sterline: avevamo un disco, avevamo i canali, non avevamo un contratto, l’abbiamo messo fuori da solo. Noi poco ci crediamo, perché i Radiohead sono gente che riflette e a cui sta sul cazzo il sistema postcapitalista (soprattutto quello mediatico), ma tutto sommato non era un’osservazione troppo da santarellini.
Mettere fuori un disco da soli è possibile, anzi: spesso è addirittura meglio. Da queste parti, qui in basso, dove non girano i soldi ma le idee, i musicisti sanno perfettamente che la casa discografica è un canale, uno strumento che serve a raggiungere un pubblico. Si fa una cosa, e a cosa fatta, si dà a un’etichetta che distribuisce il tutto e si tiene una parte degli incassi – sempre a patto che l’accordo sia vantaggioso.
Qui da queste parti siamo disillusi al fascino della rockstar, e facciamo pure bene. Le rockstar sono delle persone fuori dal mondo e il 90% di loro sono perfettamente INCAPACI di fare buona musica, e questo anche perché all’interno di un contesto mediatico basato sull’apparire, in cui la gente diventa famosa perché È famosa (così, a buffo), le rockstar non sono nemmeno TENUTE a farla (qualcuno ha mai sentito DAVVERO un disco di Amy Winehouse? NON SERVE!) Dall’altra perché le rockstar sono dei fenomeni costruiti per dare stabilità, apparenza e quindi un ritorno d’immagine proprio alle etichette che le mettono sotto contratto e che lucrano sulla loro instabilità (non dimentichamo la morte di Sid Vicious o di Cobain, il colpo di culo più GROSSO che le loro etichette potessero avere).
Questa cosa ha alimentato un’idea collettiva per cui il fine ultimo della carriera di un musicista fosse quello di arrivare a un contratto discografico, e poi pace: campi di rendita. La casa discografica ti scrive e arrangia le canzoni, ti organizza un tour, ti manda in televisione e ti ci mantiene perché ne ha tutti gli interessi. È come essere il capo di un partito italiano: diventi la parte visibile di un apparato che lavora per tenerti esattamente dove sei. In più puoi anche spaccare le sedie e schiacciare due pischelle a botta.
Per cinquant’anni questa cosa ha funzionato, poi è arrivato Internet.
Come tutte le grandi istituzioni – commerciali e non – anche le major discografiche sono sempre e pesantemente indietro coi tempi. Non è stato capito che non bastava mettere sotto contratto le nuove sensazioni partite da Myspace perché le parabole di visibilità offerte da internet sono ancora più ripide di quelle rese possibile dalla televisione. Le major hanno pensato che essendo le uniche depositarie di mezzi di comunicazione e promozione a livello planetario (adesso chi è che non è mai uscito dagli anni ‘80, eh?!?), potevano tenere saldo il loro dominio approfittando di queste meteore, ignorando completamente le leggi che regolano le loro brevi traiettorie. Bisognava capire che stava cambiando il linguaggio promozionale, che la nuova disponibilità di materiale resa possibile dalle possibilità di comunicazione li detronizzava dal ruolo di nodo insostituibile dello scambio, che la visibilità di realtà underground metteva anche dei pesanti interrogativi critici sul loro ruolo. E questo sia per il pubblico che per i musicisti.

