24 marzo 2008

dato che non si può essere sempre prolissi

e non si VUOLE, dopotutto, e che tutto sommato non c'è nemmeno niente di male di parlare un po' dei cazzi miei, un appunto.
Giusto per andare in culo a quelli che riescono a sentire le influenze classiche solo nei pipponi progressive dei peggiori anni 70, nelle menate di EL&P e dei King Crimson che fanno tanto intenditore quanto rompicoglioni, una chicca di insospettabile grazia: Boxing, la canzone che conclude il primo disco dei Ben Folds Five, capitanati da quel gran genio di Ben Folds (giustamente), che riesce a scrivere una canzone che come unico e diretto riferimento può avere solo gente come Rimskij-Korsakov. SOPRATTUTTO, è una canzone leggera, meglio: lieve, e dura quattro minuti e quarantacinque secondi. Un'aria cantabile esposta all'inizio, una variazione, e una coda. E poi STOP, CHIUSO, BASTA.
Come questo post.

18 marzo 2008

Se vi dico che non è un brutto film non significa che sia un bel film...

Bellezze mie, la vita mi fa fare strane, entusiasmanti evoluzioni e così mi sono ritrovato a 33 anni a ricominciare da capo, a vivere altrove (con la postilla obbligatoria di tornare), e disporre, a tempo determinato, di un sacco di tempo libero in cui fare il porco comodo mio.
E di porco comodo in porco comodo, me ne sono andato al cinema a vedermi l’ultimo dei fratelli Coen: “Non è un paese per vecchi”.
Magari, vi starete chiedendo se in un delirio di onnipotenza critica, oltre a scrivere malamente di musica sto pensando di diventare un self-made critico cinematografico.
Beh, per tranquillizzarvi vi dico che non ci sto pensando, lo sto facendo.
Primo, perché il cinema è sempre stata fonte di ispirazione per tanta musica che amo; secondo, perché la cucina è una categoria applicabile praticamente a qualunque fattispecie e dunque dichiaro, sotto la mia responsabilità, che “Non è un paese per vecchi” è molto simile alla trippa consumata in un locale elegante: presentata in maniera formalmente impeccabile (e venduta a prezzo esagerato...!) risulta comunque meno appagante di quella surcata e scarpettata (si sta parlando di trippa alla romana of course: di trippa al POMODORO) in una delle poche osterie rimaste. Questo perché alcune cose, per fortuna, necessitano ancora di fede, amore e consonanza d’intendimenti. Cosa cazzo sto dicendo? Vengo al dunque.

Ai fratelli Coen, il film, non gli è riuscito. La cura formale usata nel confezionare la pellicola è ineccepibile; gli attori sono straordinari nell’interpretare il proprio meta-ruolo cioè un concetto,un’idea, che si fa carne e sangue (parecchio); la direzione è ottima; la scelta di fare a meno della colonna sonora forse non è condivisa da tutti ma è comunque una scelta precisa, fatta funzionalmente all’effetto che i Coen desideravano ottenere; la fotografia è molto bella: insomma come diceva il sor marchese, ”...belli i pannelli, belle ‘e cassapanche, bello, bello tutto!” però il film non gli è venuto, stavolta.
La capacità di giocare col surreale, l’immaginifico DIETRO agli eventi dei loro film, la sottigliezza con cui hanno finora gestito i generi riuscendo ad imprimere il proprio marchio su ognuno di essi, in questo frangente, viene meno.
Mi è mancata la capacita di LEGGERE nel film da subito (con gli altri era stato semplice).
Quando, a tre quarti d’ora dall’inizio di un film, cominci a dirti che forse devi fare attenzione al linguaggio meta-testuale o a quello iconico secondo me c’è qualcosa che non torna. O forse mi sto rincoglionendo irreversibilmente.
Quello che penso è che i Coen non la vedano come Cormac mcCarthy, l’ispiratore letterario della pellicola, è qui c’è il fallo.

