9 febbraio 2012

Gonjasufi: MU.ZZ.LE [Warp - 2012]

Io non ho motivi di ascoltare Gonjasufi. Non ne ho motivi per milioni di motivi. Buona parte di questi hanno naturalmente a che fare con i suoi ascoltatori medi, ma non volendo sembrare il solito snob pieno di pregiudizi (i miei splendidi cuccioli), mi fermerò al fatto che ho smesso di interessarmi di elettronica pastiche un po' di tempo fa, grazie soprattutto al mio rinnovato amore per il uanciutrifò-daje, e che la musica che mi fa ballare solo il cervello, dopo anni di Zappa, Autechre e Bouez mi ha, come dire, un po' rotto il cazzo.
Ciononostante ho ascoltato, invece, MU.ZZ.LE per due motivi principali: il primo è che Simon Reynolds fa diversi cenni a questo Gonjasufi in Retromania, che è un libro eccellente e io mi fido di lui - mi fiderei di chiunque sostiene che gli hipsters siano avvoltoi; il secondo è che diversi critici (allmusic.com, popmatters.com, chiunque che CONTI, insomma) l'hanno incluso nella propria lista dei dischi più attesi del 2012. E poiché io credo ANCORA nella critica professionale, e fortunatamente procurarselo è pure gratis, ho pensato Ma sì, ma sticazzi, ed ecco qua.
Fa bene Reynolds a buttare Gonjasufi nel calderone dell'hauntology o comunque della post-post-modernità: la giustapposizione e sovrapposizione puntillistica di contesti sonori, sorgenti e rimandi di significato è continua, frenetica, caotica, proprio come se fosse possibile ascoltare ciò che passa su tutti gli iPod e le stazioni radio del mondo, contemporaneamente. Un incubo, insomma.
I due riferimenti immediati sono psichedelia e dub: ben lontani dalla forma canzone e da strutture con elementi ricorrenti, i 10 pezzi procedono linearmente come un viaggio (materiale o immateriale fate voi, io per me sono del parere che questo è un disco del tutto impensabile senza psicotropi), un percorso che procede sempre e solo avanti, nonostante lo sguardo sia sempre rivolto all'indietro. Le basi rallentate e corrose digitalmente sono il terreno su cui il disco rotola, tra delay a manetta e voci distorte e, insomma, beh, tutti i plugin disponibili su pro-tools. Poi vabbé, sta a te decidere se seguire questo viaggio, partecipare, sonnecchiare di tanto in tanto o concentrarti sui fatti tuoi finché non sei arrivato a destinazione e poi limitarti a scendere e arrivederci e grazie.
Come pressoché tutta la musica sperimentale, infatti, anche quella di Gonjasufi - ma dirò meglio: anche MU.ZZ.LE (non ho ascoltato altro e non credo che lo farò) è una musica più utile che bella, più necessaria a portare avanti la (necessaria) riflessione su come stiano cambiando le nostre orecchie e il modo di pensare la musica, che a goderne e rimanerne coinvolti, ed avendolo interpretato come un disco con cui essere d'accordo non significa esserne amico, non nascondo che ne ho apprezzato la brevità - del resto, poiché i pezzi si basano soprattutto sullo stesso principio di giustapposizione, invecchiamento precoce e lugubr... lugub... insomma sull'essere lugubre e affascinante al tempo stesso, è facile annoiarsi presto, cosa che infatti è accaduta a me, che ho pensato che quando di un disco apprezzi la fine è come quando leggi che il migliore in campo è stato il portiere: tutto il resto è andato storto.
Insomma MU.ZZ.LE è un disco che incuriosisce, senz'altro, che merita di essere ascoltato se vi importa della musica, e se siete disposti a sorvolare sulla sua necessità di essere BRUTTO (altrimenti come per tutta l'avanguardia, il messaggio non arriva col giusto impatto).
Quindi se mi dite che l'avete trovato interessante, vi credo e vi apprezzo pure. Ma se mi dite che vi è piaciuto, beh...

