José Saramago
Memoriale del Convento
Feltrinelli - 1987
Io a Saramago gli voglio tanto bene, lui è uno degli scrittori che
consiglierei e consiglio a chiunque, in qualsiasi circostanza, ammesso
che abbia le spalle abbastanza larghe da sostenere il peso di
ognuna delle sue righe, che sono tante e non vanno a capo se non
quando finisce il foglio, e la mente – pure – abbastanza larga da fa
passare l’ampiezza di una narrazione che a tratti sembra non avere
soluzione di continuità, nemmeno quella dell’interpunzione che sappiamo
benissimo è ridotta all’osso: virgole e punti perché insomma, Poche
chiacchiere, dice Saramago, e ha ragione: tutto quello che scrive serve
e poche volte ne ho dubitato.
Io di Saramago ho letto buona parte della produzione e ho sempre chiuso
il libro con un senso di pienezza, di sazietà e di leggera ebbrezza,
come dopo un pasto lauto e carico di sapori genuini, veraci, raramente
sofisticati, quanto piuttosto figli di una tradizione popolare, benché
elevata da un’erudizione ai limiti dell’enciclopedico.
Bene. Ora:
Sul Memoriale del convento mi avevano preallarmato: mi avevano detto che
non era la cosa più brillante che aveva scritto. Ed è vero. Ci
mancherebbe, il libro ha esattamente lo stesso carattere di ciò che
racconta, ed è il tentativo di liberarsi dal fango dell’epoca ed
erigersi verso l’alto. Lo fa re Giovanni V con la costruzione del
convento a Mafra, lo fa l’infanta al termine del romanzo nelle sue nozze
che la libereranno dalla bruttezza da cui è piagata dalla nascita, lo
fanno Baltasar e Blimunda, i due effettivi protagonisti del romanzo,
nell’aiutare il padre Bartolomeu in odor d’alchimia a costruire una
macchina volante.
Né manca l’elemento surreale, come altrove nella sua letteratura: al di
là della macchina che effettivamente riuscirà a volare, la capacità di
Blimunda, orfana di rogo, di vedere sotto la pelle delle persone, cosa
che le permetterà di collezionare le volontà, uno degli ingredienti
della ricetta alchemica che permetterà all’uccello meccanico di spiccare
il volo.
Ciò che non spicca il volo, invece, o che almeno non riesce a mantenere
quota, è il tono generale del romanzo, che più che in altri libri del
portoghese è un centellinare continuo di intuizioni, verità e
avvenimenti, un continuo temporeggiare e ritardare l’azione del romanzo,
per attardarsi non solo in riflessioni continue su ciò che è in cielo e
in terra, superbamente filtrate dall’ottica del tempo (e ciò sarebbe
bene), ma impastoiate da ripetute e lunghe enumerazioni che va bene
rispecchino le litanie che punteggiavano il quotidiano dell’epoca, però
più volte suscitano impazienza.
Difficile insomma resistere alla tentazione di scavalcare qualche riga
durante le elencazioni dal sapore omerico del corteo del re che
accompagna la figlia a sposarsi, delle statue di santi e degli ordini
monastici nelle processioni che tornano e ritornano nel libro, seguite e
osservate appassionatamente dal popolo, anch’esso rapito nel tentativo
di elevazione – più sensuale che spiriturale.
Insomma, chi sosteneva che Memoriale del convento è un libro “pesante”
anche nel senso più banale del termine, aveva ragione. Abituati a una
scrittura e a delle vicende che sanno anche accattivare, il Saramago del
Memoriale risulta un po’ stoppaccioso e difficile da mandare giù,
anche per i lettori più pazienti. Se dovete iniziare a leggerlo,
iniziate da altrove, se invece andate di fretta, io direi quasi che
potreste pure passare avanti, ecco.