Lo scrittore Cormac mcCarthy è uno per cui la violenza non è un evento ma una realtà. Nei suoi libri, qualunque nefandezza risulta perfettamente plausibile. È un narratore in grado di discettare senza artifici retorici della “mondezza umana”. I suoi personaggi, che pure non sfuggono all’essere interpretabili come metafore, sono immanenti all’incredibile bruttume di cui si parla: sono lì e adesso e il lettore segue la trama della storia credendole, dall’inizio alla fine.
Nel film dei fratelli Coen sono riproposte la medesima asciutezza e la medesima crudezza ma in modo più sofisticato. Troppo, forse, e così ho finito per non credergli.
È probabile che i Coen non siano poi così bravi a parlare di violenza. Hanno preso l’iconografia di un Western, l’hanno portata ai giorni nostri (più o meno gli ‘80), l’hanno insaporita con lontani accenni di “Tarantinismo” ed infine hanno stufato il tutto con un odore biblico che fa tanto americano e crea le giuste contraddizioni, datosi che di dio, in questa storia sanguinosa, non c’è traccia. Avrebbe dovuto essere fantastico ma non lo è.

Xavier Bardem è un mostro di bravura ma la sua implacabilità lo fa assomigliare più a Rambo che all’individuo freddo, autarchico e determinato che vorrebbe sembrare, e poi quando uno si ricuce da solo una ferita su uno schermo cinematografico, scusatemi, ma a me viene da ridere e in questo film la gente si ricuce di continuo.
Ho letto da qualche parte che questo è un film comico. Questa chiave di lettura si rende possibile solo immaginando il film che ti dice, sornione: ”...RIDI DI QUESTO SE CI RIESCI...” ma a me ‘sta cosa ‘sto film non l’ha detta. Di Tommy Lee Jones si è detto che, in questo film, sembra un avatar possibile del compianto Johnny Cash e il paragone può anche andare, come ho già affermato, la forma è l’aspetto più curato qui dentro ma, a parte che mr. Cash era un musicista combattente e non uno sceriffo scoglionato, in finale, tutta ‘sta forma rompe i coglioni.
Cercherò di essere ulteriormente semplice.
Se avete visto “Gli Spietati” di Clint Eastwood avrete notato come la violenza vera, in realtà, esploda negli ultimi 5 minuti di film. Il resto della pellicola è una preparazione addolorata, ironica e dinamicamente in crescendo verso un’inevitabile carneficina. Tuttavia la durezza e il disprezzo per i sentimentalismi sono motivi percettibili sull’intera striscia di celluloide.
Se vi siete, a suo tempo, innamorati di Sam Peckinpah avrete notato come, nonostante il sangue ad ettolitri che scorre in molti suoi lavori, esiste un QUALCUNO che uccide, un QUALCUNO che è ucciso, un QUALCUNO a cui frega l’una cosa o l’altra, o entrambe. Tutto questo senza che la violenza come leit motiv venga mai messa in discussione.
Quando guardi “Non è un paese per vecchi” se muore qualcuno non frega un cazzo a nessuno nemmeno a te. Non fai il tifo per un personaggio perché non te ne piace nessuno e, a modo loro, sono intercambiabili, è solo la competenza specifica in un campo o nell’altro che li distingue.
DA PAURA ALLORA!!! direte voi. Scusatemi, ma... perché?
Perché l’eventuale possibilità di non schierarvi con nessuno vi eccita tanto ?
Cos’è questo? Voyeurismo? Qualunquismo?
Perché questa impassibilità di fronte all’obbrobrio dovrebbe essere gradevole?
Ma che niente niente siete il genere di persone che quando ci scappa il morto sul raccordo anulare, rallentate per guardare il cadavere, provocate un altro incidente e poi tornate a casa e raccontate tutto durante la cena e poi vi guardate Sanremo come se non fosse successo niente?
Allora forse questo film dovevate dirigerlo voi. I fratelli Coen non hanno la stessa opinione sull’uomo che ha Cormac mcCarthy, non condividono la sua visione della società, non condividono il suo pessimismo e questa cosa SI VEDE. Avrebbe dovuto essere un film spietato come, a suo modo, è stato “L’uomo che non c’era” ma è solo un film in cui si cerca dall’inizio alla fine di rendere meno gratuita possibile la gratuitissima violenza che si vuole esprimere. Ed è allora che si palesano gli artifici con cui questa operazione cerca di riscuotere successo. Due registi eccezionali alle prese con un salto di fede in qualcosa che, culturalmente, non gli appartiene.
Fede, amore e consonanza d’ intendimenti dicevamo: fede nella storia che genera il film, amore verso i contenuti del film, consonanza d’ intendimenti con l’autore del libro da cui il film è tratto. Era difficile per chiunque. È difficile fare un film con le storie di mcCarthy. Tremo al sol pensiero di qualche cineasta che si cimenti con “Meridiano di sangue”.
Ai fratellini rimane il merito di averci provato e di aver confezionato nuovamente un grande prodotto. Consoliamoci con questo, se vogliamo, perché “Non è un paese per vecchi” è solo questo: un grande prodotto. Non un grande film.

