7 gennaio 2008

decreto di legge numero ventitrè barrato

Il ddl varato quest'oggi riguarda i nomi delle band che si andranno a formare d'ora in poi, di cui vado a specificare nel dettaglio i limiti linguistici e grammaticali.
E' severamente proibito (e punito con ammende fino ad euro 47, lapidazione con cancellini sporchi di gesso e pubblico scherno) chiamare il proprio gruppo con:

- affermazioni (e.g. we are scientists, god is my co-pilot)

- esclamazioni (e.g. oh no! oh my!, panic! at the disco)

- domande (e.g. mister who?, what? where? when?)

- aggettivi possessivi (e.g. my cat is an alien, my awesome mixtape)

- poetici, vagheggianti, sentimentali sostantivi e/o aggettivi (e.g. painting petals on planet ghost, ablaze my sorrow)

- in qualsiasi occasione, non è concesso usare più di tre sostantivi alla volta (e.g. usare più di tre sostantivi alla volta).

si pone qui la proposta di ritornare all'ormai abbandonato uso di nominare la propria band con un solo sostantivo: portiamo ad esempio i beatles, gli animals, i germs, i band, i jam, le supremes. ci basta. non vogliamo sapere nient'altro, ci basta UNA parola, DUE se siete gli hüsker dü. ulteriori eccezioni sono state già accaparrate dai sick of it all, me first and the gimme gimmes, against me! e pochissima altra gente per meriti sul campo; gli statuti speciali sono FINITI, BASTA, NIET, NEIN, NO.

perchè ce ne frega ben poco di quanto estroso sia il nome del vostro gruppo, a noi interessa quello che dite quando suonate.


Playlist>
Burton/Corea/Metheny/Haynes: Like Minds
Buddy Holly: Down The Line

1 gennaio 2008

il re è morto, viva il re

Vabbe' che già seguendo un minimo il blog (voi due o tre poveri cristi) vi sarete fatti un'idea di cosa ci è piaciuto e cosa no, del mare di roba che è uscita in questi ultimi 12 mesi. Sarebbe anche inutile dunque che voi due o tre poveri cristi dobbiate leggere un altro post in cui ci sono scritte cose che sapete già - se non ve le ho dette direttamente di persona - ma (colpo di scena) è anche vero che ci possono essere sorprese all'ultimo minuto.
Sorprese, poi, che possono essere di sicuro dischi usciti da poco (non ci dimentichiamo che a dicembre si concentra più o meno la metà delle uscite discografiche dell'anno, soprattutto quelli pubblicati dalle major moribonde e paracule), ma anche dischi ascoltati da poco, ché uno mica ce la fa a stare appresso a tutto. Io ce la metto tutta a stare dietro alle novità, ai consigli, alle nuove sensazioni del momento, ma se poi mi accorgo che non ho ancora mai sentito un cazzo di Art Tatum, ecco, QUELLO è un problema: non voglio fare la fine di quelli che conoscono tutte le outtakes e tutti i demo dell'ultimo impostore pompato da NME senza sapere da dove questo impostore viene, e soprattutto perché in confronto al suo modello fa immancabilmente VOMITARE. La musica è una faccenda genealogica, e chi sostiene il contrario vada a fare in culo. Voilà.

A differenza di altri, ci limiteremo (o almeno io mi limiterò, questo blog è anarchico, e ognuno fa quel cazzo che vuole e viva Durruti) a indicare solo 5 dischi per questo 2007. Questo per molteplici motivi:
1. siamo froci per High Fidelity e non c'è motivo per cui un mucchio di nerd come noi non dovrebbe pagare tributo a questo feticcio
2. tutto sommato - e non (solo) per fare i disfattisti - non è che questo 2007 abbia proprio brillato per soddisfazioni. se perfino il cuoco minaccia ritorsioni contro Springsteen vuol dire che non è andata troppo bene, e allora più di 5 dischi buoni, degni di finire in una top 5, sfido chiunque a trovarne
3. non c'è un 3: Letterman ti voglio bene.