Qualche giorno fa Josh Homme – che è uno che dentro una major ci è nato e cresciuto perché quando è uscito il primo Kyuss per la Elektra (cioè BMG, se non ricordo male) aveva 18 anni – ha dichiarato in un’intervista che “le case discografiche fanno schifo”, e non è il primo pezzo grosso che sputa nel piatto dove ha mangiato; una cosa del genere l’aveva detta anche Trent Reznor. Insomma, la Interscope è in allarme rosso, e non stupirebbe nessuno se iniziasse una fuga o verso qualche indie, o addirittura verso il buon vecchio FattoInCasa, tanto non credo che ai succitati gentiluomini manchino le risorse per mettere su un baraccone di produzione distribuzione e stampa per fatti loro.
In casa EMI c’è maretta pure da più tempo, dato che i Radiohead a fine contratto non solo non hanno voluto rinnovare (gravissimo) ma hanno anche dato lezione a tutti. A differenza del bullismo dimostrato da altre major, però, la EMI sta cercando di affrontare la situazione in casa, reclamando percentuali anche sugli incassi dei concerti e del merchandising (toh! un’idea brillante! miracolo!), o mettendo il pepe al culo direttamente agli artisti del suo carnet che non producono abbastanza o che abbastanza non vendono. Secondo quanto si è letto in giro (sempre su stampa scandalistica: Repubblica), nel mirino ci sarebbero fotomodelli come Robbie Williams o come i Coldplay (un ottimo esempio di gruppo che in un contratto major ha trovato la cuccagna: dopo il primo disco che tutto deve dimostrare hanno iniziato a sfornare dischi di canzoni di natale e ragazzini come conigli: pare mi’ cuggino che appena firmato l’L3 s’è comprato la Golf e ha messo su 5 chili). In più, bomba: la EMI ha deciso di non finanziare più la RIAA, la lobby che in America difende in Parlamento e in tribunale gli interessi delle major.
Non solo: la Free Software Foundation di Richard Stallman metterà gratuitamente a disposizione i suoi avvocati (specialisti del diritto d’autore, gente: roba da cagarsi sotto) nelle cause milionarie contro privati cittadini per aver scaricato illegalmente brani del loro catalogo, e per ridefinire la legge e il concetto di diritto d’autore, soprattutto dopo quella barzelletta del gestore telefonico tedesco che voleva brevettare un colore (ma come cazzo si fa…).
Un’altra tegola? La nota ufficiale della polizia canadese per la quale, data la diffusione del fenomeno e le controversie di diritto internazione in corso, la ricerca e i procedimenti contro chi scarica musica non rientra più nelle loro priorità. Ci rendiamo conto?
In uno scenario del genere, che si sta costellando di pericolosissimi precedenti, è chiaro che chi può corre ai ripari. Le grosse case discografiche, ormai trasformatesi in Oliver Hardy con la bombetta sfondata e la vernice addosso, si stanno avviando ad essere tra i più grandi fiaschi economici del decennio: gli investitori potrebbero iniziare a pensare che non vale la pena mettere soldi in questi mastodonti mangiasoldi, le holding potrebbero iniziare a lasciar perdere e in quattr’e quattr’otto avremmo la morte delle major as we know it. Altro che new economy. Ha ha ha.

La partita a questo punto è del tutto aperta. Da una parte alcuni discografici hanno già iniziato a diversificare il mercato: c’è chi ha pisciato tutto e si è buttato sulle bibite e sugli aerei (che spero non facciano cacare quanto le bibite), c’è chi sta iniziando a pensare di incrementare il giro di suonerie per cellulari (cosa che farebbe facilmente presa sul popolo bue e sarebbe più facilmente controllabile tramite accordi con i gestori) e c’è chi sta alzando i toni della guerra alla “pirateria”, finanziando le ricerche universitarie A PATTO che gli istituti riservino una percentuale della ricerca ai sistemi anti-copia o alla restrizione dei loro terminali ai protocolli P2P. Insomma, di ridimensionamento o di politica economica alternativa per il momento sembra che non se ne parli. Un po’ perché come strutture economiche sono troppo articolate e sviluppate per poter operare tagli sensibili – e poi sappiamo che i loro artisti, viziati e fuori dal mondo, non rinuncerebbero mai a qualche punto percentuale sugli introiti, cosa che tiene alti i prezzi dei cd molto più della siae o dell’iva al 20%, e questo TENIAMOLO A MENTE; un po’ perché per la loro stessa sopravvivenza all’interno delle multinazionali a cui appartengono devono tenere alto il giro di soldi, per non essere vendute o peggio smantellate.
In più, ci saranno sempre larghe fasce di ascoltatori che nonostante le lamentele per i prezzi dei cd – e, cosa più IPOCRITA: per la scarsa qualità del pop dei giorni nostri – continueranno a spendere 30 carte per la solita robaccia gangsta o per qualche puttana col toppino aderente. E dimoselo, su.Possibile allora che le major approfittino di questo nuovo mercato e inizi a specializzarsi su questo, continuando allora una tendenza già iniziata una ventina d’anni fa: la musica di qualità alle indipendenti (che avranno SEMPRE il loro mercato, con o senza napster, con o senza mp3), e la musica di massa alle major, distaccandosi quindi definitivamente dal pubblico critico e consapevole e sintetizzandosi su prodotti indifferenziati per gente diseducata e qualunquista. Come il McDonald’s: roba veloce e totalitaria, per un pubblico senza gusto e pronto a cacciare fuori i soldini per la merda, purché si presenti bene.