Quando sono uscito dal cinematografo, con la netta impressione che qualcosa non avesse funzionato, il pregiudizio positivo che accompagna ogni mia visione di un film dei fratelli Coen (perché MI PIACCIONO MOLTO i loro films), lavorava a pieno regime: doveva essermi piaciuto.
Allora, per essere ANCORA più chiaro vi dirò che non è che faccia cacare, non vi si avvicina nemmeno, al far cacare; semplicemente fallisce nel comunicare le cose per cui è stato girato.
Come certo lo-fi, indugia nell’utilizzo di mezzi economici enormi per ottenere un “effetto modernariato”, qualcosa di autenticamente urticante. E alla fine non urtica.
Per non parlare del fatto che ho ricominciato a sentire la mancanza di Sam Peckinpah...
alla prossima.

Devotamente vostro
il cuoco

16 febbraio 2008

Mara-maratonda testa in basso gambe in su, Non c’è stato inizio e non ci fermeremo più

Quando alla metà degli anni 90 iniziarono a tirare queste modelle con la faccia pista e i capelli a cazzo di cane io mi chiesi (benché a metà degli anni 90 fossi tranquillamente in grado di concupire qualsiasi cesso senziente) cosa ci fosse di così attraente in una pischella che sembra si stia riprendendo dalla Sbronza Definitiva. Fatto sta che questa moda è ovviamente trapelata attraverso le riviste e la TV agli fasce più basse della popolazione umana (sarebbe a dire la gente rovinata dal bassissimo QI o dai troppi soldi) e le pischelle hanno iniziato a deperire e poi morire a buffo e, quel che è peggio, a documentare il loro deperimento fisico su Myspace.
Pochi giorni fa ho letto su una testata scandalistica (credo fosse Repubblica, adesso non ricordo) che adesso anche gli uomini – i MODELLI uomini, meglio – abbiano ereditato la fissa per la magrezza estrema. Facce smunte, occhiaie, pallore estremo, questa stronzata che chiamano heroin chic, insomma. Io ho pensato Bene, adesso inizieranno a morire anche un po’ di pischelli, a buffo: questa sì che si chama democrazia e parità. Finalmente sapremo che farcene dei trucchetti della sinistra italiana bacchettona, il grido di battaglia sarà Bravi gli stronzi/e.
Voi mi direte Questo è cinismo, non si scherza così con la sofferenza e la morte delle persone.
Io risponderò Possibile, ma ormai siamo sei miliardi e si inizia a stare stretti: direi che la vita umana sta iniziando ad essere un po’ sopravvalutata, se il risultato sono le emissioni nocive, i SUV e le Bikkembergs.
Io, quando mia madre diceva che dovevo mangiare un po’ di più perché iniziavo a fare le guance scavate un minimo ci ho pensato: svenivo con la frequenza di una damina di Balzac e in definitiva stavo un po’ una merda. Ora: vabé che non ho mai avuto né l’ambizione né – tantomeno – il physique du role da modello o da belloccio, ma anche volendo se un giorno uno fosse venuto da me a dirmi che avrei dovuto andare 5 chili sottopeso per stare al passo con le nuove tendenze, beh: penso francamente che l’avrei mandato a cagare.
Gli stupidi prima o poi pagheranno tutti per le loro decisioni del cazzo. Adesso Maria de Filippi e i suoi ruffiani dicono che bisogna dovete vestire di rosa e depilarvi le sopracciglia: tra 15 anni, quando i neofascisti saranno al potere (e ci finiranno proprio perché state guardando la sua TV di merda invece di preoccuparvi per quello che succede sotto casa vostra), poi vedremo chi finirà con gli ombrelli nel culo perché assomiglia a Ru Paul. E questo lo dico per voi, io con un ombrello nel culo ci finirò lo stesso, dato che avrò i baffi di Stalin – a costo di metterli posticci.