In ordine sparso (ditemi voi se si possono mettere in graduatoria 5 dischi così)

radiohead: in rainbows
Indipendentemente dall'essere un fan incondizionato dei Radiohead, ci si aspettava un po' tutti che il loro nuovo disco (che tra l'altro vabbé i 3 anni dall'ultimo, ma ci hanno fatto aspettare SEI MESI per farlo uscire) sarebbe stato il disco dell'anno - e per le motivazioni di questo vi rimando al succitato punto 2. In Rainbows è il disco miracolo dei Radiohead, il loro Revolver; anzi, meglio: il loro Rubber Soul. Canzoni efficaci, sintetiche e non necessariamente figlie dello studio di registrazione. Più sobrietà, più concisione e un linguaggio rivoluzionario legato però più alla sostanza che alla forma: le canzoni - che raramente seguono la struttura convenzionale strofa-ritornellox2-bridge-coda - hanno una discorsività più ampia e lineare, piuttosto che circolare, vanno SEMPRE a parare da qualche parte: invece di ripetere gli elementi musicali più efficaci, hanno fatto ricorso alla loro espansione, all'approfondimento, a una sorta di variazione del tema che rende i brani più vari ma mai incoerenti. Appena uscito questo disco si è piazzato al terzo posto subito dopo Kid A e OK Computer, ma oggi, dopo un mese di ascolto praticamente incessante, non è detto che sia inferiore a quello che finora viene considerato il loro capolavoro.
In più, In Rainbows è il miglior disco del 2007 perché è il più grosso dito in culo del music business che si ricordi dai tempi della controversia ASCAP/BMI. I Radiohead hanno usato tutta la loro fama NON per strappare un rinnovo da capogiro alla loro etichetta - o per trovarne una nuova che leccasse loro il culo fino a consumarsi la lingua - ma per dimostrare al mondo intero che dei cravattari cravattati del mondo major ne abbiamo piene le palle e zero bisogno. Ma siccome non mi piace ripetermi (non è vero, lo adoro ma non ho tempo), vi rimando volentieri a un post che ho scritto qualche settimana fa.

anti-you: pig city life
Stesso discorso: qualsiasi disco che abbia in copertina berlusconi col cappio e il muso da porco non può non diventare uno dei miei prediletti. Anche del 7" degli Anti-you ho parlato in abbondanza qualche settimana fa. Oltre alle lodi sperticate che ho affastellato allora al massimo posso consigliarvi di andarveli a vedere dal vivo (possibilmente sotto il palco, così vi arriva anche qualcuno in faccia, cosa che aumenta di gran lunga il divertimenti) e meravigliarvi del fatto che in media gli applausi sono sempre più lunghi delle loro canzoni. Meglio gruppo pancarcor de noantri, senza dubbio.

feist: the reminder
Ecco, forse questa era meno scontata, nel senso che non ne avevo ancora parlato prima, o forse solo in maniera marginale. E se ne avevo parlato, pure, era per elogiare il suo disco precedente e ringraziare chi me lo aveva consigliato. Let it die era stato un disco che seppure inizialmente avevo bollato come fashionista e superficiale, alla fine invece (complici delle melodie davvero infettive) si è rivelato ben pensato, ben scritto, ben prodotto e ben tutto quanto, rimanendo uno dei miei preferiti del duemilaqualcosa in cui è uscito, e in definitiva uno dei dischi che riascolto più spesso con piacere (e considerate che non è una cosa da poco perché passo TROPPO tempo ad ascoltare cose nuove).
The reminder anche: all'inizio mi era sembrato un compendio di quello che piace alle ragazzine (ragazzine maschi e ragazzine femmina, senza distinzione) che leggono Vice e non si perdono una serata del fish-n-chips: occhieggiamenti all'electro-pop degli anni 80, ritmi disco con batterie senza punta, majette a righe, roba del genere. Beninteso, in The reminder tutta questa roba ci sta, ma è funzionale alla riuscita delle canzoni che sono sempre concise, divertenti e appassionanti. Insomma, ancora una volta Feist mi dimostra che avevo torto. Su di lei. Sulle ragazzine (maschi e femmina) del fish-n-chips no.