18 novembre 2007

Cose da poco che mi fanno arrabbiare molto - #1

Leggevo su Internazionale che Repubblica sta per far uscire IN ESCLUSIVA (caratteri cubitali) il nuovo libro di Stephen King. Meglio, su Internazionale ho visto la pagina pubblicitaria che Repubblica ha comprato per promuovere l'iniziativa.
Beninteso, non ho niente in contrario al fatto che i quotidiani escano insieme a libri, volumi dell'enciclopedia, raccolte di fumetti, quel cazzo che vi pare. Visto che la maggior parte degli italiani non ha mai messo piede dentro una libreria, e se ce l'ha messo è stato per comprare il libro del papa o quello delle barzellette su Totti (che ALMENO mandava tutto in beneficenza, al contrario del papa che secondo me i soldi se li mette pure in tasca: magari si tiene pronto per quando l'Acea gli manderà l'ingiunzione di pagamento per la corrente consumata E MAI PAGATA dal Vaticano); visto che gli italiani non leggono un cazzo, insomma (questo almeno in media: io e la mia donna e i miei amici da soli alziamo il quoziente del quartiere, come minimo), mi pare che almeno una minima, una timida proposta sia una cosa positiva. Certo, poi la gente coi libri ci può sempre fare quel cazzo che crede: quando lavoravo in libreria una sera imboccò un tipo che mi chiese due metri e mezzo di libri – possibilmente tutti della stessa collana – per riempire una libreria che aveva appena comprato. Però insomma, almeno uno ci prova, a spigne i libri.
Dunque che cos'è che mi ha fatto rosicare a bomba, sveglio da dieci minuti, mentre sorseggiavo il caffé e sfogliavo Internazionale seduto in un posto che non vi dirò ma non per questo non è importante? Mi ha fatto rosicare il fatto che questo libro esce in edizione italiana a firma di “Stephen King con lo pseudonimo di Richard Bachman”. “STEPHEN KING (ancora caratteri cubitali), con lo pseudonimo di Richard Bachman” (a caratteri scubitali, talmente piccoli che a una prima occhiata ve lo potete anche scordare, di leggerli – probabilmente passerete metà della vostra vita senza nemmeno immaginarlo).
Secondo il DeMauro, uno pseudonimo è un “nome fittizio sotto cui una persona sceglie di svolgere la propria attività spec. in campo letterario, artistico o dello spettacolo”. In altre parole, uno pseudonimo nasconde il nome del vero autore di un'opera per motivi che poi sono cazzi dell'autore, non sta a noi dirlo e dopotutto non ci frega niente, perché un libro non smette di essere bello se l'ha scritto mio zio o Saramago (per i lettori meno accorti, no: mio zio e Saramago non sono la stessa persona). Stephen King adotta lo pseudonimo Richard Bachman dal 1977, cioè da tre anni dopo che la sua attività editoriale era iniziata. Non lo so perché lo faccia, non me ne frega nemmeno niente, ma dev'essere perché magari sotto quel nome fa uscire alcuni romanzi che non seguono esattamente il filone tradizionale degli altri, oppure perché si diverte un mondo a buttarla in cagnara, oppure perché il cagnolino azzurro gli ha detto di fare così, insomma non è questo quello che voglio dire.
Quello che voglio dire è che nonostante siano trent'anni che Stephen King giochi con i suoi lettori adottando questo pseudonimo, la gente di Repubblica (che vive sull'albero delle banane, o peggio: pensa che ci viviamo noi) va in culo a una delle tradizioni più antiche della letteratura senza pensarci due volte e fa uscire un libro firmato da “STEPHEN KING con lo pseudonimo di Richard Bachman”. Nunc est bibendum.