TUTTO QUESTO per dire che insomma, questa Adele, per la quale adesso tutti si fanno la pipì addosso – e per la quale la stampa britannica (con la lungimiranza che da sempre la contraddistingue, la stessa di quando annunciò che i Doves avrebbero fatto il culo ai Coldplay che avrebbero fatto il culo agli Oasis che avrebbero fatto il culo ai Beatles) si è subito affrettata a coniare l’etichetta di anti-Winehouse – magari qualcosa di buono pure ce l’ha. La XL è un’etichetta che difficilmente ha sbagliato un colpo, e tutto sommato ci sta che anche volendo possano avere una deriva pop competitiva sul mercato canzonettistico internazionale. Aoh, capiamoci: non è che ’sta Adele sia un filetto di platessa come Ashlee Simpson. Qualche disco giusto, a giudicare dalla roba che fa, l’ha pure sentito, sebbene abbia ancora solo 20 anni (io a 20 anni non avevo ancora sentito un cazzo e in più quel poco che avevo ascoltato oggi penso che si potrebbe anche buttare nel cesso senza troppi problemi), ha una gran voce, sa come usarla e finalmente approccia il pop dal versante soul senza le beatbox e l’approccio elettronico e/o hip hop che ha rovinato buona parte della musica nera degli ultimi 20 anni (insomma, sono rimaste davvero in poche a fare ancora soul o r&b senza il breakbeat).
Infine, è inglese: ciò significa che ha una sensibilità e un senso della misura nei confronti della musica pop che superano di gran lunga quella d’oltreoceano, che ancora appare vincolatissima alla frenesia delle piste da ballo (e delle piste di neve E AVETE CAPITO BENE).
Eppure, proprio questa faccenda dell’essere inglese potrebbe apparire come un suo limite. Che dopotutto la stampa musicale inglese di pigliare non ci piglia, ma non è che non sia dotata di orecchie: ragion per cui se l’hanno coniata come la nuova Winehouse – o anti-Winehouse: la differenza non è poi troppa, dato che quella pazza ubriacona da un po’ di tempo è famosa come Paris Hilton, cioè perché è GIÀ famosa (no, non credo che abbia abbastanza stamina nemmeno per un pornetto amatoriale, senza contare che sembra Francis il mulo parlante).
Questa signorina Adele ha un orientamento vocale molto simile: apparentemente sobrio (almeno di riesce a capire COME FA una canzone prima che si metta a fare i cazzi suoi), vagamente naso-gutturale e dichiaratamente consapevole e debitore nei confronti della Winehouse.
Ora, la borderline del Middlesex si può amare o si può odiare. Io – abbastanza cordialmente – la disprezzo. Niente di personale, mi fa semplicemente cacare: mi fa cacare il suo apporto inconsistente al pop contemporaneo così come mi fa cacare il suo festival di ribellione standard, in realtà un flirt continuo con la stampa scandalistica mondiale (sì, compresa Repubblica): ottimo modo per far parlare di sé, ma che sfortunatamente non ha NIENTE a che fare con la musica. Senza contare che come trucchetto inizia a diventare un po’ trito: se perfino l’icona retard-pop per eccellenza (Britney Spears, cazzo) ci sta facendo ricorso da ormai più di due anni, vuol dire che tocca passare ad altro. Non so, iniziare a fare dischi interessanti. Povero Pete Doherty, mi sa che per lui inizieranno tempi cupi.
Perciò nonostante i consigli della mamma, e dei pallosi grilli parlanti, l’intrepida Adele abbraccia la sua croce e ne fa vessillo per tutto il suo primo disco, che di Winehouse trasuda, nonostante sia molto più sobrio (hee hee) e molto molto meno stucchevole della sua avvinazzata controparte. Il fatto è che prima o poi ci romperemo i coglioni, di queste chantreuse lascive e vocalmente titillanti.
Cosa succederà alla povera Adele, in quel caso? Seguirà la sua maestra (suo malgrado o no) nella pattumiera della storia? In tal caso non credo che ci dispiacerà più di tanto: la decisione, benché stupida, sarà stata la sua. E aoh, contenta lei…



PLAYLIST>
The Anti-Nowhere League: Reck-a-nowhere
Agnostic Front: Existence of hate
Gil Scott-Heron & Brian Jackson: Willing
The Ronettes: Keep on dancing
Minor Threat: Out of step
Link Wray & The Wraymen: Raw hide
Joe Strummer & The Mescaleros: Coma girl
The Last Resort: Bolthole
Broken Social Scene: Pacific theme
Radiohead: Myxomatosis (judge, jury & executioner.)
The Kinks: Strangers
Every Time I Die: Jimmy’s tango method
Dead Kennedys: Chemical warfare
The Rolling Stones: Midnight rambler
Portishead: All mine

13 gennaio 2008

tenete duro compagni...