jesu: conqueror
Anche di questo disco ho parlato a profusione. Molti miei amici dopo aver letto quello che avevo scritto diverso tempo fa non hanno potuto non procurarselo, alcuni rimanendone impressionati e affezionandocisi subito - altri mandandomi a cagare e preoccupandosi per un peggioramento sensibile dei miei gusti musicali. Anche ascoltato dopo mesi dalla fissa iniziale, Conqueror rimane un disco entusiasmante, pieno di idee geniali e di un calore intensissimo - anche se nascosto, questo sì. Certo, dopo tutti questi mesi la produzione smaccatamente metal inizia a mostrare la corda, ma del resto quello sempre Justin Broadrick è, un fondatore dei Napalm Death, uno che poi si è messo a fare pazzie industriali: da gente così il gusto per il suono arriva sempre con beneficio d'inventario. E poi dopotutto sticazzi, perché per sentire (nel senso di to feel, l'italiano purtroppo non ci viene sempre in aiuto quando servirebbe) la candida bellezza di questo disco tocca alzare il volume a palla, e in quel caso il suono diventa una specie di fragoroso sipario che sta tutto intorno, e fa quello che deve fare: aprirsi per farci vedere le cose.
Beninteso, poi di questa cosa di alzare il volume a palla ne parleremo per bene.

U2: the joshua tree (20th anniversary edition)
Ok ok, non rompete i coglioni, lo so benissimo che non è uscito nel 2007 ma vent'anni fa. Tutto sommato - vista la penuria e visto che sì: sono un fan degli U2 - questa riedizione con tanto di b-sides e DVD documentario è una bomba. The joshua tree è uno dei dischi più importanti degli anni 80 - e non solo, diciamocelo: andatemelo a pescare un gruppo che abbia bissato in quel modo il connubio tra un genere morente che avevano inventato e le nuove ispirazioni che hanno vissuto in giro per il mondo. Una specie di Combat rock, insomma, se gli U2 fossero stati un gruppo punk - e soprattutto se i Clash fossero riusciti a fare un BEL disco con Combat rock, invece di rovinarlo perché erano quattro stronzi permalosi, ma questa è un'altra storia e sono sicuro che meglio di me prima o poi il cuoco tira fuori 20.000 battute di fuoco su voi pecioni, sui Clash e su come mediamente non avete mai capito un cazzo del punk. Dicevamo.
Gli U2 sono come i Nirvana o Del Piero: essendo patrimonio comune e qualcosa che bene o male non ha mai rotto le palle a nessuno, tutti sentono la necessità di pisciarci sopra. Negli anni 90 (nei tardi anni 90) sono stati bersagliati dalla stampa e dai nuovi "gruppi famosi" come dei dinosauri, come un gruppo fuori dal tempo, come qualcosa di cui sbarazzarsi. Normale, si tende sempre a cagare sul decennio precedente, salvo poi andarsene in fissa dieci anni dopo (guardate cosa sta succedendo oggi con gli anni 80 e le pettinature e gli stivali col tacco basso e le grafiche fluo: se tra dieci anni torna di moda il mullet di McGyver vi giuro che vi faccio deportare in Ungheria dove quello è l'unico mondo possibile). In più, i cari quattro dubliners ci hanno anche aggiunto del loro sfornando in rapida sequenza un disco di merda e due dischi insipidi, solo qua e là arricchiti da qualche lampo di genio. Ci sta tutto, ci mancherebbe: anche i rolling stones hanno fatto delle santissime stronzate, dopo vent'anni di attività, quindi diamo loro tempo. Mo' sta girando voce che abbiano ricominciato a collaborare con Brian Eno: finalmente un po' di buon senso, che la nonna quando dice Squadra che vince non si cambia non va sempre trattata da rincoglionita.
In ogni caso: The joshua tree che vi piaccia o no rimane uno dei dischi più importanti degli ultimi 20 anni. In più va riconosciuta agli U2 l'onestà commerciale di aver pubblicato solo due greatest hits e un'edizione speciale in ventott'anni di carriera. Il che non rende certo più bello il disco (anche perché non ne ha bisogno) ma testimonia a favore del fatto che questo disco è un documento, che va preservato e trasmesso. E se non vi piace, pazienza, avete sempre il fish-n-chips.

15 dicembre 2007

Il Punk e l'attitudine "Faccio quello che voglio"

I Disco Drive sono un gruppo che mi piace. Li ho anche visti dal vivo qualche tempo fa, e non sono male. Li ho recensiti molto bene perché mi hanno fatto divertire. Però, hanno questo problema di fondo, che è il classico fraintendimento sull'attitudine punk.