Ora, non mi voglio mettere a pontificare sulla direzione che Repubblica ha preso negli ultimi anni, una specie di direzione pacificatrice, volemosebbenista, autoreferenziale e culturalmente qualunquista (pronta a fare da supporto per il Partito Democratico di cui sono convinto che sia tra gli ispiratori, insomma), che l'ha reso il Giornale delle Verità Assolute (come dice il Cuoco che è sempre un passo avanti), ma è innegabile che almeno da un punto di vista culturale, dal punto di vista delle analisi critiche e massmediologiche farebbe impallidire perfino Vincenzo Mollica, in quanto a banalità e completa incompetenza. Non ci dimentichiamo che la sua sezione musicale è curata da una persona completamente incapace di giudicare una canzone da un punto di vista testuale, cioè la sua scrittura, il suo materiale musicale. Siamo ancora all'Oh che belle parole, oh che sentimento, oh che intensità e che belle atmosfere. Battisti, insomma. Similaun, insomma. Non una parola di approfondimento su quello che c'è DENTRO una canzone, privilegiando il solito “cosa c'è DIETRO una canzone”, sulla scia dei cantautori truffatori italiani che si comportano con i giornalisti come se fossero ispirati direttamente dal cielo e fossero chissà quali messaggeri di stocazzo (e i giornalisti che ci abboccano pure, legittimando e perpetuando le sante parole di Zappa per cui la stampa musicale è gente che non sa scrivere che parla di gente che non sa suonare a gente che non sa leggere).
Non mi voglio nemmeno mettere a scavare nel troiaio del rispetto per il contenuto culturale che da sempre abbiamo in Italia, un rispetto talmente grande che ci fa doppiare i film (perché devo sentire un Premio Oscar con la voce di uno che hanno scartato all'Accademia dell'Arte Drammatica? Che, la voce non è importante? Ci accontentiamo di vedere qualcosa che si muove su uno schermo?), un rispetto talmente grande che ci fa ristampare 1984 di Orwell ogni autunno con tanto di fascetta “Le origini del Grande Fratello”, un rispetto talmente grande che il sito di un network radiofonico nazionale pubblica una notizia sui Rolling Stones con una foto di un gruppo che NON sono i Rolling Stones e con il collegamento alla RIVISTA Rolling Stone. Chapeau.
Repubblica insomma pubblica il nuovo di “STEPHEN KING con lo pseudonimo di Richard Bachman” sulla scia di una totale mancanza di CORAGGIO a livello imprenditorial/editoriale (e culturale soprattutto). Questo senza contare che Stephen King fa libri di GENERE, la gente SEGUE il genere e quindi SA chi cazzo è Richard Bachman. Insomma i giornalisti e i redattori di Repubblica – che evidentemente si sentono depositari del sapere – sono convinti che i loro lettori non sappiano nulla finché non glielo dicono loro. Meno male che c'è Repubblica allora.
Sul modello generalista e pigliatutto che mamma RAI ci insegna ormai da anni, cerca di accaparrarsi il maggior numero di lettori e aficionados abbassando il minimo comune denominatore delle sue notizie, delle sue iniziative e ovviamente delle sue proposte. Il risultato? Vabè, sul sito lo sappiamo: notizie approssimative e leccaculo, didascalie da prima elementare e sise OVUNQUE (perfino il sito del Corriere ha smesso); sul cartaceo non lo so, perché mi sono stomacato da tempo. Peccato che adesso anche le sue iniziative collaterali si stiano rovinando: la raccolta di fumetti era cosa buona e giusta, così la scelta (anche se pure in quel caso un po' cachettica) di romanzi del Novecento e quelli dell'Ottocento e così via. Questo è proprio uno scivolone nel rispetto del proprio pubblico, ma non arriva come una sorpresa (e questa è la cosa più amara, perché come in tutte le cose, ci sta profondamente sul cazzo dare ragione ad Andreotti, perfino quando dice che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca).
Il fatto è che potremmo anche averne un po' piene le palle di questo tipo di approccio marketing da nursery, all'essere imboccati di omogeneizzati culturali resi sicuri da tutte le precauzioni del caso. Già me lo vedo il prossimo volume: Il meglio della Galleria degli Uffizi (è un Museo che sta a Firenze), una nuova edizione del Nome della Rosa con le pagine in latino tradotte in italiano, i film di David Lynch con le scene più difficili spiegate coi popup – magari dalla SUPERBA Claudia Morgoglione (GRANDISSIMO talento, non ve la perdete), l'albo da colorare del PD.
La domanda definitiva, quella con cui chiudo pure perché mi sono rotto il cazzo di scrivere, e perché tra l'altro si è abbondantemente capito cosa intendevo, è: Ma perché devo continuare a farmi dire come stanno le cose da gente che mi tratta come fossi un coglione?