...la vittoria è vicina.

ahem... la vittoria è vicina cliccando QUI.

7 gennaio 2008

last year's models

Orbene, sono un po’ di mesi che non mi faccio vivo e vi assicuro che ho avuto e ho, i miei buoni motivi per disertare il blog che ho contribuito a fondare: vorrei vedere voi a stare con un figlio in arrivo e un disco in lavorazione (ebbene sì bella gente: il cuoco, oltre a cucinare fa anche i dischi e perché no, i figli. Tie’!).
Ad ogni modo, gli impegni che secondo la stampa nazionale e il senso comune ti rovesciano nell’età adulta mi hanno, per forza di cose, tenuto lontano dalla dilettevole occupazione di “postare” impressioni e stroncature su quanto ha girato sul mio lettore-piatto-piastra-lettore mp3-testa, negli ultimi tempi.
Sempre per ribadire, vorrei vedere voi ad avere la propria compagna gravida e bisognosa di presenza ed attenzioni e decidere di fottersene per parlare dell’ultimo album dei Detroit Cobras o di altri eroi minori.
Tra l’altro la schiera di aderenti alla setta dei critici anti-critica di Molotov Cocktail Party è andata vivacristo ingrossandosi: segno che l’indignazione è ancora un sentimento esperibile, sia pure per una minima quantità di persone.
Veniamo a noi, anzi a me. L’anno passato non è stato particolarmente felice quanto a dischi e dischetti.
La qualità media di quanto esce è quasi sempre buona ma è da un po’ che non esce il DISCO CHE TI CAMBIA LA VITA.
Ovvio, risponderete, la vetustà che s’avanza come l’armata rossa a Berlino rende la tua scorza più dura, la tua attenzione meno attenta, la tua sensibilità meno sensibile. Ovvio, dico pure io ma, dopotutto, credo che la mia scarsa emozionabilità nell’ultimo anno sia dovuta a ragioni più articolate dell’Alzheimer incipiente.

Nel mucchio, tra ciarpame e ciarpame (che c’è chi ciarpame e nun c’ha i denti...) sono spuntate comunque delle cose, canzoni principalmente, che hanno riempito i vuoti, combattuto le paure, nutrito o placato le rabbie accumulatesi nel 2007.
E, visto che siamo in periodo di top five eccovene una plausibile per il sottoscritto, a dimostrarvi che non ho smesso di seguire il mio autoerotismo preferito: la musica.

Grinderman: No pussy Blues
Una canzone che più caustica non si può. Nick Cave manda in cassa integrazione i Bad Seeds e richiama vecchi compari di tossicume e pirateria. Prende il Blues e lo tratta di merda; prende il punk lo strattona, lo gonfia di mazzate e lo riporta a più miti consigli; prende se stesso e si sfotte ma, soprattutto, cosa più importante di altre: si fa crescere un bel paio di baffoni.
Eh sì cari miei perché la musica di Grinderman (o DEI Grinderman) è musica coi baffoni. I BAFFONI! CAPITO! Non i baffi come le camicie di Maurizio Costanzo o le nenie di Concato, I BAFFONI!
Bei baffoni alla tartara da motociclista nazi-fricchettone su consueto, distintissimo, abito gessato: la musica dei Griderman (ho appena deciso che sono una band. Fanculo te e il tuo ego, Nick...).
No pussy Blues è senz’altro una delle canzoni dell’anno; la quintessenza del testo rock’n’roll: io gliela chiedo ma lei non me la dà, io faccio questo e quest’altro ma lei non me la dà. La miglior requisitoria riguardo i mal di testa mestruali-psicosomatici e le manfrine da scarso romanticismo e troppo arrapamento.
Tutto narrato stentoreamente, il brano collassa nel più giusto degli stridori verso la metà (vorrei vedere voi a passare quello che passa il povero io narrante...) e così fu digrignar di denti e ringhiar di visceri.
Bella prova, ironica, divertente e violenta quanto basta per aiutarvi a trovare il serial-killer che alberga in voi.
Caldamente consigliato ai partner di gatte morte e femministe trotskiste.
Una gioia!