Riporto da RockIt Mag:

Domanda: ”Continuate a definirvi un gruppo punk…”
Risposta: “Un gruppo punk nel 2007 non può suonare come I Ramones [è un punto di vista opinabile, ma ci può stare], il gruppo punk del 2007 sono i Deerhunter [avrei qualcosa da ridire, ma non è di questo che voglio parlare]. Il punk sono (…) quei gruppi che tendenzialmente fanno quello che vogliono. Questo è punk.”


La mia risposta: “MA NO!!! Non è vero, sarebbe un attimino troppo facile...”

Il peggio non sta nella castroneria in sé, né nell'ignoranza di fondo, ma nel pretendere di essere Punk rifilandoci i soliti stereotipi adolescenziali. Questo tipo di attitudine che viene spacciata per punk è in realtà il prodotto della commercializzazione del genere. Sul libro American Hardcore, Steven Blush fa un interessante osservazione. Dice: il punk negli anni '70 ha iniziato a vendere parecchio (pensate ai Crass che vendono 5000 copie di un disco totalmente autoprodotto); le case discografiche, fiutando l'affare, decidono allora di prendere questo genere e rimodellarlo per renderlo più commerciabile. Ecco allora che compaiono gli occhialoni ed i cravattini per dargli un aspetto più presentabile. Ovviamente gli si dà un altro nome, perchè punk è troppo brutto. New Wave!

Il Steven Blush pensiero: ora, partiamo dal presupposto che se vuoi vendere tante unità di un certo prodotto per un periodo di tempo che sia il più lungo possibile, bisogna fare in modo che questo prodotto diventi moda, non bisogna semplicemente buttarlo sul mercato lasciando che finiscano le scorte. Le mode sono durature perchè qualche cretino trova una propria identità nel trend e, giustamente, non si può vivere senza un'identità. L'identità è un bene primario, e i venditori (di qualsiasi genere essi siano) lo sanno bene. Il punk però è sempre stato una faccenda complicata e piena di sfaccettature: c'erano i vegetariani, i pacifisti, i militanti, gli anarchici e quant'altro, insomma ne incarnava parecchie di idee – o se vogliamo valori (ma forse questa parola è meglio non usarla). Un'altra legge del mercato è che se vuoi vendere tante unità di un certo prodotto, questo prodotto deve avere un target che sia il più ampio possibile. Il punk così com'era, così come si è sviluppato nella sua indipendenza, era troppo complicato. Soprattutto un mondo nel quale se vai al bar a chiedere un panino vegetariano ti rifilano un panino tonno pomodoro e maionese.

Quindi, come si fa a semplificare il tutto nel modo più becero e commerciabile possibile? Basta ridurre al minimo comun denominatore l'attitudine “combattiamo contro tutti coloro che non ci permettono di vivere la nostra vita dignitosamente” riducendola al molto più semplice e meno attivistico “Facciamo quello che ci pare”.

Questo modo di fare mi ricorda un concerto al Traffic che mi è stato raccontato.
Situazione: Concerto di un gruppo “panc adolescenziale”
Intreccio: uno dei membri di cotal gruppo rompe non mi ricordo che cosa della strumentazione del Traffic giustificandosi con un semplice: “aò io so panc”
Colpo di scena: er Teg gli urla: “No, te sei 'n cojone!”
Questo, è il punk di cui parlano I Disco Drive.

Io sono sicuro che il gruppo torinese in questione non le faccia ’ste cazzate da ragazzini, e sono anche sicuro che magari con quella frase abbiano voluto semplicemente riassumere la faccenda. Ma io sono sempre dell'opinione che certe cose o vanno dette bene o non vanno dette, perché dirle male può portare a tristi conseguenze come quelle del sopracitato adolescente panc.

Potrei stare qui a scrivere cartelle intere su quessto argomento, ma non lo farò perché è una bella giornata e voglio farmi un giro in bici, quindi mi appresto a concludere elencando un paio di cose che mi fanno rodere il culo a riguardo.

Il fatto che queste cazzate le dicano gruppi underground di cui, in teoria, ci si dovrebbe fidare.
Il fatto che oramai si definisce punk qualsiasi stronzo senta musica mid-tempo.
Il fatto che queste stronzate i Disco Drive le abbiano dette ad un intervistatore che non ha battuto ciglio.
Il fatto che in Italia il giornalismo musicale lo faccia chi di musica non ci capisce un cazzo.
Il fatto che i giornalisti musicali pensano sia scortese fare domande provocanti ai musicisti.
Il fatto che la gente non si rende conto che i giornalisti musicali non ci capiscano un cazzo di musica.
Il fatto che se la gente continua a stare a sentire queste cazzate, i Babyshambles continueranno a riempire le sale concerti.