7 febbraio 2012

Cloud Nothings: Attack on memory [Carpark - 2012]

Allora io di questi Cloud Nothings non sospettavo nemmeno l'esistenza e me li sono procurati praticamente solo perché a un certo punto ha iniziato a parlarne CHIUNQUE e io ho detto Beh, sentiamo chi sono.
Allora mi sono documentato e ho scoperto tre cose: 1. sono americani, 2. sono al terzo disco (bada!), 3. il disco gliel'ha fatto Steve Albini.
Non solo: ho PERFINO ascoltato un paio di pezzi e ho pensato Dopotutto niente male, il che de 'sti tempi è grasso che cola: post-punk in QUALSIASI senso vi venga in mente. Fugazi, Seattle, Berlino (ma i quartieri elettrici, non quelli elettronici), At the drive-in del periodo chi-siamo-cosa-vogliamo, poca produzione, momenti di prolissità mantro-kraut-edelica (Blowup nun te temo!). In più il cantante certe volte assomiglia a Jake Burns degli Stiff Little Fingers e quindi giustamente mi sono pure intenerito.
 
Eppure Attack on memory ascoltato dall'inizio alla fine m'ha dipinto in volto il dubbio. Mezz'ora abbondante di dubbio
Tipo: il disco inizia con del malessere e prosegue invece con del malessere, ma spiegato in maniera DETTAGLIATISSIMA (nove minuti di malessere, intendo: almeno sei dei quali di improvvisazione strumentale accogliente calorosa come un pezzo degli Wire). Poi a un certo punto BASTA malessere, anzi quasi California (cioè, posizionata dov'è, la riapertura "Fall in" pare un pezzo dei NOFX dopo un'ora di Silver Apples) e poi invece alla fine nevrosi. Mah. Mi son dovuto fermare e controllare che il lettore non m'avesse incasinato la tracklist perché proprio non ne venivo a capo.
Nel senso: magari ci sta che il disco sostenga un discorso, segua un percorso non spezzettato, abbia una sua coerenza interna, sennò è come vedere un film in cui primo e secondo atto siano invertiti: il dramma subito e il prologo dopo. E io Pulp Fiction proprio NO - ché non sono sicuro che c'entri ma perché sprecare un'occasione per sottolinearlo?
Ed è un peccato perché singolarmente i brani di Attack on memory funzionano: al di là del modo un po' improbabile in cui sono stati giustapposti, sono ben scritti e ben eseguiti (ma del resto se c'è Albini in giro è raro che arrivi la sola) e suonano pure sinceri, che non è una cosa molto diffusa nei gruppi con le chitarre pulite, ultimamente.
Non so, forse dovremo aspettare un pochetto: i ragazzi devono ancora trovare una dimensione più coesa nonostante siano al terzo disco; forse la maturità arriva in un secondo momento, forse non hanno ancora deciso che strada prendere a livello espressivo o formale, dato che essendo dei giovanotti magari ancora non hanno voglia di fare le cose dritte. Forse invece anche sticazzi, ché dopotutto non stiamo parlando di chissà chi e se sti Cloud Nothings non li conoscevo fino a ieri un motivo dev'esserci, no?

1 febbraio 2012

Tennis: Young & Old [Fat Possum - 2011]

Uuuuh carini i Tennis. I Tennis sono marito e moglie, lo sapevate? E lo sapevate che il primo disco loro è una specie di concept su un loro viaggio a Cape Dory, che poi è il titolo dell'album? Carini. E lo sapevate che è appena uscito - no, tecnicamente non ancora, quindi correggo. E lo sapevate che si può già ascoltare il disco nuovo loro? Ecco.