Wilco: Impossible Berlin
Scelgo questa canzone più di altre per il suo titolo fascinoso e, se anche parlasse di stronzate, non potrebbe fregarmene di meno.
I Wilco hanno sempre abitato dentro un loft, secondo la critica. Sono sempre stati assimilati ad una scena moderna, pseudo-indie, intelletualoide ed introversa. STRONZATE!
I Wilco hanno sempre vissuto da stagionali, come quelli che raccolgono i pomodori in estate e tagliano legna in inverno.
Vivono in appartamenti di città non troppo grandi, puliti e pieni di supporti audio e strumenti musicali per sei mesi e gli altri sei li spendono vicino a un lago o ad un corso d’acqua in una specie di casa di campagna anch’essa pulita e piena di supporti audio e strumenti.
Sono figli della provincia americana, quella deprimente in cui o suoni o spari ai tuoi colleghi durante la pausa pranzo.
Non sono sofisticati fini dicitori bensì testimoni oculari dell’orrore. L’orrore che evoca il rischio di diventare assicuratore, imprenditore, venditore di pompe idrauliche porta a porta.
I Wilco, è gente che vive per la musica, che capisce il privilegio del poter suonare per vivere e che fino ad oggi, anche con le loro uscite più pallose, hanno sempre avuto grande rispetto per il proprio mestiere.
Quando si riuniscono, la sera, forse fumano canne, di sicuro suonano Gram Parson o Woody Guthrie NON i Tangerine Dream NON LaMonte Young. In macchina è più facile sgamargli un nastro di Beggar’s banquet che non un disco dei Einsturzende Neubauten e lo sapete perché?
Perché sono un gruppo Roots, anche se fanno di tutto per negarlo.
Per questo Sky Blue Sky è un disco della madonna, anzi, il loro lavoro più bello, più disteso, perché ora, finalmente, sono a posto con la loro coscienza.
Sono felice per loro; impossible Berlin o qualunque altro brano, fate voi: il disco è una sciccheria.

Elvis Perkins: the night & the liquor
Questo tizio è nato con la camicia. Porta il nome del re (o comunque, si è ribattezzato come tale) e il cognome di Psyco.
Sì, lo so che il cognome del protagonista era Bates, l’attore però era Anthony PERKINS. Anthony Perkins! Ricordate? Sregolato, matto come un cavallo, drogato quasi sicuramente, sieropositivo. Morto.
E questo tizio ne è stretto parente: il figlio.
Già riuscire ad arrivare alla maggiore età con un padre simile non deve essere stata una passeggiata, riuscire poi a fare musica buona con simili natali, che ti spalancano le porte della notorietà a prescindere dal tuo valore effettivo denota una certa dose di carattere.
Il disco, Ash wednesday, è una delle cose migliori del 2007 nell’ambito folk-rock.
Depresso ma senza autoindulgenze Elvis Perkins è situabile a metà tra il Bruce Springsteen delle Seeger sessions ed il Ben Weaver di Stories under nails. È un disco fatto bene e scritto bene, un po’ troppo lungo ma trattasi pur sempre di esordio.
The night & the liquor subentra quando pensi che l’album abbia terminato le cartucce, situato nel blocco di brani che lo chiudono, risente di un sapore più antico ed affascinante delle altre canzoni.
Suona come una dolente ballad risalente alla guerra di secessione e racconta una storia mesta (ovviamente).
Classicissimo nel come è confezionato dimostra quanto sostengo da sempre: non conta così tanto la stortura che imprimi ad una canzone per conferirle l’originalità quanto più l’intelligenza con cui tramandi un linguaggio già masticato.
Così, The night & the liquor esce fuori dal disco da cui proviene e va a riempirvi una notte di dolente mancanza d’amore, si lamenta insieme a voi e, cosa essenziale, si lascia amare per la sua scarsa novità.
Il brano è ORIGINALE, non nuovo. Non mi sono strappato i capelli di fronte all’inventiva (anche perchè c’ho ben poco da strapparmi....) però ho ammirato il rigore e l’amore con cui questo e non altri folksingers contemporanei aveva scritto il brano.
Una lacrima alcolica sul vostro diario o, se preferite sui vostri pensieri più neri.
Un bellissimo requiem dondolante.