13 dicembre 2007

Rolling on the river. Ike Turner 1931-2007.

the all black scrive:
è morto ike turner e io gioco nel campionato di quelli che gli dispiace.

sybille scrive:
io gioco nel campionato di quelli che doveva morire diversi anni fa. linciato.

the all black scrive:
boh, io non nego le malefatte, ma così sarebbe come consegnare alla storia ray charles come eroinomane e pasolini come ricchione

sybille scrive:
cose assolutamente diverse.

the all black scrive:
mah
ike era un musicista di spessore
ben prima che arrivasse tina
era uno che aveva già fatto le fortune della chess

sybille scrive:
non credo lo sia stato fino alla fine
appunto
poteva morire prima, quand'era in tempo
si sarebbe conservato solo il ricordo di un grande musicista
ho una vena femminista, non riesco a dispiacermi

the all black scrive:
boh, io il ricordo lo conservo, scindendo l'idea del gran musicista dall'idea del gran testa di cazzo

sybille scrive:
si può essere teste di cazzo in molti modi.
io credo che chi picchia una donna debba passare la vita a scontarlo
ma ho una visione assai rigida di questa cosa. io considero violento uno che mi dice stronza
non faccio testo

the all black scrive:
su questo sono d'accordo. sono solo infastidito dal fatto che oggi i giornali titolano E' morto Ike Turner, marito violento di Tina.
sarebbe come dire E' morto Frank Sinatra, mafioso gaudente

sybille scrive:
vabbè, ma i giornali, lasciamo perdere. devono farsi capire dalla casalinga di voghera
capisci che a loro dello spessore non gliene frega una mazza

the all black scrive:

lo capisco bene: non mi rassegno, però
e non voglio nemmeno immaginare cosa ne scriverà il manifesto
sempre che voglia sprecarsi per parlare di un rockettaro.

sybille scrive:
lo so. fondiamo un nuovo quotidiano

the all black scrive:

ci sto
la pravda

sybille scrive:
guarda, prendendola da un altro verso, è la ragione per cui il direttore vuole scrivere un libro su chet baker
tutti hanno scritto roba su di lui. solo per tracciarne il lato oscuro, di quello che gli cadevano i denti, tanto era strafatto
poi, che fosse uno dei più grandi, emozionanti, commoventi musicisti mai esistiti, lo sanno in pochi

the all black scrive:
per forza, non fa presa

sybille scrive:
anche billie holiday. il libro su di lei più accreditato sostiene che fosse una donna con problemi mentali. ritardo psichico

the all black scrive:
ecco, per una volta rollingstone non è male
Ike Turner an essential and largely undervalued figure in the history of both rhythm & blues and rock & roll, died in his home in San Marcos, California, earlier today. He was seventy-six years old. The cause of his death is unknown at this time.

sybille scrive:
bravi
comunque, "muore ike turner. grande musicista, piccolo uomo" ci stava bene uguale

the all black scrive:
ma è uguale a scrivere muore billie holiday grande voce piccolo cervello o qualcosa del genere, non credi?

sybille scrive:
assolutamente no. perché in quel caso non è provato. è una teoria di un giornalista. invece ike si è guadagnato sul campo la sua fama

the all black scrive:
e anche grazie al film
che ha anche influito non poco

sybille scrive:
vabbè

the all black scrive:
posso copincollare la nostra conversazione sul blogghe?

sybille scrive:
era così interessante?

the all black scrive:
boh
non necessariamente deve essere COSI' interessante. è un blog, non è una cosa importante.