PLAYLIST>
Radiohead: Faust Arp
Bad Brains: Don't need it
The Soul Stirrers: Any day now
Minutemen: There ain't shit on T.V. Tonight
The Rolling Stones: Can I get a witness
Discharge: Ain't no feeble bastard
The Undertones: She can only say no
The Jesus Lizard: Postcoital glow
Neil Young & Crazy Horse: Don't cry no tears
The Drifters: There goes my baby
James Brown: Night train
Cro-mags: World peace
Hüsker Dü: Powerline
Elvis Presley: I'm left, you're right, she's gone
Descendents: Tonyage
Bobby Bird: Try it again
Fugazi: Argument
Physique du role: Truman
Agnostic front: Police state

10 novembre 2007

the life fantastic of Howard Newcombe

Insomma stamattina ho incontrato Richard e mi ha spiegato un paio di cose. Stava al baretto a Santa Croce, dove viene avvistato frequentemente, seduto a un tavolino rivolto verso il marciapiede: bastone, giubbotto da motociclista, parrucca, Richard. Niente occhiali da sole, un po' ho rosicato. Sul tavolino c'erano almeno tre tazze di caffé vuote (Alice ricorda cappuccino), un pacchetto di Winston Blu e briciole ovunque. Briciole e zucchero a velo anche sulla canottiera nera in bella vista e in grembo, jeans neri dall'orlo sfilacciato. Stava dicendo a un passante (che è stato grato per il nostro intervento e si è dileguato all'istante) che se digiti Richard Benson su internet ti esce "tutto un tabulato lungo così delle serate che ho fatto da trent'anni a questa parte".