Io avrei tutti i motivi per odiare i Tennis. Di fatto sono due hipsters (ricci, jeans rossi, tutto), la copertina del loro primo disco è un intero festival del cattivo gusto che pare copincollato direttamente da worstalbumcovers.org, e in sintesi non mostravano di essere diversi dai cinque milioni di gruppi spuntati negli ultimi 2 anni che fanno surf pop che più che grato direi che è appecoronato al wall of sound.
Ora: alcuni di loro non valgono un cazzo e lo sappiamo alla fine del primo pezzo. Altri sono buoni finché è estate e poi sono deprimenti come le infradito in Siberia, altri invece danno l'impressione che occorra essere giusto un pochetto pazienti. I Tennis sono tra questi, e lo dimostra il fatto che non ho pensato Aridaje sti stronzi, quando ho saputo che era disponibile. E poi escono per Fat Possum: almeno un minuto di attenzione gli va dato.
Proprio come Cape Dory, Young & Old funziona perché è un disco di canzoni: cose pensate, scritte, insomma, che si possono ascoltare e apprezzare anche senza conoscere i riferimenti storici o gli ammiccamenti ai generi di riferimento. Non un disco tenuto in piedi dal riverbero a molle o dal Farfisa, insomma, ma qualcosa che osserva la regola d'oro di Santo Keith per la quale una canzone è buona quando puoi suonarla solo con una chitarra acustica.
Non solo, Young & Old è un disco di canzoni pure meglio, e non solo un Cape Dory pt. II: c'è una crescita, insomma, da parte dei due sposini di Denver: non la prevedibile compilation di sorridenti twist canditi da spiaggia, ma approcci diversi (come quello della mia preferita, che è My better self, una canzone DIVERSA da loro, appunto), che li inseriscono nella categoria dei gruppi da tenere d'occhio sul serio, adesso. Certo, dovranno sempre liberarsi dell'essere giovani, ma fatto questo andrà tutto a gonfie vele, sono sicuro.
(By the way, ho scoperto solo DOPO che è stato prodotto da Patrick Carney dei Black Keys, quindi sono del tutto in buona fede).
E basta, tutto qui. Alla fine stamo a parla' dei Tennis, mica...

30 gennaio 2012

Cosa volete sentire: Compilation di racconti di cantautori italiani [Minimum fax - 2011]

In un esilarante standup che si chiama Hilarious (appunto), Louis C.K. parla del fatto che non si può incazzare o mettersi a discutere con la sua bimba di tre anni perché, beh, è una bimba di tre anni.
Ora ok: QUALSIASI cosa dica secondo me è vera e lo vorrei Segretario Generale dell'ONU, ma gli voglio bene perché stavo pensando da due ore all'angolazione migliore anche solo per iniziare a parlare di questo libro, e solo quando mi è venuto in mente lui ho capito una cosa importante e infatti voilà, 300 battute. Grazie Louis.

Intanto: la cosa che mi brucia davvero, è che questo libro l'abbia fatto uscire minimum fax: Einaudi o vabbé, Mondadori, pure pure; ma loro, ai miei occhi uno degli ultimi baluardi di dignità nel bunga bunga dell'editoria italiana, francamente mi hanno fatto rosicare. Perché? Ecco perché:

Chiunque sappia cosa penso della musica italiana sa che la ritengo provinciale, pedante, masturbatoria e accessoria, e ho sempre avuto il sospetto che in realtà non piaccia a nessuno, se non come può piacere una mascotte: qualcosa che partecipa al grande match del mondo ma da bordo campo, senza mai entrare in gioco: lo guardi e pensi Oh che carino esattamente come pensi Sticazzi lèvati che non vedo niente.
(E non mi venite a dire che non è così: vi ho sentito dire troppe volte "non sono male, per essere italiani" per potervi credere ancora.)
Dunque COSA ha spinto minimum fax a mettere in piedi un libro del genere? Non un ebook, insomma: un VOLUME FISICO, fatto di CARTA, realizzata da ALBERI, trattata con solventi e stampata in inchiostro, impaginato con costosi computer che richiedono energia e attenzione e ore lavoro, libri trasportati da VEICOLI che consumano CARBURANTE, e in un periodo di crisi come questo?
Quando Stile Libero pubblicò il libro di Albertino costringendomi a vestirmi a lutto, o Feltrinelli fece uscire Jovanotti pensai a una cosa sola: i SOLDI.
Che c'è? Sono uno stronzo e ve lo dico: ho pensato che questo libro va a coprire in maniera ergonomica un segmento di mercato principalmente composto da donne che ascoltano questa musica (e da uomini che la ascoltano solo per fare colpo su di loro).