sybille scrive:
ok

8 dicembre 2007

panino del mese: mceyed peas

Ve lo dico io perché In Rainbows è il disco più importante degli ultimi dieci anni. Sette, anzi. Primo, perché abbiamo dovuto aspettare sette anni (da Kid A, per intenderci) per ascoltare una sintesi così elegante ed equilibrata di pop, sperimentazione, azzardo e tradizione. Ma per questo basta capirci un minimo di musica e dare un’ascoltata anche veloce al disco per capire che c’è dentro qualcosa di miracoloso che conferma i Radiohead tra i più grandi gruppi di tutti i tempi. E questo perché hanno capito la lezione di tutti i migliori (i Beatles e gli anni 60 ma non le fesserie hippie, gli U2 e gli anni 80 ma non la wave a righine da Circolo degli Artisti, i Pink Floyd ma non la spocchia e gli stronzi assoli di chitarra, l’elettronica ma non la masturbazione punta e clicca) e l’hanno rimescolata in maniera sapiente, autosufficiente (non c’è bisogno di conoscere i modelli per apprezzare la grandezza il risultato finale) e soprattutto accessibile a TUTTI i livelli.
Ma c’è di più.
In Rainbows è il disco più importante degli ultimi dieci (ok, sette) anni perché è facile pensare che sia il disco più venduto di tutti i tempi che non sia mai stato pubblicato da una casa discografica. Sette anni fa i Radiohead hanno fatto il colpaccio mandando alle stelle Kid A senza uno straccio di singolo o di video (tranne quella roba da dieci secondi a botta che tenevano per un po’ sul sito per poi levarla di mezzo): il disco era bello e si vendeva da solo, in culo ai maxicartelloni pubblicitari, ai pusher delle radio e chiaramente alla Premiata Macelleria MTV. Adesso replicano mandando alle stelle un disco senza uno straccio di disco. Capito bene. E volete sapere perché è importante? Perché questo disco è la goccia che fa traboccare il vaso.

Che le major siano nella merda è assodato (se ne parla anche la stampa italiana vuol dire che ormai è cosa trita e di dominio pubblico). Tutto questo da diverso tempo, da quando i Metallica ottennero la chiusura di Napster perché rosicando per non avere abbastanza soldi, fecero i bulli con dei ragazzetti brufolosi che non avevano pagato dazio per sentire i loro tronfi riffoni di chitarra giapponese. Le major hanno iniziato a emanare un odore strano e da allora niente è stato più lo stesso.
Oggi, a dieci (sette, ci risiamo) anni di distanza, lo smottamento è in piena corsa e non c’è più verso di frenare la fuga di brani, capitali e (novità!) artisti dal portafoglio delle principesse conglomerate.
La stampa, in più, con questa cosa ci va a nozze. Sembra che questo colpo fatale al sistema discografico as we know it sia non più che una stramberia di quattro snob ossoniensi capitanati da uno che si è permesso perfino di dire di no a Sir Paul (questo in titolo: poi si legge nell’intervista che l’ha fatto perché non si sentiva all’altezza – bravi, era Repubblica: l’avrete riconosciuta dal sensazionalismo spicciolo, vero?). Il che è ovvio, tenuto conto che la stampa fa capo allo stesso meccanismo: grossi giganti mediatici che a un certo punto hanno iniziato a partorire topolini, ma costosissimi e pure protetti anche da crittografie anticopia che non girano nell’autoradio. Chiaro che minimizzando l’accaduto iniziano anche a pararsi sottilmente il culo: non sia mai domani dovessimo tutti scoprire che possiamo anche fare a meno dei quotidiani, dei loro faccendieri in quota opposizione e della loro pessima, pessima sintassi.