Calexico: Deep down
Quando è uscito Garden ruin sono subito corso a scaricarlo (con la riserva dell’acquisto).
Da sempre adoro e sostengo i Calexico, li considero un pezzo de core, una delle band più interessanti, intelligenti e valide dell’ultimo decennio. I Calexico hanno una sola grande preoccupazione: che quello che stanno facendo sia BELLO.
È talmente difficile trovare un gruppo che ragiona così linearmente e che padroneggia il proprio linguaggio con tanta sapienza ed eleganza che ancora oggi, alcuni loro ascolti, determinano un immediato cambio-mutanda al termine di questa o di quella canzone.
Garden ruin non è il miglior disco che hanno fatto. Risente della voglia di essere pop più di altri ma se il pop fosse sempre così ci metterei la firma.
Deep down è un colpo gobbo. L’hanno piazzata a due passi dalla fine di un disco praticamente privo di singoli (nonostante l’aplomb pop summenzionato) e si configura come miracolo di sintesi. Il giro iniziale di chitarra riesce a rockare senza evocare calzoni di pelle, capelloni e porcherie varie. È un jingle jangle ma anche un riff; è acustico ma anche profondamente elettrico e fa da ricamo persistente al ritornello.
La canzone definisce il suo carattere “stradale” nelle strofe che hanno tiro senza bisogno di essere pestate, Joey Burns canta intimo come sempre ma scommetto che anche dal vivo il suo sussurro sembrerebbe un grido perché l’intera canzone celebra il miracolo della leggerezza mentre ti racconta di una storia drammatica e accorata.
Nel finale, echi ed epiche presenze aleggianti lì, in alto, sopra le tue orecchie ti dicono che i Calexico possono intitolare un brano “Deep down” e suonartelo dall’alto dei cieli.
Praticamente divino.

The Supremes: I need your loving
Sotto casa mia, una domenica al mese si tiene un mercatino di sfizi e cazzate dove puoi trovare tanto di quel ciarpame (che c’è chi ciarpame e nun c’ha i denti. repetita iuvant...) da perderci la testa.
Tra i banchi che espongono, immancabile il “discaro” con dieci cd e seicento vinili. Per lo più monnezza: qualche ristampa anni ’80 degli Stones, tanto inutile jazz senza palle, tanto inutile Prog senza futuro (DEO GRATIAS!), tanti avanzi di Tav Falco e Greg Kihn che se non l’abbiamo voluti negli ultimi 20 anni un motivo ci sarà, no?!?
Ad ogni modo tra il ciaffume sonoro esposto leggo MOTOWN e vedo un vero-originale-unico vinile delle Supremes del ’66 intitolato “The Supremes a-go-go”. Con l’aria del gonzo giovine (giovanile in verità, ma chi se ne accorge...) ed appassionato mi avvicino sanza tradire emozione alcuna e domando a quanto ammonta la gabella.
Il tipo guarda il disco e dopo avermi rifilato un’espressione tipo: “...beh per quello là...” mi apre un bel catalogo per collezionisti e mi comunica un ammontare orientativo di trentacinque euro.
In men che non si dica faccio notare che quel giorno a quell’ora ero l’unico stronzo in grado di capire cosa significasse MOTOWN su un prodotto del ’66 e montandomi un culo bello grosso in faccia gli dico che 25 euri vanno più che bene, chessennò tanto ma chi glielo accatta un girrarrosto delle Supremes.
Stretto alla collottola dalla mia offensiva da pezzente dignitoso e patito, l’esercente cede.
Tre minuti dopo ascoltavo questo ASSOLUTO MIRACOLO DI BELLEZZA E FELICITA’ dall’inizio alla fine con un cannone grosso così tra le labia.
Che vi devo dire?
I need your loving è una delle canzoni più belle, strabilianti e cardiotoniche che abbia mai sentito nella mia vita.
Lo è da sempre. Di due minuti non viene buttato via nulla, e alla fine la rimetti da capo e ancora e ancora e ancora. Prendi la cazzo di puntina del giradischi e la risuoni ancora e ancora e ancora e ogni volta che Diana Ross ti chiede “What? To have all your loving” tu le risponderesti: “gnente bella de’zzio, gnente mettete qua, abbrasate che mo’ ce penza zzio a ’tte...”.
E così mi sono innamorato ancora una volta.
Cosa cazzo volete di più dalla vita, un lucano?

Con fede non praticante
vostro fedelissimo
il cuoco