Nella sua prefazione, Chiara Baffa, curatrice della raccolta, accenna alla tradizione di libri firmati da musicisti che sono spuntati come funghi negli ultimi anni (metafora azzeccata). Nelle sue intenzioni, questo libro vuole chiudere il cerchio tra parole e musica, rimettere implicitamente la penna nelle mani di persone che sono scrittori o poeti anche se fanno i musicisti, capire cosa hanno da dire sul mondo, sui rapporti, sulle cose.
Peccato non rammentare il fatto che la musica italiana, per quanto possa dichiararsi "alternativa" rimane il tempio di una tradizione e di una conservazione ai limiti del reazionario, non avendo mai nemmeno provato a scrollarsi di dosso la struttura strofa-ritornello o il verbocentrismo da melodramma, in cui la voce sta DAVANTI e il resto SEMMAI. Certo, in una nazione musicalmente avanzata dotata di una critica musica competente, saremmo abbastanza istruiti da sentire immediatamente la puzza di bruciato, e un libro del genere non avrebbe senso, ma così è anche se non ci pare: occorre che sia la gente che fa i libri a parlarci di musica, o dei musicisti. O peggio ancora, i musicisti stessi. Già perché mo' arriva la pioggia.
Cosa volete sentire non parla di musica. Parla di musicisti.
Peggio: parla di gente che parla di se stessa e ci tiene particolarmente a riportarci le proprie idiosincrasie, i propri disagi, o a farci accomodare ai suoi piedi e narrarci di quando l'Italia era piccola e provinciale (non come adesso, vero?) e loro erano persone con un sogno, diverse dalla massa. Quando non variazioni sul tema del mal di vivere, i tredici pezzi che compongono il libro sono una risacca di revival intenerito, nostalgico (e autocelebrativo) degno di Stracult o di un pezzo X degli 883: i baretti, gli anni 80, gli strumenti da quattro soldi, gli autogrill, gli impresari arronzoni e arraffoni, stessa storia stesso posto stesso bar, uno scenario ormai anche troppo consueto in cui l'eroe (riconoscibile anche negli affettati panni dell'antieroe) prevale grazie alla sua sensibilità di poeta NONOSTANTE l'Italia che ha intorno - e a quanto pare, NONOSTANTE il rock and roll di cui in quest'Italia e in queste pagine non c'è la minima traccia, così come non c'è traccia del minimo divertimento nel fare la musica, o nell'ascoltarla.

Ma poi, onestamente, tra me e voi: ma chi diavolo ha bisogno di un libro con dentro un racconto di Dario Brunori o di Maria Antonietta? E nemmeno un racconto nel senso stretto del termine, un pezzo di prosa in cui qualcosa viene narrato. Nah, qui al massimo rimediamo scene di vita vissuta tratteggiate impressionisticamente, poesia beat, enciclopedie del picaresco, souvenir d'Italie e un milione e mezzo di sfaccettature del saperla lunga: una lunga, inesorabile celebrazione del nulla più scamosciato, con solo lo 0.4% di divertimento.
Insomma: Cosa volete sentire poteva essere finalmente una buona occasione per liberarsi dalla nomea di tromboni che questi poeti-maledetti-casualmente-musicisti si sono conquistati con tanta ostinazione, e invece non fa che metterci il carico da 90 sopra; Cosa volete sentire poteva essere un VH1 storytellers in bianco e nero, e invece è una specie di Isola dei semi-famosi di cui non ha bisogno né chi vuole leggere poesia o narrativa, né chi vuole saperne di più sulla musica (perfino sulla loro). Cosa volete sentire poteva essere un libro utile, interessante, e invece è una sfilata di ego tipo Carnevale di Viareggio.