Eppure è così: dopo cinquant’anni (se non di più) di prassi consolidata, è chiaro che oggi la gente pensa che sia una cosa inaudita e incosciente rinunciare a una casa discografica per mettere fuori qualcosa. Questo perché la gente (e la stampa, che è fatta da gente, mentre noi speravamo fosse fatta da professionisti) non ha la minima idea di come funzionino le cose, e del fatto che le case discografiche sono un costo: come qualsiasi struttura costano, e richiedono risorse e passaggi che oggi – nell’era dell’accesso – sono risparmiabili.
Fortunatamente i Radiohead, che snob saranno anche snob ma so’ pischelli per bene, stanno minimizzando la cosa. Abbiamo solo voluto mettere fuori un disco, hanno dichiarato, non era mica nostra intenzione portare un attacco al cuore dell’establishment facendo perdere all’apparato milioni di sterline: avevamo un disco, avevamo i canali, non avevamo un contratto, l’abbiamo messo fuori da solo. Noi poco ci crediamo, perché i Radiohead sono gente che riflette e a cui sta sul cazzo il sistema postcapitalista (soprattutto quello mediatico), ma tutto sommato non era un’osservazione troppo da santarellini.
Mettere fuori un disco da soli è possibile, anzi: spesso è addirittura meglio. Da queste parti, qui in basso, dove non girano i soldi ma le idee, i musicisti sanno perfettamente che la casa discografica è un canale, uno strumento che serve a raggiungere un pubblico. Si fa una cosa, e a cosa fatta, si dà a un’etichetta che distribuisce il tutto e si tiene una parte degli incassi – sempre a patto che l’accordo sia vantaggioso.
Qui da queste parti siamo disillusi al fascino della rockstar, e facciamo pure bene. Le rockstar sono delle persone fuori dal mondo e il 90% di loro sono perfettamente INCAPACI di fare buona musica, e questo anche perché all’interno di un contesto mediatico basato sull’apparire, in cui la gente diventa famosa perché È famosa (così, a buffo), le rockstar non sono nemmeno TENUTE a farla (qualcuno ha mai sentito DAVVERO un disco di Amy Winehouse? NON SERVE!) Dall’altra perché le rockstar sono dei fenomeni costruiti per dare stabilità, apparenza e quindi un ritorno d’immagine proprio alle etichette che le mettono sotto contratto e che lucrano sulla loro instabilità (non dimentichamo la morte di Sid Vicious o di Cobain, il colpo di culo più GROSSO che le loro etichette potessero avere).
Questa cosa ha alimentato un’idea collettiva per cui il fine ultimo della carriera di un musicista fosse quello di arrivare a un contratto discografico, e poi pace: campi di rendita. La casa discografica ti scrive e arrangia le canzoni, ti organizza un tour, ti manda in televisione e ti ci mantiene perché ne ha tutti gli interessi. È come essere il capo di un partito italiano: diventi la parte visibile di un apparato che lavora per tenerti esattamente dove sei. In più puoi anche spaccare le sedie e schiacciare due pischelle a botta.
Per cinquant’anni questa cosa ha funzionato, poi è arrivato Internet.
Come tutte le grandi istituzioni – commerciali e non – anche le major discografiche sono sempre e pesantemente indietro coi tempi. Non è stato capito che non bastava mettere sotto contratto le nuove sensazioni partite da Myspace perché le parabole di visibilità offerte da internet sono ancora più ripide di quelle rese possibile dalla televisione. Le major hanno pensato che essendo le uniche depositarie di mezzi di comunicazione e promozione a livello planetario (adesso chi è che non è mai uscito dagli anni ‘80, eh?!?), potevano tenere saldo il loro dominio approfittando di queste meteore, ignorando completamente le leggi che regolano le loro brevi traiettorie. Bisognava capire che stava cambiando il linguaggio promozionale, che la nuova disponibilità di materiale resa possibile dalle possibilità di comunicazione li detronizzava dal ruolo di nodo insostituibile dello scambio, che la visibilità di realtà underground metteva anche dei pesanti interrogativi critici sul loro ruolo. E questo sia per il pubblico che per i musicisti.