Ci siamo rimasti male però, per il 2 novembre, Richard.
Ma guarda, non si poteva proprio fare.
Avevi da fare, Richard?
No, no, è che non avevo garanzie. Lo sai quanto mi volevano dare? Mille euro! Io normalmente prendo settemila euro a serata. In America mi hanno dato centomila dollari da una parte e centomila dollari dall'altra. Con mille euro non si può. E poi mi devo trasportare gli strumenti, devo pagare due trasportatori e poi devo pagare il gruppo. Alla fine mi rimangono duecento euro e con duecento euro che ci faccio?
Giustamente, Richard.
Ma con tutti i soldi che gli faccio fare, all'Alpheus... E poi dico: se avessi la passione, se mi divertissi almeno... Ma non mi diverto nemmeno più. Un paio di volte a momenti m'ammazzano, mi tirano le cose addosso; mi hanno mezzo cecato un occhio, l'ultima volta.
Beh, però è andata anche bene, direi, Richard.
Mah, insomma...
Ma come? C'era un delirio di gente, Richard.
E poi francamente ho preferito rimandare anche perché il gruppo non era all'altezza.
Ah, non è lo stesso gruppo dell'altra volta?
No, no, ci sono degli altri ragazzi. Quindi rimandiamo. E poi mi hanno quasi sfondato tutta la strumentazione. Ma dico, io non ho più garanzie. Sono andato a suonare in America, in Germania, in Spagna. In America è andata benissimo, in Germania il non plus ultra, in Spagna invece un disastro.
Come un disastro, Richard?
I locali non erano adatti.
In che senso non erano adatti, Richard?
Dico io: avevo chiesto sedici uomini di servizio d'ordine. Che ci vuole? Niente, i ragazzi dell'organizzazione erano della gentaglia. Insomma, è anche per la sicurezza vostra. Sennò va a finire che prima o poi si fa male qualcuno, prima o poi sale qualcuno sul palco e si mette a sparare.
Beh, non credo che si arriverebbe mai a tanto, Richard...
Ma no! Pensa che quando sono andato a suonare in America l'ultima volta, ero in Virginia, c'è stato un processo – che io ho vinto – perché a un certo punto un ragazzo si è messo a sparare e io, che quando sono in America sono sempre armato, l'ho dovuto seccare.
Ma come, Richard?
Eh beh, quello sparava all'impazzata, di sicuro avrebbe fatto male a qualcuno anche nel pubblico. Andavamo a finire come quel povero... Diamond Darrell dei Pantera. Insomma c'è stato subito il processo, io ho dovuto chiamare il mio avvocato da New York. Naturalmente ho vinto.
Ci mancherebbe, Richard.
Il mio avvocato, Howard Newcombe, si è imbestialito e ha cominciato a far partire denunce a tutti. Innanzitutto al Governatore della Virginia, perché il ragazzo ha sparato con l'arma del padre, ma poi si è scoperto che il ragazzo era psicopatico, era perfino in cura in un istituto e tornava a casa tutti i fine settimana. E allora dico, come si fa a dare il porto d'armi a qualcuno se ha il figlio psicopatico? E poi ha denunciato il commissariato, e poi ha denunciato gli organizzatori. Insomma è andata a finire che il Governatore, il Governatore della Virginia, mi ha dato dei soldi per lasciar cadere tutta la cosa. Io ho accettato, figuriamoci, e quindi abbiamo fatto a metà io e il mio avvocato.
Hai fatto bene, Richard.
Allora capirai che a queste condizioni per me non è possibile fare un concerto. Quando mi hanno sfondato gli amplificatori tu pensi che Radio Rock mi abbia pagato i danni?
No, Richard, non credo.
Eh, non mi hanno dato un cazzo. Quindi...
Sì però torna presto, Richard, ci siamo rimasti molto male. Ci faresti un autografo, comunque?
Come no.
Firma qui, Richard, a pagina 666.
A chi lo devo dedicare?
Ad Alice, Richard.
Solo ad Alice?
Sì sì, solo ad Alice, il libro è suo, Richard.
Ecco qua.
Grazie, Richard. Torna presto.
Senz'altro. Ciao ragazzi.

Adesso la mia donna ha un autografo di Richard Benson – con dedica – a pagina 666 del suo manuale di Circuiti per la Microelettronica (IV edizione), e io so che Richard è in grado di guardarti dritto in faccia mentre ti dice una delle più grandi cazzate che sentirai mai in vita tua.




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Sham 69: Tell us the truth