Ma è QUI che Louis mi ha dato forza: non posso arrabbiarmi con questa gente. Loro sono cantautori italiani, sono ciò che sono: troppo artisti e troppo profondi e tormentati e intellettualmente imbarzottiti per porsi il problema alla mia noia; troppo se stessi, malaticci di default e ansiosi di parlarmi in maniera diffusa e particolareggiata del loro ombelico, che poverini mi sa che è tutto ciò che conoscono.

E allora come faccio a prendermela con loro, Louis? Sarebbe come litigare con una bambina di tre anni e non si litiga con una bambina di tre anni. Semplicemente non si fa.
Una bambina di tre anni la si lascia in pace e la si fa parlare finché non si sfinisce e si addormenta e sì può andare di là ad ascoltare finalmente un bel disco.

27 gennaio 2012

Raymond Carver: Niente trucchi da quattro soldi [Minimum fax - 2002]

ah questo libro ci sono affezionato perché me l'ha regalato una mia amica che è un genio e ancora s'intigna a farmi scrivere perché il sottotitolo di questo libro è Consigli per scrivere onestamente carinella non ha capito che non è proprio cosa non c'è proprio niente da fare ma lei questo non lo vede e non lo vedeva nemmeno qualche anno fa quando mi volle regalare questo libro e una cosa di rodari che adesso che ci penso non è un ragionamento molto diverso da quello che deve aver fatto un'altra mia amica che pure lei si intigna e da quell'orecchio non ci sente ma non è il momento di parlarne adesso non mi fate distrarre.

ah questo libro io l'ho letto in meno di due ore mentre andavo a una festa aziendale a milano sì avete capito bene aziendale e milano sono due cose che io normalmente proprio no e invece una volta ho pensato anche sì e allora un po' per tenermi a posto la coscienza un po' per ricordare a chi mi stava intorno che io sono una persona pesante una di quelle persone con cui ti passa la voglia di parlare in treno ho aperto questo libretto e avevo l'acquolina ero contento e un po' ci sono rimasto male del fatto che tutta la prima parte è organizzata tematicamente il che è una trovata interessante ma alla fine dei conti insomma spezzettare carver andiamo che cosa vi è venuto in mente perché infatti all'inizio sembra una raccolta di frasi da baci perugina per scrittori una di quelle cose che se hai un amico scrittore in difficoltà puoi aprire a caso e dirgliene una insomma l'equivalente di una pacca sulla spalla un incoraggiamento uno shottino di jameson offerto al momento giusto quando le spalle iniziano a incurvarsi insomma probabilmente ho pensato più di una volta non serve non c'è il minimo bisogno di un breviario di raymond carver e ho rosicato ve lo giuro perché carver mi sembrava banale e ho pensato Ecco io con caver una sciocchezza me la sarei bevuta volentieri e invece vai a scoprire che non ha niente da dire che presa a male dice quello che direbbe chiunque e il giorno che scopri che carver è uno chiunque non può essere una bella giornata.

poi però invece tutta la seconda parte che è un intervento da lui tenuto all'università di non so dove e non ho voglia di alzarmi per andare a verificare leggetevelo da voi insomma tutta la seconda parte che è un discorso organico è non solo meglio in termini di godibilità della lettura ma anche di efficiacia di intenti cioè effettivamente leggo carver fare quello che sa fare e cioè disegnare una traiettoria ideale sostenere una tesi raccontarmi una cosa e tenermi alla larga dai mezzucci e ricordarmi che è necessario essere sempre onesti e buttare tutto fuori quando ti viene perché è lì che sei te stesso e non avere paura e non avere vergogna insomma ricordarmi che la scrittura è una finestra sul cortile interno e noi lo sappiamo tutti che nel cortile interno c'è poca luce e la monnezza ma occorre lo stesso avere il coraggio ecco il coraggio di guardare all'interno e questa è una cosa importante da tenere a mente finalmente ho capito perché da due ore rincorrevo queste righe su carver per leggere queste cose leggere la sua sul perché si scrive perché vabbé sul come si scrive lui non è che dice cose diverse da quello che dicono praticamente tutti gli altri scrittori e cioè scrivi e basta e non rompere i coglioni.

cioè aoh paro paro il contrario di quello che faccio io.