Qualche giorno fa Josh Homme – che è uno che dentro una major ci è nato e cresciuto perché quando è uscito il primo Kyuss per la Elektra (cioè BMG, se non ricordo male) aveva 18 anni – ha dichiarato in un’intervista che “le case discografiche fanno schifo”, e non è il primo pezzo grosso che sputa nel piatto dove ha mangiato; una cosa del genere l’aveva detta anche Trent Reznor. Insomma, la Interscope è in allarme rosso, e non stupirebbe nessuno se iniziasse una fuga o verso qualche indie, o addirittura verso il buon vecchio FattoInCasa, tanto non credo che ai succitati gentiluomini manchino le risorse per mettere su un baraccone di produzione distribuzione e stampa per fatti loro.
In casa EMI c’è maretta pure da più tempo, dato che i Radiohead a fine contratto non solo non hanno voluto rinnovare (gravissimo) ma hanno anche dato lezione a tutti. A differenza del bullismo dimostrato da altre major, però, la EMI sta cercando di affrontare la situazione in casa, reclamando percentuali anche sugli incassi dei concerti e del merchandising (toh! un’idea brillante! miracolo!), o mettendo il pepe al culo direttamente agli artisti del suo carnet che non producono abbastanza o che abbastanza non vendono. Secondo quanto si è letto in giro (sempre su stampa scandalistica: Repubblica), nel mirino ci sarebbero fotomodelli come Robbie Williams o come i Coldplay (un ottimo esempio di gruppo che in un contratto major ha trovato la cuccagna: dopo il primo disco che tutto deve dimostrare hanno iniziato a sfornare dischi di canzoni di natale e ragazzini come conigli: pare mi’ cuggino che appena firmato l’L3 s’è comprato la Golf e ha messo su 5 chili). In più, bomba: la EMI ha deciso di non finanziare più la RIAA, la lobby che in America difende in Parlamento e in tribunale gli interessi delle major.
Non solo: la Free Software Foundation di Richard Stallman metterà gratuitamente a disposizione i suoi avvocati (specialisti del diritto d’autore, gente: roba da cagarsi sotto) nelle cause milionarie contro privati cittadini per aver scaricato illegalmente brani del loro catalogo, e per ridefinire la legge e il concetto di diritto d’autore, soprattutto dopo quella barzelletta del gestore telefonico tedesco che voleva brevettare un colore (ma come cazzo si fa…).
Un’altra tegola? La nota ufficiale della polizia canadese per la quale, data la diffusione del fenomeno e le controversie di diritto internazione in corso, la ricerca e i procedimenti contro chi scarica musica non rientra più nelle loro priorità. Ci rendiamo conto?
In uno scenario del genere, che si sta costellando di pericolosissimi precedenti, è chiaro che chi può corre ai ripari. Le grosse case discografiche, ormai trasformatesi in Oliver Hardy con la bombetta sfondata e la vernice addosso, si stanno avviando ad essere tra i più grandi fiaschi economici del decennio: gli investitori potrebbero iniziare a pensare che non vale la pena mettere soldi in questi mastodonti mangiasoldi, le holding potrebbero iniziare a lasciar perdere e in quattr’e quattr’otto avremmo la morte delle major as we know it. Altro che new economy. Ha ha ha.

La partita a questo punto è del tutto aperta. Da una parte alcuni discografici hanno già iniziato a diversificare il mercato: c’è chi ha pisciato tutto e si è buttato sulle bibite e sugli aerei (che spero non facciano cacare quanto le bibite), c’è chi sta iniziando a pensare di incrementare il giro di suonerie per cellulari (cosa che farebbe facilmente presa sul popolo bue e sarebbe più facilmente controllabile tramite accordi con i gestori) e c’è chi sta alzando i toni della guerra alla “pirateria”, finanziando le ricerche universitarie A PATTO che gli istituti riservino una percentuale della ricerca ai sistemi anti-copia o alla restrizione dei loro terminali ai protocolli P2P. Insomma, di ridimensionamento o di politica economica alternativa per il momento sembra che non se ne parli. Un po’ perché come strutture economiche sono troppo articolate e sviluppate per poter operare tagli sensibili – e poi sappiamo che i loro artisti, viziati e fuori dal mondo, non rinuncerebbero mai a qualche punto percentuale sugli introiti, cosa che tiene alti i prezzi dei cd molto più della siae o dell’iva al 20%, e questo TENIAMOLO A MENTE; un po’ perché per la loro stessa sopravvivenza all’interno delle multinazionali a cui appartengono devono tenere alto il giro di soldi, per non essere vendute o peggio smantellate.
In più, ci saranno sempre larghe fasce di ascoltatori che nonostante le lamentele per i prezzi dei cd – e, cosa più IPOCRITA: per la scarsa qualità del pop dei giorni nostri – continueranno a spendere 30 carte per la solita robaccia gangsta o per qualche puttana col toppino aderente. E dimoselo, su.Possibile allora che le major approfittino di questo nuovo mercato e inizi a specializzarsi su questo, continuando allora una tendenza già iniziata una ventina d’anni fa: la musica di qualità alle indipendenti (che avranno SEMPRE il loro mercato, con o senza napster, con o senza mp3), e la musica di massa alle major, distaccandosi quindi definitivamente dal pubblico critico e consapevole e sintetizzandosi su prodotti indifferenziati per gente diseducata e qualunquista. Come il McDonald’s: roba veloce e totalitaria, per un pubblico senza gusto e pronto a cacciare fuori i soldini per la merda, purché si presenti bene.